Archiviata la posizione di Roberto Saviano (diffamazione) nei confronti dei quotidiani “Cronache di Napoli” e “Cronache di Caserta”

E’ stata archiviata dall’ufficio del GIP di Roma, nella persona della dottoressa Paola De Nicola,  la denuncia querela sporta a carico dello scrittore partenopeo Roberto Saviano dai quotidiani “Cronache di Napoli” e “Cronache di Caserta”. Saviano, in un articolo del 2015, aveva sostenuto che “Cronache di Napoli e Cronache di Caserta sono contigue alle organizzazioni criminali, che fungono da loro uffici stampa, e che sono organo di propaganda e di messaggi tra clan” .

Scrive inoltre Paola De Nicola: “Sussistono ulteriori e diversi elementi che fanno propendere per l’intrinseca veridicità e obiettività di quanto affermato da Saviano.”  E inoltre: “Ad ulteriore contiguità dei sopracitati quotidiani con ambienti camorristici depone, altresì, la relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle mafie del 5/8/2015”.

Assieme all’autore di Gomorra è stata archiviata anche la posizione dell’allora direttore del quotidianoRepubblicaEzio Mauro.

Roberto Saviano è stato condannato per diffamazione nel 2018, assieme alla Mondadori Libri, per aver dichiarato nel suo romanzo “Gomorra” che Vincenzo Boccolato, imprenditore residente all’estero e incensurato. Il provvedimento è stato firmato dal giudice della prima sezione civile di Milano Angelo Claudio Ricciardi. (fonti: Wikipedia e ANSA)

 

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Riprende fatti tratti da Wikipedia: condannato per diffamazione (Cassazione penale, 20 settembre 2019 38896/19)

da www.canestrinilex.com

Corte di Cassazione
sez. V Penale, sentenza 15 aprile – 20 settembre 2019, n. 38896
Presidente Vessichelli – Relatore Brancaccio
Ritenuto in fatto

1. Con il provvedimento impugnato, datato 10.5.2018, la Corte d’Appello di Trento, Sezione Distaccata di Bolzano, ha confermato la sentenza emessa il 11.10.2016 dal Tribunale di Bolzano con la quale L.R. , esponente del partito (omissis) , è stato condannato alla pena di 1.400 Euro di multa, concedendogli il beneficio della sospensione, ed al risarcimento del danno alla parte civile da liquidarsi in sede civile in relazione al reato di diffamazione ai sensi dell’art. 595 c.p., commi 2 e 3, commesso nei confronti di F.R. mediante la pubblicazione di uno scritto online dal titolo, tradotto, “(omissis) ” sulla pagina web (omissis) , in cui alla persona offesa veniva attribuito, nell’ambito della sua appartenenza a gruppi di ideologia neofascista e ricostruendo le sue vicende giudiziarie, un collegamento con la strage alla stazione di Bologna in cui morirono 85 persone e vi furono più di 200 feriti.

2. Avverso tale sentenza propone ricorso l’imputato, tramite il proprio difensore, avv. Nicola Canestrini, deducendo un motivo di ordine preliminare, legato all’impugnazione dell’ordinanza di ammissione della costituzione di parte civile, e due motivi di merito.

2.1. Quanto all’eccezione sulla costituzione di parte civile, già proposta in appello, si deduce vizio di manifesta illogicità della motivazione e violazione di legge in relazione agli artt. 78, 102 e 122 c.p.p..

La costituzione di parte civile è avvenuta all’udienza del 5.4.2016, in assenza della persona offesa, tramite sostituto processuale al quale non era stata conferita espressa procura speciale per il deposito dell’atto di costituzione, contraddicendo le affermazioni delle Sezioni Unite che, con la pronuncia n. 12213 del 2018, hanno chiarito come il sostituto processuale del difensore al quale il danneggiato abbia rilasciato soltanto procura speciale al fine di esercitare l’azione civile nel processo penale non ha la facoltà di costituirsi parte civile, salvo che detta facoltà sia stata espressamente conferita nella procura o che il danneggiato sia presente all’udienza di costituzione.

La procura speciale in atti contempla solo la facoltà di “nominare sostituti nella rappresentanza e nella difesa e comunque compiere ogni atto utile” ma non consente espressamente al difensore di nominare sostituti processuali per il deposito dell’atto di costituzione di parte civile, come avvenuto nel caso di specie.

2.2. Un primo motivo di ricorso avverso le ragioni di merito della sentenza deduce manifesta illogicità della motivazione e violazione di legge in riferimento alla interpretazione delle scriminanti del diritto di critica e del diritto di cronaca, ricostruendo la giurisprudenza di legittimità e della Corte Europea dei diritti dell’uomo in materia.

L’analisi porta il difensore a concludere nel senso che la motivazione impugnata abbia applicato alla fattispecie i parametri di giudizio del diritto di cronaca piuttosto che quelli del diritto di critica, soprattutto in relazione al presupposto della verità dei fatti, valutato in modo ancor più rigoroso di quanto richiesto nell’esercizio del diritto di cronaca, per la parziale incompletezza della notizia che ha messo in relazione F.R. con l’attentato alla stazione di Bologna, omettendo di precisare che è stato escluso qualsiasi suo coinvolgimento nella vicenda.
La motivazione non spiega perché aver messo in relazione F.R. con la strage alla stazione di Bologna equivarrebbe a dire che lo stesso è stato coinvolto e condannato per tale delitto.
Dal contenuto complessivo dello scritto pubblicato online si comprende, invece, che quando l’imputato ha voluto riferire espressamente dell’imputazione del F. per qualche delitto lo ha fatto, mentre l’aver messo in relazione la parte offesa con la strage di Bologna risponde alla logica del diritto di critica ed è frutto di una opinione legittima dell’autore, e non oggetto di un fatto di cronaca, sottoposto alla regola stringente della verità e della sua completezza: su tale aspetto egualmente la motivazione della sentenza impugnata è carente.

2.3. Il secondo motivo di ricorso nel merito deduce manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione nonché violazione di legge in relazione alla sussistenza della scriminante del diritto di critica o di cronaca putativa.
L’imputato non è un giornalista sicché a lui non si applicano gli standard di accuratezza nel verificare i fatti alla base delle affermazioni proposte nè le regole di deontologia professionale tipiche del giornalismo.
La Corte d’Appello ha ritenuto erroneamente responsabile di diffamazione il ricorrente, nonostante la sua qualità di comune cittadino, per la condotta omissiva di non aver chiarito che la relazione tra la persona offesa e la strage di Bologna era stata definitivamente risolta nel senso dell’esclusione di qualsiasi coinvolgimento di quest’ultima nella grave vicenda delittuosa, valutando apoditticamente insufficiente che l’imputato si fosse documentato svolgendo ricerche su internet, mediante motori di ricerca noti e la fonte Wikipedia.

3. In data 30 marzo 2019 la parte civile ha depositato memoria difensiva con cui risponde alle eccezioni dell’imputato.
Sulla costituzione di parte civile si sottolinea che essa è avvenuta secondo le formalità previste dall’art. 78 c.p.p., comma 1, n. 2, fuori dell’udienza dibattimentale, con atto notificato sia all’imputato che al pm a mezzo di raccomandata con ricevute di consegna agli atti del fascicolo processuale e che si allegano anche alla memoria difensiva.
In udienza, quindi, è stato depositato solo materialmente un atto già perfetto e completo alla cui consegna è certamente autorizzabile il sostituto processuale non munito di procura speciale.
Nel merito, si argomenta che l’imputato avrebbe violato, nell’esercizio del diritto di critica, il presupposto necessario della verità dl fatto, mediante il collegamento della persona offesa alla strage di Bologna.
Il dovere di verificare le notizie prima di pubblicarle, poi, spetta a chiunque intenda pubblicare qualcosa a prescindere dalla professione di giornalista esercitata o meno. Inoltre, l’imputato è un esponente politico di livello di un partito sudtirolese ed ha anche ricoperto in passato cariche pubbliche sicché era avveduto del dovere di verifica di determinate notizie “a rischio diffamazione”, tanto più che ha attribuito alla persona offesa anche di essere ispiratore nel delitto di strage, oltre che il collegamento generico ascritto in imputazione ad essa.
La memoria cita, tra l’altro, la sentenza n. 42020 del 2012 di questa Sezione della Corte di cassazione in cui è stata riconosciuta nei confronti di alcuni giornalisti la responsabilità per il reato di diffamazione in relazione al medesimo collegamento operato dall’imputato tra la persona offesa e la strage di Bologna.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è nel complesso infondato e deve essere, pertanto, rigettato.

2. Quanto alla preliminare questione inerente alla costituzione di parte civile, il motivo prospetta una situazione di fatto che non corrisponde alla realtà processuale, come del resto – già era stato messo in luce dalla sentenza impugnata, con la cui motivazione il ricorrente non si confronta, riproponendo la medesima eccezione già sollevata nell’atto di impugnazione di merito ed incorrendo, per ciò solo, in un evidente difetto di ammissibilità per aspecificità e genericità del ricorso.

Invero, dal controllo degli atti svolto dal Collegio e consentito in ragione della natura processuale del vizio dedotto, risulta che l’atto di costituzione di parte civile è stato notificato a mezzo posta sia al pubblico ministero che all’imputato, confermandosi in tal modo la ricostruzione della Corte d’Appello, che aveva sottolineato come detta costituzione fosse avvenuta fuori udienza secondo il procedimento consentito dalle disposizioni del codice di rito (art. 78 c.p.p., commi 1 e 2) e nel rispetto della regola del conferimento di procura speciale al difensore nominato.

In udienza, pertanto, si è esercitata solo la facoltà, riconosciuta e conferita con la procura speciale già formalizzata, di depositare materialmente l’atto di costituzione, già autonomamente avvenuto e perfezionatosi fuori udienza con la notifica alle altre parti processuali.

Deve evidenziarsi che le Sezioni Unite di recente sono intervenute a far chiarezza circa le modalità legittime di attuare la procedura di costituzione di parte civile in giudizio. Sez. U, n. 12213 del 21/12/2017, dep. 2018, Zucchi, Rv. 272169, infatti, ha chiarito che il sostituto processuale del difensore al quale il danneggiato abbia rilasciato procura speciale al fine di esercitare l’azione civile nel processo penale non ha la facoltà di costituirsi parte civile, salvo che detta facoltà sia stata espressamente conferita nella procura ovvero che la costituzione in udienza avvenga in presenza del danneggiato, situazione questa che consente di ritenere la costituzione come avvenuta personalmente.

A giudizio delle Sezioni Unite, affinché il potere di “sostituzione” sia legittimamente conferito, appare necessario e sufficiente che il danneggiato preveda una tale possibilità in capo al difensore-procuratore speciale all’interno della procura di cui agli artt. 76 e 122 c.p.p.: “necessario”, perché solo tale ambito formale garantisce che al sostituto venga delegato il diritto sostanziale di cui il mandante è titolare, e “sufficiente” perché non può pretendersi, all’estremo opposto, che il danneggiato conferisca una ulteriore apposita procura speciale direttamente in capo al sostituto.

Nel caso di specie, la procura speciale è stata conferita sia con effetti di legitimatio ad causam che di legitimatio ad processum e già in un fase precedente all’udienza di prima trattazione, mentre lo stesso ricorrente ammette che tra i contenuti della suddetta procura speciale vi sia anche la facoltà di “nominare sostituti nella rappresentanza e nella difesa e comunque compiere ogni atto utile”. Risulta, pertanto, illogico e pretestuoso ritenere che, tra le prerogative riconnesse alla nomina di sostituti nella rappresentanza e nella difesa, nonché al compimento di ogni atto utile, non debba ricomprendersi il deposito – meramente ricognitivo nel caso di specie, in virtù della costituzione perfezionatasi fuori udienza – dell’atto di costituzione di parte civile.

Il motivo di ricorso proposto, pertanto, si rivela inammissibile anche in quanto manifestamente infondato.

2. La prima delle eccezioni difensive riferite al merito della vicenda ascritta all’imputato è infondata.

La parte civile è stata più volte coinvolta in processi per diffamazione, giunti sino al giudizio di questa Corte di legittimità e nei quali si è riconosciuto come, nei suoi riguardi, si fosse travalicato il limite consentito del diritto di cronaca o di critica in riferimento alla notizia del suo coinvolgimento nelle indagini sul drammatico attentato alla stazione ferroviaria di Bologna noto come “Strage di Bologna”, a seguito del quale molte decine di persone sono state uccise e centinaia ferite.
Nelle pronunce conseguenti a tali processi, la Corte di cassazione ha più volte ritenuto che l’accostamento tra F.R. , fondatore di “(OMISSIS) “, e la strage di Bologna – nelle molteplici forme in cui era stato realizzato in concreto – fosse diffamatorio, nonostante la appartenenza di costui alla cd. “destra eversiva” e la condanna per associazione sovversiva riportata, tuttavia, in un ambito diverso da quello riferibile al terribile delitto oramai entrato nella storia del Paese (cfr., tra le altre, Sez. 5, n. 25561 del 23/6/2008, Bonugli, non massimata; Sez. 5, n. 31610 del 29/7/2008, Pepi, non massimata; Sez. 5, n. 11897 del 26/3/2010, F. , Rv. 246355, in motivazione; Sez. 5, n. 42020 del 8/5/2012, Bevere, Rv. 254169).

Ripercorrendo tali pronunce si ricava una linea interpretativa senza dubbio valida anche per risolvere il ricorso oggi sottoposto all’attenzione del Collegio.

Deve, infatti, convenirsi con le sentenze richiamate su un punto-chiave della loro ricostruzione storico-giuridica: costituisce condotta diffamatoria descrivere la figura di F. – sia pur stato egli un terrorista appartenente alla destra eversiva, come accertato con sentenza passata in giudicato con la quale la Corte d’Appello di Roma lo ha condannato per il reato di associazione sovversiva – ponendola in relazione con un episodio delittuoso di eccezionale gravità e ferocia quale è stato la strage di Bologna, rispetto al quale egli è risultato del tutto estraneo sul piano storico ed investigativo (non essendo stato il ricorrente neppure mai imputato per quel gravissimo delitto, mentre si dà atto, nella pronuncia oggi impugnata, che egli è stato addirittura parte civile costituita nel processo per la strage di Bologna, ottenendo risarcimento del danno, in ragione della sua estraneità ai fatti).

E dunque, come è stato efficacemente sottolineato dalla sentenza n. 31610 del 2008, deve essere ritenuta lesiva della reputazione della persona offesa l’attribuzione di una notizia complessivamente non vera poiché formata da un dato rispondente alla realtà-quello della condanna di F. per il reato di associazione sovversiva in ambito territoriale diverso – e da un accostamento suggestivo a fatto non vero, e cioè il suo coinvolgimento nella strage di Bologna, innegabilmente evincibile dal contesto unitario dell’articolo pubblicato sul sito web giornalistico dal ricorrente, anche in considerazione del fatto che si è omesso di precisare – come sarebbe stato doveroso – l’epilogo della vicenda e l’esclusione di un qualsiasi suo effettivo collegamento con quel terribile reato.

Seguendo la logica comune, infatti, il lettore medio è portato a ricavare dall’accostamento incompleto dei due dati – uno dei quali gravemente omissivo – una notizia nuova e diversa da quella della mera condanna della parte offesa per associazione sovversiva: e cioè la notizia di un coinvolgimento del diffamato nell’efferato reato di strage, a ragione indicato da molti come uno degli eventi più cruenti e drammatici della storia repubblicana, senza che rilevi come nell’articolo non siano specificati i dettagli di detto coinvolgimento.

Deve rammentarsi, infatti, che – secondo uno dei più recenti arresti della giurisprudenza di legittimità in tema di diffamazione, che il Collegio intende ribadire – ai fini dell’applicazione dell’esimente dell’esercizio del diritto di critica, è necessario che l’articolista, nel selezionare fatti accaduti nel tempo reputati rilevanti per illustrare la personalità dei soggetti criticati, non manipoli le notizie o non le rappresenti in forma incompleta, in maniera tale che, per quanto il risultato complessivo contenga un nucleo di verità, l’operazione stravolga il fatto nella sua rappresentazione (Sez. 5, n. 57005 del 27/9/2018, Padellaro, Rv. 274625).

Ciò vale a maggior ragione anche in relazione al diritto di cronaca.

E difatti, l’esercizio del diritto di cronaca non può ritenersi fedele al requisito della veridicità dei fatti qualora la ricostruzione degli avvenimenti avvenga in modo da travisare la consecuzione degli stessi, omettendo il riferimento di fatti rilevanti nella proposizione delle notizie e, per contro, proponendone taluni in una luce artificiosamente emblematica, al di là della loro obiettiva rilevanza, in modo da tentare di indirizzare il giudizio del lettore (Sez. 5, n. 15176 del 15/3/2002, Di Giovacchino, Rv. 221864).

Nè vale a eliminare la valenza diffamatoria dei contenuti dell’articolo la finalità di critica politica dello scritto, funzionale – secondo la prospettazione difensiva – a stigmatizzare da parte del ricorrente, noto esponente del partito (OMISSIS) , l’avvento organizzato di una compagine politica considerata di estrema destra ((OMISSIS) ) nella città altoatesina di XXXXXX.

È evidente, infatti, che la pubblicazione ha avuto una doppia valenza nei suoi contenuti e, sebbene la finalità ultima dell’articolista potesse essere anche quella della critica politica già rappresentata, tuttavia una quota importante dello scritto è stata dedicata a ricostruire la figura storico-criminale di F.R. e, dunque, evidentemente improntata alla cronaca giudiziaria.

In ogni caso, il diritto di critica politica non eliderebbe la valenza diffamatoria dello scritto, non essendo tale diritto estensibile nel suo valore scriminante sino al punto da rendere irrilevante la suggestiva attribuzione di un collegamento tra il diffamato ed un delitto di strage così violento e drammatico nell’immaginario storico collettivo, sia pur fondata su omissioni ed equivoci narrativi.

3. Anche la seconda ragione difensiva che accede al merito della configurabilità del reato in capo al ricorrente si presenta priva di pregio.
La Corte d’Appello, ai fini della sussistenza della invocata scriminante putativa del diritto di critica o di cronaca, ha correttamente valutato come insufficientemente assolto dal ricorrente l’onere di verifica delle fonti dalle quali ha tratto la notizia diffamatoria.

Invero, nonostante l’opinione manifestata nel motivo di ricorso, secondo cui costituirebbe condotta idonea all’adempimento di detto onere svolgere, in ordine ai contenuti dei propri articoli giornalistici, accertamenti via internet, mediante noti motori di ricerca e utilizzando dati di conoscenza provenienti dalla enciclopedia web probabilmente più diffusa al mondo quale è Wikipedia, tale tesi non può invece essere condivisa, soprattutto in una materia così delicata quale la cronaca giudiziaria e in un contesto di evidente e notoria incertezza di accertamenti delle responsabilità quale è quello che ha caratterizzato le vicende della strage di Bologna.

Inoltre, la gravità delle condotte attribuite o ricollegate al soggetto diffamato individua la cifra anche del connesso onere di verifica delle fonti dalle quali si trae la notizia diffamatoria: è chiaro, pertanto, che se si organizza un racconto giornalistico in maniera tale da accettare il rischio che un determinato soggetto possa essere messo in relazione con un episodio delittuoso gravissimo e quasi senza pari nel panorama criminale del Paese, tanto più l’articolista narrante deve innalzare il livello delle verifiche “di verità” di quanto espone, non potendosi limitare a citare di essersi documentato via internet in qualsiasi modo là dove ometta, invece, una porzione determinante della vicenda quale è la totale esclusione – già come ipotesi investigativa – del coinvolgimento di tale soggetto in quel reato.

Le fonti citate dal ricorrente, infatti, non garantiscono la reale completezza informativa alla base di una eventuale operatività della scriminante putativa dell’esercizio del diritto di cronaca o di critica giornalistica.

Deve essere affermato, pertanto, il seguente principio di diritto: in tema di diffamazione a mezzo stampa o di pubblicazioni di tono giornalistico on line, al fine di configurare la scriminante dell’esercizio del diritto di cronaca o critica, non costituisce condotta di per sé idonea all’adempimento del richiesto onere di svolgere, in ordine ai contenuti dei propri articoli giornalistici, i dovuti accertamenti sulla veridicità dei fatti e l’attendibilità delle fonti informarsi soltanto via internet, mediante noti motori di ricerca e utilizzando dati di conoscenza provenienti dalla enciclopedia web Wikipedia, poiché tali strumenti non garantiscono “tout court” la reale completezza informativa funzionale alla operatività della scriminante putativa dell’esercizio del diritto di cronaca o di critica giornalistica.

Sulla base della natura della notizia e delle circostanze del caso concreto, dunque, l’articolista dovrà, se del caso, integrare altrimenti i propri accertamenti su fonti e contenuti dello scritto.
3.1. Neppure rileva l’osservazione difensiva riferita alla circostanza che l’articolista non sia un giornalista vero e proprio, sicché a lui non potrebbero essere riferiti gli standard di accuratezza nel verificare le fonti e la completezza dei fatti riportati, tipici di chi svolge tale lavoro in via professionistica.
L’impegno nel controllare il fatto narrato, infatti, deve essere preteso nei confronti di chiunque intenda pubblicare una notizia nelle forme di diffusività idonee eventualmente a configurare il reato di diffamazione a mezzo stampa (anche via web), senza che sia possibile prevedere un onere di diligenza “attenuato” nella verifica delle fonti o dei contenuti dello scritto per il privato che svolga attività più o meno continuativa di articolista, rispetto al giornalista di professione.
Chi intenda comunque pubblicare una notizia non certa, infatti, accetta il rischio che essa non corrisponda al vero e che l’antigiuridicità della condotta diffamatoria rimanga senza giustificazione, ponendosi dinanzi a lui in tal caso solo l’alternativa di non pubblicare affatto la notizia (cfr. Sez. 5, n. 3132 del 8/11/2018, dep. 2019, Lippera, Rv. 275259; Sez. 5, n. 13708 del 17/12/2010, dep. 2011, Giurovich, Rv. 250203; Sez. 5, n. 15986 del 4/3/2005, Rv 232131; Sez. 5, n. 31957 del 22/6/2001).
Anche sotto il richiamato profilo, pertanto, il ricorso deve essere rigettato.
4. In relazione agli esiti del ricorso, devono essere liquidate alla parte civile costituita e presente in udienza le spese sostenute nel giudizio, che si ritiene congruo determinare nella misura di Euro 1800 oltre accessori di legge.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Condanna il ricorrente alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile liquidate in Euro 1800 oltre accessori di legge.

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Wikipedia e il compleanno di Tommaso Ragno

Tommaso Ragno è un (bravo) attore italiano. Wikipedia gli ha dedicato una pagina in italiano e una in francese. In queste ore ha ricevuto svariate manifestazioni di affetti e di augurio per il suo compleanno. Non ci sarebbe nulla di male e di strano se solo si pensasse che oggi NON è il suo compleanno, come erroneamente riportato da Wikipedia. Ok, allora Tommaso Ragno cosa fa? Pensa che poco male, Wikipedia è un’enciclopedia libera, potrò ben correggere l’informazione, del resto è lì apposta per essere corretta e perfezionata dagli utenti, no? E corregge. Ci mette la data del compleanno, quella VERA e attende. Le informazioni così corrette vengono però rimbalzate dalla Torre di Guardia dell’enciclopedia più sgangherata dell’universo che le definisce provenienti da una “fonte non attendibile”.
Ora, voglio dire, il compleanno è il suo, chi può essere più informato sulla data del proprio genetliaco se non chi quella data la festeggia ogni anno? Nessuno, evidentemente. Eppure, pur di non pubblicare un dato corretto, la Wikipedia italiana è disposta a mettere a testo che Ragno è genericamente nato nel 1967 (senza specificare la data):

L’edizione francese riporta, invece, ancora la data sbagliata:


Wikipedia è una fonte inesauribile e formidabile di autoumorismo involontario.

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Wikipedia oscura (ancora) i suoi contenuti per salvare il diritto d’autore in Europa. Ma loro non ne saranno toccati.

Oggi chi abbia visitato almeno una pagina in italiano di Wikipedia si sarà certamente visto rinviare su una pagina nera tipo quella che riproduciamo qui. Il 26 marzo (cioè domani) “il Parlamento europeo voterà su una nuova direttiva sul diritto d’autore. La direttiva darà agli editori il potere di limitare la diffusione di notizie e titoli in ogni sito altrui (articolo 11). Costringerà inoltre quasi tutti i siti ad analizzare preventivamente ogni contributo dei propri utenti per bloccarli automaticamente se non autorizzati dalle industrie del copyright (articolo 13).” La pagina invita, inoltre, a scrivere al proprio deputato al Parlamento Europeo, per pregarlo di non votare questa direttiva, o per rendergli noto che non è possibile appoggiare un qualsivoglia testo di legge che contenga i suddetti articoli 11 e 13.

C’è un “ma”, Questa normativa non si applica a Wikipedia. Con tutto il baccano che hanno fatto nelle passate occasioni in cui il Parlamento Europeo ha messo mano alla normativa sul diritto d’autore, Wikopedia se n’è completamente dimenticata. La norma salvacondotto per i wikipediani non sarà toccata dal voto di domani, Lo sanno benissimo, tant’è che scrivono “Nonostante Wikipedia possa non essere direttamente toccata da queste norme, il nostro progetto è parte dell’ecosistema di internet.”.Classico esempio di ambientalismo telematico. Siccome alcune specie animali rischiano l’estinzione (si legga: alcuni siti possono essere colpiti dalla nuova normativa) allora noi protestiamo per preservare la vita sulla terra, tanto viviamo tutti nello stesso ecosistema. Ma camperanno bene lo stesso, loro, ne sono consapevoli e fanno una protesta di una durata relativamente breve e limitata. Intanto, a rimandare alla pagina di cui sopra sono solo le versioni in italiano e in portoghese. Nulla appare nella Wikipedia francese, in quella inglese, in quella spagnola e in quella tedesca. Eppure mi risulta che anche Francia, Spagna, Irlanda, Austria, Germania (tanto per fare dei nomini) siano interessate dalla stessa normativa in discussione e in approvazione domani. Eppure se ne sbattono allegramente i coglioni. Perché? E, soprattutto, perché la protesta durerà solo fino a domattina, 26 marzo, alle ore 8.00 del mattino? E’ molto semplice, perché se si prolungasse oltre poi Google e gli altri motori di ricerca penalizzerebbero Wikipedia nelle loro indicizzazioni interne. Ed essere ai primi posti di Google è un privilegio troppo irrinunciabile, anche per una causa tutto sommato nobile. Quindi niente paura, da domattina tutti davanti al PC per vivere, visualizzare, navigare e usufruire di Wikipedia come è e come era prima (cioè sostanzialmente una schizofrenica rappresentazione della realta). Il Parlamento Europeo voterà (o respingerà) la legge, ma loro non faranno assolutamente nulla se le normative dovessero essere (definitivamente) approvate. Tutt’al più ricominceranno a mettere dei banneroni per chiedere un po’ di quattrini. Ma anche a quelli ci siamo, più che abituati, assuefatti.

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Jimmy Wales scrive di nuovo e torna a bussare a denari

Ciao Valerio,

  • Ciao Jimmy, che ti serve stavolta?

Sono preoccupato.

Milioni di persone nel mondo leggono Wikipedia, ma solo l’1% di questi lettori dona.

  • Toh, guarda, ero qui che ci pensavo!

Abbiamo tantissimo lavoro da fare per proteggere il futuro di Wikipedia, ma questa è l’ultima occasione che ho per il 2019 di coinvolgerti. Te lo chiedo dal profondo del cuore: rinnova la tua donazione di 2 € a Wikipedia.

  • Ecco, ma per esempio, giusto per sapere, ci sono mai venuto io nella tua casella di posta elettronica a chiederti soldi? E allora te lo chiedo dal più profondo del cuore anch’io: levati di ‘ulo. E al più presto.

Siamo la fondazione non-profit che sostiene uno dei 10 siti più visitati al mondo.

  • Sì, io invece gestisco un blog che ha fra le 1000 e le 1500 visite al giorno. Guarda un po’ se è la stessa la differenza sì o no.

Non generiamo profitti vendendo al miglior offerente i dati dei nostri utenti.

  • E vorrei anche vedere!!

E non vendiamo spazi pubblicitari perché non vogliamo mettere a rischio l’integrità e la neutralità dei nostri contenuti.

  • Wikipedia non è neutrale. E’ faziosa e di parte. Se Wikipedia si può permettere un bannerone sulle sue pagine per chiedere contribuzioni ai suoi utenti può anche vendere quello stesso spazio a soggetti di sua fiducia (ce ne sarà qualcuno!!). Sono scelte etiche e di mercato. Ma non è che siccome hai fatto la scelta di non ospitare pubblicità sulle tue pagine puoi venire a rompere i coglioni alla gente ogni 3 x 2.

Ma non proviamo invidia per quei siti i cui ricavi dipendono da queste tattiche.

  • Più che altro sono quei siti i cui ricavi dipendono da queste tattiche che non provano invidia per voi.

Il nostro modello non-profit è sicuramente un ostacolo al profitto, ma è anche un privilegio. Ogni giorno possiamo andare a lavoro

  • Si dice “Andare AL lavoro”. Stai attentino a chi ti traduce le mail di spam la prossima volta.

con la consapevolezza che stiamo contribuendo a costruire un mondo migliore, più connesso e collaborativo, e che lo stiamo facendo insieme a migliaia di collaboratori volontari, milioni di piccoli donatori

  • Ecco quello che mi fa incazzare di te. “Milioni di piccoli donatori”. MA quanti saranno questi “milioni”?? Due? Tre?? A 2 euro ciascuno sono 4-6 milioncini di euro puliti puliti. E non dire che non ci state larghi.

e una parte ancora più piccola di persone che scelgono di donare di più.
Se tutti coloro che usano Wikipedia donassero, potremmo continuare a farla crescere nei prossimi anni.

  • Sì, e se la mi’ nonna ciaveva le ròte era un carretto.

Abbiamo deciso di rimanere una non-profit indipendente per conservare quel privilegio. Non vendiamo spazi pubblicitari o servizi ai nostri lettori. Sebbene le nostre dimensioni richiedano la manutenzione dei server e un lavoro di programmazione di altissimo livello, ci sosteniamo unicamente grazie al supporto dei nostri donatori, che in media donano 13 €. Quest’anno dedicherai solo un minuto per permetterci di continuare il nostro lavoro?

  • No. Il minuto lo dedico a fare unsubscribe dai vostri sistemi. Toh, o guarda un po’ qui:
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Quando ti arriva una mail da Jimmy Wales (forse)

Poi succede che ti arriva una e-mail. Mittente apparente jimmy@wikipedia.org. E già il mittente è inquietante. Più inquietante è il subject: “Valerio – Ne ho abbastanza“. “E vai“, ti dici “Jimmy Wales, il guru di Wikipedia in persona, si è arrabbiato di tutti gli interventi che faccio contro di loro e adesso promette vendetta.” Non potrei permettermi un contenzioso con Wikipedia, figuriamoci una causa legale, per cui apro la mail con un po’ di titubanza. Cazzo vuole Jimmy Wales da me? Semplice: soldi. La mail inviata apparentemente dall’indirizzo di Jimmy era in realtà intestata (indirizzo e-mail del mittente) alla casella di posta elettronica donate@wikipedia.org afferente alle donazioni. Siccome nel 2018 ho disgraziatamente effettuato per errore una donazione a Wikipedia (per vedere dove andassero a finire materialmente i nostri soldi), allora ecco di nuovo Jimmy Wales o chi per lui, in una mail scritta in perfetto italiano, a bussar quattrini e a chiedermi di effettuare una nuova donazione per il 2019.

Scrive:
“La compravendita dei dati degli utenti, come se la nostra privacy fosse una merce qualsiasi, i siti a pagamento che bloccano l’accesso a chi non può permetterselo, la pubblicità che ci bombarda ogni volta che apriamo un browser: ne ho abbastanza!”

Ecco uno che si lamenta della gestione della privacy degli utenti e poi usa i dati in suo possesso per andare a chiedere donazioni. Non è che sia molto coerente, a dire il vero. Ho fatto una donazione a Wikipedia, questo è vero (anche se per mia sbadataggine e contro la mia volontà), se deciderò di farne un’altra lo farò senza che nessuno mi scriva usando il trucchetto dell’e-mail scambiata e farlocca per farmi credere, inizialmente, che sia proprio Jimmy Wales in persona (e anche con un subject assai incazzoso, per giunta) a scrivermi, perché se immediatamente vedo un indirizzo del tipo donate@qualcosa.qualcosaltro  poi sono portato a pensare che si tratti di una scocciatura, che il mittente faccia solo spamming (come effettivamente è) e che Wikipedia mi chieda di aprire il portafoglio (come effettivametente è). Quindi sono portato a cestinare automaticamente la mail. Invece così mi prendo un bell’accidente e quanto meno la mail la apro. Fine psicologia wikipediana, non c’è che dire.

La pubblicità. Jimmy Wales ha ragione a dire che la pubblicità ci bombarda ogni volta che abbiamo un browser, ma la pubblicità, per molti siti, è l’unica fonte di sostentamento. Questo blog vive anche grazie alla pubblicità. Wales aggiunge: “Siamo una non-profit. Solo l’1% dei nostri lettori dona” ed ecco quello che mi fa più incazzare, una lagna costante e una lamentela sempiterna. Questo blog ha in media 1000 visualizzazioni al giorno. Non sono tante. Non sono poche. Sono 1000 visualizzazioni. Per 365 giorni all’anni fa 365000 visitatori. Mettiamone pure 300.000 per prudenza. Se io avessi l’1% dei miei visitatori che mi facesse una donazione di un euro (il prezzo di un caffè, come dico nella pagina di valeriodistefano.com) ricaverei 3000 euro. Che basterebbero e avanzerebbero per liberarsi dalle pubblicità di Google Adsense su valeriodistefano.com e su classicistranieri.com per almeno 9 anni. Per cui, hai l’1% dei tuoi lettori che ti fa una donazione? Ringrazia il tuo Dio, perché con i numeri che ha Wikipedia questo significa poter contare su tanti, ma tanti, ma tanti soldi. Che bisogno hai di venire a rompere i coglioni a me, povero blogger, che se voglio raccattare qualche centesimo (perché di centesimi si tratta) al giorno sono costretto a servirmi dei bannerini pubblicitari pregando che qualcuno ci clicchi sopra, perché se non ci clicca nessuno io non ricavo niente di niente??

Jimmy Wales ne ha abbastanza? E sapesse quanto ne abbiamo abbastanza noi del modello wikipediano. Di un’enciclopedia che usa i SeroBOT per censurare i contributi degli utenti, di tutte le volte in cui scrivono “qual è” con l’apostrofo, di quando la lobby si impunta e fa pressione sul Parlamento Europeo che fa una norma ad hoc per la Link Tax, quando pubblicizzano il Manifesto della Razza da Wikisource, quando scrivono che Vittorio Emanuele II era “superdotato” come se fosse un dato enciclopedico, quando dedicano parole e parole in una voce su Wanna Marchi, ma lo scrittore catalano Rafael Cansinos-Assens non ha nessuna voce e così via.

Via, via, cestinare. E alla svelta.

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Tutti i “qual’è” di Wikipedia

Quanto tempo sarà che non vi parlo più di Wikipedia? Eh, parecchio!

Oggi mi è venuto in mente di cercare sull’enciclopedia più sgangherata del mondo quante volte e in quali pagine ricorra l’espressione “qual’è”, con tanto di apostrofo (che, notoriamente, non ci va).

Ho cliccato su “cerca” e mi si è aperto il mondo. Guardiamo il caso più divertente:


Nella pagina dedicata al cognome “Russo” (origini, diffusione etc…), tra le note è riportato un articolo di Emanuela Mastrocinque, “Qual è l’origine del cognome Russo?”, pubblicato su un sito web. Nel trascriverne il titolo il wikipediano medio si è lasciato sfuggire un “Qual’è”, che ancora campeggia a bella vista nella pagina.

Uno può sempre dire: “Ma magari era sbagliata la dicitura della fonte citata da Wikipedia”. Macché, invece era giusta. Eccola:

Intellettuali d’oggi, wikipediani di domani.

E come sempre a corredo del tutto, ecco la pagina originale di Wikipedia in PDF

https://www.valeriodistefano.com/wp-content/uploads/2019/01/Russo_cognome.pdf

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Stupide cretinerie e deficienze imbecilli

Certo che bisogna veramente essere dei cretini patentati e aver studiato su Facebook per realizzare dei “meme” (parola orrenda che viene usata ad ogni pie’ sospinto sui social media, dove circola di tutto e di più, soprattutto per quanto riguarda l’uso di un linguaggio arbitrario che fa rabbrividire e scendere i gomiti all’altezza dei coglioni) di questo genere. Quindi, qui i casi sono due, o chi l’ha realizzato e diffuso (“condividendolo”, come si usa dire, usando una bella parola per una brutta cosa) è veramente un cretino che ha creduto per un momento che Cesare Battisti, il terrorista arrestato due giorni fa in Bolivia, fosse la stessa persona di quel Cesare Battisti, patriota, giornalista, geografo, politico socialista e irredentista italiano, come recita la Benemerita, oppure chiunque sia stato a diffondere queste bestialità antistoriche lo ha fatto sapendo che si trattava di una evidente forzatura della realtà, e allora non è un cretino ma un imbecille di primissima categoria. Fare della propaganda politica (oltretutto su un partito come il PD che è già morto per conto suo) su queste cose è fuori dal mondo, non è una cazzata falsa, è una cazzata vera, senza contare che non è affatto vero che è stato il governo Conte ad arrestare Cesare Battisti, ma la polizia boliviana (un paio di esponenti del Governo Conte hanno, tutt’al più, fatto le belle statuine all’aeroporto di Ciampino, per attendere l’arrivo del pluriomicida, indossando le divise delle forze dell’ordine alla prima occasione disponibile). Sono i social network, bellezze, non ci sarebbe da stupirsi di nulla, e allora mi spiegate perché io mi ci incazzo ancora? Su, via, ditemelo…

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SeroBOT censura i contributi nella Wikipedia spagnola

Schermata del 2018-11-19 19-08-33

Anch’io uso Wikipedia. La uso nel senso che la sfrutto. Utilizzo, cioè, le sue risorse per informare i suoi utenti del materiale presente per il libero download su www.classicistranieri.com. Ogni tanto modifico qualche voce e ci metto un link. Non è “vandalismo”, come lo chiamano impunemente i wikipediatici, è informazione, è mettere in comune una risorsa, è dire “Guardate, c’è questa cosa, se volete la trovate qui”.

L’altro giorno ho modificato la voce “Don Quijote de la Mancha” della versione spagnola di Wikipedia. Ci ho messo il link alle mie concordanze dell’opera, disponibili, appunto su classicistranieri.com.
Sono un’opera di consultazione che può essere utile a qualcuno, non esiste da nessun’altra parte ed è disponibile in più versioni (formati di testo).

Come era da prevedersi, la modifica è stata rifiutata. E chi può fargliene una colpa? Ognuno in casa propria agisce come meglio crede, se non vogliono il mio contributo non vedo perché dovrei incazzarmi (oltretutto quelli della versione italiana l’hanno accettato tranquillamente). Ma CHI è stato a rifiutare la mia modifica? Un certo SeroBOT, un robot, un computer, una macchina che è stata programmata “per sapere che tipo di modifiche sono dannose o realizzate in buona fede”.

Et voilà, ora la buona fede si calcola con un algoritmo, non esiste più nemmeno il wikipediota-tipo che una volta ti ripristinava la versione precedente ma almeno ti dava uno straccio di spiegazione (solitamente “Qui decidiamo noi, e se abbiamo deciso che il tuo è vandalismo è segno che è vero”). Adesso fa tutto un robot, e le sue decisioni, quali che siano, te le tieni.

E’ segno evidente che Wikipedia sta implodendo e che i volontarissimi non sono più in grado di gestire il sapere, le varie modifiche, i contributi esterni. E’ una questione di paura, nient’altro. Se ci fosse stato qualcuno che si fosse preso la briga di andare a vedere di che cosa si trattava, FORSE (e sottolineo FORSE) il contributo sarebbe passato. E FORSE l’argomento sarebbe stato migliorato. Ci chiamano “vandali”, noi contributori esterni. E non è che ci guadagno chissà che cosa. Il traffico proveniente da Wikipedia rappresenta sì e no il 2-3% delle visite del sito.

Ma è Wikipedia, e non bisogna più stupirsi di nulla.

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Stefania Pucciarelli: da casalinga a Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani

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Stefania Pucciarelli:

– ha il diploma di studi di scuola media inferiore;

– ha precedentemente svolto la professione di casalinga;

– è Vicepresidente del gruppo del Senato L-SP-PSd’Az dall’11 luglio 2018;

– secondo quanto riportato dalla sua pagina di Wikipedia sarebbe stata attenzionata dalla giustizia “A causa di un like messo sotto un post su facebook in cui si diceva: «Certe persone andrebbero eliminate dalla graduatoria dal tenore di vita che hannoE poi vogliono la casa popolareUn forno gli darei» ” [giugno 2017]

– ha commentato con la frase «se uno deve pagare per essersi difeso, è meglio che la mira la prenda per bene» la notizia della condanna al risarcimento di 120.000 euro nei confronti di un cittadino che aveva sparato a un gruppo di ladri rom; [luglio 2012]

– nel settembre 2012 ha scritto: «un bambino deve avere un papà maschio e una mamma femmina, è quello che regola la natura per la riproduzione» ; 

– ha affermato che «non abbiamo paura di dirci cristiani e di difendere la famiglia naturale e tradizionale»

– ha scritto «Ora capisco perché le zecche dei centri sociali non vanno a tirar sassi nei comizi del Pd e dei 5 Stelle: in loro hanno trovato chi li tutela» ; [2015]

– ha dichiarato «finalmente al campo rom di Castelnuovo Magra sono tornate le ruspe»; [alcuni giorni or sono]

Stefania Pucciarelli è stata eletta presidente della Commissione diritti umani di Palazzo Madama.

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Che fine ha fatto la mailing-list di Liber Liber?

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Una volta la mailing-list di Liber Liber era una vera e propria fucina di interventi interessanti e di discussioni avvincenti. All’inizio degli anni 2000 ha avuto perfino oltre 600 mail in un solo mese. Ci si divertiva, si discuteva, ci si odiava (e io ero, per mia fortuna, odiatissimo), c’era chi si autoincensava, chi sputava veleno, insomma, si faceva, allora, quello che su Wikipedia fanno i revisori e i padronissimi della cultura libera. Si parlava di software libero, di formati aperti, di libri, insomma, si stava bene. Poi, sempre per l’ipersensibilità dei soliti noti, fui espulso dalla lista per le mie opinioni (bisogna sapere che quando dici che il re è nudo il re poi s’incazza). Pazienza, si vive bene lo stesso anche senza. E, tutto sommato, ritengo che la mia mia presenza in quel luogo sia stata una bella esperienza.

Poi il presidente di Liber Liber (lo stesso da oltre un ventennio) ebbe la bella idea di querelarmi perché avevo scritto “cazzate” accanto al loro nome. Chiese anche il sequestro dell’intero blog, cosa che non gli fu concessa, dimostrando sensibilità e affetto verso la pluralità delle opinioni in rete e per il diritto di tutti di esprimerle liberamente. Oh.

Ieri sono andato a rivedere la pagina web della mailing-list (che è pubblica anche per i non iscritti e per i defenestrati come me) e l’ho trovata praticamente deserta. Pochissimi messaggi ogni mese e nessun messaggio nei mesi di gennaio, febbraio, marzo, agosto e ottobre. Circa 1200 iscritti (meno dei visitatori quotidiani di questo blog) sono riusciti a produrre un numero infinitesimale di contributi. Possibile che non abbiano nulla da dirsi? Non hanno incontrato delle difficoltà nello scansionare un libro? A passarlo all’OCR?? Non si scambiano opinioni, esperienze, difficoltà?? Possibile che i volontari di Liber Liber siano sempre così infallibili (vedere il post di ieri) da non aver bisogno di niente e di nessuno? Fatto sta che la produzione è stata, finora, di ben 13 messaggi da gennaio a ottobre. Nello stesso periodo dell’anno scorso il numero di messaggi arrivava a 21. Pochissimi lo stesso, ma almeno c’era una tendenza diversa.

Viene da pensare a parole come parlare, confrontarsi, scambiare le idee, sfruttare gli strumenti a disposizione per confrontare le rispettive opinioni. Sono iniziative che stanno morendo sotto il peso di una iniziativa straordinariamente pesante e burocraticamente strutturata. Di tutto quello che è stato resta un file dimenticato su Yahoogroups. E non è detto che sia un male.

 

 

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La lobby di Wikipedia vince ancora

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Così tutto è finito a tarallucci e vino. Il Parlamento Europeo ha votato a larga maggioranza l’approvazione della Link Tax e delle altre norme di riforma del copyright ma ha lasciato fuori dall’applicabilità di questi articoli di legge i “progetti collaborativi”. In pratica Wikipedia.

Era già tutto largamente previsto, tant’è che nel mio post di ieri avevo già largamente profetizzato (scusate se me la tiro un po’) che Wikipedia sarebbe uscita perfettamente indenne dalla tenzone per cui aveva addirittura minacciato il pericolo di chiusura.

Google, Facebook, Yahoo e altri giganti del web dovranno pagare un giusto compenso ai rispettivi editori per gli estratti dai giornali on line che pubblicano. Wikipedia no. Wikipedia è al di là della stessa legge, non può essere toccata, non deve essere interrotta nella sua infinita produzione di informazioni (spesso anche senza senso logico, o con grammatica e ortografia incerte), non può sborsare nemmeno un centesimo delle copiose donazioni dei suoi utenti per pagare quello che utilizza. E’ incredibile ma è così.

E questa lobby ha messo le mani su qualcosa di molto più grande della cultura, ha messo le mani sulla conoscenza. Siamo arrivati all’assurdo di credere che tutto ciò che non è scritto su Wikipedia non esiste e questo è di una tristezza somma.

Scriveva Eduardo: “‘O tiempo d’e ‘llacreme è fernuto. Mo’ è tiempo ‘e core mosso e faccia tosta“.

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Le immagini oscurate di Wikipedia

logo

 

A luglio pubblicai un post sul blog intitolato “Wikipedia rimandata a settembre”. In quell’occasione Wikipedia aveva oscurato tutte le sue pagine in italiano per protestare contro l’approvazione degli articoli 11 e 13 della nuova direttiva sul copyright in discussione presso il Parlamento Europeo dichiarando di essere addirittura nelle condizioni di dover chiudere se i testi dell’articolato fossero stati approvati così com’erano. Il risultato finale fu che la discussione fu rimandata a settembre, come i ragazzini più discoli e meno studiosi, Wikipedia ha ripreso a pubblicare tutti i suoi contenuti e la gente che aveva protestato perché non aveva voglia di andare in biblioteca a consultare dei sani libri di carta ha tirato un sospiro di sollievo.

Ora siamo di nuovo a settembre. Impressioni di settembre, settembre poi verrà ma non ti troverà, september morn. Oggi è in discussione quello che è stato semplicemente rimandato a luglio. Wikipedia cosa decide di fare? Oscura TUTTE le sue immagini per chiedere l’approvazione della Libertà di panorama (sul banner wikipediano è scritto con tanto di hashtag). La libertà di panorama? Ma come, a luglio c’era il rischio chiusura e oggi si preoccupano delle foto di palazzi e monumenti?? Eppure è così:

striscia

Invitano anche a scrivere una mail al proprio deputato europeo (che dev’essere un po’ come l’angelo custode, io il mio non so nemmeno chi sia) in cui, con un modello precostituito, si invita a votare a favore della protezione del pubblico dominio (che dovrebbe essere già protetto di per sé, proprio in quanto pubblico dominio, e nessuno dovrebbe poter dubitare che un’opera sia liberamente fruibile da tutti se sono passati i termini di legge), le eccezioni per i contenuti generati dagli utenti (ma ogni contenuto che abbia un minimo di creatività ed originalità è di per sé e per diritto naturale coperto dal diritto d’autore, e l’autore decide anche che cosa possano fare gli altri dei propri contenuti, spiacente ma in Italia funziona così), le eccezioni per l’estrazione di testo e di dati (che è il punto su cui Wikipedia potrebbe avere dei seri problemi, ma non lo dicono).

La protesta di Wikipedia, dunque, appare incredibilmente debole e blanda (anche se, prevista inizialmente per la sola giornata di martedì, continua anche in quella di mercoledì, giorno di votazione) rispetto all’allarme minacciato e paventato dalle iniziali premesse.

Come sempre la montagna ha partorito un topolino, e l’unico effetto di questa iniziativa saranno poche e-mail che intaseranno le pazienti caselle di posta elettronica dei deputati europei italiani. Perché se andate a vedere sulle altre versioni linguistiche, NON troverete tutta questa pappardella di cui vi ho parlato. Eppure il Parlamento Europeo legifera anche per paesi di lingua inglese (non credo che l’Irlanda sia esclusa), spagnola, portoghese, tedesca (su cui campeggia un semplice avviso che spiega che oggi i wiki saranno disponibili in sola lettura per massimo un’ora), francese e così via. Anzi, paradossalmente, se andate sulla versione inglese di Wikipedia trovate questo:

monuments

cioè un invito a fotografare panorami e monumenti. E’ il massimo del ridicolo e della contraddizione. La Wikipedia italiana  sta facendo una figura meschina davanti al mondo intero e ci sembra che sia una legittima protesta di una piazza virtuale che oggi si trova oscurate le immagini.

Se Wikipedia dovesse chiudere a seguito delle legislazioni votate oggi, non sarebbe un gran male. Ma noi sappiamo tutti benissimo che non chiuderà.

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Wikipedia rimandata a settembre

Wikipedia-1300

Hanno fatto tutto da soli, dall’inizio alla fine.

Hanno preso la palla al balzo di una discussione in sede di Parlamento Europeo sulla riforma del Copyright e hanno pensato bene di lanciare l’allarme in rete di una imminente repressione di alcuni diritti fondamentali del Web che, a loro dire, coinvolgerebbe anche la versione italiana di Wikipedia. Non si capisce come coinvolgerebbe SOLTANTO la versione italiana, visto che il progetto legislativo riguarderebbe TUTTI i Paesi dell’Unione Europea, e quella italiana è la versione linguistica che per prima è andata a gridare “Al lupo! Al lupo!”, seguita, nel tempo, soltanto da quella spagnola, estone e lituana. Dunque, dicevamo, per protestare contro l’imminente scempio dei diritti che oltretutto NON riguardavano Wikipedia (ed è stato messo addirittura nero su bianco), la sezione italiana di Wikimedia ha pensato di inibire l’accesso ai contenuti, creando un vero e proprio putiferio tra gli addicted (che, evidentemente, non sanno sopperire alla mancanza di una informazione di Wikipedia con l’apertura di un sano libro o la consultazione di una buona enciclopedia cartacea).
Hanno piazzato davanati agli occhi di tutti un proclama in cui si affermava addirittura che, se la normativa fosse stata recepita (e il termine per farlo era il 5 luglio), Wikipedia avrebbe anche potuto chiudere. “Dio lo volesse!!”, mi sono detto subito “a cosa devo l’onore di tanta manna??” A nulla, alla sola volontà di creare scompiglio e generare confusione nell’opinione pubblica. Perché quali sarebbero queste modifiche così micidiali per la libertà di espressione?? Non si sa. O, almeno, il papello funebre di Wikipedia non lo dice. Premesso ma non concessso che Wikipedia è in pericolo, da che cosa sarebbe rappresentato questo pericolo?? Silenzio tombale sul tema.
Hanno fatto durare la loro protesta un paio di giorni. Sono un tempo accettabile per farsi notare e per evitare penalizzazioni da parte dei motori di ricerca che, andando a cercare pagine diverse, avrebbero trovato lo stesso identico contenuto e avrebbero penalizzato la posizione delle pagine in italiano.

Nel frattempo hanno proposto di scrivere al proprio parlamentare europeo una mail, o un tweet o addirittura di telefonargli per indurlo a votare contro le norme che Wikipedia ha individuato come fonti di nocumento (senti lì, dé, “nocumento”, o come so’ ganzo quando parlo forbito…). Non so quanti Wikipediani abbiano aderito all’invito, ma sapendo quanto siano stizzosi, presuntuosi e tenaci nella vendetta i wikipediani, posso immaginare che più di un parlamentare europeo italiano non abbia dormito sonni tranquilli, bombardato com’era da stormi di zanzare telematiche pronte a punzecchiarlo di pungiglione e veleno se per caso avesse votato “Sì” alla approvazione.

Il 5 luglio il Parlamento Europeo ha rinviato a settembre la discussione sulla materia del contendere. Dopo pochi secondi Wikipedia era ancora perfettamente navigabile, i nostri eroi, dopo essersi autonomamente autosospesi e autorimessi in linea erano soddisfatti che la loro potenziale fine non fosse annullata ma solo eventualmente posticipata, sì, sì, siamo stati bravi, abbiamo sensibilizzato l’opinione pubblica, viva la cultura libera e ciucciatevi la nostra compilation di svarioni di grammatica e di ortografia.

In breve, se solo con questo quelli di Wikipedia sono riusciti a far desistere un parlamento dalla discussione su una delibera comunitaria, vuol dire che Wikipedia ha molto potere. Se, invece, si è trattato solo di una semplice coincidenza, e la protesta non ha inciso per nulla sulla decisione parlamentare, allora vuol dire che Wikipedia non vale un fico secco. In ciascuno dei due casi, credetemi, c’è di che avere paura.

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Marco Travaglio e la scomparsa del fatto

meme

La notizia è un po’ datata, ma, come vi dico sempre io, questo non è un blog di informazione, in cui la tempestività è il primo requisito utile ed indispensabile, ma di opinione, e le opinioni si possono esprimere sempre e quando ci pare.

Ciò premesso, Marco Travaglio stavolta l’ha fatta proprio fuori dal vaso. Il 1 giugno scorso, in un editoriale che si intitola(va) “Meglio o meno peggio?” scriveva a proposito dell’appena nato governo Conte:

“Tutto se ne può dire, fuorché che sia peggiore di quelli degli ultimi 15 anni. Non c’è neppure un ministro inquisito o condannato, ed è la prima volta dal 1994.”

Ora, che questo governo non sia peggiore di quelli degli ultimi 15 anni è e resta una opinione di Marco Travaglio, legittima anche se non condivisa e condivisibile (difatti io non la condivido); ma il fatto che non ci sia neppure un inquisito o un condannato al suo interno è una notizia palesemente falsa. Io non sono un blogger di professione, non sono nemmeno un debunker di stato di quelli assoldati dalla Boldrini quando era Presidente della Camera, quindi non spetta a me corredare e confermare quanto sto dicendo. In fondo per essere debunker servono solo saper leggere e un accesso a Google, per cui potrete consultare la situazione giudiziaria dei neo-ministri in carica semplicemente cercandovela da soli o consultando Wikipedia, che è il più grande casellario giudiziale disponibile in rete, impietoso coi nemici e comprensivo con i simpaticoni.

Vedrete, giocando anche voi un pochino agli Attivissimi e ai Puentes de noàrtri, che quello che scrive Marco Travaglio non è affatto vero. E c’è da chiedersi perché e come Marco Travaglio cada in questo svarione, lui che è sempre attento al centesimale dell’affermazione giornalisticamente pura. Se la situazione delle condanne e delle pendenze penali degli interessati l’ho trovata io poteva benissimo conoscerla anche lui ed evitare di scrivere quella che è una solenne inesattezza (non è vero quel che ha scritto, ma è vero esattamente il contrario).

Questa è esattamente quella che Travaglio considera, in suo bellissimo libro (purtroppo assai poco reperibile) intitolato “La scomparsa dei fatti” come l’omissione del fatto per far trionfare l’opinione. Come se fosse l’opinione e non il fatto a contare e ad essere centrale nella dinamica dell’informazione.

Travaglio stavolta l’ha proprio cannata di brutto. E speriamo che si tratti solo di un caso grave ma isolato. Non vorrei dover assistere alla scoparsa dei fatti, quella vera, per l’esaltazione di questo governo che non ha assolutamente nulla di esaltante.

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