TRE
Vede, Signor Tenente, noi appartenenti alle Forze dell’Ordine veniamo percepiti sulla base di luoghi comuni.
E i luoghi comuni, proprio perché tali, non sono né di destra né di sinistra (come se ci fosse qualche differenza, poi!) perché appartengono a tutti, indistintamente. E tutti, altrettanto indistintamente, li fanno propri. Forse per osmosi, appunto, o, magari, perché così si fa e allora fanno così anche loro.
Deve esserci un piacere immenso, che ancora non comprendo, a sentirsi totalmente omologati, sia che l’umorismo venga da barzellette di gusto pessimo e mediocre (ricorda, Signor Tenente, la freccia della macchina che funziona “ora-sì-ora-no”?) sia che proceda da contenuti più poetici ma indiscutibilmente vuoti.
Il vuoto, Signor Tenente, è un bene molto prezioso e perfettamente commerciabile perché ciascuno di noi può riempirlo con ciò che meglio crede, meglio ancora se con le parole degli altri.
Per cui, si sa o si dà per scontato che il cuore tenero non è una dote di cui sian colmi i carabinieri e sembra essere racchiuso tutto in questo. Quando il giudizio viene spacciato per poesia siamo noi umani a rimetterci, mi creda, Signor Tenente.
Ricordo un Brigadiere, a Firenze, che una volta esaurito l’orario di servizio, dovette andare al ricevimento dei genitori della scuola del figlio. In quell’occasione gli proposero di prolungare il lavoro (lavoro, Signor Tenente, non servizio!) di un paio d’ore.
“Sono straordinari, Brigadiere! Fàttele, queste due ore, che guadagni di più… puoi avere bisogno, per te, per tua moglie, per i figli…”
“Ai bisogni dei miei figli ci penso io. L’Esercito è il mio datore di stipendio, non di lavoro, perché il lavoro siamo noi a darglielo. Ora devo mettermi in borghese, non voglio andare a parlare coi professori vestito così.”
“Ma quella è la divisa d’ordinanza, sei un pubblico ufficiale!”
“E pure i professori lo sono. Ora fatemi andare.”
Minchia, Signor Tenente, che quando svolgiamo la nostra professione, e anche quando non la svolgiamo alla gente pare che lasciamo i sentimenti su una scrivania per raccogliere le segnalazioni e le denunzie. Peggio ancora, siamo solo dei nominativi e delle firme apposte in calce a un atto formale, che può essere un’autentica o la conferma di una dichiarazione spontanea. Figli, sposi, famiglie, amicizie, affetti, storie personali… nulla di questo si vede. E quando qualcosa non si vede vuol dire che non esiste.
Per questo hanno archiviato l’inchiesta sul suicidio di quella povera ragazza che non ce l’ha fatta. Occhio non vede, cuore non duole, la legge è stata applicata e l’onore è salvo. E se dopo pensano che siamo un manipolo di esaltati sono solo schegge impazzite della pubblica opinione che possono raggiungere e ferire duro chiunque. Davvero chiunque, mi dia retta, Signor Tenente.
Ci descrivono come una categoria di ignoranti senza sapere nemmeno che l’ignoranza non ha categoria.
Eppure abbiamo persone che si sono laureate a pieni voti, Dottori che lo sono per effetto di una dichiarazione pubblica e valida a tutti gli effetti. Sempre di legge, si capisce, Signor Tenente. E anche chi, come me, non è riuscito ad accedere ai più alti titoli di studio, ha certamente amato un film, un romanzo che ha letto, un dipinto che ha visto in un museo, una cattedrale visitata durante il viaggio di nozze in una città d’arte. Molti, alla sera, quando il buio e il freddo dell’inverno ti entrano nelle budella, si saranno sforzati di ricordare le parole di una preghiera imparata da piccoli per affidare al Padreterno Onnipotente tutte le loro angosce.
Quand’ero adolescente divoravo decine e decine di libri. Romanzi, soprattutto, perché mi piaceva imparare le verità della vita attraverso la finzione. Amavo vedere come i loro autori le avevano ricostruite. Mio padre mi liquidava, a volte, con frasi come
“…e pensare che sono tutte fesserie inventate!”
mentre io ero sempre più convinta che per raccontare era necessario averle vissute in prima persona, quelle che lui liquidava come invenzioni. Si scrive solo di quello che si conosce, Signor Tenente, sia che si cominci con “Quel ramo del lago di Como“, sia che lo si faccia con “Oggi, addì tal dei tali del mese di febbraio dell’anno talaltro è comparso innanzi a noi sottoscritti ufficiali di Polizia Giudiziaria, il nominato Sempronio, così come meglio specificato in epigrafe.“
Per cui lessi di tutto, e prese a maturare in me una coscienza che mi imponeva, e in modo sempre più pressante, di andare oltre perfino alle mie stesse letture, a non prendere come oro colato tutto quello di cui venivo a conoscenza, fosse anche una storia che pareva avesse senso solo nella testa e nell’animo di chi l’aveva partorita.
Alcune letture erano delle tappe obbligate. Come i quattro romanzi di Louisa May Alcott il cui ciclo comincia con “Piccole donne“, che mi furono regalati in occasione della mia prima Comunione. Tutti mi dicevano che Jo era l’esempio da ammirare. La ribelle, quella che si ritirava in soffitta a divorare mele e libri mentre le altre sorelle, o suonavano il pianoforte o parlavano di frivolezze come feste e vestiti. Lo facevano perché non erano andati oltre il primo romanzo della serie. Se avessero saputo, come io seppi, che Jo avrebbe sposato un pastore protestante molto più anziano di lei, e che avrebbe messo in piedi addirittura un orfanotrofio, forse ci avrebbero ripensato.
Le altre letture, invece, le sceglievo io stessa, quando attraverso la Biblioteca Civica e quando ancora attraverso il prestito di volumi che avrei voluto tenere per me, fattomi da amiche di infanzia o di famiglia. “Via col vento“, per esempio. Rammento ancora oggi che lo lessi d’un fiato, nonostante la sua mole (e qui a Torino di Mole se ne intendono) e che anch’io ammirai la figura del personaggio di Rossella O’Hara, che se fosse stata appena appena più scaltra di quel che ci veniva dato a intendere, avrebbe salvato il suo amore per Rhett Burtlett prima di ogni altra cosa.
Perché le racconto tutto questo, Signor Tenente? Perché c’è una bella differenza tra come le cose stanno e come noi le percepiamo, sentiamo ed elaboriamo. La stessa che ci fa sprofondare nel baratro uno per uno.
Essere lettrice, per me, è sempre stato esattamente come essere fìmmina, una condizione che ti porti dietro da tutta la vita e per tutta la vita anche se non sai come ti è arrivata né dove ti porterà. La segui e basta. Ed io l’ho seguita.
Non avendo potuto contare su una biblioteca personale per tutti gli anni in cui vissi a Ragusa, e dato che lo stipendio che mi veniva versato, pur essendo quasi misero, mi concedeva di tanto in tanto di potermi agevolmente togliere qualche piccolissimo sfizio, visto che le mense a cui mi era stato permesso di accedere offrivano cibo in quantità più che bastevoli per pochi soldi (del resto si sa che il rancio è sempre stato ottimo e abbondante), e che di necessità particolari non ne avevo, acquistai, uno alla volta, tre grossi romanzi di uno scrittore svedese che narravano le indagini parallele a quelle ufficiali, condotte da un giornalista e una giovane hacker disadattata e dai trascorsi di vita torbidi e infelici.
Ma non era certo quella trama, di sicuro interessante e molto ben strutturata, l’oggetto primario del mio interesse, quanto il fatto che i protagonisti cercassero con ostinata testardaggine una realtà “altra”, che l’autore impersonasse un po’ il rigore di tutti noi carabinieri, abituato com’era a mettere un elemento dietro l’altro e arrivare, proprio perché giornalista, a una conclusione, e che la ragazza fosse il simbolo di un metodo di indagine certamente più tortuoso e profondamente sofferto per arrivare alle identiche determinazioni.
E così è la vita, Signor Tenente. Ci sono strade perfettamente asfaltate, comodissime e veloci, e altre completamente dissestate, sentieri che si inerpicano per i rovi e le macchie più fitte per portarci allo stesso destino, la morte. O la verità. Che poi sono la stessa cosa.
Presi, dunque, a raccogliere articoli, ritagli di giornale, documenti, stampe e fotocopie man mano che andavo interessandomi a casi di cronaca accaduti o in corso di indagine. O dimenticati, veda lei, Signor Tenente.
Facevo come Jo. Ma non mi sentivo ribelle o rivoluzionaria solo per il fatto di comprarmi un panino col salame, un po’ di frutta e una bottiglia d’acqua e rintanarmi in casa dopo il lavoro a sistemare in delle cartelline spesso improvvisate, tutto il materiale che andavo via via accumulando e rimettendo in ordine. Avevo sete di conoscenza, di sapere. La conoscenza è quello che ci salva ogni giorno, e non c’è altra cosa che possiamo fare per noi stessi che raggiungerla, coglierla e farla nostra. Se uno le cose le sa può decidere su se stesso. Se non le sa, per lui decidono gli altri.
Come quando ci viene raccomandato di fidarci dei medici. O degli avvocati. Siamo nelle loro mani, e quando decidiamo di rinunciare ad essere padroni della nostra vita fino in fondo non esistiamo più. Se tutto va bene è merito loro che ti hanno curato o tirato fuori dalla galera. Se tutto va male la colpa è solo tua. Credo sia per questo motivo che i detenuti conoscono il Codice Penale meglio ancora dei magistrati che li devono accusare e giudicare e che se vengono assolti i loro difensori gridano “Abbiamo vinto!” mentre se sono condannati mormorano “L’hai preso nel culo.”
Ma da quel momento in avanti non avrei mai più comprato un libro in vita mia, a meno che non fosse per qualche regalo di occasione, circostanza che cercavo di non contemplare nemmeno tra le eventualità. I libri, quelli che scolpiscono il cuore e che lo modellano come fosse cera d’api, Signor Tenente, me li sarei fatti da sola, fabbricati, formati, messi sugli scaffali per tirarli ancora fuori ogni volta che ne avessi avuto bisogno, una pagina dopo l’altra, riguardando, aggiustando e riordinando i contenuti, capitoli che avrebbero trovato la loro collocazione.
Così presi una di quelle cartelline che, come le dicevo, non erano né carne né pesce, come diciamo noi. Era di colore giallo, e mi sembrò una coincidenza da non sottovalutare, se non fosse che alle coincidenze e al fato ci credono solo gli stupidi. Stappai un pennarello indelebile di colore nero e fui avvolta immediatamente dall’odore di spirito che emanò, non appena lo privai del cappuccio.
Poi, senza esitazione, scrissi sul frontespizio due sole parole a lettere grandi e in carattere stampato:
Rimasi a guardare quell’improvvisato raccoglitore per alcuni secondi e sospirai:
“Povera picciridda!”
