E quel bambino che giocava in un cortile

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enciclopedie

Nel 2012, anno che terminai in un modo che non amo ricordare, cominciai a metter mano a un libro di cui non scrissi che poche pagine. Il titolo, quello, c’era. Si chiamava “Il giardino incantato di Wikipedia”. Il prologo mi venne giù tutto d’un fiato, l’ho riletto e mi è parso che possa avere sufficiente dignità da essere proposto come post del blog. Certo, è passato un po’ di tempo. Ma conservo lo spirito e il titolo di quando scrissi queste righe allora.

Quando ero bambino l’arrivo di una enciclopedia in casa era un gesto sacro e degno del maggior rispetto dovuto e possibile.

I tuoi genitori, con l’aiuto dei nonni e di qualche parente, ti stavano regalando l’Enciclopedia (maiuscolo, perché allora era una categoria dello spirito!). Avevano investito un bel po’ di soldi in un’opera di consultazione che avrebbe dovuto esserti utile “per tutta la vita” (o, almeno, così si sperava), e che costituiva non solo una spesa considerevole per le magre entrate familiari, ma anche e soprattutto un investimento per quello che era il tuo futuro.

Perché il futuro, se nessuno era in grado di prevederlo, lo si poteva bene analizzare con la lente della cultura e del sapere, per cui poteva anche darsi che esistesse, in ipotesi, la possibilità che tu diventassi un perfetto imbecille per conto tuo, ma senza la cultura, senza il sapere, lo saresti diventato certamente.

Per questo ti veniva regalata un’opera monumentale in svariati volumi, perché era come una sorta di viatico, un crisma che ti apriva le porte dell’età adulta e che ti permetteva di entrare in mondi da guardare, osservare, ma, soprattutto, sfogliare e risfogliare a tuo piacere.

Così, sia che avessi la UTET, o la Universo, o anche i “Quindici”, per non parlare della raccolta completa dei “libri delle regioni” (progetto a cui molti ambivano ma che pochissimi, ahimé, portavano a compimento), ogni volta che leggevi, sfogliavi, consultavi, sbirciavi quelle pagine, le facevi anche un po’ tue. Le immagini e i ritratti degli uomini illustri, le fotografie dei monumenti, le cartine geografiche, i dati sull’economia e sulla produzione delle materie prime, le capitali europee, le trame delle opere di letteratura, le foto degli animali di qualunque specie e paese diventavano un tutt’uno con te, come se il ripetere costantemente quei gesti potesse aiutarti a fissare nell’anima, prima ancora che nella memoria, il valicare delle Alpi di Annibale di Cartagine a dorso degli elefanti, l’aspetto severo e compassato di Mao Tze-Tung nelle foto ufficiali, la tomba di Napoleone confinato a Sant’Elena, la forma a bastoncino un batterio-killer, Marie Curie che guardava le provette controluce, i baffi sornioni di Flaubert, il naso aquilino di Dante Alighieri, l’anatomia del piede, la densità della Spagna e della sua capitale, Madrid. O, ancora, il gesto aggraziato della Madonna del Cardellino di Raffaello e la fronte corrucciata di Ludwig van Beethoven, o quella parruccata di Wolfgang Amadeus Mozart, che era morto a 35 anni.

Sentivi, questo è certo, il senso della provvisorietà delle informazioni contenute. Per questo ti capitava, di sottecchi, di segnare la data di morte di qualche personaggio conosciuto, per togliere dall’enciclopedia quell’imbarazzante definizione di “vivente” che la rendeva inattuale. Ma sempre con la matita (mai con la penna, chè sarebbe stato peccato mortale!) e con un segno leggero, a margine. L’enciclopedia era come la vita nella visione cattolica: un dono, sì, ma che non ti apparteneva mai del tutto e di cui non potevi fare quello che volevi, perché un giorno avresti dovuto abbandonarlo del tutto.

Ma intanto che la sfogliavi eri vivo, e imparavi a memoria, come una litania, le sequenze alfabetiche che si stampigliavano in oro sul dorso di ogni volume, e che segnavano i limiti naturali entro i quali vi avresti trovato quello che cercavi. Se sbagliavi volume dovevi rimetterlo a posto e prendere quello successivo. O precedente. E ricominciare.

E ogni volume iniziava con una lista di nomi lunga come la litania dei santi, tutti in ordine alfabetico anche loro, che, poi, erano i signori che avevano scritto le voci che avevi tra le mani. Loro erano il comitato scientifico, erano quelli che sapevano, i professori, o, almeno, gli esperti. Erano quelli che ti avevano trasmesso il loro sapere, e tu li vedevi lì, stampati in corpo minuscolo, e provavi un senso di sottile gratitudine. Dio, quanti erano!

Poi ho conosciuto Wikipedia.

Chi giustizierà Wikipedia?

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Su “Internazionale” è apparso un breve articolo di Giulia Zoli (grazie a Valeria Cicerone per averlo segnalato). Riguarda “il giustiziere di Wikipedia”, come si evince dal titolo, tale Bryan Henderson, a.k.a. Giraffedata.

Impresa titanica del suddetto sarebbe la correzione di circa 47000 occorrenze della forma “comprised of”, che è sbagliata ma che ricorre piuttosto frequentemente nella Wikipedia inglese.
Henderson è l’autore di un software specifico dedicato a correggere le pagine di Wikipedia che riportano l’errore. Giulia Zoli segnala che “Ogni domenica, prima di andare a dormire” il Nostro lancia il programma che va a scovare le immondizie grammaticali e le riconsegna sotto forma di humus organico, nuova vita per rigenerare le pagine indebitamente sporcate. Perché poi “ogni domenica” non si capisce proprio. Se uno lo lancia di mercoledì cosa succede, non funziona?

Quello che ci fa interrogare davanti a tutto questo è cosa ci sia di così straordinario in tutto questo da meritare le gucciniane “due colonne su un giornale”. In fondo che cosa ha fatto Bryan Henderson? Solo un “Trova e sostituisci”, che per un informatico non dovrebbe nemmeno essere niente di particolarmente difficile. Invece no: Giulia Zoli conclude chiarendo che il software è stato realizzato “per combattere la sua crociata grammaticale. E la vostra qual è?

Io. tanto per cambiare, non ho da promuovere una crociata nei confronti di Wikipedia, per il semplice fatto che Wikipedia non è depositaria del Santissimo Sepolcro, per cui non ho da liberare alcunché.
La presenza di errori grammaticali e di ortografia è indice della scarsa affidabilità del mezzo. Il fatto che sia affidata all’improvvisazione degli utenti, poi, mette a repentaglio l’affidabilità dei contenuti. La community che la gestisce è una sorta di Grande Inquisizione davanti alla quale qualsiasi obiezione decade, perché non si hanno da difendere i contenuti delle pagine, ma la presunta autorevolezza di chi procede alla loro supervisione (spesso sbagliando e recando un danno ai lettori).

Sarebbe bello che il web tornasse alla condizione pre-Wikipedia, quella in cui ognuno poteva inserire una pagina su un dato argomento e quando non c’era il cannibalismo informatico delle prime posizioni su Google.

Ma Wikipedia c’è e ci tocca riderne.

Lo zerovirgola di Wikipedia

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Vi sarete chiesti “Ma il Di Stefano com’è che non parla più di Wikipedia?” Eccomi.

Scrivono Lorsignori: “La comunità di Wikipedia in lingua italiana è composta da 1111422 utenti registrati, dei quali 7892 hanno contribuito con almeno una modifica nell’ultimo mese” Ma ho letto bene?? Questo vuol dire che 7892 x 100 fa 789200 e che diviso 1111422 fa 0,73. Il che significa che nell’ultimo mese a Wikipedia ha contribuito SOLO lo 0,73% degli utenti registrati. Che, voglio dire, non solo è un dato, ma lo scrivono anche.

Ora, sicuramente ci saranno altri dati da aggiungere a questo striminzito zerovirgola, ad esempio quello degli utenti non registrati, ma quelli non li conosciamo (la Wikipedia in italiano non ne parla). E poi io, che sono notoriamente un puro, sono portato a pensare che se uno si registra a Wikipedia lo fa perché è interessato a partecipare al progetto in maniera un po’ più sistematica (perché se deve solo inserire una correzione e via lo può tranquillamente fare da utente comune), ma lo 0,73% in un mese è una cosa che fa pensare sulla tanto decantata “partecipazione collettiva”.

E andando via di conti (mi hanno insegnato a farli, o cosa ci volete fare??), ci sono 1159851 voci sulla Wikipedia italiana. Quindi quasi 147 (146,96 per l’esattezza) pagine per ogni utente registrato attivo nell’ultimo mese. Un piccolo esercito (in fondo quelli di San Marino e della Città del Vaticano sono numericamente più esigui) che ha a che fare con 147 pagine per ogni soldato. 147 pagine che trattanmo di argomenti di ogni tipo, dalle lettere alle arti, dalle scienze all’antropologia, dalla medicina alla stregoneria, dalla geografia alla storia. Tutti emeriti tuttologi.

O, se vogliamo vederla sotto un diverso punto di vista, vuol dire che in un mese viene aggiornata una media di una pagina ogni 147 (certo, ci sarà l’utente registrato che ne aggiorna due o tre, ma, appunto, c’è oltre il 99% di utenti registrati che non ne aggiorna nessuna) e allora di che cosa stiamo parlando? Di un enorme pachiderma che dorme e che vive solo delle proteine che il proprio tessuto adiposo gli proporziona.

Ancora sul diritto all’oblio: Raniero Brusco assolto in Cassazione per l’omicidio di Simonetta Cesaroni

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Con la mi’ moglie si ragionava, l’altra sera, del diritto all’oblio. Ne parlai a proposito delle assurde pretese di Wikipedia di non vedere oscurati i link su Google ad articoli che ledono questo diritto nei confronti di terzi. E la mi’ moglie non la pensa come me. Evviva, segno che in casa mia esistono ancora la democrazia e la libertà di parola (sono beni rarefatti, oggidì).

Però io la penso ancora allo stesso modo, o guarda un po’, e oggi la Cassazione ha definitivamente assolto Raniero Brusco, il fidanzato di Simonetta Cesaroni, per il delitto di Via Poma (condannato in primo grado a 24 anni di reclusione, assolto per non aver commesso il fatto in appello).
La prima cosa che chi è direttamente coinvolto in una vicenda così grottesca (l’imputato e i suoi familiari) può pensare è che è la fine di un incubo. E’ vero, con la sentenza si archivia definitivamente la posizione di Brusco che non potrà più venire condannato neanche se dovessero emergere nuove prove schiaccianti a suo carico.
Ma la vita di quest’uomo (colpevole o innocente che sia non importa, è stato assolto dopo tre gradi di giudizio) resterà comunque sempre segnata dalla vicenda giudiziaria che lo ha coinvolto, dal convincimento dei pubblici ministeri della sua colpevolezza, sgretolatosi come argilla secca davanti alle sentelle di appello e di cassazione, da quella condanna di primo grado (che, come dice un mio amico avvocato, “è il nulla”).
Si parlerà di lui non più come il signor Raniero Brusco, di professione vattelappesca, sposato con la signora Tal de’ Tali, ma come “quello dell’omicidio di quella povera ragazza”. Perché i “poveri” sono sempre -giustamente- le vittime, mai i presunti carnefici, soprattutto quando si dimostra che carnefici non sono.

E allora sì, diritto all’oblio. Diritto a non associare un fatto criminoso al nome di una persona, diritto ad essere dimenticati, diritto a essere considerati per quello che si è e non per quello che si era, diritto a spegnere la luce e a fare un bel falò di tutte le carte spulciate da PM, parti civili e difesa. E diritto di mandare a fare in culo tutto questo e molto altro.

In morte di Ettore Borzacchini

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E sicché è morto Ettore Borzacchini, eterònimo (più che pseudonimo) di Giorgio Marchetti, poveròmo.

Ciavevo ragionato di làzzi e triccheballàcche sulla sua pagina Facebook (che adesso sarà piena di quel pietismo odioso tipico dei social network per cui quando uno muore, invece di non rompergli i coglioni, bisogna far vedere per forza che si è presenti e vivi e il suon di lei, un passerellismo inutile e inadeguato), quando Facebook ce l’avevo ancora, ma son quelle cose che si dicono. “Oh, lo sài è morto il Tizio??” “Ma se stamattina l’ho visto a comprà’ ‘r giornale!” Eh, sì, càpita anche quello.

Della morte del Borzacchini mi hanno avvisato tre o quattro amici. Grazie, ora lo so. Wikipedia, con implacabile rigore cronometrico, nemmeno ci si guadagnassero ‘r pane, ha registrato l’evento e così un evento quotidiano, ordinario e consuetudinario come la morte di un uomo è passato ad essere dato di interesse pubblico.

Il Borzacchini era noto per essere autore di paradizionari scritti con stile paralinguistico, paralessicografico e parafilologico. Il “para” è sempre d’obbligo, perché indica parodia, ovverosia solenne presa per il culo del linguaggio aulico e spesso inutile con cui scrivono i linguisti. L’usare registri fintamente cólti per trattare d’una materia rozza e volgare quale la lingua livornese ne’ suoi infiniti e variegati modi di dire, rivelandone ricchezza e duttilità espressiva.

Come spesso accade, la comicità ripetitiva, anche quella del Borzacchini, dopo un po’ di tempo viene a noia, e questo fu, ohimè, il luogo dell’animo in cui andarono a parare i suoi secondi Borzacchini, le revisioni, i Borzacchini aggiornati e tutto quel campar di rendita derivato dal meritato successo del primo “Borzacchini Universale”, con le illustrazioni del divin Sardelli.

Come distaccarsi dalla persona del Borzacchini? Ma naturalmente con le sue stesse armi retoriche, polemiche e dialògiche.

 

A pag. 115 del succitato “Borzacchini Universale” il nostro parla di trisillabi sdruccioli a proposito del nomi “Teresa”, “Marisa” e “Amelia”. Son trisillabi, sì, ma non sdruccioli, bensì piani. E’ bello vincere contro il Borzacchini su queste puttanatine, ed è fin troppo facile farlo adesso che non posso più nemmeno invitarlo a riempir di rutti il nulla dopo una spuma al ginger diaccia marmata per dirgli “Sicché l’hai buttata di fòri anche stavorta, eh?”

Per Wikipedia il diritto all’oblio è immorale

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Alla fine la montagna di Wikipedia ha partorito il topolino di una definizione lapidaria. Il diritto all’oblio è immorale, dunque. Lo ha affermato Jimmy Wales ieri a Londra durante la conferenza Wikimania (che non so cosa sia, ma qualche cosa senza dubbio sarà). Ecco l’estratto dalla notizia ANSA di cui vi ho dato l’anteprima: “La storia è un diritto umano e una delle cose peggiori che una persona può fare è tentare di usare la forza per metterne a tacere un’altra. Sto sotto i riflettori da un bel po ‘di tempo. Alcune persone dicono cose buone e alcune persone dicono cose cattive. Questa è storia e non userei mai un procedimento legale come questo per cercare di nascondere la verità. Credo che ciò sia profondamente immorale”.

Ci si riferisce al fatto che Google abbia ricevuto oltre 50 richieste per rimuovere link di voci da Wikipedia (per l’Italia quelle su Renato Vallanzasca e la Banda della Comasina) per presunta violazione del diritto all’oblio, e alla dichiarazione di Lila Tretikov, direttore esecutivo della ricca e potente Wikimedia Foundation, secondo cui “la Corte europea ha abbandonato la responsabilità di proteggere il diritto di cercare, ricevere e diffondere informazioni“.

Sono esternazioni totalmente inaccettabili e da respingere decisamente al mittente, anche se il mittente è Jimmy Wales. Anzi, tanto più perché il mittente è proprio lui.

La storia è senz’altro un diritto umano, come dice Wales. Ma non tutti i fatti che riguardano una persona hanno a che vedere con la (sua) storia. Sulle voci italiane di Wikipedia ci sono centinaia di pagine che contengono notizie di un qualche processo conclusosi con l’assoluzione dell’interessato. Ora, di una assoluzione non c’è traccia neanche sulla fedina penale di un individuo, perché mai dovrebbe rimanere sull’enciclopedia più antioblio del mondo?
Per cui, certamente l’assoluzione di Gustave Flaubert per la pubblicazione di “Madame Bovary” è storia (non perché passata ormai in cavalleria con gli anni, ma perché ha segnato una fase della storia del sapere), ma non lo è certamente, ad esempio, quella di Lelio Luttazzi, la cui posizione fu addirittura stralciata dopo un arresto di 27 giorni per traffico di stupefacenti.
Fu un errore giudiziario clamoroso, e sarebbe pieno diritto dell’interessato, se fosse ancora vivo, ottenere la rimozione del link alla sua pagina di Wikipedia da Google. Perché parlarne ancora? Perché chi cerca notizie su di lui si deve imbattere in quella circostanza? Perché una notizia, solo perché vera, deve ancora perseguitare un povero disgraziato fino alla morte e anche oltre in un’enciclopedia?
Questa non è storia, è pettegolezzo, è voglia di rimestare nel torbido, non aggiunge niente alla conoscenza di un personaggio e della sua vita, non è determinante. E Wikipedia è il più grande “casellario giudiziale” esistente sul web.

E’ evidente che “il diritto di cercare, ricevere e diffondere informazioni” non può andare a cozzare con il diritto ad essere dimenticati, e a non essere più descritti come quelli che si era un tempo. Non esiste l’informazione “assoluta”, esiste un’informazione che deve essere adeguata alle circostanze che cerco. Ce l’hanno insegnato le nostre maestre delle elementari: se sto svolgendo una ricerca per stabilire la discografia di Bruno Lauzi dovrò per forza inserirvi l’informazione che ha inciso “La tartaruga”, una canzone per bambini, proprio perché non posso omettere questo dato. Ma se sto svolgendo una ricerca sul ruolo di Bruno Lauzi tra i cantautori genovesi (Paoli, Bindi, Tenco) certamente questo è un dato che non mi serve, nemmeno a livello di curiosità spicciola.

Che poi cosa intenda Wales con “mettere a tacere” una persona non è chiaro. Ci sono persone che si sono rivolte a Google (che è UN motore di ricerca) perché elimini i link a delle informazioni presenti sul web, in modo che, nel cercare qualcosa, non si abbia più accesso diretto a quella informazione. Ma quella informazione (ad esempio su Wikipedia), resta. Non è stato chiesto a Wikipedia di cancellare dei contenuti, ma solo a Google di eliminare la possibilità di raggiungerli.

E’ questo che è immorale? Francamente c’è poco da crederci. Di per certo Wikipedia continua a restare nella a-moralità di una terra di nessuno in cui ognuno fa un po’ quello che gli pare, calpestando dignità e diritti solo perché una notizia è vera.

Assoluzione fisiologica

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E ora siamo tutti più tranquilli.

Dopo che il boss è stato assolto in secondo grado nel processo per il caso Ruby, l’estate trascorre solitamente più noiosa e i condizionatori possono di nuovo andare a palla mentre le località di mare si riempono di bambini vocianti, di mamme strillanti  e di metalli urlanti (questa la riconoscono in due o tre, ma mi è venuta così, estemporanea).

Dunque pare che non fosse vero un beneamato ciùfolo il castello accusatorio di primo grado, e i giudici, quelli veri, non quelli comunisti, hanno riconosciuto l’estraneità ai fatti di Berlusconi. O meglio, per un capo di accusa hanno riconosciuto che Berlusconi non è estraneo a quel fatto, ma che quel fatto non costituisce reato.

Ah, bene, come ci si sente rilassati! Ora finalmente qualcuno (Brunetta) può chiedere pubblicamente la grazia e dimenticarsi che, trattandosi di una sentenza di secondo grado, manca ancora la Cassazione prima di pronunciare definitivamente la parola “fine” sull’affaire Ruby, che se è vero come è vero che il principale imputato dell’affaire è stato assolto, c’è da metterci la mano sul fuoco che sia VERAMENTE la nipotina di Mubarak.

Lui, del resto, sapendo di non poterci più nemmen sperare sulla grazia, ha chiesto una legge che gli permetta di ricandidarsi alle elezioni e che aggiri tanto la Legge Severino quanto l’odiosa sentenza (quella sì, passata in Cassazione) che lo dichiara interdetto dai pubblici uffici per tre anni.

Fuochi di ferragosto, li chiamerebbe Battiato.

Il PD, vedendo allontanarsi per il suo principale alleato lo spettro di ben altro tipo di interdizione dai pubblici uffici, quella perpetua, facendo anche lui i conti senza l’oste rappresentato dalla Cassazione, è sicuro che ci sia la serenità necessaria per portare avanti lo sfascio istituzionale determinato dalla svendita del Senato della Repubblica con lo sconto del 75% stile remainders.

Ancnhe Wikipedia è contenta. Alla voce “Procedimenti giudiziari a carico di Silvio Berlusconi” (perché ci vuole una voce a parte) mette il caso Ruby tra i procedimenti conclusi, mentre tra i procedimenti ancora a carico del Nostro, una “diffamazione aggravata nei confronti di Antonio Di Pietro, accusato di avere ottenuto la laurea grazie ai servizi segreti” (robettina, via…) la corruzione del senatore De Gregorio (stai a guardare il capello!) e, colmo dell’ilarità, un procedimento per “corruzione in atti giudiziari in riferimento alle testimonianze rese nel procedimento “Ruby” principale”. Ci sarebbe anche il deposito, da parte della Procura della Repubblica di Napoli, di “nuovi documenti nei quali Berlusconi è indagato per il reato di finanziamento illecito ai partiti a causa di finanziamenti che sarebbero stati erogati negli anni scorsi al Movimento Italiani nel Mondo.”

L’è el dì de mort, alégher!

L’8,5% di Wikipedia è di Sverker Johannson, svedese

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(screenshot dall'"Economic Post")

Su Wikipedia lo sa il signor Sverker Johannson, svedese, dove dorme il polpo.

In sette anni ha scritto oltre 2 milioni e 700 mila articoli su animali e località filippini (ma non solo, evidentemente, se no chissà quante bestie e quanti càspita di paesini ci sono in queste Filippine!).
La media sulla totalità delle voci di Wikipedia in tutte le lingue, a spannòmetro, è dell’8,5%. Il che significa che l’8,5% dell’enciclopedia più balorda del mondo è in mano a un solo individuo.

Il quale agisce usando un suo software chiamato Lsjbot che vomita fino a 10.000 articoli al giorno, basandosi (dicono) su “fonti attendibili” (non ci è dato di conoscere quali siano, ovviamente).

La pretesa di affidare a robot “affidabili” la materia di studio e di scienza è vecchia come il cucco, basti guardare quanti si affidano ai traduttori “automatici” che non traducono un bel tubo di nulla e che partoriscono soluzioni inaccettabili da chiunque abbia un minimo di ponderazione linguistica per agire.

Ma l’esigenza che qualcuno ha di affidarsi ad un software che produca autonomamente quello che ci si aspetta sia prodotto con la ragione umana dimostra dei dati incontrovertibili:

a) la gente non ha voglia di occuparsi di Wikipedia;
b) i “numeri” sulle pagine on line di Wikipedia vengono evidentemente “gonfiati”;
c) a Wikipedia importano sempre di meno l’affidabilità e la revisione dei contenuti, il suo unico scopo è quello di fare numero.

Che, voglio dire, non ci sarebbe neanche nulla di male a fare una collezione di voci scarne e basilari sui coleotteri delle Filippine, basterebbe solo dirlo e non chiamarla “enciclopedia”.

La Bibbia di Chuck e Nora

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C’erano una volta Chuck & Nora. Erano una coppia di coniugi protestanti americani che realizzavano una serie di trasmissioni di tipo religioso che venivano ritrasmesse (non ho mai capito se a pagamento o no, ma più probabilmente sì) da un numero piuttosto corposo di emittenti televisive locali, attorno agli anni ’80.

Erano un po’ la quintessenza del Kitsch, con i loro divani in stile neo-Mary Poppins, i capelli di lui incollati sul cranio e lei che cantava una canzoncina religiosa e intanto faceva propaganda al suo ultimo CD di canti di lode all’Altissimo, che io mi chiedevo sempre chi càspita glielo comprava.

Sono stati anche oggetto di una imitazione da parte di Corrado Guzzanti e Marina Massironi.

Lei (Nora) è morta nel 2007 e sono stati oggetto di tutta una serie di critiche perché qualcuno ha pensato che con tutte queste trasmissioni ci avessero fatto la chèa. Non lo so, so solo che un giorno stavo gustando lo spettacolo che involontariamente offrivano e dicevano “Scriveteci, vi manderemo una Bibbia in omaggio”. Io che sono sempre stato un grafomane presi carta, busta e francobollo (niente e-mail, al tempo) e provai a spedire la mia richiesta. Cioè, non è che ci provai, la spedii proprio, con la consapevolezza innata che non mi avrebbero spedito niente, e che le lettere servivano, in realtà, a saggiare le repliche degli ascoltatori e a determinare i numeri dell’uditorio effettivo.

Invece la Bibbia arrivò, o metteteci un toppino. Un volumetto rosso, col titolo in oro (è la stessa versione che ho adoperato per le mie audioletture). Allegato c’era un biglietto: “Con amore, Chuck e Nora”. Ecco quello che non avevo capito, Chuck e Nora non distribuivano Bibbie, sermoni, CD musicali, programmi televisivi, propaganda protestante, Gesù e profeti. No, loro distribuivano sicurezze, rassicurazioni psicologiche. E se invece che uno studente curioso e anche un po’ stronzetto avesse scritto loro, che so, una vedova con la depressione che vive sola inseme al gatto?? Vedersi recapitare un messaggio con su scritto “Con amore” può rappresentare molto più di tanto, e quello poteva rappresentare il primo passo dell’aggancio. In fondo basta sempre aprire un canale nella ricezione (psicologica) dell’altro, e poco importa se la ricezione è anche televisiva, anzi, meglio.

Sono resti di un mondo che non c’è (quasi) più e finora nessuno si è degnato di dedicare una pagina a Chuck e Nora Hall su Wikipedia. Voglio dire, se l’hanno fatto per Wanna Marchi…

Andrea Zanni a Radio 3 Scienza: “Se Wikipedia ha un errore è responsabilità tua che non l’hai corretto”

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Il Presidente di Wikimedia Italia, l’associazione-supporter di Wikipedia nel nostro Paese- ha rilasciato oggi alcune dichiarazioni alla trasmissione “Radio 3 Scienza”.

L’antefatto è il seguente: Dylan, un ragazzo adolescente, si reca in viaggio in Brasile e vede i coati, una sorta di procioni locali. Tornato in patria, integra la voce di Wikipedia che li riguarda assimilandoli a dei “formichieri brasiliani”. Coati e formichieri sono specie del tutto diverse, ma l’informazione veicolata da Dylan diventa fattuale e vari quotidiani e giornali di importanza internazionale la riprendono. Ma, naturalmente, non è un dato. I formichieri sono una cosa e i coati un’altra. Dunque il dibattito si sposta sull’eterno dilemma, l’affidabilità o meno delle voci di Wikipedia per tacere della faciloneria con cui certi articolisti ci cascano con tutte le scarpe dando una voce per buona “a prescindere”).

Dunque, alla questione dell’affidabilità, il Presidente di Wikimedia Italia dichiara: “Se Wikipedia ha un errore è responsabilità tua che non l’hai corretto“. Come dire “Se il parco pubblico è sporco è colpa tua che non lo hai pulito” (chi l’ha sporcato se la passa sempre liscia!)

E questo è il primo scontro con il reale. Da che mondo è mondo (e, credo, per altri mille secoli almeno) la responsabilità su ciò che si scrive è di chi la scrive o di chi la pubblica. Se io sul blog scrivo un’inesattezza (che so, una data per un’altra) non è un gran male. Se diffamo qualcuno è un male assai maggiore (e il tema della diffamazione ritornerà tra poco), ma la responsabilità è sempre mia, non posso prendermela con qualcuno che non mi ha corretto la data o che non mi ha detto “Guarda, cancella quella frase perché se no ci passi i guai!” Non è così che funziona. Funzionerebbe così se Wikipedia fosse una realtà chiusa ai suoi adepti. Se, per esempio, solo gli iscritti avessero accesso alle pagine. Allora si creano delle regole e quelle regole vengono seguite, chi nonm ci sta va fuori. Ma Wikipedia è un’iniziativa a cielo aperto e viene letta da chiunque. Esattamente come il giornalista deve verificare le sue fonti io mi aspetto che chi scrive una voce “enciclopedica” abbia ben verificato le sue, se no giochiamo a prenderci per le natiche.

In altre parole, il minimo che possa fare Wikipedia è quello che si aspetta che gli altri facciano con lei.

Altro punto di completo distacco con la realtà prende le mosse dal “blocco” dell’utenza di un Premio Nobel per la Fisica, Brian David Josephson che oltre alla meccanica e alla fisica qualtistica si interessa anche di fenomeni paranormali. Il Premio Nobel è stato allontanato perché avrebbe minacciato di querela. Non si fa. Wikipedia è un bene pubblico, dice Zanni, e minacciare querela andrebbe contro alla conservazione di questo bene comune. Cioè, per Wikipedia non esiste il bene della propria onorabilità come persona (magari questo Premio Nobel aveva tutte le ragioni, o tutti i torti, ma non spettava certo a Wikipedia esprimersi con una repressione preventiva della sua libertà di parteciparvi), per cui:

a) hanno bloccato un Premio Nobel;
b) hanno dato apparente ragione all’utente minacciato di querela anche se quell’utente poteva non avere ragione nel merito;

Non è proprio una bella figura.

E a proposito di cause: i presidenti delle associazioni cambiano, ma le cause restano. Che fine ha fatto (ammesso e non concesso che abbia fatto una qualche fine) la causa da 20 milioni di euro intentata dal senatore Angelucci contro Wikimedia Italia? Non se n’è più avuta notizia. Nessuno ne ha più parlato. Potranno allontanare le persone, non allontaneranno mai i fatti e la loro rispondenza o meno al reale.

Wikipedia: una sera sarai con “un’altro”

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E continuano a usare espressioni nobili come “enciclopedicità”, “punto di vista neutrale”, “affidabilità”. E’ la loro migliore maschera.

Però continuano a infarcire una supposta enciclopedia di errori ortografici macroscopici come “un’altro” scritto con l’apostrofo, che avevo già segnalato tempo addietro ma che sembra essersi espanso come vezzo scrittòrio o aver contagiato altre pagine, come se fosse un virus.

Permeati di buonismo quando serve (“Noi lo diciamo che la nostra non è una risorsa affidabile!” – o bravi!-) e di scaricabarile negli altri casi (“Trovi un errore? Correggilo così ci aiuti a migliorare” – come se fosse colpa di chi legge se chi scrive sbaglia) gli articoli di Wikipedia ci (di)mostrano cosa c’è veramente dietro all’ipnosi collettiva per questa terra di nessuno che continua a lievitare i suoi introiti sotto forma di donazioni.

E non vale l’obiezione per cui questo errore si verifica in appena sei voci su oltre un milione. Intanto perché non glielo ha ordinato il dottore di chiamarsi “enciclopedia” (“taccuino per appunti” sarebbe una dicitura senz’altro più adeguata) e poi perché è come lo studente che alla Maturità fa un tema di schifo e si giustifica dicendo “Sì, però durante l’anno scolastico ho sempre preso voti più alti.” Può darsi, ma intanto, carino, questo è quello che hai scritto.

Vediamoli tutti questi “errori di digitazione” (li chiamano tutti così). Vi ci metto anche gli screenshot che potrete ingrandire a vostro piacimento (poi ditene male!).

E se Wikipedia non incanta neanche te hai già fatto un grosso passo avanti. I hope some day you’ll join us!

CENAIA
“dedicata a Sant’Andrea, quest’ultima poi ricordata in un’altro atto del 5 febbraio 1193”
(http://it.wikipedia.org/wiki/Cenaia)

STAZIONE DI CIAMPINO
“terminava all’interno di un cortiletto interno ed un’altro terminava all’interno delle ex rimesse dei mezzi”
(http://it.wikipedia.org/wiki/Stazione_di_Ciampino)

YINGLUCK SHINAWATRA
“ritorsioni ad opera delle camicie rosse. Un’altro procedimento penale che grava su Yingluck, maturato”
(http://it.wikipedia.org/wiki/Yingluck_Shinawatra)

ROYAL FUSILIERS
“fino al 1968, quando è stato incorporato con un’altro reggimento per formare il Reggimento Reale Fucilieri”
(http://it.wikipedia.org/wiki/Royal_Fusiliers)

LA PIOVRA (SERIE TELEVISIVA)
“Sara Granchio, figlia di Rosario Granchio (un’altro dei killer appartenente al commando che uccise”
(http://it.wikipedia.org/wiki/La_piovra_(serie_televisiva))

DOXORUBICINA
“usando N-nitroso-N-metil uretano producendo un’altro antibiotico sempre di color rosso”
(http://it.wikipedia.org/wiki/Doxorubicina)

Wikipedia ci ricorda la morte di Benito Mussolini

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Oggi Wikipedia ci ricorda che il 28 aprile del 1945 moriva la buonanima dello zio Benito. Di quella santa donna della Petacci nessun cenno, ma non importa, i visitatori dell’enciclopedia più enciclopedicissima dell’universo intero potranno sentirsi sicuri e rivolgere un pensiero, se lo riterranno opportuno, al de cujus. Speriamo solo che Gilberto Govi, della cui morte, pure, ricorre l’anniversario, non si offenda troppo per essere stato casualmente accomunato a cotanto defunto.

Wikipedia inciampa sugli accenti di Marco Aurelio (e la pésta)

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Il problema della grafia del monosillabo “se” in italiano è un po’ controverso e macchinoso.

Si scrive “se” senza accento quando lo si usa in funzione dubitativa, si scrive “sé” con l’accento quando lo si usa come pronome.
Ora, però, in un caso come “se stesso”, il “se”, anche se ha funzione pronominale si scrive senza accento. Perché non ce n’è bisogno. Perché la parola “stesso” rafforza la funzione del “se” e quindi non si mette. L’ho spiegato a culo ma avete capito.

Ora, quei cari figliuoli della Wikipedia italiana non si sono fatti sfuggire l’occasione e alla voce “Colloqui con se stesso”, dedicata a un’opera di Marco Aurelio, sfoggiano un bell’accento visibile da lontano come le Apuane da Livorno quand’è tempo buono.

LiberLiber e gli spot sul 5 per mille

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Da qualche mese non vi parlo più di LiberLiber. Lo so, sono un totale infingardo. Ma visto che oggi mi sento molto diligente voglio riparare a questa piramidale nequizia e confessarvi che sì, sono d’accordo (in linea di massima) con quello che è stato scritto recentemente sul loro sito a proposito del 5 per mille e delle megapower della solidarietà che fanno pubblicità per invogliarci (o, peggio ancora, convincerci) a firmare sul riquadro apposito a favore di una partita IVA.

Credo sia l’effetto dei miei 50 anni che mi fa essere incredibilmente paziente anche con chi ha chiesto, in passato, il sequestro di questo blog (eh, sì!)

Dicevo che sono d’accordo con loro, eccezion fatta per un vistoso errore di grammatica (scrivono “Istituzioni, anche molto importanti e conosciute, chiedono ai cittadini di versargli il 5 per mille.” Ora, si dovrebbe scrivere “versare loro” e non “versargli“, e chissà che, a questo punto, non chiedano la formattazione a basso livello del server su cui è ospitato questo blog!).
E’ vero. Non bisogna dare il 5 per mille a chi compra spazi televisivi, sulla stampa e alla radio perché l’illegalità è dietro l’angolo. Scrive Marco Calvo: “L’Agenzia delle Entrate ha più volte ribadito che il 5 per mille va speso solo per le iniziativa umanitarie e culturali, non per gli spot.” Sacrosanto anche questo, ma bisognerebbe riuscire a dimostrare che del calderone di denaro raccolto dalle Onlus-Megapower quanto viene speso in pubblicità proviene dal 5 per mille (magari quello dell’anno precedente) e non, ad esempio, dalle dazioni volontarie o dai lasciti testamentari di chi crede in una determinata attività. Perché in quel caso l’azione, per quanto aberrante e priva di etica possa apparire ai nostri occhi, sarebbe comunque legale (e, si sa, non tutto ciò che è legale è anche “gradevole”).

Calvo conclude “Perciò scegliete liberamente il vostro beneficiario, ma se scoprite che ha acquistato spot in TV, radio, giornali, ecc. cambiate beneficiario!

E’ un ottimo consiglio etico (sono libero di dirlo e di definirlo così anche perché la richiestra di sequestro preventivo del blog firmata dallo stesso Calvo non è stata minimamente accolta dalla magistratura). Che, però non può e non deve esaurirsi con gli spot sui media succitati.

Inviare un messaggio e-mail non costa niente. O, quanto meno, costa pochissimo. Con un’inezia, e facendo ricorso a quelle manne dal cielo che sono i database di persone potenzialmente interessate (o perché una sola volta hanno preso contatto con quell’entità, magari per aver acquistato un mazzo di pisciacani gialli della solidarietà nella giornata mondiale per la prevenzione dell’alluce valgo, o perché i loro indirizzi e-mail sono stati rastrellati chissà dove sul web) si possono raggiungere risultati interessanti dal punto di vista economico.

Chiediamocelo chiaramente: chi avrebbe il coraggio di ricorrere al Garante della Privacy contro una associazione che si occupa di adozioni a distanza in Africa, o di allestire una mensa per i poveri, o di finanziare la ricerca sui tumori al pollice? Nessuno, ovvio.

Così come nessuno oserebbe pensare che Wikimedia Italia, pur facendosi pubblicità da sola, risulti particolarmente urticante nella riproposizione dei sempiterni temi dell’opportunità della partecipazione aperta all’enciclopedia più improponibile della storia.

E invece bisognerebbe farlo. Proprio perché quella modalità invasiva costituisce una violazione di quella stessa “etica” che dovrebbe caratterizzare chi percepisce il 5 per mille dell’Irpef.

Io lo sto facendo. E comincio con una assoiazione, a cui, come a LiberLiber, NON do il mio 5 per mille.

We are non liber, we are FREE!

Dalla Turchia con livore

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A seguito del mio articolo sull’oscuramento di Twitter in Turchia, mi sono arrivati commenti pubblici e mail private di un signore italiano che vive lì. E che ha cercato notizie su Kati Hirschem. Lo rassicuro, è un personaggio letterario.

Definisce il mio articolo “ridicolo e superficiale“. E fin qui è un suo diritto, non è certo questa la sede adatta per discuterne.

Mi segnala, inoltre, di non vedere “in esso nessuna analisi o conoscenza dei reali accadimenti qui in Turchia” e mi fa notare che mentre io me ne sto al calduccio nella placida democrazia italiana che mi permette qualunque libertà di espressione, in Turchia alcuni giornalisti languono nelle galere del Paese senza neanche un processo sommario (l’espressione che ha usato è, letteralmente, “senza processo“, quindi si intende “senza NESSUN tipo di processo” neanche quello sommario alla Ceausescu, per intenderci).

Partiamo da una premessa necessaria e indispensabile: Twitter, Facebook, YouTube e anche Wikipedia NON sono risorse democratiche della rete.
Appartengono a dei gruppi di interesse che vi versano fior di quattrini (o, in altri casi, li fanno versare dai donatori) e, quindi, il loro contenuto può essere censurato, elaborato, oscurato o mantenuto secondo i parametri che questi gruppi di interesse stabiliscono volta per volta per il loro esclusivo e personale tornaconto.
E’ il caso, ad esempio, della foto della donna africana che allattava a seno nudo oscurata da Facebook.
Non si sa quanti account al giorno vengano chiusi di iniziativa di Twitter, ma sappiamo che, a torto o a ragione, ci sono.
YouTube è il più grande contenitore di filmati e musiche protetti da diritti d’autore. Questo non vuol dire che YouTube sia illegale (il contenitore non può essere responsabile di chi immette i contenuti) ma significa che se si procedesse contro TUTTI coloro che immettono contenuti illegali su YouTube, YouTube crollerebbe.
Sulla non-democrazia in Wikipedia (autentica terra di nessuno) ho scritto così tanto che vi rimando alla sezione relativa.

Cosa so della situazione in Turchia?
Vediamo, so che il Primo Ministro si chiama Erdogan, che non è un signore esattamente tollerante (come Berlusconi), ma che è andato al potere perché una maggioranza del suo paese lo ha votato in elezioni regolari e definite “democratiche” alla vigilia, che ha condanne penali (come Berlusconi) e che sotto il suo governo sono state varate leggi che permettono di bypassare la funzione della magistratura, come è accaduto nei governi Berlusconi, ma stavolta in materia di censura. L’editto bulgaro su Biagi, Santoro e Luttazzi, insomma, come l’editto di Ankara contro Twitter. Solo che di Enzo Biagi si sono dimenticati tutti, mentre di Twitter in Turchia ci si dimenticherà fra due giorni.

Beninteso, la colpa non è solo di Berlusconi, che ha vinto anche lui delle elezioni democratiche, a differenza di Renzi. Il 1 aprile prossimo, in Italia, entrerà in vigore il regolamento dell’AGCOM che toglie alla magistratura il potere di stabilire, attraverso un regolare dibattimento processuale, cosa è coperto da diritto d’autore e cosa no, e di oscurare, eventualmente, i siti che ospitano questi materiali.

Alla faccia della democrazia italiana!

 

Grafica da: http://it.wikipedia.org/wiki/Turchia

Wikipedia: Nicola Gratteri Ministro della Giustizia prima dell’annuncio

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Wikipedia è un’enciclopedia visionaria dalle mille risorse. Mentre scrivo il Segretario del Quirinale Marra non è ancora uscito per annunciare lo scioglimento della riserva da parte del Presidente del Consiglio Incaritato Renzi. Sono le 17:42. Ma alle 16:56 il magistrato Nicola Gratteri era già il nuovo Ministro della Giustizia.

La corsa all’inutile, alla cultura che non c’è, all’essere per forza i primini della classetta genera mostri di informazione. Attenzione, non è detto che Gratteri non sarà veramente il nuovo Ministro della Giustiza. Ma quanta tristezza a leggere il futuro anticipato nel nulla collettivo e, magari, la scusa che “Qualcuno ha scritto quell’informazione, la colpa non è nostra.”

Ancora una volta felice di non farne parte.

Non nominare il nome di Diu invano

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Un utente della Wikipedia in lingua greca, tale “Diu”, è stato citato in giudizio da un politico, Theódoros Katsanévas, per avere «distorto dolosamente i fatti con riferimenti iniqui e in malafede alla sua persona» e aver «distorto in malafede la sua biografia» nella voce che lo riguardava.

La richiesta della pena da parte di Katsanévas è di “una multa per danni di 200 000 euro (con decorrenza di interessi dalla data di citazione) nonché un anno di reclusione per Diu, e, in caso di non ottemperanza, una penale aggiuntiva di 30 000 euro e un mese di reclusione per ogni giorno di mancato pagamento.”

Una pagina tradotta in italiano a proposito, segnala che ” (…) anche nel caso (improbabile) che l’ingiunzione fosse accolta in accordo con le richieste di Katsanévas, sarebbe comunque impossibile a Diu ottemperarvi e rimuovere i contenuti discussi, in quanto ciò comporterebbe violare le regole di Wikipedia con le conseguenze di vedersi annullare le modifiche e financo subire il blocco dell’utenza.”

E qui uno a leggere queste cose trascolora. Se ci fosse una sentenza sfavorevole all’utente “Diu” che lo dovesse obbligare a modificare determinate informazioni, lo spauracchio non potrebbe essere certo perdere l’account su Wikipedia. Cioè, un utente rischia di dover corrispondere a un politico qualcosa come 200.000 euro, di farsi un mese di reclusione, spese legali, onorari e quant’altro e ci si preoccupa del fatto che si potrebbe ritrovare a vedersi cancellato l’account di Wikipedia se poco poco si azzardarre a modificare quello che ha scritto? Ma chissà cosa gliene frega a quello, tutt’al più, se proprio dopo un’esperienza del genere dovesse avere ancora voglia di impapocchiarsi con Wikipedia, aprirà un altro account e ricomincerà.

La cosa più assurda che si legge nella pagina di Wikipedia è:

“La decisione di Katsanévas di agire legalmente contro un utente di Wikipedia, noncurante delle fonti prodotte a sostegno dei fatti che egli contesta e che sono reperibili su Internet, appare come minimo inaccettabile e ipocrita.”

Il fatto che sia il singolo utente il responsabile di quello che immette nell’enciclopedia lo dice Wikipedia stessa e lo ha ripetuto in svariate sedi. E’ un escamotage pseudo legale che fa acqua da tutte le parti ma che si basa su un principio validissimo, almeno in Italia, quello della responsabilità personale. Quindi chi doveva citare il politico, se si sentiva diffamato?
E, comunque, che le circostanze riferite fossero vere e abbondantemente documentate non toglie nulla alla possibile responsabilità del singolo che, in barba al punto di vista neutrale, può evere scritto o riportato qualcosa che ne lede la dignità.
Si può essere stati condannati per furto, ma non si può scrivere su Wikipedia (e in nessun’altra parte) che Tizio è un ladro, perché è diffamatorio (anche se c’è sentenza di condanna). E lo sappiamo benissimo che una sentenza di condanna è pubblica, ma si dà il caso che in Italia sia diffamazione dare del “ladro” al ladro e della “puttana” alla “puttana” anche se quella donna ha effettivamente esercitato la prostituzione.

L’utente Diu, comunque, ha ottenuto “tramite il programma di assistenza alle spese legali di Wikimedia Foundation” la possibilità di farsi assistere da uno studio legale. Pensate un po’. Un blogger le spese dovrebbe pagarsele di tasca sua.

Non nominate il nome di Diu invano!

 

Le citazioni di questo articolo sono tratta da questa pagina.

Le traduzioni a metà di wikimedia.org

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Aprendo una pagina qualsiasi di Wikipedia in italiano, si apprende che “È aperto fino al 17 febbraio 2014 il bando di assegnazione di borse di studio internazionali”.

Siccome c’è un link mi sono detto giorni fa: “Andiamo un po’ a vedere”.

Sono stato indirizzato, per la verità, a una pagina di wikimania.wikimedia.org.

Dove la versione italiana si interrompeva più o meno a metà per lasciare spazio al testo originale inglese della pagina.

Ora, mi chiedo, che cosa cavolo costava agli Intoccabili Signori Volontarissimi completare la traduzione? E se io non conoscessi l’inglese?? Nulla, la pagina me la ciuccio lo stesso.

Perché qualcuno potrebbe obiettare che nessuno è tenuto a lavorare gratis per Wikimedia, e se da un momento all’altro il Volontarissimo di turno decidesse che non vuole più procedere nel suo lavoro gratuito non può essere soggetto a nessuna obiezione.

Infatti. Le obiezioni non sono per chi ci lavora (o decide di non lavorarci più), ma per il risultato. Se una persona decide di farmi la barba gratis non posso certo lamentarmi del fatto che mi rada solo la guancia destra e la sinistra no preferendo andare a fare una passeggiata a metà lavoro. Ma posso ugualmente dire che il risultato è sciatto e fa schifo.

Mi ricorda una persona che mi diceva che non sopportava le traduzioni ammezzate dei programmi open source. Probabilmente aveva ragione.

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La prescrizione secondo Wikipedia

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Su Wikipedia, alla voce in italiano riguardante “Adriano Sofri” è riportato che:

“Leonardo Marino, (…) invece fu inizialmente condannato e successivamente assolto per intervenuta prescrizione del reato (…)”

Ora, bisognerebbe spiegare, e per l’ennesima volta, a Lorsignori, che se un reato viene dichiarato prescritto, questa NON è una assoluzione. Se no l’imputato sarebbe stato assolto (per non aver commesso il fatto, o perché il fatto non sussiste o perché il fatto non costituisce reato).

Nel caso di Leonardo Marino, poi, la responsabilità era stata, secondo la stessa Wikipedia, riconosciuta nei gradi di giudizio precedenti. Dunque, ancora una volta, Marino era responsabile ma non poteva essere condannato perché sono passati troppi anni dai fatti contestati alla data della sentenza definitiva. E lì muore il processo.

Ma “non essere stati condannati” non significa automaticamente “essere stati assolti”. Non è che prima uno era colpevole (condanna) e poi non lo è stato più (assoluzione).

E’ un pensiero di formazione tipicamente destroide per cui “nessun condannato = tutti innocenti” (del resto quante volte le prescrizioni di Berlusconi sono state fatte passare per “assoluzioni”). E che questo pensiero venga esteso da Wikipedia al popolo del web non può che fare paura.

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Daniele Virgillito ha scoperto l’acqua calda di Wikipedia

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In molti in queste ore mi segnalano l’articolo di Daniele Virgillito su Wired.it “Come ho fregato tg, politici e giornali con qualche riga su Wikipedia”.
C’è l’auto-da-fe di questo freelance, un outing anche abbastanza compiaciuto, che si è divertito ad attribuire citazioni false a personaggi celebri, magari appena defunti, senza attendere che il rigor mortis della notizia li ricatapultasse nell’oblio.

Grazie, è divertente, ma nulla di più.

In realtà è un déjà-vu. Quando sulla Wikipedia francese apparve Continua la lettura di “Daniele Virgillito ha scoperto l’acqua calda di Wikipedia”

Il bilancio di Wikimedia Italia

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Il sito web sostienilacultura.it fa capo a Wikimedia Italia, l’associazione dei supporter italiani di Wikipedia e dei suoi fratelli gemelli, nonché corrispondente nel nostro paese di Wikimedia Inc.

Vi si trovano informazioni su come donare del denaro (ovvio!), come devolvere a loro il 5 per 1000 dell’IRPEF (beh, certo…) e molto altro.

Pubblicano anche il loro bilancio. Gentili.

Andiamo un pochino a vedere quanto ha incassato Wikimedia Italia.


In una pagina web (quella che trovate a corredo di queste note) leggo che in quattro anni sono stati ricevuti più di 470.000 euro in donazioni. E sticazzi. Sono una media di poco meno di 120.000 euro l’anno.
Come dire che tutto quello che riesce a mettere da parte un metalmeccanico con una vita di stenti e di lavoro, ammesso che mai ci riesca, Wikimedia Italia lo percepisce in un anno.

Ma andiamo a vedere nel dettaglio il bilancio consuntivo del 2012: le DONAZIONI ammontano a 45.686,22 euro. Siamo ben sotto la media pomposamente dichiarata degli ultimi quattro anni. E’ il 38,88%.
L’altra voce di una certa consistenza, audite audite, sono le sponsorizzazioni. Ma chi ha sponsorizzato Wikimedia Italia e per che cosa non è dato di saperlo. Questa forma di associazionismo che disprezza la pubblicità su Wikipedia e la rifugge come la peste registra € 36.300,00 in entrata alla voce corrispondente.

E le voci più piccole? Eccole: € 91,00 per vendita gadget. Càspita, nemmeno le magliette per una squadra di calcio dei pulcini della parrocchia! Ma per gadget e volantini sono stati spesi € 1.460,64. Cioè 16 volte tanto quello che è stato incassato in quel capitolo di spesa. Tutti soldi che dovevano andare alla cultura libera.

Ma quella dei gadget non è l’unica voce in uscita per l’autopromozione. Per quello sono stati spesi in totale € 6.675,44.
Che se andiamo a vedere sono quasi esattamente l’ammontare delle nuove iscrizioni (l’esatto importo delle quote associative è di € 6.770,00). Quindi, la gente si associa e con quei soldi si realizzano spilline, cappellini, magliette, la videoguida Wikiquote e la Campagna pubblicitaria 5 per 1000. Per carità, non ci sarebbe nemmeno nulla di male se solo uno all’atto dell’iscrizione lo sapesse, perché magari spera che i suoi soldi vadano a sostenere la cultura libera.

Altra cosa che fa pensare è la voce “Interessi bancari”. Ben 20,71 euro.
Tenendo conto che avevano un fondo cassa (o “Avanzo di gestione esercizi precedenti”) di € 172.627,73 i casi sono tre: o non hanno trovato una banca con condizioni particolarmente favorevoli, o sono andati in scoperto più volte mangiandosi gli interessi, o tutti questi denari non li tengono in banca.

Anche la voce “Spese domini internet e aggiornamento software” merita una riflessione: € 9.085,85 di spesa.
I domini internet wikimedia.it e sostienilacultura.it sono gestiti da una ditta di Viterbo che si chiama Olisys.it. Non sono evidenziate sul web le tariffe di hosting e/o di housing dei domini. Quindi non posso dire quanto costi gestire un sito e in quale modalità. Ma è certo che per distribuire un bilancio in PDF e ospitare alcune pagine in HTML non ci vuole un server dedicato.
E tutto quell'”aggiornamento” software?? Ma non sono i paladini della cultura libera? Installino programmi free (gratuiti) e open source e sono a posto. Hanno macchine Windows o Mac?? Benissimo, allora non si lamentino se devono pagare, Linux è lì apposta. Nemmeno una scuola pubblica spende quella cifra per aggiornare una ventina di computer di un laboratorio telematico.

Al fin della fiera, dei 172.627,73 euro residui delle gestioni precedenti, ne avanzano 115.412,80. Un tonfo spaventoso di oltre il 33% di rimessa.

Cappellini, magliette e distintivi.

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Una scrittrice lesbica su Wikipedia

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Marguerite Radclyffe Hall, nota soprattutto per il romanzo “Il pozzo della solitudine” è morta nel 1943. Dunque, dal primo gennaio di quest’anno, le sue opere sono in pubbico dominio. Naturalmente quelle in lingua originale.

A parte Giaime Pintor, la stessa Radclyffe Hall e Sergeij Rachmaninov, quest’anno non ci sono autori e compositori particolarmente interessanti che entrano nella pertinenza di tutti, nessuno escluso. Pazienza, non può andare sempre bene.

La voce di Wikipedia dedicata a Radclyffe Hall comincia così:

“Radclyffe Hall, nome di battesimo Marguerite, utilizzò tuttavia il nome di John (Bournemouth, 12 agosto 1880 – Londra, 7 ottobre 1943), è stata una scrittrice britannica lesbica.”

Ma che bello! Una “scrittrice britannica LESBISCA”!! Ma perché, Oscar Wilde è stato uno scrittore irlandese gay?? Ma no di certo! Anzi, per Wikipedia:

“Oscar Fingal O’Flahertie Wills Wilde (Dublino, 16 ottobre 1854 – Parigi, 30 novembre 1900) è stato un poeta, aforista, scrittore, drammaturgo, giornalista e saggista irlandese.”

E che diàmine.

L’etichettatura di “lesbica”, nelle due righe che dovrebbero dare almeno l’essenziale su uno scrittore (dati biografici e nazionalità) è assolutamente fuori luogo.

Certo, Radclyffe Hall era omosessuale, e la tematica dell’omosessualità ha sempre permeato la sua opera letteraria. Ma questo, casomai, si dice in biografia e nell’analisi dei suoi libri.

La connotazione sessuale di una persona non la rende “enciclopedica”. E la morbosità ex abrupto non rende un buon servizio a Wikipedia. Ma del resto Wikipedia non rende un gran servizio all’umanità.

2014: gli auguri di Wikipedia

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Il regalo più gradito per il 2014 me lo ha fatto proprio Wikipedia.

In alcune voci dell’enciclopedia più inconcepibile (e, proprio per questo, più cliccata) del mondo, ci sono dei link a una serie di domini di mia pertinenza.

Càpita che alcuni di questi link, dopo un tot di anni, non siano più validi o raggiungibili. Il che non significa che la risorsa a cui pretendono di collegarsi non esista. Significa solo che è stata spostata.

Allora uno che fa? Dice “Perbaccolina, ma questo link è morto da una vita, sai ora che faccio? Lo correggo con quello funzionante così magari quei due o tre interessati lo trovano. E così non si potrà più dire che non correggo gli errori che ci trovo.”

Pronti, correggo il link, controllo, funziona.

Dopo dieci minuti un amministratore (Wikipedia ha un lessico molto condominiale) ha ripristinato la versione precedente.

Cioè, preferiscono un link che non esiste a un link che sicuramente esiste e che ti porta a QUELLA risorsa descritta in QUELLA pagina.

Prosit Neujahr!!

Confutatis Maledictis

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Una signora mi ha detto che il mio blog sta cominciando a diventare noioso.

Senz’altro è vero, ma io sono vecchio e rincoglionito (sicché tendo sempre più spesso a reiterare sempre gli stessi discorsi). Inoltre sono acciaccato, malandato, menomato, zoppo, pensionato d’accompagnamento, in breve, “infelice”, come avrebbe detto il mi’ nonno Armando e questo mi rende vieppiù rimuginante e ripetitivo.

Del resto, cosa volete, anche gli argomenti di cui parlo son tutt’altro che popolari.
Se parlassi di sesso, delle gravidanze delle star, se vi invitassi a donare due euro all’Associazione Nazionale contro l’Unghia Incarnita (Onlus!!!!), se vi rimbalzassi i coglioni con l’ultimo telefonino in pura plastica a soli 535 eurini e ci state larghi, a quest’ora avrei molte più visualizzazioni.

Invece vi parlo di privacy (e il bello è che non la penso nemmeno come voi!), vi parlo di diffamazione (reato odiosissimo ma v’importa ‘na sega a voi, quella degli altri è diffamazione, la vostra è critica!), vi parlo di copyright (e anche lì v’importa ‘na sega a voi, voi la roba la scaricate, peggio per chi ci capita!), vi parlo di Wikipedia e di quanto sia improponibile, ma a voi Wikipedia vi garba di molto, e poi via, Di Stefano, perché questa continua crociata contro Wikipedia? Ora avresti anche rotto i coglioni a criticarla ogni volta che chiede i soldi alla gente.

Crociata?? Io non faccio nessuna guerra, e Wikipedia non è custode del Santissimo Sepolcro.
Vi rompo i coglioni quando parlo del loro vizietto di chieder soldi alla gente? Beh, anche loro rompono i coglioni a chieder soldi a ogni pie’ sospinto, ci mancherebbe altro che non li si possa criticare (ah, no, giusto, la mia è diffamazione, la critica è la vostra).

E poi non mi piacciono Jovanotti, la Boldrini e Saviano. No, via, non va bene così. E avete ragione, sto cominciando a diventare noioso. Sapete cosa c’è?? Che vi pigliate uno spazio web dove vi pare, ci installate WordPress o quello che vi garba a voi, e il blog ve lo fate per conto vostro, così la smettete di rompere i coglioni a me.

Wikipedia: oblicuo (sic!)

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Quando ti metti a cercare gli errori su Wikipedia è un po’ come quando ti compri una macchina nuova: ti accordi di non aver mai pensato che ce ne fossero così tante in giro.

Il non sapevo nemmeno che esistesse un modello di bob da gara che si chiama “Siorpaes”, ma devo dire che ora che lo so non è che mi sento meglio, per cui, forse, stavo benino anche prima, chi se ne frega del bob…

Wikipedia recita, nella pagina appositamente dedicata (perché, voglio dire, come fa uno a campare senza saperle, queste cose?) che “Venne poi perfezionato il sistema di spinta con un monocolo retrattile che emergeva dal cofano e permetteva al pilota di spingere in linea retta e non in oblicuo”.

Oblicuo?? Con la c??? Eh, pare di sì. Imbarazzo. Silenzio nell’emiciclo. Timidi applausi dal gruppo parlamentare di Wikipedia.

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“Un’altro” svarione di Wikipedia ai Giardini Fratelli Cervi di Barletta

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I Giardini Fratelli Cervi sono a Barletta. Lo so grazie a Wikipedia.

Sempre grazie a Wikipedia so anche che “in questo parco si può fare una tranquilla e serena passeggiata tra i vialetti, portare i bambini a giocare ai parco giochi”. Ma guarda un po’. E io che pensavo saltasse fuori Jack lo Squartatore dai cespuglietti. Grazie per questa precisazione.

Poi Wikipedia mi chiarisce che dei due parchi giochi per bambini “uno fino ai 10 anni e un’altro per gli 11+”. A parte il discorso che non fila, ci sarebbe da sottolineare con la matita blu quel “un’altro”. Ma come, l’enciclopedia mondiale, la più informata, la più ricca di voci, quella del primo banco, la più carina, la più amata dagli italiani casca miseramente su un errore di ortografia come questo?? Ma non è un compendio del sapere? Non chiedono i soldi per mantenere questo apparato di server e di strafalcioni??

Mi dicono: “Questa voce sugli argomenti architettura e botanica è solo un abbozzo.” E va beh, chi se ne frega? Un abbozzo deve PER FORZA essere scritto male e contenere errori ortografici?? Se è un abbozzo tienilo per te, se lo pubblichi scrivilo ammodino perché magari qualcuno lo legge.

Poi aggiungono: “Contribuisci a migliorarla secondo le convenzioni di Wikipedia”. E perché, non lo sto facendo? Va bene, va bene, il mio blog non è nelle convenzioni di Wikipedia. Ma tanto per cambiare chi se ne frega.

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Wikipedia, “è l’ora che vi chiediamo”

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E’ l’ora che vòlge al disio, ch’ai naviganti intenerisce il core e in cui Wikipedia chiede soldi.

Se andare a visitare una voce della Wikipedia italiana, vi potrà capitare, come è capitato a me, di imbattervi in questo messaggio posto in testa alla pagina web:

Cari lettori di Wikipedia, siamo la piccola organizzazione senza scopo di lucro che gestisce il 5º sito web al mondo. Abbiamo solo 175 dipendenti, ma serviamo 500 milioni di utenti e abbiamo spese come ogni altro maggiore sito web: server, alimentazione elettrica, affitti, programmi e dipendenti. Wikipedia è qualcosa di speciale. È come una biblioteca o un parco pubblico. È come un tempio della mente, un luogo dove possiamo andare per pensare e apprendere. Per proteggere la nostra indipendenza, non usiamo pubblicità. Non riceviamo fondi governativi. Andiamo avanti grazie a donazioni di circa 30€. Adesso è l’ora che vi chiediamo. Se tutti coloro che leggono questa lettera donassero l’equivalente di un caffè, la nostra raccolta fondi sarebbe portata a termine in un’ora soltanto. Se Wikipedia ti è utile, prenditi un minuto per mantenerla in linea un altro anno. Ti preghiamo di aiutarci a ultimare la raccolta fondi per poi tornare a Wikipedia. Grazie.

Eh, beh, certo. “Adesso è l’ora che ti chiediamo”. Loro mi chiedono l’ora o ora mi chiedono?? Non si sa. Scrivono così nel “tempio della mente” dove ci si può recare per “pensare e apprendere” che loro hanno “spese come ogni altro maggiore sito web” (maggiore rispetto a che cosa non si sa).

Però vanno avanti a donazioni di circa 30 euro. E sti cazzi. Ora, indubbiamente in Europa ci sarà chi fa una donazione media di quell’importo. Il che significa che c’è chi dona 60 euro e chi dona 50 centesimi.
Ma nei paesi in via di sviluppo chi è che dona a Wikipedia l’equivalente di 30 euro?? Qual è la paga giornaliera per un bambino africano che va a salvare oro e metalli preziosi dalle discariche dei computer con cui la gente va a guardarsi Wikipedia? In Brasile chi è che si può permettere tanto? E in Polonia quanti zloty occorrono per arrivare a 30 euro? E quanti zloty guadagna un operaio?? Devono essere ben ricchi quelli che fanno donazioni a Wikipedia.

E quanto incasserebbe questa “piccola organizzazione senza scopo di lucro”? Andiamo a vederlo.

Esiste un documento che si chiama “Wikimedia Foundation 2013-14 Annual Plan”. E’ un PDF che si trova sul sito della Wikimedia Foundation (la “piccola organizzazione”). Chissà cosa ci sarà scritto?? O vediamo un po’:

C’è scritto che nel 2012-13 potrebbero avere incassato più o meno 46,1 MILIONI di dollari, potrebbero averne spesi, sempre più o meno, 42,1 MILIONI per un avanzo utile di 4 MILIONI tondi tondi (a volte si dice come quadrano i conti, eh??), ma che avevano in cassa più o meno 31,7 MILIONI di dollari (non si sa mai, potrebbe sempre venirti un languore a scuola e magari ti devi comprare un panino al salame, meglio essere previdenti).

E la “piccola organizzazione”, che gestisce decine di milioni di dollari l’anno, viene a chiedere a me e a voi l’equivalente di un caffè?? Server d’oro e hard disk di tungsteno?? Il backup dei dati dove lo conservano, nei caveau di Fort Knox, per preservare questo “tempio per la mente”, questo “qualcosa di speciale”?

Mettete mano al Crema e Gusto, è l’ora che vi chiediamo!!

In lode di Gabriele Paolini

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Voglio spendere due parole in lode di Gabriele Paolini, il “disturbatore” televisivo recentemente arrestato per sfruttamento della prostituzione minorile e detenzione di materiale pedopornografico.

Non tanto per la gravità delle accuse che, se confermate, diventerebbero condanne a pene che Paolini dovrà comunque scontare, ma per il personaggio eclettico che era e che aveva fatto del rompere le scatole al prossimo quasi una ragione di vita.

Ovunque un telegiornale trasmettesse un servizio in esterno, con l’inviato o l’inviata a riferire ora dal Quirinale, ora da Palazzo Chigi, ora da qualsiasi altro luogo a lui raggiungibile, Paolini era lì che si faceva vedere dietro al mezzobusto di turno, turbandogli l’aria solenne e grave con cui parlava, annuendo, facendo versacci, pigliandosela con Berlusconi (anche lui indagato per prostituzione minorile nel Caso Ruby ma, a differenza di Paolini, ancora in stato di libertà) o con chiunque altro (storica l’apparizione dietro Aldo Maria Valli all’indomani delle dimissioni di Benedetto XVI, quando dichiarò “Il Papa è pedofilo” -adesso dovrà essere lui a rispondere di detenzione di materiale pedopornografico, e su questo non ci piove, ma era chiaro che si riferisse agli scandali di pedofilia che avevano piegato la Chiesa al tempo del pontificato di Ratzinger e di cui adesso, miracolosamente, non si sente più parlare-.

Antipatico, certo. Molesto, non c’è che dire. Non solo voleva apparire ovunque gli fosse possibile, ma ci riusciva. Trasformando così l’informazione di regime in un comico cabaret d’avanspettacolo, deviando l’attenzione non più sulla notizia ma sulla sua presenza, ricevendo qualche calcio, qualche pugno, qualche ceffone e dimostrando che sì, ce l’aveva fatta a far saltare i gàngeri al tale o alla tal altra cronista, coinvolti in una rissa improvvisata. A volte, per escluderlo, le telecamere stringevano sul volto dell’inviato/a inquadrandolo a tutto schermo, e ai telespettatori arrivava un faccione enorme a riempire la capienza dell’ultrapiatto.

Paolini ha fatto capolino anche su Wikipedia, dove è stato considerato “enciclopedico” dal gotha che gestisce la cultura universalmente condivisa, ma che non ha ancora aggiornato la sua pagina con la notizia del suo arresto.
L’ultima linguaccia di Paolini!

Gli interessi di Wikipedia

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Uno dice, ma qual è il “ritorno” che una iniziativa culturale può avere da Wikipedia?

Prendiamo, ad esempio, classicistranieri.com, la biblioteca multimediale che gestisco da 10 anni. Una biblioteca è una biblioteca, offre risorse, non c’è nulla di “politico”, si può (e si deve) discutere sui criteri con cui è organizzata (ma delle vostre discussioni, a dire il vero, me ne cale assai) ma se si deve scaricare un file QUELLO è il contenuto e lì si trova.

La Wikipedia italiana ha collegamenti a classicistranieri.com su circa 82 “voci”. Di queste 82 voci, dal 1 gennaio 2013 gli accessi che hanno cliccato su uno di questi link sono stati lo 0,82% del totale degli accessi. Questo vuol dire che la Wikipedia italiana “rende” lo 0.01% degli accessi per ogni voce.

Seguono (con numero di voci sensibilmente inferiore) la Wikipedia spagnola (0,59% degli accessi), quella inglese (0,59%), quella portoghese (0,43%), quella francese (0,30%) e quella tedesca (0,18%). Ovviamente in queste il numero delle voci che riportano un link a classicistranieri.com è sensibilmente minore.

Per carità, avere un link su una pagina di Wikipedia è una sorta di garanzia sugli interessi. Ma, appunto, QUALE banca ti dà lo 0,82% di interessi? Nessuna, nemmeno la più scalcinata. E, ovviamente, lo stabiliscono loro se puoi starci o no.

Il Brassens di Radio Tre

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Mi è appena arrivata la newsletter di RadioTre, che ascolto frequentemente prima di tutto perché fa figo e io non voglio perdere l’occasione, e poi perché non c’è niente di meglio, e questo le fa onore.

Mi informano che una puntata di “Wikiradio” in onda la settimana prossima sarà dedicata a “George Brassens”. Orrore!! “George” è la forma inglese, quella francese (Brassens era belga) è “Georges”. Perfino Wikipedia in francese lo scrive così.
Una -s riesce a mischiare i mondi.

E’ grave? No, anzi, sì, certo, è gravissimo!