La Boldrini chiama sua figlia con Skype!!

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Era un po’ che non parlavo della Boldrini, quand’ecco arrivarmi un tweet dall’ANSA in cui mi si comunica l’esistenza di un video in cui la Boldrini ammette di usare Skype.

Devo dire la verità, l’ANSA è stata un po’ impietosa con la Boldrini, perché ha preso un frammento del suo intervento lasciando il contesto precedente a metà (il filmato è stato ripreso durante un incontro sul tema “Una Costituzione per la rete?” e verrebbe solo da rispondere “No, grazie, la gente già conosce poco di suo quella del proprio paese”) e si è solo soffermatta sul fatto che sì, la Presidente della Camera, cioè lei, usa Skype perché ha una figlia che vive all’estero e la sera muore dalla voglia di sapere come sta.

Ora, non si capisce bene, ancora una volta, dove stia la notizia di interesse pubblico. Sul fatto che la Boldrini abbia installato una applicazione (per PC, Tablet, Smartphone o quant’altro) e la usi per comunicare con chi vuole lei, sfruttando il fatto che l’applicazione medesima permette lo scambio di videochiamate? Ma, di grazia, questa non è una notizia. Skype è il principale vettore telefonico mondiale e mi sembra più che normale che tanta gente lo usi. Beppe Grillo, buonanima, ci faceva una parte di un suo spettacolo dimostrando che bastava una connessione internet e chiamavi tuo zio in Brasile a prezzi stracciati con Skype, e quando lui lo faceva io telefonavo già con VoipStunt e spendevo meno di lui.

E, comunque sia, dov’è l’aspetto rivoluzionario del fatto? In che cosa consiste la pubblica utilità del fatto che la Boldrini usa Skype per contattare la figlia? Io uso WhatsApp per comunicare con mia moglie e VoipStunt per telefonare all’estero, ma non mi pare che importi qualcosa a qualcuno.

E se c’è un particolare che colpisce è proprio il ritardo con cui i rappresentanti delle istituzioni si avvicinano alle cosiddette “nuove tecnologie” (che evidentemente sono “nuove” perché sono sconosciute per loro, non perché lo siano in senso assoluto), Skype è relativamente vecchiotto, quando Grillo ne parlava era il 2006 ed era già diffuso in Italia da almeno un paio d’anni.

Ora aspettiamo che la Boldrini installi Viber per telefonare gratis e che qualcuno lanci la notizia in prima pagina.

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Aosta: ragazza 19enne invia le sue foto nuda a un amico, ma finisce sulla prima pagina di un giornale (e questo giustifica la lunghezza del titolo)

Vediamo se riesco a spiegarlo bene e a fare il blogger perbenino.

Allora dunque sì, vediamo un po’, si diceva, ad Aosta c’è una ragazza che il selfie lo preferisce un po’ piccante. Così si autoscatta due o tre immagini nuda (se lo può permettere, è giovane e, pare, anche carina) e le spedisce a un amico tramite WhatsApp.

Poi, com’è andata, cumm’è ‘o fatto, cumm’è ‘gghiùto, le foto sono venute in possesso di altre persone, oltre al primo destinatario che, da quello che emerge dalle informazioni in mio possesso, non era il fidanzato della giovane. Il quale fidanzato l’ha mollata su due piedi (la ragazza è giovane e se ne farà una ragione, del resto non poteva certo aspettarsi che l’accogliesse a braccia aperte al suo ritorno).

Sarebbe una storia di ordinaria diffamazione, e infatti ce ne sono i presupposti e forse anche le querele.

Per il resto è una storia sbagliata, di quelle che piacerebbero tanto al vice questore Rocco Schiavone, il personaggio nato dalla penna di Antonio Manzini, e che si ritrova ad Aosta a trapiantare le sue radici romane, i suoi dolori e anche la sua paraculaggine (leggetelo, ne vale la pena).

Tanto sbagliata che se n’è occupato un giornale. E’ qui che il conquibus si conquiba. E’ qui che la storia della ragazza smette di restare contenuta nelle mura domestiche e di andare a letto senza cena (dico la giovane, non la storia -accidenti a me e quando mi ingarbuglio con la tastiera!-) e diventa di dominio pubblico. La ragazza, si apprende, è la figlia di un politico. E la storia non viene raccontata in un trafiletto della cronaca locale, no, viene sbattuta in prima pagina.

Il perché un giornale locale (la Gazzetta Matin) si sia occupato con tanta enfasi di una ragazza nuda non lo so. O, meglio, lo so ma non lo posso dire (tanto lo capite benissimo da voi). Mi limito a sottolineare che non può essere una notizia di interesse. Il mondo è pieno di gente che vive una sessualità “mediata” (tramite Facebook, Twitter, WhatsApp…) e sbattiamo in caratteroni cubitali nero-verdi una ragazza per il solo essersi (imprudentemente, certo) mostrata e perché ha un “amico” un po’ birbantello che ha fatto un po’ il bravuccio con gli amichetti suoi una volta in possesso del materiale? O perché il padre si è infuriato (e certo che si è infuriato, cosa avrebbe dovuto fare, da padre, dirle “Brava, figlia mia, sono orgoglioso di te, domani ti compro la macchina nuova, intanto prenditi questo bel bacio in fronte“)?

E continuavano a chiamarla diffamazione.

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Lolite a Teramo

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un breve viaggio di tre passi sul palato per andare a bussare, al terzo, contro i denti. Lo-li-ta. Era Lo, null’altro che Lo, al mattino, diritta nella sua statura di un metro e cinquantotto, con un calzino soltanto. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea punteggiata dei documenti. Ma nelle mie braccia fu sempre Lolita.”

Vladimir Nabokov, Lolita
E così anche nel teramano le hanno beccate.

Ragazzine minorenni, con ogni probabilità “di buona famiglia” (si dice sempre così quando si vuol distaccare il frutto marcio dall’albero che lo ha generato e che si suppone sano), insospettabili, che si dà per scontato che debbano pensare alla scuola, allo studio, ai turbamenti segreti per qualche ragazzino, a uscire con le amiche e invece schiaffano le loro foto per nulla caste su ask.fm.

Nude su richiesta, dunque, o, come si dice con anglicismo improponibile, on demand, contando da una parte sulla complicità dei mezzi (puoi farti una foto nuda da sola e farla circolare senza che nessuno ti veda) e sull’ignoranza dei loro limiti (nessuno è veramente anonimo su internet).

Ignoro come sia andata. Chissà, magari qualche genitore ha scoperto il “giro” e ha interessato la polizia postale per vedere fino a che livelo da girone dantesco sia profondo (“cignesi con la coda tante volte/quantunque gradi vuol che giù sia messa”), qualcuno che non ci sta a definirla una ragazzata, un qualcosa che possa essere risolto “tra galantuomini“, perché, si sa, è da “galantuomini” mettere sempre tutto a tacere quando i figli fanno le pirlate. Oppure quelle fotografie sono cadute nel calderone di una inchiesta più ampia.

Ma il senso del pudore ce l’hanno anche le minorenni, queste ragazzine che se il padre entra per sbaglio in camera loro mentre si cambiano saltano in aria e sbattono la porta, ma poi si fanno i “selfie” alle tette  perché è tanto figo.

E allora perché lo fanno? E’ semplice, lo fanno perché lo vogliono fare, perché è una loro scelta. E i genitori sempre lì a dare la colpa a internet, alla rete, ai social network, “a questo Facebook che io non so nemmeno cosa sia“. Però regalano alle loro figlie telefonini da 500 euro che si collegano perfino ai dischi volanti, perché loro vogliono WhatsApp. O, semplicemente, permettono loro di usarli solo perché qualche zia o nonna ringoglionita regala loro dei soldi perché hanno preso un bel voto in religione e quelle ci si sono comprate la quintessenza della telefonia compatibile con il pensiero neoputtanista dilagante (perché, si sa, “se no non sei nessuno“).

E non “tradiscono” solo la fiducia dei genitori. Tradiscono anche il loro portafoglio (è intestata a loro la connessione internet di casa, e loro pagano la bolletta anche perché la figlia ha voglia di farsi due cosine via webcam) e li pongono a rischio di procedimento penale (è a loro che è intestata la SIM con cui fanno mostra di sé sulla rete, e, comunque, esiste sempre la “culpa in vigilando”, ossia, se hai una figlia che zoccoleggia in rete la colpa è tua che non hai saputo vigilare sui suoi comportamenti).

Sì, lo so che questa non è certo la vita che ho sognato un giorno per (tutti) noi.

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Cumme te po’ capi’ chi te vo’ bbene si tu le parle miez’americano?

Sul “Corriere della Sera On Line” è apparso un articolo di Luisa Pronzato sul lato buono del “selfie”, che secondo me risiede nel fatto che è una parola assolutamente orrenda.

Ma a parte le mie impressioni, nelle prime tre righe e mezzo ci son già tre errori da matita blu. Le riproduco così come sono, potete confrontarle con lo screenshot che vi fornisco (poi ditene male, eh, mi raccomando…).

“Contatto? Scatto? È immediato. Ci si è appena conosciuti e s’ha da condividere il “contatto”: numero cellulare, mail, twitter, whatsup, faceboock e via di social…”

1) Intanto i nomi di aziende si scrivono con la lettera maiuscola. Si scrive “Twitter” ma “ti mando un tweet”. Sono dei nomi tutti e due, perché “Twitter” è nome proprio di persona (giuridica, in questo caso);

2) “Facebook” si scrive “Facebook” e non “faceboock” (sì lo so, “un banale errore di battitura”, come se un giornalista non avesse mai scritto “book” in vita sua -“instant-book”, “guest-book”-);

3) “whatsup” è decisamente meraviglioso. Confonde l’inglese “up” con l’abbreviazione “App” di “Application”.

Al di là della banale dozzinalità dell’ortografia, c’è un’osservazione ulteriore da fare: questi errori rappresentano il maldestro desiderio di occuparsi di una parte della rete (i social network, in questo caso), di occuparsene in visione sociologica, di darne una spiegazione, di eviscerarne in chiave intellettuale le componenti, insomma, di improvvisarsi esperti delle cose umane e internettifere, ma se bevi whisky and soda poi te siente disturbà’ e poi si péstano certi svarioni che lèvati. Ma dicono che porti bene!

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WhatsApp implementerà le chiamate-voce

Giunge or ora la notizia che su WhatsCoso, appena acquistato per un fottìo di vaìni da babbo Zuckenburg, lì, saranno implementate le telefonate a voce.

Vale a dire che, a patto che tutti e due i parlanti schizofonici abbiano installato l’accrocchio, d’ora in poi si potrà sfruttare la connessione internet per effettuare delle chiamate tradizionali (e dire che la funzione di invio di messaggi vocali registrati mi piaceva tanto! Ora la useranno, se possibile, ancora meno persone).

E va beh, ma che novità è?? Il VoIP esiste da una vita, io lo uso tranquillamente con VoipStunt, con Skype, e c’è anche Viber, un’applicazioncina simil-WhatsQuello, che permette di chiamarsi senza passare dal succhiasangue dei provider dei cellulari. Beppe Grillo parlava del VoIP già dal 2005-2006, segno che era una tecnologia più che diffusa allora. Il problema era trasformare la tecnologia in abitudine giornaliera e in cultura del risparmio.

Chiunque abbia acquistato VoipSempronio vuole qualcosa di valore incommensurabilmente più elevato della concessione di due telefonate, vuole noi, vuole i nostri dati, vuole le nostre abitudini. Il Grande Fratello ha sempre un volto molto comprensivo.

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WhatsApp va in tilt per quattro ore e i fan delirano

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WhatsApp è andato in panne per quattro ore. Ha forato, non funzionava, un faceva. È stato il panico fra gli users del sistema di messaggistica più amato dagli italiani ma non solo.

Twitter è stato subissato da messaggi di persone che stavano per fare Hara Hiri perché erano tre ore che avevano spedito un “ci vediamo tra 40 minuti al solito posto e te la do” ed era loro saltata la trombatina, oh, son disgrazie.

Inutile dirvi che la maggior parte di voi sta usufruendo del periodo di prova gratuito di un anno.
Il resto paga la botrionissima cifra di 0,89 euro l’anno. Quattro ore di disservizio corrispondono a 4 centesimi di centesimo di danno, e poi ti credo che ci sono gli imprenditori che si tolgono la vita, con questi salassi!

Fareste meglio a starvene zittini e a frugarvi per spendere qualche centesimino in un tradizionale SMS. Oltretutto comprate telefoni cari asserpentati per dare i vostri danari a CosoPhone, sicché vuol dire che ce li avete.

Ora che WhatsApp è passata nelle mani di Zuckermann, lì, vi diete sentiti tremare la terra sotto i piedi.
O come ci siete rimasti?

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Orecchioni!

Sì, dunque, si diceva che gli Stati Uniti spiano i nostri governanti e politici, ci ascoltano, intercettano ogni comunicazione (telefonate, mail, messaggi WhatsApp, Facebook, Twitter, codice Morse) parta, arrivi o sia in transito sul nostro territorio.

Anche Enrico Letta era sotto tiro. Ha detto: “Abbiamo chiesto chiarimenti al governo americano, perché attività di spionaggio di questo tipo non sono ammissibili”.

Del resto la Germania non se la passa meglio, e la Merkel ha già telefonato a Obama per lamentarsi degli orecchioni che mettono sotto controllo uno stato intero. Forse anche perché tra i telefoni intercettati c’erano i suoi.

Ma ora che ci ripenso noi non eravamo quelli che andavano a manifestare nelle piazze tutti belli tronfi e sussiegosi con un cartello recante la scritta “Intercettatemi pure” ben stretto in mano??
Non eravamo noi quelli che dicevano “Ah, io non ho nulla da nascondere, possono intercettarmi quando vogliono, io sono una persona trasparente”?
Siamo noi italiani quelli che pensano che siccome uno parla al telefono girandosi da una parte ha qualcosa da nascondere, perché se no, si sa, farebbe sentire i cazzi suoi all’universo mondo (che ne è, come d’uopo, interessatissimo).
Com’è che la gente quando deve mandare gli auguri di Natale invece di mandare il cartoncino aperto con la linguellina della busta incastrata dietro, lo chiude con la colla? Deve avere per forza dei segreti indicibili, e sicuramente è una persona poco perbene perché se VERAMENTE stesse mandando degli auguri di Natale non userebbe tutte queste inutili precauzioni.

Io non ho mai voluto essere intercettato. Ma non perché abbia qualcosa da nascondere, ma perché a chi telefono, a chi scrivo e cosa dico sono affari miei. Qualunque cosa dica, comunichi o scriva. Giù le mani dalle mie comunicazioni!

E invece abbiamo voluto fare i guappetti, rinunciare a un po’ della nostra privacy per avere un po’ di sicurezza, ma non meritavamo né l’una né l’altra.

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Chi se ne frega di quanto costa “Report”?

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Dalla trasmissione di “Report” di domenica 30 settembre 2013:

MILENA GABANELLI “Il nostro Bernardo Iovene ha perso un po’ l’aplomb. Ma in nessun paese al  mondo un politico si permette di replicare ad un giornalista che sta facendo domande  legittime “mi dica chi la sta pagando per venire fin qui”. Allora stiamo parlando di  Campobasso, da Roma, non dai Caraibi. Allora, la linea editoriale la decido in autonomia  dentro al servizio pubblico, che non vuol dire essere al vostro servizio.  Bernardo Iovene  non è un dipendente Rai, ha impiegato 4 mesi a realizzare questa inchiesta e l’ha realizzata  con mezzi propri, anticipandosi le spese e poi emette fattura. Come tutti gli autori, che lavorano su questo programma, il cui costo complessivo, inclusi il mio compenso, gli  stipendi della redazione, il costo di edizione, finanche dei fax e dei telefoni è di 180.000  euro, a puntata. Su ogni singola puntata la Rai incassa di pubblicità netti 190.000 euro. Al cittadino, che paga il canone e ha il diritto di sapere quanto costa il prodotto che sta guardando, che gli piaccia oppure no, noi costiamo zero.”

La Gabanelli è andata oltre le righe. Solo perché il giornalista Bernardo Iovine è stato chiaramente assalito dalla prosopopea di una sottosegretaria di governo si sente in dovere  di rispondere con l’arma della trasparenza a una insinuazione infondata fin dal suo primo  formularsi. Sarebbe bastato dire che Bernardo Iovine, come tutti coloro che lavorano per Report, non sono dipendenti RAI. Punto, fine.

Invece eccoci, una puntata di “Report” costa 180.000 euro. Ora lo sappiamo. E sappiamo anche  che non sono pochi. Oddio, certamente una puntata di un varietà televisivo del sabato sera  costa molto, ma molto di più, tette e culi non sono a buon mercato rispetto al reporter  rampante con la telecamerina sul tavolo puntata contro il potente di turno, ma con la logica del “c’è ben di peggio” si va poco lontano.

180.000 euro, dunque e apprendiamo che questa cifra include anche il “compenso” della Gabanelli. Già, ma non sappiamo A QUANTO ammonti lo stipendio della Gabanelli. La logica del “tutto compreso” non permette di vedere quali sono le varie voci di spesa e a quanto ammontano. Si fa un bella pentola di minestrone, si dà una cifra e tanti saluti e sono.

“Fax e telefoni” rientrano nel pentolone. Ma chi è che li usa ancora i fax? Probabilmente  l’asilo infantile Mariuccia qui all’angolo e forse neanche loro. Chi deve mandare un  documento fa una scansione e lo manda via mail. Se sono cose importanti usa la PEC che costa  6,05 euro ALL’ANNO a chiunque (quindi anche a Report). Per le telefonate a voce tra i  componenti della redazione si può usare Skype. Oppure VoipStunt. Con WhatsApp si mandano messaggi vocali, con Viber si possono fare delle telefonate, il tutto GRATIS (o, meglio, sfruttando la connessione internet disponibile).

E ci tiene, la Gabanelli, a dirci che a noi telespettatori, sia che la sua trasmissione ci  piaccia o non ci piaccia, quella trasmissione non costa una lira perché la pubblicità della RAI incassa 190.000 euro e, quindi, i costi originari sono ripagati con un margine di  guadagno per l’azienda.

Ma che importanza ha? E’ veramente un punto di merito? Io non lo so. E sinceramente non mi importa molto sapere se al momento in cui si liquidano i costi di una puntata si va ad  attingere dai soldi che pago anch’io o da quelli che pagano un formaggino e un pinguino col telefono all’orecchio. Io non la voglio una trasmissione di pubblico interesse pagata da qualche azienda commerciale, neanche gratis. Se una trasmissione fa effettivamente  informazione, la RAI che la trasmette e che è servizio pubblico me la deve dare anche se ci  rimette, anche se nessuna crema rinfrescante vaginale investe un solo euro per trasmettervi i suoi spot. Tanto più che “la linea editoriale la decido in autonomia dentro al servizio  pubblico” e, quindi, se si decide una linea editoriale DENTRO al servizio pubblico si fa servizio pubblico anche se non si è dipendenti RAI.

E chi se ne frega di quanto spendi.

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Accenti, punti e virgole sono importanti!

Male, male, scriviamo male, e se scriviamo male parliamo male, e se parliamo male pensiamo male, aveva ragione Nanni Moretti. Con questi cacchi di telefonini che implementano vocabolari e software da delirio ci stiamo avviandoverso l’autodistruzione. La gente comincia a scrivere “è” per “e”, il verbo per la congiunzione, soprattuttoin maiuscolo, soprattutto a inizio frase. “E’ il naufragar m’è dolce in questo mare”, perfetto, un T9 e anche Leopardi è sistemato. Cazzo, la e chiusa e la e aperta non sono suoni, sono fonemi dell’italiano, vuol dire che in una sequenza uguale se usi l’uno o l’altro il significato di una parola cambia. Come tra pésca e pèsca, massì vallo a spiegare al Cretinetti che si è comprato l’ultima chiapparella elettronica e che è convinto che tanto pensa a tutto lui, anche a trascrivere automaticamente i pensieri, ammesso di averne. Virgole, cazzo, le virgole sono sparite. Tutti scrivono come il Telegrafo Morse, frasi secche, lapidare, senza respiro, senza cuore. “Ci vediamo. Alle sei. In piazza. Ti amo. Amore mio.” Una che riceve un SMS così si deve sentire odiata, non amata (ma chi li manda più gli SMS oggi, ora si usa WhatsApp -che, voglio dire, fa anche risparmiare una bella paccata di soldi ma i problemi stilistici rimangono, si rispetti il portafoglio, ma si rispettino anche le forme, vivaddio). Tutto perché sulle tastiere mettono il punto a portata di polpastrello (lì, in basso, sulla destra) mentre la virgola è in un sottomenù e per raggiungerla bisogna fare un giro panoramico dell’applicazione. Il telefonino è un po’ come Dio, i suoi pensieri non sono i nostri pensieri, ma guarda caso li accettiamo lo stesso. Visto che facciamo così fatica, almeno che qualcuno pensi per noi.

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