Non c’è pace per il Kosovo – di Giuseppe Zaccagni

Continua a pesare sull’intera Europa l’ombra della guerra nel Kosovo. Perché dalla capitale austriaca – dove serbi e albanesi si trovano a confronto con l’inviato delle Nazioni Unite, il finlandese Martti Ahtisaari – le notizie non sono buone. I negoziati, infatti, continuano a correre su binari diversi. Non si intravedono processi validi per un compromesso capace di pacificare la provincia. L’Onu insiste per un autogoverno della maggioranza albanese, pur se con forti garanzie per la minoranza serba; i kosovari-albanesi, invece, si battono per ottenere l’indipendenza e divenire i padroni della terra considerandosi come discendenti degli Illiri, autoctoni prima dell’arrivo di Slavi, Cristiani ed Islamici

I serbi, dal canto loro, continuano a considerare il Kosovo come parte irrinunciabile della Serbia e pongono l’accento sul fatto che a rovinare la situazione locale è stata la Nato quando, nel 1999, attaccò la Jugoslavia di Milosevic, riducendo il Kosovo ad un suo protettorato, dove è ancora presente una forza di interposizione di circa 16.000 uomini. E sempre i serbi – che sono i padroni di casa dal momento che il Kosovo è ancorato a Belgrado – fanno rilevare che le proposte delle Nazioni Unite potrebbero essere accettate solo se inserite nel quadro di una “autonomia sostanziale, ma sempre all’interno della Serbia”.  Continua la lettura di “Non c’è pace per il Kosovo – di Giuseppe Zaccagni”

81 Views

Un Quisling Presidente della Cecenia – di Giuseppe Zaccagni

Si chiama Ramzan Kadyrov e ha trenta anni. La giornalista Anna Politkovskaja – assassinata a Mosca nell’ottobre scorso – aveva fornito di lui questo “ritratto”: “E’ un giovane ceceno rozzo e ignorante, un ipocrita insuperabile”. A Grozny – dove suo padre era presidente della Cecenia filorussa – è capo dei famigerati squadroni della morte (i Pps e cioè: Servizi di Sicurezza Presidenziali) meglio noti come “kadyrovtsy”. Si diverte a seminare il terrore forte dell’appoggio delle truppe del Cremino, certo di essere considerato come un pupillo di Putin. Nel corso delle sue scorribande a Mosca si diverte nei night dei nuovi russi circondato da uno stuolo di odalische. Ma in patria si mostra come il campione della morale islamica, imponendo alle donne l’obbligo d’indossare il velo in pubblico e il divieto di vendere alcolici e giocare d’azzardo. Orgoglioso del ruolo di primo piano – dovuto sempre alla posizione lasciatagli dal padre-presidente – si è anche lanciato nel business del calcio divenendo il proprietario dell’undici di Grozny, il Terek. Ha organizzato anche una grande palestra per pugili che serve come base di allenamento per i suoi pretoriani ed è a disposizione del suo amico, Mike Tyson. Sempre in Cecenia organizza combattimenti tra animali: cani pitbull, cuccioli di leone e di tigre, lupi e orsi bruni. Altro suo passatempo le automobili: la sua preferita è l’Hummer. Ne possiede diverse – H1, H2 e H2 Sut – tutte dello stesso colore: nero. Continua la lettura di “Un Quisling Presidente della Cecenia – di Giuseppe Zaccagni”

52 Views

Giuseppe Zaccagni – Pyongyang lascia il nucleare per il greggio

E’ un compromesso storico quello raggiunto a Pechino dopo giorni di trattative. Perché il governo nordcoreano di Pyongyang ha deciso di sospendere il suo programma nucleare in cambio di un milione di tonnellate di greggio l’anno a partire dal momento del blocco del suo reattore di Yongbyon (attualmente utilizzabile anche per scopi militari dal momento che è in grado di produrre uranio indispensabile per la costruzione di armi atomiche) e di ottenere, poi, due milioni di kilowatt di elettricità al suo definitivo smantellamento. Crisi salvata, quindi. Almeno per il momento, conoscendo le passate impennate del leader coreano Kim Jiong-Il. Comunque i negoziatori – Corea del Sud, Russia, Cina, Stati Uniti – lasciano soddisfatti la capitale cinese che è stata l’arena di un tour de force diplomatico che tendeva, sin dai primi passi, a convincere i nordisti a sospendere il loro programma atomico di carattere militare.

La crisi è rientrata pur se i rappresentanti giapponesi si sono astenuti dall’accettare le proposte di compensazione sottolineando, con la loro mossa, che resta ancora aperta una questione strategica, di sostanza.
Ma a parte le polemiche e gli strascichi diplomatici tutto è avvenuto perché i negoziatori di Pyongyang hanno gettato sul piatto della trattativa il peso della loro (presunta) forza militare ricattando, allo stesso tempo, gli amici alleati di Mosca e di Pechino. Hanno fatto capire di essere pronti a fare marcia indietro, ma di voler ottenere una serie di “privilegi”. E così la discussione si è concentrata sul “quanto” e sul “come”.

Il Nord ha garantito il blocco definitivo della centrale di Yongbyon (un reattore sperimentale da 5 megawatt la cui costruzione era stata sospesa in base all’accordo cornice del 1994) entro due mesi chiedendo però, in contropartita, aiuti in campo economico capaci di impedire un peggioramento dei rapporti. E nel protocollo di intesa c’è anche un impegno alla chiusura di altri impianti nucleari nordocoreani. E precisamente quelli di Taechon (un reattore da 200 megawatt), di Pyongyang (un laboratorio che può produrre piccole quantità di plutonio) e di Kumho (due reattori da 1.000 megawatt ad acqua leggera). Impianti questi che saranno sottoposti al controllo degli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) chiamati a verificare la sospensione della produzione di plutonio. E sempre nel quadro degli accordi Pyongyang ha reso noto che fornirà una lista completa dei siti nucleari nel Paese, con l’inventario dettagliato del quantitativo di plutonio prodotto. Disattiverà, quindi, tutti gli impianti, compreso un suo reattore nucleare a grafite di potenza moderata. Si effettuerà una piena conversione ad uso civile.

Quanto alle altre decisioni di ordine politico e diplomatico sembra ormai chiaro che Washington avvierà l’iter per rimuovere Pyongyang dalla lista dei paesi “canaglia”, sponsor del terrorismo. E in questo quadro si potrebbe anche arrivare ad eliminare le sanzioni economiche unilaterali e nel frattempo, programmare una serie di trattative per allacciare relazioni diplomatiche dirette. Il dossier d’intenti è notevole. E se tutto andrà avanti come previsto si arriverà a chiudere una pagina della guerra fredda “asiatica”. C’è, infatti, l’impegno anche per un nuovo incontro ravvicinato, a Tokio – previsto per il 19 marzo – quando si riuniranno cinque gruppi di lavoro che affronteranno i temi più scottanti ancora aperti: dalla denuclearizzazione della penisola alla normalizzazione delle relazioni di Pyongyang con Washington e con Tokyo.

Intanto sul piano delle relazioni politiche e diplomatiche si può dire che dal vertice di Pechino gli americani escono a testa alta. Il loro rappresentante – Christopher Hill – ha voluto sottolineare che si è trattato di "un primo passo" verso il disarmo e che "molto lavoro" rimane da fare. Incontrando i giornalisti dopo la firma dell’accordo, Christopher Hill – il negoziatore americano – ha poi affermato che gli Usa si sono impegnati a "risolvere entro 30 giorni il problema delle sanzioni che riguardano il Banco Delta Asia di Macao” accusato di aver messo in circolazione valuta contraffatta versata su conti nordcoreani. Il falco neoconservatore John Bolton, in passato uno degli uomini di punta dell’Ammistrazione di George W.Bush, ha invece aspramente criticato l’accordo, che ha definito "pessimo". Le vere vincitrici della lunga partita, fino a questo momento, sono così la Cina e la Corea del Sud, che hanno ostinatamente voluto proseguire sulla strada dei negoziati anche quando, dopo il test nucleare del 9 ottobre scorso, tutto sembrava perduto. Il risultato è buono anche per Pyongyang, che ha ottenuto precisi impegni di aiuti da parte dei suoi interlocutori. Mentre la Russia ha mantenuto una posizione defilata ed in sostanza filo-Pyongyang, il Giappone di Shinzo Abe appare l’unico ad essere stato costretto ad una marcia indietro dalla posizione intransigente con la quale si era presentato al tavolo di Pechino.

Dal canto suo Bush è intervenuto esprimendo la propria “soddisfazione” per l’accordo raggiunto con la Corea del Nord che – ha detto – “mette un freno al suo controverso programma nucleare”. "E sono anche soddisfatto – ha aggiunto – perché i colloqui rappresentano la migliore opportunità per fare ricorso allo strumento della diplomazia per affrontare le questioni delle sanzioni e il programma nucleare della Corea del Nord e per far sì che la penisola coreana sia libera da armi nucleari".
Le sanzioni americane – come è noto – sono consistite anche nel congelare 24 milioni di dollari su conti intestati ad istituzioni e cittadini nordcoreani accusati di trafficare in droga, armi e dollari falsi. Le misure, imposte dagli Usa, hanno avuto l’effetto "collaterale" di isolare la Corea del Nord dal sistema finanziario internazionale, circostanza che ha avuto un diretto influsso negativo sulle finanze private di molti membri dell’elite politica nordcoreana. L’accordo firmato ora dai delegati non è molto diverso da quello che era stato raggiunto tra la Corea del Nord e gli Usa sotto la presidenza di Bill Clinton nel 1994. Quell’accordo era entrato in crisi per i ritardi nell’applicazione dalle due parti e per il voltafaccia di Pyongyang, che nel 2002 aveva ripreso a sviluppare il proprio programma nucleare.

Nei colloqui di Pechino, intanto, non si è fatta menzione della seconda possibile fonte di materiale fissile per la produzione di armi atomiche oltre al reattore di Yongbyon. Si tratta del materiale che lo scienziato pachistano Abdul Qadeer Khan (conosciuto per essere il "padre" della prima bomba atomica del Pakistan) ha affermato di aver venduto ai nordcoreani, che non l’hanno mai ammesso. Infine, ma non certo meno importante, rimane la confusione su quante siano le armi nucleari in possesso di Pyongyang che, secondo i servizi segreti occidentali potrebbero essere in un numero compreso tra le tre e le dodici. Un problema serio quando, e se, arriverà il momento di distruggerle. Un fatto è certo: Kim Jong-Il – vero “Dottor Stranamore” dell’Asia – continua a giocare d’azzardo.

da: www.altrenotizie.org

89 Views

Giuseppe Zaccagni – La Turkmenia al voto demolisce l'”amato Leader”

Sono stati funerali degni di un faraone per il padre della patria turkmena Sapurmurat Nijazov… Salve di cannone e lutto nazionale ad oltranza per quei 5 milioni di abitanti (oltre l’87% è musulmano, mentre i cristiani sono poco più del 2%)… Pianti di popolo per un leader incontrastato che ha dominato per ventuno anni la repubblica ex sovietica del Turkmenistan. E anche ora pellegrinaggi continui sulla sua tomba-mausoleo, mentre avanza sempre più una lotta sotterranea per la successione in vista delle presidenziali fissate per l’11 febbraio. I candidati sono diversi. Ma nell’attesa del voto è già cominciata la demolizione del personaggio che sino a ieri era considerato padre-padrone della patria e di tutti i turkemi: Turkmenbash, appunto, che voleva dire padre di tutti i turkmeni.

Si allineano negli scaffali del palazzo – mentre si parla di una nuova epoca di transizione – centinaia e centinaia di leggi, decisioni ed editti da lui diramati. Una “collezione” di documenti incredibili, frutto di un’impressionante propensione alla megalomania. Il satrapo, comunque, la pensava così e i suoi colleghi delle repubbliche ex sovietiche (Putin in testa) non lo avevano mai contrastato per non turbare gli equilibri geopolitici e geoeconomici. Sapurmurat serviva a tutti. Ma ora si lavano i panni all’aperto.

Vengono fuori i conti e si scopre che ne aveva uno, all’estero, con 3 miliardi di dollari. Si scopre la sua passione per gli anelli e per i brillanti che collezionava e mostrava orgoglioso solo al suo entourage (ora un quotidiano di Mosca ne pubblica le foto a colori). Si scopre che aveva, con il figlio, (Murad, un boss del settore commerciale a Cipro) alcuni appartamenti a Mosca, uno dei quali è in affitto a 3000 dollari mensili. Si scopre che sua moglie, ebrea della Russia, viveva a Londra e che la loro figlia, Irina, impegnata nelle transazioni bancarie internazionali, si divide tra Parigi e Londra… E in questo reality-show si scopre, infine, anche la sua orwelliana “Fattoria degli animali” dove i comandamenti, però, non sono sette, ma il doppio…

Ed ecco cosa si viene a sapere:
1) Turkembash aveva emesso un “ukase” che proibiva di sistemare sulle facciate delle abitazioni della capitale Askhabad la numerazione civica.
2) Aveva imposto (sì, imposto…) ai ministri del suo gabinetto di partecipare ad una corsa campestre di 36 chilometri.
3) Per dimostrare il suo amore verso la defunta madre – Gurbansoltan-Edge – aveva deciso di far chiamare il pane con un nome diverso… E cioè quello di sua madre. E così “pane” nel turkmeno-presidenziale si chiama ancora “Gurbansoltan-Edge”.
4) Sempre per immortalare il nome di sua madre aveva deciso di intitolarle tutti i palazzi ufficiali dove si celebravano i matrimoni.
5) Aveva scatenato una guerra contro le malattie infettive – colera e Aids – ma solo proibendo di parlarne…
6) Aveva scritto due volumi di poesie e di novelle definendosi, nella prefazione, come “il nuovo spirito dei turkmeni” e come “salvatore della patria”.
7) Aveva firmato una legge su quelle acque provenienti dalle montagne che potevano essere utilizzare solo come acque da tavola. Ogni altro uso era punito severamente.
8) Aveva proibito gli spettacoli di danza classica, l’opera, il circo e le danze folkloristiche nazionali affermando di non capire tali forme di “espressione”. “Io non capisco il balletto – aveva detto – e non so che farmene. E quindi non si può imporre al popolo l’amore per una cosa che non fa parte del suo sangue”.
9) Aveva dichiarato “nulli” tutti i diplomi conseguiti in istituti stranieri nel corso degli ultimi dieci anni.
10) Aveva ordinato di realizzare un paio di scarpe “più grandi del mondo” come simbolo dei passi compiuti dalla nazione…
11) Aveva proibito l’ascolto delle musica nelle automobili.
12) Aveva proibito ai giovani di farsi allungare i capelli e di presentarsi con la barba e i baffi.
13) Aveva istituito il ministero della Legittimità che si occupava delle questioni notarili, della difesa, della registrazione dei matrimoni e dei servizi di polizia criminale…
14) Aveva proibito ai dentisti di usare, per le protesi, denti dorati come era invece nella tradizione dell’Asia centrale sovietica. “Io sono orgoglioso – aveva detto il leader – di avere tutti i denti bianchi. I denti dorati erano un simbolo della vecchia epoca…”. Sono questi, in sintesi, i maggiori editti della “Fattoria padronale” turkmena.

Ed ora l’appuntamento elettorale per eleggere il nuovo Presidente mentre si sa già che alla consultazione non saranno presenti osservatori internazionali. Le frontiere sono state chiuse. E di conseguenza anche i turkmeni della diaspora – considerati come “dissidenti” – non potranno entrare nel paese. Bloccato anche Farid Tukhbatullin, leader in esilio e capo del gruppo “Iniziativa turkmena per i diritti umani”. Così come sono ancora in clandestinità quei mufti da tempo rimossi. Mentre il loro capo, il mufti Nasrullah ibn Ibadullah – fiero oppositore del culto della personalità di Nijazov – è in carcere e ne avrà ancora per 22 anni perché ritenuto colpevole di aver attentato alla vita del Presidente. Quanto ai residenti il governo della attuale transizione ha già provveduto a sospendere ogni tipo di informazione che potrebbe arrivare dall’estero. Come dire che l’anima del grande padre-padrone si aggira ancora.

Lotta aperta, comunque, per la successione. In campo sono scesi due personaggi: Gurbangulì Berdymuchammedov – che è stato il vice di Nijazov e che è considerato una sorta di cardinale segreto dell’intero sistema – e Achmurad Redzenov, capo dei servizi di sicurezza della presidenza turkmena. Per ora i due non parlano del passato, non citano l’ “amato leader”, ma non annunciano nemmeno cambiamenti.

da: www.altrenotizie.org

73 Views

Giuseppe Zaccagni – Estonia sempre più nera: Europa distratta?

Le istituzioni ufficiali dell’Europa democratica e antifascista per ora mantengono il silenzio. E così l’Estonia si spinge sempre più a destra, verso lidi che ricordano gli anni del fascismo e del nazismo. Con il vertice del paese che rispolvera le peggiori tradizioni reazionarie e mette in atto una politica di totale revisione della storia. A Tallin, infatti, il parlamento vara una legge che permette alle amministrazioni locali di smantellare quei monumenti eretti in memoria dei militari sovietici che morirono sul territorio estone durante la Seconda guerra mondiale. E quella battaglia per la libertà del Baltico e per cacciare da quelle terre le SS naziste viene non solo contestata, ma si parla addirittura di aggressione sovietica e di una conseguente “occupazione”. La nuova legge, comunque, viene presentata come espressione di una nuova forma di civiltà democratica. Si sostiene che una certa “arte monumentale” (e questo eufemismo sta per “tombe” nei cimiteri di guerra) può contribuire ad alimentare l’ “odio razziale”. E di conseguenza si considerano i soldati sovietici sepolti in Estonia come i rappresentanti di un’altra razza… Non solo, ma nella legge si sostiene che i fatti dell’ultima guerra vanno considerati come una “occupazione dello stato estone”.

E così via libera per "smantellare i monumenti e qualsiasi altro simbolo in grado di minacciare l’ordine sociale nonchè il prestigio internazionale dell’Estonia". Ma sull’intera vicenda si scatenano le proteste che però coinvolgono solo quella pur agguerrita minoranza che ricorda il valore della guerra antifascista. Il fronte che si oppone – quello della destra – conta sui deputati della “Unione Patriottica”, sul “Partito dei riformatori” ed infine sui socialdemocratici che si sono vergognosamente uniti agli ambienti più reazionari del paese.
Ma nonostante tutta questa situazione di crisi Tallin va avanti nelle sue scelte.

Torna ad ispirarsi a quel 1921 quando i suoi governi si orientarono sempre più verso destra e poi, dopo aver stroncato un colpo di stato comunista nel 1924-25, mirarono a riformare la costituzione in senso autoritario. Sino a giungere a quel 1935 quando venne imposto lo stato d’assedio. Allora vennero soppressi anche i partiti e si costituì una camera corporativa. Ci fu poi, nel 1941 l’occupazione tedesca che si protrasse sino al settembre 1944. L’Estonia fu quindi liberata dall’Armata Rossa. Si impose però un governo sovietico che non riuscì a creare una situazione di reale normalizzazione.

Nell’immediato dopoguerra si registrò poi un massiccio esodo di estoni di origine svedese e tedesca e di dissidenti che non accettavano la nuova situazione politica. Nel Paese restarono, comunque, ampi schieramenti antisovietici, antirussi ed anticomunisti che continuarono ad operare in condizioni di clandestinità. La perestrojka gorbacioviana ha poi contribuito – nonostante tutte le buone intenzioni democratiche – a portare alla luce le tendenze antisovietiche sino a giungere alla proclamazione dell’indipendenza politica: quel totale distacco dall’Urss mentre a Mosca si registrava la farsa del colpo di stato contro Gorbaciov. Era appunto il 20 agosto del 1991.

Ma per l’Estonia la transizione non è finita. L’obiettivo attuale consiste nel cancellare ogni traccia di “regime sovietico”. Ecco perchè anche le tombe dei soldati che vinsero il nazismo danno fastidio. E a Tallin, negli ambienti democratici, la domanda che avanza sempre più è questa: “Cosa pensa l’Europa?”.

da: www.altrenotizie.org

66 Views

Giuseppe Zaccagni – Il nucleare di Pyongyang sotto processo a Pechino

La piccola e disastrata Repubblica Popolare di Corea (Nord) – dominata da Kim Jong Il – continua a far paura per il suo (controverso) programma nucleare. Ed ora – precisamente l’8 febbraio, a Pechino – andrà a sistemarsi nella gabbia degli imputati. Avrà di fronte i giudici di cinque paesi: i nemici tradizionali che sono gli Usa, la Corea del Sud, la Gran Bretagna e gli amici critici come la Russia e la Cina. E sarà, appunto, in questo singolare tribunale internazionale che la Corea del Nord dovrà rispondere sul contenuto reale di quei segnali bellicosi rivolti al mondo nei mesi scorsi: un eventuale lancio di missili – i “Taepodong 2 – con testate nucleari capaci di raggiungere l’Alaska.

Al tavolo di Pechino i coreani (dopo i positivi contatti preliminari a Berlino con gli Usa) potranno contare su russi e cinesi come difensori d’ufficio. Per Mosca, comunque, le eventuali sanzioni contro la Repubblica Popolare potrebbero essere messe in atto, ma non si dovrebbe mai arrivare all’uso categorico della forza. Il motivo? Sta nel fatto che la Corea confina anche con la Russia e, di conseguenza, – come ha detto recentemente il ministro della Difesa del Cremlino, Sergej Ivanov – “Immaginatevi che cosa succederebbe se ci fossero azioni militari sul territorio nordcoreano!". Posizione di cauta attesa è poi quella della Cina. Perché Pechino si dice sempre pronta ad agire nei confronti di Pyongyang "con fermezza, ma in modo costruttivo e con prudenza", mantenendo rapporti amichevoli e solidi, nonostante il governo nor¬dcoreano mostri sempre una decisa ostilità nei confronti della politica di aperture promossa dai cinesi. E’ chiaro, comunque, che la Cina non vuole la disintegrazione del sistema politico nordcoreano, per non mettere in pericolo la pace nella penisola e nell’intero continente.

Duri e all’attacco su tutti i fronti saranno poi i rappresentanti degli Usa, i quali potrebbero ribadire la linea delle sanzioni e dei controlli internazionali. E precisamente il blocco dei prodotti militari e di tutti gli articoli di lusso; il potere di ispezionare i carichi di merci che entrano o escono dal paese; un congelamento bancario di qualsiasi somma legata ai programmi bellici di Pyongyang; la messa al bando di aerei e navi nordcoreani da tutti gli aeroporti e i porti del mondo e restrizioni sui movimenti di esponenti ufficiali nordcoreani.

Sempre a Pechino gli uomini di Kim Jong Il – nel quadro di una loro politica di difesa e di contemporaneo attacco – riapriranno anche una questione che sembrava accantonata. E precisamente quella loro richiesta – avanzata agli Stati Uniti – di revocare le sanzioni imposte per presunto riciclag¬gio di denaro sporco e contraffazione che portarono, a suo tempo, al congelamento di 24 milioni di dollari su un conto di una banca di Macao intestato a Pyongyang. Ma a parte ogni controversia che figurerà sul tavolo di Pechino, è chiaro che i coreani hanno interesse a far slittare il più a lungo possibile qualunque decisione relativa alle loro iniziative atomiche, in modo da far accettare alla comunità internazionale il suo eventuale status di potenza nucleare come sono il Pakistan e l’India. Intanto gli esperti militari di vari paesi occidentali insistono nel sostenere che la Corea del Nord disporrebbe di una mezza dozzina di bombe atomiche.

Questo il contenzioso verrà esaminato nel corso dei colloqui di Pechino. Con molta probabilità la Corea del Nord dovrebbe riuscire a superare la condizione di isolamento nella quale si trova. L’arma che verrà utilizzata dai rappresentanti di Pyongyang potrebbe essere quella delle relazioni economiche e commerciali, soprattutto nei confronti della Russia che, da tempo, ha bisogno di manodopera per le sue regioni siberiane. E si sa che più volte Kim Jong Il ha fatto balenare la possibilità di aprire le frontiere per far arrivare contadini ed operai in quelle zone della Russia che più hanno bisogno di manovalanza straniera. Si tratterebbe, in sintesi, di uno scambio singolare: uomini contro favori politici e diplomatici. E Mosca, è noto, è sensibile ai problemi relativi al suo sviluppo economico nell’Estremo oriente.

da: www.altrenotizie.org

71 Views