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Minchia, Signor Tenente! – Due

DUE

Chi, invece, mi apparve contrariato e perfino ostile, fosse anche solo a tratti, alla mia scelta di vita, fu proprio Giovanni.

Giovanni, le dicevo, era il mio fidanzato. E in Sicilia, anche ai nostri tempi (abbiamo avuto dei tempi anche noi, sì, Signor Tenente) fidanzarsi significava assumersi un impegno. E in concreto quello verso il matrimonio, la creazione di una famiglia e figli. Più di uno, se no una fìmmina che fìmmina era?

Non che sarei stata contraria a questo ordine (è sempre questione di ordine) di cose, tutt’altro. Era solo che avevo fatto una scelta fondamentale per la mia vita e questa scelta implicava anche la certezza di essere assegnata lontano da casa. E non era nemmeno che Ragusa non mi bastasse, come cantava un’altra siciliana della sua città, dicendo di non averla più, solo che andare altrove era diventato necessario per quello che volevo fare di me stessa. Un po’ come quando uno si fa prete e deve rinunciare all’amore terreno per una donna (spesso anche per un uomo, a dirla tutta). Quello viene richiesto e quello si deve fare.

Succede la stessa cosa, in fondo, anche per i comandi dei vertici della malavita organizzata: “Mamma comanda e picciotto va e fa!” E solo io ero la madre di me stessa.

Scrissi quella domanda di inserimento nella lista degli aspiranti carabinieri e la firmai con convinzione. Dopo la passeggiai fino all’ufficio postale dove la spedii per posta raccomandata, badando bene di non richiedere la ricevuta di ritorno, chè se l’avesse ritirata o vista mia madre sarebbe morta di crepacuore sul colpo. Meglio era dirglielo col contagocce, piano piano, mettendola a parte dell’idea, anzi, di più, assuefarla ad essa.

Giovanni, invece, forse vedendomi sempre più distaccata e assorta in altri pensieri che non fossero la pizza del sabato sera o una ficcatina ogni tanto, aveva intuito che tutto stava inevitabilmente volgendo al termine. È vero, e certo sacrosanto, che le cose sarebbero andate così, che lontano dagli occhi lontano dal cuore, e lui era lontano, lontano da me, ma è vero anche che quella circostanza si sarebbe verificata col tempo. Poteva assuefarsi anche lui. L’assuefazione non crea stordimento e questo, anche se in fondo non lo amavo, pur illudendomi di riuscirci col passare degli anni e col crescere del nostro rapporto, non era giusto che glielo negassi. Come quando si fa annusare l’etere a qualcuno per stordirlo o si inietta un anestetico, anche solo locale, per privarlo del senso del dolore.

Giovanni più che assente pareva essere in uno stato di perenne allerta. Reagiva come poteva, esattamente come fosse stato vittima di un tradimento. Sapeva, cioè, che sarebbe stato l’ultimo a conoscere la verità. E il tradimento, Signor Tenente, è quello che ci fabbrichiamo coi nostri pensieri, non quello che concretamente si realizza.

In fondo, lei che mi legge converrà che nella vita non si sceglie mai con chi stare, ma sempre e soltanto da quale parte stare, poco importa se il letto è quello coniugale o un giaciglio di fortuna rimediato in qualche pensioncina di periferia dove nessuno ti conosce e dove tutti si fanno i fatti loro.

Quando gli dissi che avevo fatto la domanda e che era stata accettata, dovendo partire di lì a un paio di mesi, parve non avere nessuna reazione, limitandosi, come in effetti si limitò, a offrirmi di essere accompagnata da lui al treno che mi avrebbe condotta alla scuola di Firenze, per l’addestramento.

“Allora andiamo…”

ebbe a dirmi quando il treno in effetti stava per giungere sul binario della stazione ferroviaria.

Io rimasi a rimuginare, infastidita quelle due parole. Perché mai “andiamo“? Ero io che avevo deciso di andarmene, lui sarebbe restato a Ragusa tutta la vita, magari si sarebbe trovato un’altra persona con cui sposarsi, fare figli e mettere su famiglia. In ogni caso non sarebbe mai venuto con me. In fondo, me ne andavo a Firenze o in qualunque altro posto avessi dovuto essere assegnata, anche perché lui non c’era.

Certo, pianse. Ma fu un pianto composto, quasi sottaciuto, un singhiozzo appena. Lo baciai su una guancia e poi sull’altra, come si fa con gli amici o quando si vuole evidenziare che non esiste nessun coinvolgimento di altro tipo, e mi venne in mente quell’aria d’opera che tanto piaceva alla nonna Assuntina e che lei canticchiava spesso: “Una furtiva lacrima/negli occhi suoi spuntò…”

Una volta arrivata a destinazione gli scrissi due lettere a cui non ricevetti risposta. Poi più nulla.

Firenze, lo sapevo, non sarebbe riuscita a cambiarmi. Del resto non lo volevo neppure.

Me ne restavo guardinga, anche perché nell’ambiente che viene definito comunemente “accoglienza“, ossia il soggiorno presso strutture dell’Arma, si continuava a vociferare, in tono sommesso, di un fattaccio accaduto addirittura sette anni prima, e che aveva visto coinvolti due militari accusati di avere molestato sessualmente due turiste americane e che vivevano in un appartamento in affitto in zona Borgo Santo Spirito, nel quale gli inquirenti avevano ritrovato tracce di materiale biologico. Avrebbero molestato due fìmmine ma loro dichiaravano e rivendicavano la loro innocenza in quanto, secondo quanto sostenuto, dette fìmmine erano maggiorenni, adulte, vaccinate e soprattutto consenzienti. Ma avevano registrato un video col telefonino che documentava la scena. Pochi secondi, certo, ma sufficienti a far venire il dubbio della loro colpevolezza al Giudice. Cioè all’Autorità a cui noialtri carabinieri siamo tenuti a riferire con regolarità quasi giornaliera, sia che si tratti di un arresto in flagrante, sia perché una vecchietta è stata derubata del portafogli o del telefono cellulare.

Il Pubblico Ministero che aprì l’inchiesta, ironia della sorte, si chiamava Galeotti, ma anche la Procura Militare di Roma se ne occupò, formando e redigendo un fascicolo di indagine a parte.

I due colleghi furono difesi da un avvocato donna, e questo, secondo alcuni, costituiva una dimostrazione del fatto che, alla fine, doveva certamente trattarsi di roba da poco, accuse grossolane che non avrebbero trovato conferma nel dibattimento successivo. Si ripeteva con fastidiosa insistenza che sì, insomma, Signor Tenente, le due americane erano un po’ brille o comunque alterate e che, in breve, se l’erano andate a cercare perché, si sa, l’uomo è cacciatore e la fìmmina è boddana, cioè esattamente quello che mi disse mio padre quando mi raccontò di quel bambino ritrovato ammazzato, mentre lo guardavo annuire che era stata certamente la madre ad ucciderlo e a portarlo in quel canalone di Santa Croce Camerina.

Di come andò a finire l’accusa infamante per i due carabinieri non seppi né volli mai sapere.

Mi bastava, allora, quel sospetto che mi rodeva dentro come un tarlo nel legno, perché era vero che un indagato è innocente fino a sentenza definitiva, ma era anche vero che questo valeva nei processi, e che la vita quotidiana, quella vissuta, salvo errori ed omissioni non è un processo. Nessuna persona sana di mente affiderebbe i suoi figli minori a un insegnante che sia stato condannato per pedofilia solo nel primo grado, anche se deve essere riconosciuto innocente solo perché qualche cazzuso di avvocato di ufficio ha fatto ricorso in appello per allungare i tempi e il brodo giudiziario.

Lei lo sa meglio di me, Signor Tenente, che la verità dei fatti che accadono ogni giorno può essere ben diversa dai risultati di un processo. Qualcuno avrebbe potuto trovare un cavillo formale, smontare le tesi dell’accusa e farlo crollare con la semplice punta di un cacciavite giuridico, un punteruolo su cui fare leva per sollevare il mondo e pure l’universo creato, se necessario.

Per questo non mi fidavo di nessuno.

Soprattutto quando in Piazza della Signoria, in un pomeriggio in cui decisi di andare a prendere una boccata d’aria prima di ritirarmi, fui avvicinata da un tizio che esordì con una frase che ricordo ancora:

“O Lillina… o cosa fai, guardi i’ Ddàvide? Gliè di marmo, sai? Gliè finto! Se tu vòi te la faccio vedé’ io l’opera d’arte, ti fo’ venì’ la sindrome di Stendhal! O quant’anni hai?”

“E che te ne fotte? Lasciami in pace. Trenta, quaranta…”

“Sìe… babbo ride e mamma canta!”

Gli mostrai il tesserino di riconoscimento.

“Carabinieri, e se non te ne vai te la metto al fresco la tua opera d’arte, così vediamo se ti passano i bollori.”

Ma quello restò impassibile e sorrise. Sì, Signor Tenente, quell’infame sorrise.

“O icché ‘ttu mi vòi fa credere, che le carabiniere un trombano? Un ce l’avrete mica tagliata per traverso! Un ti preoccupà, vo’ via. Bonasera, Làllera, e ogni tanto fallo anche te i’ ‘ttrallàllero, vedrai come ti fa bòno!”

Raccontato che ebbi l’episodio ai miei superiori, si misero a ridere anche loro.

Ma io no. E contavo i giorni che mi separavano dal corso di addestramento quasi come se non ci fosse un domani. E se i colleghi accusati di molestie di tipo sessuale fossero stati dichiarati colpevoli?

Ma i miei dubbi durarono poco. O, meglio, ebbi modo di metterli da parte perché finalmente cominciai la formazione che mi avrebbe preparato per affrontare il servizio vero e proprio.

Tra quanti lo tenevano c’era anche il Direttore della Scuola Allievi Marescialli e Brigadieri, Pietro Oresta.

Aveva un modo molto piacevole e umano di trasmettere i contenuti del suo sapere e della sua esperienza ultradecennale e quando lo ascoltavo mi sembrava che tutto quello in cui credevo fosse condensato nelle poche parole che ci pronunciava, insegnandoci che non esisteva una suprema legge di disciplina a guidare il nostro agire, a cui dovessimo sottometterci allo scopo di piegare la nostra esistenza stessa all’obbedienza e alla esecuzione degli ordini di servizio, ma che dovevamo prima di tutto pensare a noi stessi, alle nostre famiglie, al nostro benessere fisico e psicologico, che la salute mentale era fondamentale perché, come sosteneva, valeva di più aiutare una persona in difficoltà ad attraversare la strada che sequestrare quintali e quintali di sostanza stupefacente.

Io mi sentii di colpo sollevata da quelle parole, riferite con calma sorridente e con cura paterna, la stessa che io non ebbi mai durante la giovinezza diventata gioventù che avevo trascorso a Ragusa, divisa com’ero tra Giovanni, la nonna Assuntina, il chiosco della ‘gnà Nunzia, i pianti sommessi di mia madre e anche Don Turi Casazza.

E temevo, Signor Tenente, di non essere capace di superare tutto questo, che i compiti che mi sarebbero stati assegnati dopo il termine di quella che consideravo una vera e propria scuola di vita sarebbero stati talmente ardui che la mia fragile condizione umana e perfino sicula mi avrebbe impedito di portarli a termine.

Quell’uomo che marcò la mia nascita professionale sembrò avermi letto i pensieri che conservavo fin nelle viscere:

“Sappiate che è impossibile che vi venga chiesto qualcosa che non si possa fare.”

E ci salutò con l’eleganza e l’essenzialità della divisa che indossava come fosse una seconda pelle, senza aver bisogno, tuttavia, di alcuna metamorfosi.

Ripeteva gli stessi concetti a tutti i suoi allievi. Con pazienza, rigore e regolarità, come se recitasse un rosario di salvezza, quella che non fu in grado di portare a una povera allieva di venticinque anni che si era tolta la vita e il cui ricordo sembrava accompagnare la sua inquietudine.

La Procura della Repubblica aprì una inchiesta, ma tutto fu archiviato, e di quella morte non si seppe più nulla. Così come nulla lasciava trasparire la cicatrice ancora sanguinante che quell’uomo nascondeva -sì, probabilmente soprattutto a se stesso- preservandola dallo sguardo morbosamente indagatore dei colleghi superiori e della gente-.

E tanto, Signor Tenente, dovevano essere radicate nel suo animo quelle cose che ci diceva, che le ripeté tali e quali alle allieve della sua scuola, durante la cerimonia conclusiva del corso della scuola che dirigeva, e qualcuno prese la palla al balzo per farlo fuori. Non ci capii molto, a dirle il vero, ma quello che rispondeva alla realtà dei fatti fu che poche ore dopo aver terminato il suo discorso di congedo quell’Istituzione non la dirigeva più e si parlò di demansionamento. Che era un modo impacciato e molto poco garbato per significare che l’avevano fatto fuori. Forse ingoiò quel boccone amaro in silenzio e in spirito di obbedienza. Altri sostenevano che era andato a Gioia del Colle, il suo paese di origine, a trascorrere un periodo di ferie -forzate, sicuramente- con la sua famiglia.

Tutto per aver detto che la vita vale più di ogni cosa.

Io sentii distintamente contorcermisi le viscere.


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