UNO
il mio nome è Rosaria Viganò e sono originaria di Ragusa, dove nacqui il 5 settembre 1984, all’Ospedale della città, e dove mia madre mi partorì poco prima della mezzanotte. Il mio grado nell’Arma è quello di Carabiniere scelto.
Le scrivo in ordine (quanto Ordine c’è nell’Arma, Signor Tenente, quanto…) alla mia determinazione di rassegnare le dimissioni dal Corpo dei Carabinieri, decisione presa in questa anonima città di Torino, ove sono stata distaccata mesi or sono, mentre vivo le mie ore libere dal servizio in questa stanzetta spoglia e impersonale che mi è stata assegnata per le mie necessità, e che altri chiamano “alloggio”.
Il mio curriculum, come potrà constatare Lei stesso, è estremamente scarno ed essenziale. A noi siculi non ci va, Signor Tenente, di essere particolarmente ampollosi e di nasconderci dietro ai paraventi delle parole. In Sicilia, quando la vita ci chiama a scegliere, non abbiamo altro che due possibilità, entrambe asciugate, essiccate e perfino bruciate dal sole, quello stesso sole che, pure, dovrebbe riscaldare gli animi assopiti di una terra dimenticata, e che invece ci consente solo di abbracciare la malavita organizzata e la logica dell’omertà o di scegliere di lasciarla, assieme agli affetti più cari, per entrare nelle Forze dell’Ordine a difesa della legalità e delle Istituzioni. Le stesse che pagano regolarmente uno stipendio a me e a Lei, stipendio che non mi consente ancora una sistemazione più dignitosa, in modo da lasciare l'”alloggio” in cui mi trovo a chi verrà, senza arte né parte, dopo di me, a riempirsi gli occhi di spaventato stupore in questa città che non mi appartiene.
Sicula, sissignore, Signor Tenente. Ma soprattutto carabiniere donna, anche se “donna” è un termine neutro (un altro dei tanti) e che vuol dire tutto e nulla, perché più che donna mi sono sempre sentita “femmina” e tale sono rimasta sia che durante un’estate rovente mi nutrissi delle polpe dei melloni (gli abitanti di questa frettolosa Torino dicono si tratti di angurie, ma loro che ne sanno?) con cui in famiglia si preparavano i geli, facendo a gara con le amiche a chi ne sputasse i semi più lontano, sia che mi spogliassi in fretta per farmi vedere come Giovanni, il mio fidanzato per tutti gli anni di quella vita sospesa tra omertà e legge, voleva, prima di riempirmi di baci che accoglievo e contraccambiavo con le labbra del primo risveglio del mio corpo.
La giovinezza, Signor Tenente, l’ho sempre preferita alla gioventù, quella che, quando se ne parla, i vecchi dicono essere “beata“, mentre la rimpiangono, parlandone con aria sorniona e piena di doppi sensi. La giovinezza mi ha dato sempre il senso del trascorrere del tempo, mentre la gioventù mi ha restituito solo quello di un tempo già trascorso. Credo sia quello che si dice “passato“. È buffo il passato, Signor Tenente, sa? Diciamo sempre che non lo abbiamo più, eppure è l’unica cosa che ci appartiene davvero, perché il presente siamo impegnati a barcamenarci per viverlo alla meno peggio, cercando di appoggiarci disperatamente qua e là, in atteggiamenti perfino ridicoli, con il solo scopo di sopravvivere, mentre il passato è già vissuto, e cosa esiste di più nostro, Signor Tenente, del vissuto?
Noi siculi, Signor Tenente, diciamo “minchia“. Una parola per mille occasioni, buona per una infinità di circostanze e sempre ugualmente efficace. “Minchia” si usa per esprimere stupore, disgusto, o anche come nome comune di cosa (almeno così ci insegnava la maestra Patané quando ci spiegava la grammatica alla scuola elementare) quando si vuole indicare il niente. Dire che non è accaduta una “minchia” mi è sempre sembrato molto più colorato (e non colorito) rispetto a dire che non è successo un “bel niente“. Il niente non è bello, è solo il niente, e il niente porta il niente.
La prima volta che mi ricordi, in cui dissi “minchia!” fu quando con Giovanni ci comprammo un paio di arancine ciascuno al chioschetto della ‘gnà Nunzia e quando io le addentai fui pervasa da un profumo di provola filante che mi penetrò come nemmeno lo stesso Giovanni avrebbe mai saputo (o, forse, voluto) fare, quando ci appartavamo in qualche angolo discreto e complice di amplessi fugaci e consumati sempre troppo in fretta, nel timore che qualcuno potesse sorprenderci.
Se mi rivolgo a lei con “minchia, Signor Tenente“, dunque, non è per omaggiare una canzone che tutti, qui in caserma, abbiamo dimenticato, ma perché quello è linguaggio mio, di Rosaria Viganò, presente!
La mia giovinezza, quella che vissi prima di conoscere Giovanni e che, con lui, mi avrebbe portata solo alla gioventù, senza andare oltre, la trascorsi compiendo le quotidiane commissioni per mia madre che non usciva quasi mai, per via del fatto che doveva accudire mia nonna Assuntina, affetta da una grave forma di demenza e che non doveva essere lasciata sola. La ricordo, mia nonna, sempre seduta su una poltrona della sala da ricevere e con gli occhi persi nel vuoto, mentre pronunciava frasi che mia madre neppure ascoltava più, ormai, e a cercare di dare a quei frammenti di parole un senso, una spiegazione, di ricucirli in un ordine logico, fosse pure quello della follia. Perché si dice che i dementi pronunciano frasi sconnesse, mentre tutto quello che dicono è connesso a un pensiero diverso, non nostro, ma pienamente compiuto e che noi consideriamo malattia.
Vede, Signor Tenente, non siamo malati perché abbiamo qualcosa, o perché soffriamo di una qualche infermità. Siamo malati perché siamo diversi. Ci trattano come pazzi o, quando va bene, ci dicono di rivolgerci a uno bravo. Nessuno ha la sfera magica o la specializzazione in psichiatria. Però lo dicono lo stesso. E quando lo dicono ridono, mostrano un’aria di sufficienza e quando glielo facciamo notare che loro non sono nessuno, si rifugiano nel distacco, come se volessero dirti che comunque tu la metta hanno ragione loro. Me lo insegnò Giovanni, che amava giocare a scacchi. “Arrocco“, si chiama. È una strategia di difesa, Signor Tenente, e nulla di più.
Fatto si è che mia madre, quando si occupava della nonna Assuntina, aveva l’abitudine di vestirla di tutto punto, metterla seduta sulla sua poltrona, con un fularino al collo e nebulizzarle due o tre spruzzetti di acqua di Colonia, che alla nonna, quando era “tra noi” in corpo e spirito, tanto piaceva. Era solita usare sempre la stessa marca che veniva dalla Germania. 4711, si chiamava, e io non ho mai capito il perché di quel numero. Ma tutto ha una spiegazione, Signor Tenente, e siamo solo noi che ci ostiniamo a non volerla cercare o ascoltare.
Era bello vedere la nonna così agghindata, pulita e improfumata. Sembra fosse più sollevata anche lei, benché ci ripetesse le solite frasi accidentate senza senso come una stradina chiusa di campagna. Poi si cagava addosso, con rispetto parlando, e l’odore di acqua di Colonia andava a mescolarsi con quello dei suoi bisogni corporali, gli stessi che ci riportavano alla realtà delle cose, all’essenza intima di quello che ciascuno è, mentre vorrebbe far vedere agli altri una immagine di sé da copertina di “Confidenze“.
Nonna Assuntina si aggavò di lì a poco, e fu costretta a letto, anche per permettere a mia madre di occuparsene con maggiore continuità. Si vedeva che non ce l’avrebbe fatta. Mangiava come un uccellino e come un uccellino cercava di sbattere le alucce nell’attesa di spiccare il volo e uscire dal nido. E il volo lo spiccò, Signor Tenente, minchia se lo spiccò, un giorno di novembre dell’anno 2014, quando si festeggia San Martino e quell’estate così bella e fugace che il solo pensarci mi riporta la nostalgia.
Quella mattina, al contrario del solito, la nonna mangiò una ciotola di caffellatte col pane raffermo di grande appetito. Poi mi guardò interrogativa e io presi il flacone della sua Colonia preferita e glielo spruzzai sul collo che pareva pulsare dall’ansia di riceverla. O, almeno, così mi sembrò. Mi sorrise, guardandomi con un paio di occhietti vispi e lucidi come se mi volesse ringraziare. Quegli occhi li chiuse solo un quarto d’ora più tardi, immergendosi, e per sempre, in quella miseria di odore di 4711 e di merda con cui la portammo al cimitero.
Mio padre, cosa vuole, Signor Tenente, a casa non stava mai. O, meglio, di rado e per poco tempo, per cui non credo di potermi considerare esattamente sua figlia. Nel senso della natura o della biologia, questo sì. In fondo mi ha dato un nome, un cognome e non ha mai fatto mancare niente alla famiglia. Ma il fatto di non vederlo, quasi, non mi ha mai dato quell’affetto per lui che in genere ci si aspetta quando si tratta di padre e figlia. Gli psicologi dicono che fino a una certa età (quale non lo sanno nemmeno loro) si crea una specie di innamoramento tra i due componenti del nucleo familiare a cui, invece, i biologi dànno il nome buffo di “simbiosi“.
Ca’ quale innamoramento e simbiosi? Come si fa a innamorarsi di un padre che serviva e riveriva di più la famiglia di Don Turi Casazza piuttosto che la sua? “Figghia fìmmina e nuttata persa!“, diceva a volte di me. E io non seppi mai se quella nottata andò davvero sprecata o no, ma fìmmina sì che lo ero. E lo sarei restata per sempre.
Tuttavia fu proprio mio padre, che si era evidentemente scassato la minchia di una moglie disattenta e sempre indaffarata a dispensare acqua di Colonia per coprire la puzza di merda della nonna, a determinare quello che, poi, sarei diventata, e che costituisce la ragione principale del mio essere qui a scriverle, ossia la scelta di arruolarmi nell’Arma dei Carabinieri e di diventare carabiniera anch’io.
Mi ci chiamano spesso “la carabiniera“, e la cosa mi fa sorridere, perché mi ricorda che Vittorio De Sica ci chiamava così Gina Lollobrigida in un film che vidi da piccola, e che si intitolava “Pane, amore e fantasia“. Veramente la chiamava “la Bersagliera“, ma questo non fa nessun caso, Signor Tenente, perché, vede, io ho sempre avuto la certezza che “carabiniera” ci si debba chiamare qualsiasi donna (e non fìmmina) che abbia deciso di sposarlo, un membro della nostra Arma. Perché chi nasce tondo, si dice dalle mie parti, non può morire quadrato, e se una donna, per quanto donna sia, decide di sposarlo, un carabiniere, è segno che carabiniera lo è un pochino anche lei. Non c’è nulla di male, solo che io e lei, Signor Tenente, lo siamo. Abbiamo fatto una scelta e, glielo riconosco, sappiamo quali sacrifici comporta questo cambiamento così definitivo, nelle nostre rispettive vite. Quelle, invece, più che in donne, si trasformano in “sciùre“, come dicono da queste parti. E questa è camurria, probabilmente, e niente altro.
Quantunque e comunque, mio padre, quel giorno di fine novembre, dopo che la nonna Assuntina l’avevamo riconsegnata alla terra per i ceci, e al Signuruzzu, per chi ci credeva, venne a dirmi che a Santa Croce Camerina, alle porte di Ragusa, la mattina stessa era scomparso un bambino, e che l’avevano ritrovato cadavere in un canale lì vicino.
Appicciai la televisione e vidi la madre distrutta dal dolore sbattuta nelle immagini di quel tardo pomeriggio, per trasmissioni che avevano titoli di dubbio gusto come “La cronaca di oggi” o “Dentro la notizia“. Ma quella madre non mi convinceva una ‘nticchia e fu così che quella fu l’ultima occasione che io ricordi in cui mio padre ed io ci scambiammo uno sguardo e una battuta d’intesa:
“Fitùsa!”
“Bottanazza!”
Perché fu proprio quella medesima sera che lo vidi incupirsi e guardare il vuoto, fissando apparentemente ora l’anta di un armadio, ora un posacenere pieno di cicche, ora la pianta di ficus che mia madre teneva nella sala da ricevere, e a cui, con certosina meticolosità, lucidava le foglie un giorno sì e un giorno no.
Non provai timore, e questo è certo, nell’avvicinarmi a lui. Avevo capito quale fosse il motivo del suo turbamento, di quell’estraniarsi da tutto e da tutti, come se il fatto che Ragusa e il suo circondario fossero finiti in primissima serata sui telegiornali gli fosse fin troppo d’impaccio.
“Don Turi Casazza, vero papà?”
“Mischinu… murìu!”
“Papà, io faccio domanda per entrare nei carabinieri.”
Non mi rispose.
