Il 48% degli utenti del blog usa Linux

…sono risultati che, nel giorno del plebiscito del centro-destra in Umbria, dànno un po’ di soddisfazione. Il 48% dei lettori del blog usa Linux. Immagino che in questo risultato da parlamento bulgaro siano inclusi anche coloro che accedono al blog da uno smartphone, visto che i sistemi operativi montati su questi dispositivi sono Linux-derivati (non sono ESATTAMENTE Linux, ma si tratta comunque di una soluzione vivibile) ed è probabile che il contatore di accessi abbia calcolato questa percentuale “riconoscendo” gli smartphone come dispositivi Linux, ma si tratta comunque del 48%, esattamente il doppio di quello che hanno conseguito i macchisti che si fermano a un poco consolatorio 24%. Deludente invece la prestazione del browser Mozilla Firefox che sembra essere il meno usato dagli utenti (e me ne dispiace moltissimo).

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Mezza giornata con Windows 10 (io?? Linux Mint!)

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Il mio idillio con Windows 10 è durato appena mezza giornata. Ho acceso per la prima volta il nuovo computer portatile (che, per la cronaca, si chiama Maione, mentre quello precedente si chiamava Catarella, gli amanti del giallo all’italiana sanno di che cosa parlo) e l’accesso al sistema operativo è stato relativamente accettabile nei tempi, certo, mi sarei aspettato qualcosa di più veloce. Poi ho installato una vagonata di software open source (ma anche no, io non so rinunciare a WinRar quando sono su Windows) tratto da “The Open DVD” (sentendomi molto tronfio e sussiegoso, nonché virtuoso dell’informatica) che vi ho offerto per il libero download e lo scaricamento selvaggio (tanto è vero che non lo scaricate e non ve ne frega assolutamente nulla) e ho spento la macchina. Alla riaccensione il computer ha cominciato a macinare dati. Macina tu che macino io, ma la schermata iniziale di Windows non appariva. E’ apparso con estrema difficoltà dopo 15 minuti dall’accensione. Francamente mi è sembrato troppo. Allora ho deciso di BRASARE (sì, brasare!) tutto, di chiedere il divorzio dalla Microsoft, di rinunciare a Windows 10 e alla licenza (che ho regolarmente comperato perché era preinstallato sul PC al momento dell’acquisto) e di installare Linux Mint, versione 19, garantita fino al 2023. Anche lei non è che sia leggerina (col cavolo che Linux gira anche sulle macchine più vecchie, per installare questa roba si ha bisogno di un certo numero di risorse, se no sono cavoli vostri, e i computer vecchi li buttate direttamente) ma si carica in tempi relativamente brevi, e, soprattutto, una volta caricata è disponibile in tutto il suo splendore e nella sua eleganza. Eccovi dunque lo screenshot della mia scrivania bella pulita, essenziale, pratica, diretta e elegante, come piace a me. Purtroppo Windows 10 ha molti ma molti problemi. E Linux non è più l’olio della Maddalena, con tutte le distribuzioni sempre più pesanti che escono una dopo l’altra. Ma almeno ti regala un respiro di sollievo (gratis, libero, legale e perfettamente funzionante).

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Il mio nuovo PC

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Eccolo lì, l’ho ordinato questa mattina da Amazon e arriverà martedì prossimo.

E’ il nuovo PC (portatile) con cui saranno gestiti classicistranieri.com e questo blog. Non posso più andare avanti con una vecchissima macchina sotto Windows XP (e una versione vetusterrima di Ubuntu Linux) che è piena di virus e malware, sicché ho deciso di investire qualche spicciolo in questo gioiello della tecnica con la speranza che mi dia qualche soddisfazione. Una parte di quello che pago andrà alla Microsoft perché ho accettato di avere Windows 10 PRO preinstallato. E’ la terza volta che compro una licenza di Bill Gates. Dopo Windows ME e XP, un altro troiaio mi ci voleva proprio. Ora si tratta di vedere che fare del vecchio Catarella (il nome del mio portatile precedente) che ha installato X-Ubuntu, ma non c’è verso di farlo girare (col cavolo che X-Ubuntu resuscita i morti!). Vedremo.

Ah, il nuovo computer si chiamerà Maione. Indovinate perché.

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Risposta ad Alessandra Moretti (PD) che ha scritto al Corriere

Siamo alle solite.

L’argomento è “violenza, insulti, machismo e web”.

La protagonista e portavoce della nuova proposta riverberata tramite il Corriere on line è la deputata Alessandra Moretti. Del Partito Democratico. No, è bene precisarlo, beninteso.

Le proposte della Moretti fanno semplicemente indignare e mostrano -nel caso avessimo ancora qualche dubbio residuo in proposito- quanto divario esista tra il Parlamento e la Rete. Ben più arcaico, rozzo, incapace e nolente di approcciarsi al mezzo telematico il primo, ça va sans dire.

Per rendersi conto della gravità della proposta della Moretti, è necessario andare a commentare parte della sua lettera, che, per intero, è stata pubblicata su questa pagina.

(…) il parlamento più femminile che mai e il web più maschilista di sempre.

Un parlamento “femminile” non è un parlamento “femminista” (che sarebbe da contrapporre al “maschilista” di cui sopra). Non dimentichiamoci che è stata una donna, la Presidente Laura Boldrini, a tagliolare per la prima volta nella storia repubblicana l’opposizione che stava facendo ostruzionismo. Il web è “maschilista” perché la sua sta diventando la modalità dell’insulto e l’insulto è, nell’immaginario collettivo, “maschile” per eccellenza. Non so quanto “maschilista” perché a fronte di un numero sempre più elevato di invidui di sesso maschile che insultano nel web, troviamo anche qualche perfetto esempio femminile che vaffanculeggia il prossimo in Parlamento: vi ricordate il “Vaffanculo” dell’onorevole Picierno, guarda caso del Partito Democratico (eh, lo so, a volte si dice la coincidenza) profferito a fine settembre? No, eh?? Io invece sì. Premessa che non tiene quella della Moretti. Ma andiamo avanti.

Claudio Magris ha aperto sulle pagine del Corriere la riflessione sulla diffidenza, sulla distanza da prendere da Facebook e Twitter. Io dico un’altra cosa: riprendiamoci la libertà di dire la nostra sul web.

Con tutto il rispetto per Claudio Magris ritengo che la diffidenza sia il peggiore degli atteggiamenti. Se io diffido di qualcuno o di qualcosa è perché penso che mi possa fare del male. O perché lo temo. Facebook e Twitter non fanno male. Sono lì per chi desidera iscriversi. Chi non lo vuol fare può starsene benissimo a navigare il restante 99,99% della rete. Blog, testate giornalistiche, newsgroup, mailing-list e sotto a chi tocca. Si può commentare (e insultare) anche da lì, tant’è che molta gente lo sta facendo da anni.
Ma cosa vuol dire “riprendiamoci la libertà di dire la nostra sul web.”? Qualcuno l’aveva forse limitata? C’è qualcun altro che toglie i polpastrelli delle dita dalla tastiera di chi vuole esprimersi in rete? Hanno approvato una legge che vieta alla gente di scaricarsi una meraviglia assoluta come WordPress e farcisi un blog come vogliono loro? Non mi pare proprio.
Qual è, dunque, l’agente limitante della nostra libertà di parola e di comunicazione sancite e sacrosantate dalla Costituzione? L’insulto? Non si può parlare perché la gente in rete ci insulta? Ma questo accade sempre. Può accadere in un contesto non “virtuale” (Dio stramaledica chi ha coniato l’aggettivo “virtuale”) senza dimenticare che chi scrive in rete è il barista che ci serve il caffè, il meccanico che ci ripara l’auto, perfino il professore della scuola dei nostri figli, un poliziotto, un carabiniere o un giudice o un pubblico ministero (avranno delle opinioni anche loro da esprimere fuori dal loro ambito di servizio, no??)

Più avanti:

Mi sono presa l’onere di ripetere in tv l’insulto che mi era stato rivolto in commissione alla Camera e ciò sia per un dovere di cronaca, ma anche per dire che non abbiamo più paura degli stereotipi, nemmeno quelli che ci vogliono «signore» che non usano certi linguaggi.

Ma bene, siccome esistono dei luoghi comuni e degli stereotipi che vedono la donna (soprattutto la donna parlamentare) come una campionessa del bon-ton e per nulla incline al dirty-talking, occorre ribaltare questa credenza e far vedere che, no, le parolacce, gli insulti, la diffamazione sono anche coniugabili al femminile (cosa di cui, comunque, non nutrivo alcun dubbio anche da prima, ma meno male che è venuta la Moretti a togliermi questi dubbi perché confesso che non ci stavo dormendo la notte).
Dunque, premesso che adesso basta con il luogo comune che vuole le donne bene educate, ripetiamole in TV quelle frasi di cui siamo state vittime, così, magari, se qualche minore ascolta, le sente anche lui. Per “diritto di cronaca”.

“Esiste la necessità, l’urgenza di reagire. Tanto per cominciare smettendo di fare le vittime! Mostriamo le facce e i volti di chi pensa di intimidirci con offese sessiste.”

La prima che fa la “vittima” è proprio la Moretti quando non si accontenta degli strumenti che la legge mette a disposizione del cittadino (e, dunque, anche del parlamentare) e pretende di pubblicare i volti delle persone che offendono. A parte il fatto che su Facebook e su Twitter spesso la faccia di una persona viene associata al commento o all’intervento (a parte quando la gente ci mette la foto del figlio neonato, quella sì, vera criminalità informatica), ma se qualcuno insulta dai commenti su un quotidiano on line cosa si fa? Beata la Moretti che ha potuto querelare un egregio signor Nome e Cognome. Tutto quello che può fare un cittadino in altri casi è andare dal magistrato con una querela contro ignoti o contro tale “Peperita Patty” o “Cacciavite 64”.
E, comunque, se il web non può, giustamente, diventare il regno dell’insulto impunito, non può diventare nemmeno una pubblica gogna.
Personalmente ho sporto ben 12 querele per diffamazione. Una sola è arrivata a processo. Anzi, neanche lì. Le altre ronfano nei cassetti del Pubblico Ministero in attesa che squilli la tromba della prescrizione. Due sono state archiviate.
Non auguro alla Moretti che la sua querela segua questo oblio tanto diffuso e, comunque, io non mi sognerei mai di mettere sul mio blog il volto di chi mi ha diffamato senza un regolare processo e una sentenza di condanna passata in giudicato. Se no questa è caccia alle streghe. Siccome IO ritengo di essere stato infamato da Tizio, Tizio diventa a sua volta un infame da sbattere sui giornali o sui siti web? No, non ci sto e non ci starò mai.
E poi quale pena rischia normalmente un diffamatore? Una multa, a meno che non si chiami Sallusti. Il tentativo di riforma del reato di diffamazione va proprio verso l’esclusione del carcere, cosa gliene frega alla gente di vedere la faccia di chi ha diffamato? Casomai bastano il nome e il cognome, visto che la sentenza dovrebbe essere pubblica. Appunto, la sentenza, non la foto segnaletica.

“Denunciamo pubblicamente quelle persone che passano il tempo a inquinare uno spazio che dovrebbe essere di tutti, ma che purtroppo al momento è solo di chi ha la voce più grossa (e di timbro maschile). Denunciamo alla polizia postale e replichiamo agli insulti. Non restiamo immobili, non arretriamo perché l’offesa brucia tanto quanto uno schiaffo e a questo tipo di linguaggio dobbiamo rispondere per le rime, proprio oggi quando possiamo cambiare la cultura del Paese costruendo una vera leadership femminile non ricalcata su quella del maschio.

Sì, denunciamoli. Ma prima di tutto alla Procura della Repubblica. La giustizia-fai-da-te non è che non sia migliore di quella ufficiale, è che non funziona nello stesso modo, tutto lì. Lo so benissimo che arrivare a sette anni per avere una sentenza di primo grado e vedersela poi sfumare sei mesi dopo è frustrante. Ma ci può essere chi riconosce il danno civile e vuole arrivare a un risarcimento. La gente non è tutta così carogna, e allora si può anche evitare (a volte e in certi casi) tutto questo tintinnar di Facebook al primo accenno di chiusura delle indagini o di citazione diretta a giudizio (per una diffamazione non ti dànno nemmeno il beneficio di una udienza-filtro, normalmente tocca farla al giudice monocratico che se ne scoccia pure).
E sia chiaro che lo “spazio di tutti” non esiste. E’ un mito, una concezione che fa più comodo a noi che alla verità. Facebook e Twitter sono spazi di proprietari individuati con Nome e Cognome. I signori Nome e Cognome, appunto, ne sono proprietari. Loro sono i server, loro sono i software, loro sono le infrastrutture, loro è il regno, loro la potenza e la gloria nei secoli. Se decidono di spegnere l’interruttore, addio “Mi piace” retweet e via cincischiando.ù
Quando diciamo “Il MIO profilo Facebook” diciamo una cosa che non è neanche inesatta, ma che non esiste proprio. Non siamo proprietari di un bel nulla. Questo blog esiste solo perché Aruba mi dà la possibilità di tenerlo in linea pagando una cifra più che ragionevole, ma se volessero dire domani “Signori, abbiamo scherzato, adesso vi rimborsiamo tutti e tra un mese non diamo più questo servizio” o mi trovo un altro hosting o col cavolo che continuo a parlare de “il mio blog“!
E non si replica agli insulti con altri insulti. “Occhio per occhio rende tutto il mondo cieco”, diceva il Mahatma!

È dunque maturo il tempo per dotarsi di strumenti che ridistribuiscano il diritto a esistere e a fare opinione sul web: sono la promotrice di una proposta di legge sull’hate speech (incitazione all’odio) in rete, firmata dal capogruppo del Pd e da un sostanzioso numero di giovani deputati under 35.

Il diritto a esistere e a fare opinione c’è già. Gli strumenti idem. Sono, forse, i parlamentari che non se ne sono accorti. Da quando Beppe Grillo ha un blog tutti corrono alla ricerca del consenso info-telematico. Va benissimo che si pongano sullo stesso livello dal punto di vista dei mezzi. Voglio dire, esiste beppegrillo.it, esiste valeriodistefano.com esisterà un onorevolepincopallino.org e via discorrendo. Poi se valeriodistefano.com ha un infinitesima diluzione omeopatica di accessi rispetto a beppegrillo.it questo fa parte del gioco.
Perché non basta esserci. Bisogna anche essere seguiti. E per essere seguiti occorrono molte cose, prima fra tutte (ma non definitivamente risolutrice) l’essere credibili.
E allora, in che cosa consiste questa proposta di legge che si basa sull’anglofonia a tutti i costi, tanto da preferire “hate speech” e mettere tra parentesi i corrispondente italiano?
Non mi interessa sapere da chi viene proposto questo strumento, voglio sapere che cosa prevede.
Il crimine d’odio in Italia non esiste di per sé in forma generica, e non sarebbe male, in astratto, inserirlo. Ma occhio a non confondere la diffamazione con l’odio. Se do del “cretino” a qualcuno non è detto che io inciti al razzismo e alla xenofobia. E se dico “brutta troia schifosa” a una donna? E’ molto difficile che davanti a un giudice terzo possa resistere l’accusa di incitazione all’odio. Anche perché con un’offesa alla persona non si incita proprio nessun altro a odiare.
E poi perché il crimine d’odio dovrebbe riguardare soltanto la rete? Forse che una incitazione all’odio ha più effetto se commessa su Facebook, mentre se uno la commette in piazza durante un comizio politico, magari esaltando il Duce, è meno grave?

“Occorre che i provider inizino un processo di responsabilizzazione dei contenuti, affinché la rete resti luogo di dibattito libero e democratico e non spazio per dare sfogo anche alle peggiori frustrazioni e agli istinti più bassi.”

I provider? Non mi risulta che ai provider spetti un dovere educativo. Generalmente si limitano a fare affari. Ci puoi aprire una casella di posta elettronica, ma se la usi per spammare o per offendere la gente sono affari tuoi, non del provider. Puoi prendere un dominio, in Italia o all’Estero, diffonderci l’opera di San Tommaso d’Aquino o le fotografie di Hitler, sei sempre tu che agisci, non il provider. La responsabilità penale è personale, non è che WhatsApp o Google devono per forza aderire al metodo Montessori. Per il semplice fatto che non spetta a loro metterlo in atto.

“Ma il principio è anche quello di diffondere una cultura personale della responsabilità dell’insulto: perché il problema non è la rete ma chi la usa.”

Molto bene. Se il “principio” è quello della cultura personale della reponsabilità della persona nell’insulto (o nell’ingiuria) c’è l’art. 27 della Costituzione che la stabilisce. E dal 1948. Dov’è la novità della decantata proposta legislativa? Non c’è a parte il presunto diritto di mettere on line i volti dei diffamatori.

(…) è una legge pensata per le ragazze: è importante che capiscano che reagire è facile, che come si è fatta una battaglia contro la violenza fisica, il cui primo grande risultato è la legge sul femminicidio, ora se ne sta iniziando una nuova.

Ah, è una legge pensata per le ragazze? Ma i cittadini non sono tutti uguali davanti alla legge? Un uomo non può essere insultato? Di quelle dodici querele che ho sporto in Procura una è rivolta a una donna. E vi posso assicurare che le sue offese non contenevano esattamente preghiere. E allora cosa avrei dovuto fare? Non querelarla SOLO perché è una donna?

Si può fare molto anche a livello di comunicazione: pubblicare i volti di chi pensa di insultare impunemente sul web è un modo per rafforzare e condividere la reazione. «In alto gli Ipad», dunque: facciamo vedere le facce di chi cerca di intimidirci, limitando la nostra libertà personale.

Siamo in uno stato di diritto. L’unica pena è quella comminata dalla magistratura, ed è profondamente ingiusto aggiungerne una a nostro piacimento. Non sono previste pene accessore (come, ad esempio, la pubblicazione per estratto della sentenza su uno o più quotidiani come, ahimé, è previsto per i vucumprà che vendono i CD tarocchi o le cinture con il marchio contraffatto -almeno in questo ci distinguiamo, i vucumprà li schiaffiamo sul giornale ma possiamo ingiuriare chi ci pare che sul giornale non ci finiamo-). E quanto della sensibilità personale va a influire sulla percezione dell’ingiuria? Non è solo perché io mi sento ingiuriato che l’altro mi ha ingiuriato davvero. Generalmente viene avvertita come ingiuria qualunque espressione di un’opinione contraria. Dai tempi di Milan, Juve, Inter, Napoli se non tifi la mia squadra non sei mio amico.
E, infine, “In alto gli I-Pad”. Non si è proprio capita. E’ l’orgoglio dello Steve Jobs-compatibile?? Che differenza fa se uno accede a Internet con un I-Pad piuttosto che col PC di casa o con il tablet. E’ come dire “In alto il Mac!!” (e chi ha Linux? Chi ha Windows??) o “In alto gli MP3!” (io uso anche i file .ogg, qualcosa in contrario?).
In alto (nel senso di “¡Arriba!” o “Haut levé(e)”) siano, piuttosto, la dignità e la conoscenza a cui tutti abbiamo diritto fin dalla notte dei tempi. Quelle che nessun Facebook, nessun Twitter e nessuna Wikipedia ci potranno mai negare.

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Un PC in regalo al “Mamiani” di Roma. E poi?

PREMESSA: Vediamo se riesco a scrivere un post perbenino e a non lasciarmi trascinare dalla mia proverbiale incontinenza verbale.

I FATTI: La Dirigente Scolastica del Liceo Classico Statale “Terenzio Mamiani” di Roma, con una comunicazione datata “settembre 2013”, ma reperibile sul sito dell’Istituto già dai giorni precedenti, ha invitato i genitori degli alunni a donare alla scuola computer, video, scanner, stampanti e altre attrezzature informatiche, purché in buono stato, a seguito dell’adeguamento alle “nuove tecnologie”.

LE OPINIONI (necessariamente più lunghe): L’iniziativa del Mamiani è assolutamente legittima. Non esiste alcuna legge che proibisca di chiedere qualcosa a qualcuno in dono. Se quello ce lo dà, bene, altrimenti amici come prima. Su questo non si discute.
Ciò su cui sì, intendo discutere, è la tendenza, ormai molto diffusa nella scuola italiana, di sanare le deficienze in denaro, che impediscono l’acquisto di beni di prima utilità e/o necessità, facendo ricorso alle donazioni delle famiglie.
Il problema si cominciò a porre con la carta igienica, per cui le famiglie, che erano abituate a far portare agli alunni il classico rotolo “di scorta” (non si è mai capito “di scorta” a che cosa), cominciarono a fare collette per l’acquisto di forniture più adeguate. Poi fu la volta della carta per le fotocopie, dei toner per le fotocopiatrici e le stampanti.
Cose di poco valore, dicevo.
Resta il fatto che la famiglia va a sopperire a delle necessità di una istruzione per la quale ha già pagato le tasse. In breve, paga due volte. La prima con una dazione “imposta”, la seconda con una donazione liberale, che se non è imposta, almeno è caldamente indispensabile.
E’ la strada più breve per ovviare a un problema. Ma non è certamente quella più efficace per sensibilizzare l’opinione pubblica.
La scuola italiana versa in condizioni assolutamente disperate. Se non ci sono i soldi per i computer i soldi non ci sono. Punto. Basta. Se ne fa a meno. Già, ma bisogna, ad esempio, adeguare le aule e l’istituto all’avvento dell’obbligatorietà dell’uso del registro elettronico. Molto bene, ma se i soldi non ci sono, i casi sono due, o sono stati spesi precedentemente in una gestione poco oculata o lo stato non li ha forniti. Quella dell’aiuto delle famiglie è una stampella che prima o poi rischia di spezzarsi perché il sistema pubblico non può basarsi sulla liberalità di qualcuno (che può venir meno in qualunque momento), ma sul contributo di tutti.
E’ indubbiamente più difficile star dietro a chi deve darti i soldi perché te li dia. Devi scrivere, telefonare, protocollare, attendere, sollecitare, chiedere, dare spiegazioni, fare conti, giustificare, consultare bilanci.
E’ ovvio che, poi, ci sono dei problemi non indifferenti da sormontare, come quello del trasferimento delle licenze del software, dei driver e dei sistemi operativi, dell’uso di piattaforme diverse (Windows, Mac, Linux…) che nella scuola NON dovrebbe costituire un broblema, ma provate a dare a un docente un PC su cui è installato Ubuntu al posto del solito Desktop rassicurante di Windows, la prima cosa che vi dirà è “Dov’è Word??”. E la scuola non può riformattare quel PC e installarci Windows + Office, a meno di dismettere un PC su cui era installato precedentemente o di comprarsi un’altra licenza. E allora dov’è la convenienza di avere un PC in regalo?

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Cinquanta sfumature di occorrenze

Cinquanta sfumature di grigio

Qualcuno di voi mi ha segnalato “Grafemi” il blog di Paolo Zardi e, nella fattispecie l’articolo “Cinquanta sfumature di grigio – oh!”

L’autore analizza il romanzo “Cinquanta sfumature di grigio” (best seller mondiale dello pseudo erotismo preferito dal pubblico femminile) e lo fa in un modo, a suo dire, altro e originale: analizzando le occorrenze delle singole parole nell’intero testo mediante l’ausilio di un programma informatico. Ovvero cercando di leggere il testo non come una mera sequenza analogica ma andando a ritrovare quelle parole chiave che, sparse nel testo, costituiscono ossessioni (volontarie o involontarie), ripetizioni o vere e proprie parole-spia che possono suggerirci una analisi più approfondita di un autore, all’interno di un suo singolo lavoro (un romanzo, come in questo caso) o della sua intera produzione.

Scrive a un certo punto Zardi: “Ora, invece, è possibile, con un semplice programma (che possiedo solo io: me lo sono scritto con le mie mani)…”

Ora, il programma che ha scritto Zardi può darsi benissimo he non lo abbia nessuno. Forse lo ha scritto a suo esclusivo uso e consumo e non ha voluto darlo a nessun altro. Più che legittimo, ci mancherebbe altro.
Ma non è l’unico software che genera un elenco di occorrenze partendo da un  testo dato.
Il più conosciuto è DBT (Data Base Testuale), di Eugenio Picchi, dell’Istituto di Linguistica Computazionale di Pisa. Lo usai nel periodo 95-97 per la mia tesi di laurea.
Lo si può avere gratis scaricandoselo e chiedendo il codice di sblocco all’ILC stesso.
Poi c’era un programma molto bello, realizzato dal Prof. La Greca dell’Università di Salerno, si chiamava “Verbum”, era arrivato alla seconda edizione ma aveva un difetto, funzionava sotto DOS. Così quando il putiferio Windows 9X e seguenti si fece strada il programma ebbe vita breve. Ma funzionava bene. Ce l’ho ancora e in emulazione DOS-ambiente Linux va che è una scheggia.

Questo per quel che riguarda quel che c’è in Italia (e da svariati anni, ormai).

Quel che c’è da rimproverare a Zardi, ictu oculi, è il fatto di aver condotto l’indagine sulla traduzione italiana del romanzo e non sulla sua versione originale.
Non ho motivi di dubitare della fedeltà del traduttore all’originale di questo testo tanto severamente imprescindibile per la letteratura di ogni tempo e paese, però è possibile che una forma inglese sia andata a confluire in una forma diversa italiana, proprio perché la traduzione non è un’operazione per cui “a X corrisponde sempre Y” (se no avrebbe ragione Google Translator).
Altra obiezione da rivolgere a Zardi è quella di aver analizzato solo le occorrenze delle parole e non le concordanze. Voglio dire, sarà vero che una delle forme di interiezione più ricorrente sia “Ah!” (79 volte) ma un conto è che si riferisca alla sfera sessuale (come è più che prevedibile), un conto è che significhi “Ho capito!”

Son piccole cose, per carità. E non vale nemmeno la pena dirle per due trombatine editoriali.

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Windows Vista è buono, bravo, bello e fa tutto bene

"WINDOWS Vista, il nuovo sistema operativo di Microsoft, è senza ombra di dubbio un passo in avanti rispetto a Windows XP, il suo predecessore. Oltre ad un’interfaccia migliore, più semplice e divertente da usare, Vista viene distribuito con diversi nuovi componenti che migliorano l’uso del sistema operativo e aggiungono diverse nuove funzionalità al sistema."

da Repubblica.it

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I crack di Windows Vista dilagano

Lo scorso anno Microsoft proclamò che Windows Vista avrebbe drasticamente ridimensionato la pirateria, specie quella praticata all’interno di uffici e mura domestiche. A poco più di un mese dal rilascio del nuovo sistema operativo, però, la realtà non premia gli sforzi dell’azienda: oggi esistono per lo meno tre differenti categorie di crack per Vista, e tutte permettono di ingannare o bypassare il processo di attivazione.

A fianco dei crack basati sulla virtualizzazione del server Key Management Service (v. Windows Vista, l’attivazione fa crack) e di quelli che riescono a cancellare la scadenza temporale (v. Windows Vista, un crack cancella la scadenza), se ne sono di recente aggiunti altri, capaci di ingannare Vista in modo particolarmente ingegnoso.

Questa nuova generazione di crack emula infatti una porzione del BIOS di quei sistemi, detti Royalty OEM, che arrivano sugli scaffali dei negozi già attivati. Questi PC, venduti da grossi produttori come Asus, Dell, HP ed altri, includono le informazioni sulla licenza di Windows Vista direttamente nel BIOS del sistema, in un’area chiamata ACPI_SLIC: i cracker hanno fatto in modo, attraverso lo sviluppo di appositi driver, di far credere ad una qualsiasi copia di Windows Vista di girare su un PC pre-attivato. Il trucco richiede l’uso di una product key Royalty OEM, chiavi ormai facilmente reperibili su Internet.

Se i primi crack di questo tipo richiedevano l’installazione di un BIOS modificato, l’ultima incarnazione rende la procedura più semplice: basta avviare un programma grafico e, con un paio di clic del mouse e un riavvio, ci si ritrova con una copia di Windows Vista perfettamente (ma illegalmente) attivata.

Rispetto al metodo che elimina il timer del periodo di prova, questo crack rimane vincolato ad una product key, e quelle che circolano su Internet presto o tardi finiscono nella lista nera di Microsoft: ciò significa che il sistema potrebbe fallire il test Windows Genuine Advantage (WGA), con tutte le conseguenze del caso.

La più grande spina nel fianco di Microsoft restano i crack della scadenza, che rendono una copia piratata di Vista virtualmente indistinguibile da una legittima: ciò significa che gli utenti irregolari possono usufruire di Microsoft Update e scaricare tutti i programmi che richiedono il check WGA.

Anche quest’ultima categoria di crack si è rapidamente evoluta, e se all’inizio richiedeva diverse operazioni manuali e una minima esperienza nell’uso del PC, oggi è in grado di "truccare" il sistema operativo in modo del tutto automatizzato: non c’è neppure più bisogno di riapplicare il crack alla fine dei 30 giorni di prova.

Proprio pochi giorni fa ha fatto scalpore un commento di Jeff Raikes, business group president di Microsoft, relativo alla contraffazione del software: "Se proprio dovete piratare un prodotto, preferiamo che sia il nostro piuttosto che quello di qualcun altro". Raikes lo chiama "pragmatismo" ed afferma che ciò che conta, sul lungo termine, "è il numero di utenti che utilzzano i nostri prodotti", perché la speranza è che "nel tempo si convertano al software regolarmente acquistato".

da: www.punto-informatico.it

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