“Chiusura di tutte le scuole d’Italia fino al 5 aprile 2020” Ma è un fake.

Se su WhatsApp avete ricevuto una news con un testo più o meno simile a questo:

Il presidente del consiglio Conte Giuseppe dispone la chiusura di tutte le scuole d’Italia di ogni grado e ordine per la grave e allarmante situazione che incombe sulla nostra nazione. Al fine di tutelare la salute nazionale e degli studenti fino al 5 aprile 2020 le scuole di ogni grado e ordine saranno chiuse. A breve uscirà la disposizione ufficiale sul sito del ministero.

sappiate che è una fake news. Per ora.

Mattia mi manda un SMS di spam. Ma io non ho nessun “Mattia” nella rubrica.

Lo spamming ha da tempo (almeno con me) superato le barriere dell’e-mail e mi si ripropone con cadenza più o meno giornaliera anche tramite SMS. Oggi gli SMS non li usa più nessuno, tutti impegnati come siamo a sditeggiare con WhatsApp, ma oggi mi ha scritto un tale Mattia (così appare sul campo “from” del messaggio, che non permette di individuare il numero di telefono di provenienza) proponendomi un lavoro in cui si guadagnerebbe anche benino, fino a 1100 dollari al giorno (e chi li ha mai visti?), con la piccola differenza che io non ho nessun “Mattia” nella mia rubrica. Quindi il messaggio è composto sulla falsa linea di quelli che vi mandano i vostri gestori telefonici per ricordarvi di ricaricare, per informarvi sulle ultime offerte, per rendervi edotti della vostra situazione in tema di traffico effettuato e giga utilizzati (per intenderci, quando vedete scritto “Phonerinnova” o “Phonericorda”  o qualche roba di questo genere) solo che è tremendamente e vigliaccamente spammàtico, e il bello è che non ci potete fare niente. Nel dubbio, attenzione a non cliccare sul link fornito. Un po’ per evitare virus e malware di vario tipo, un po’ per non regalare clic di gradimento a chi sta dietro a queste bieche operazioni. Io vi ho avvistati.

Messaggi che si autodistruggono su WhatsApp

La versione on line del quotidiano “La Stampa” riferisce che fonti bene accreditate riferiscano a loro volta (uso solo fonti di prima mano, come vedete :-)) che dalla prossima versione di WhatsApp (per ora sarebbe in circolazione soltanto la “Beta”) saranno implementate nuove funzionalità tra cui quella dell’autodistruzione dei messaggi spediti dopo un certo periodo di tempo che può variare da un minimo di cinque secondi a un massimo di un’ora. Riferisce ancora “La Stampa” però, che per il momento la funzionalità “potrebbe essere dedicata solo alle conversazioni con più partecipanti e non a quelle tra singoli utenti”. In breve, l’autodistruzione dei messaggi si può programmare soltanto per quelle comunicazioni che avvengono attraverso i “gruppi” e non in comunicazioni tradizionalmente intese da utente a utente. Ora, uno che cosa lo manda a fare un messaggio se tanto dopo pochi minuti deve essere autodistrutto? Capisco gli amanti che debbeno tenere segreta la loro relazione clandestina e che abbiano interesse a cancellare tutte le tracce delle loro losche e pericolose malefatte, o che si vogliano scambiare contenuti di carattere intimo senza per questo essere sgamati da nessuno, ma chi è che immette contenuti multimediali compromettenti (o tali da avere bisogno di essere cancellati) in un gruppo, in modo che possano vederli (sia pure per un periodo di tempo estremamente limitato) in più persone?? E poi un metodo per arginare la estrema volatilità di questo tipo di comunicazioni c’è: fare un immediato screenshot del messaggio destinato all’autodistruzione. A meno che il mittente non abbia impostato 5 secondi di tempo per la cancellazione automatica (nel qual caso uno non avrebbe nemmeno il tempo materiale per leggerlo), dovrebbe essercene tutto il tempo. Così, in caso di offese, diffamazioni e quant’altro (nei gruppi sono particolarmente frequenti) siete tutelati. E anche se volete farla pagare al vostro (ormai ex) amante.

Il filmino di Giulia Sarti: “Smettete di occuparvi di me perché sono state dette troppe menzogne e cattiverie, e ogni mia parola viene strumentalizzata per far apparire l’opposto della realtà”

Torno ancora brevissimamente sul caso di Giulia Sarti e dei suoi filmini (falsi!) hard pubblicati in rete, delle fotografie intime inviate alle redazioni dei giornali da chi le ha hackerato il cellulare, per sottolineare come, giustamente, la parlamentare non ne possa più e abbia pregato la stampa di non occuparsi più di lei e del caso in questione. Ha ragione da vendere quando reclama che il diritto all’oblio le venga applicato e anche al più presto possibile. Bene anche la proposta di legge contro il revenge porn perché i cittadini debbono essere tutelati nella loro intimità e nel diritto alla privacy quando si tratta di cose che nulla hanno a che vedere con la loro immagine pubblica e la loro maggiore o minore notorietà. Ma attenzione a non fare un errore: cerchiamo che il sipario che necessariamente deve calare sulle vicende private di Giulia Sarti non metta in secondo piano anche quelle pubbliche. La sua denuncia contro l’ex fidanzato, accusato di essersi appropriato di fondi del Movimento 5 Stelle pur sapendo che non era vero resta comunque una delle vicende più torbide che riguardino una nostra parlamentare. E di cui non si è ancora venuti a capo perché la storia dei falsi filmini, delle fotografie, delle immagini, degli scambi via WhatsApp ha superato come notorietà quella precedente, e, si sa, ubi maior minor cessat. In breve, Giulia Sarti ha il sacrosanto diritto a vivere la sua sessualità come meglio crede, a riprendersi e a farsi riprendere come più le piace, se le piace e se lo vuol fare, ma deve delle spiegazioni a tutta l’opinione pubblica italiana sul suo operato non proprio trasparentissimo. E che nessuno se ne dimentichi.

Gli auguri di Buon 2019

Questo sarà il pittogramma che a mezzanotte invierò a tutti i miei amici più cari su WhatsApp. A voi che leggete il blog lo faccio vedere con qualche ora di anticipo tanto non è che sia poi tutto questo granché. Ci hanno appena regalato una manovra economica da far accapponare la pelle e ci sarà solo da aspettarsi di peggio nei prossimi mesi di questo governo formato da intolleranti e incompetenti. Per cui auguri, sì, quanti ne volete. Ma non è che a mezzanotte cambia tutto. Bisogna solo prepararsi, come diceva Lucio Dalla, buonanima. E allora a tra poco, se lo vorrete.

Le amicizie finiscono

Le amicizie finiscono, sissignori. Una mi è finita stasera. A distanza di un’ora dal folle e irreversibile “Addio!” (retaggio melodrammatico da vaudeville d’antan) sono ancora vivo. Segno che alla fine di qualcosa si può sopravvivere. Il che è già qualcosa che consola e che ti rende più consapevole delle cose (belle) che hai. Tua figlia, i libri, il blog, la radio, un computer su cui installare Linux e quei sigarini che devi essserti dimenticato nella càntera di cima.

Una volta per finire un’amicizia ci si mandava a fare in culo cordialmente. Io con quell'”amico” lì lo facevo praticamente tutti i i giorni, che quando il vaffanculo è stato definitivo si può dire che nemmeno me ne sono accorto. Poi la controprova: l'”amicizia” su Facebook è stata cancellata. Bloccato, interdetto. Ecco, è così che si fa oggi. Si blocca una persona su Facebook, su WhatsApp. Non la si guarda più, la si cancella dalla vista così ci si illude che non esista, che non continui ad avere una vita e un pensiero propri, e che in un certo senso non ci riguardi più. La vita, ovviamente, è molto più complicata di un clic. Ma al mio “amico” è piaciuto così, cosa gli posso fare?

Gli posso dire che ha cominciato a tradire la nostra amicizia quando mi ha cantato una mezza messa dicendomi delle cose vere per metà (ma l’altra faccia della luna, ovviamente, non me l’ha mostrata. Troppo buia, troppo oscura, troppo piena di sassi e di buche per essere minimamente presentabile) e che ora non c’è più rimedio, come se, da amico, io avessi potuto giudicarlo, criticarlo, insultarlo, denigrarlo per quello che mi nascondeva.

E così ci siamo mandati cordialmente a fare in culo l’uno con l’altro e ora se non altro so con chi avevo a che fare. Nessun rimpianto, no, sono troppo vecchio. Ma ho bannato a mia volta TRE suoi amici di Facebook un po’ perché mi piacciono le rappresaglie e un po’ perché non mi andava di averci ulteriormente a che fare (oh, sarò padrone…).

Certo però che miseria!

Il compleanno disertato del bambino autistico

Un bambino autistico di quattro anni di Cavezzo ha compiuto gli anni. Nessuna occasione migliore per festeggiare e invitare gli amichetti assieme alle loro famiglie. Ed è quello che ha fatto la sua mamma, inviando 18 inviti attraverso WhatsApp ad altrettante famiglie di bambini. Bene, su 18 ragazzini invitati, solo uno si è presentato al compleanno del bambino autistico. Appena tre hanno risposto declinando l’invito e sugli altri è calato un tombale silenzio, un imbarazzo assoluto. Silenzio, dicevo. Nulla di nulla. Neanche un semplice “Mi dispiace, ma a quell’ora mio figlio va a buddismo”. Sarebbe stato probabilmente già qualcosa. Lo sfogo della madre su Facebook ha avuto un effetto a dir poco virale e la vicenda è rimbalzata agli onori della cronaca su tutti i giornali.

Ora è chiaro che se ci sono delle responsabilità da trovare, vanno ascritte ai genitori dei bambini invitati. Immagino che siano tutti più o meno coetanei dell’invitato, e cosa volete che sappiano i bambini di confermare o declinare un invito, del fatto che il loro compagno festeggi gli anni, delle aspettative della sua mamma che voleva soltanto fare una festa? Nulla. A quell’età non hanno nemmeno il cellulare (anche se qualcuno in famiglia, glielo comprerebbe più che volentieri). E allora questo svarione, questa scivolata su una cacca di cane depositata sul marciapiede, questa stercofigura è proprio da ascrivere a chi esercita la patria potestà. Che, poi, rappresenta il referente diretto della famiglia con cui hanno a che fare la scuola, la società e le istituzioni.

Famiglie amare.

Non è Facebook che si fa i cazzi vostri, siete voi che glieli raccontate

cambridge

Li vedi passeggiare per i bar a ciacciare come forsennati sui loro telefonini, a parlare con gli amici, a passaggiare nervosamente in su e in giù, a twittare, chattare, telefonare e parlare sempre dello steso immarcescibile argomento: “Cosa fare adesso che Cambridge Analytica ha fatto esplodere l’effetto Facebook e ha rivelato che cosa è disposto a fare Zuk… Zik… Zak… sì, insomma, lui, con i nostri dati, quelli che gli conferiamo quotidianamente a ballini interi.

Perché la gentre si è svegliata adesso. Fino ad ora tutti erano impegnati a mandarsi i gattini in linea, i cuoricini, le ricette, le fotografie del dolce fatto la domenica, le foto dei propri figli minori di età (bel problema anche quello lì), gli apprezzamenti (“Oh, come sei bella!” “No, figurati, sei più bella tu!!”), le foto delle scarpine nuove ai piedi, e le dichiarazioni di voto in politica. Adesso, e solo adesso, lo ripeto, questa gente si sveglia, e scopre che Facebook fa un uso distorto di tutte queste informazioni. No, dico, ma PRIMA, questa gente, dov’era??

E perché oggi si fa tanto un pubblicare frenetico di istruzioni sul come disiscriversi da Facebook, quando un articolo pubblicato sul “Fatto Quotidiano” di domentica scorsa metteva in rilievo i pericoli dell’essere iscritti a Twitter, Amazon, Instagram e quant’altro? E’ fatta così la gente. Vuole scappare da Facebook e poi sul telefonino ha WhatsApp che è della stessa proprietà e traccia i profili degli utenti a seconda delle telefonate che fanno (a chi le fanno, quali amici hanno, chi sono i propri contatti in rubrica, chi quelli occasionali e viandare).

Io? Io sono nella merda fino al collo. Ho un blog, un accesso Facebook, WhatsApp sul telefono, Twitter e compro spesso su Amazon. Sono la vittima ideale. Però lo sapevo. E ho accettato il rischio. Chiudere la stalla quando i buoi son scappati mi sembra oltremodo puerile e poco conveniente.

E nessuno che abbia (ancora) capito che in tutto questo gratuito ostentato, il vero prezzo da pagare siamo noi stessi.

Docenti che “amano” le loro alunne

codiceetico

I quotidiani non fanno che parlare di docenti che “amano” le loro alunne.

Il verbo “amano” si intende in senso puramente sarcastico e distaccato. Non le amano affatto, in realtà. Approfittano del loro ruolo di educatori dei nostri stivali per circuire ragazzine minorenni (ma anche se fossero maggiorenni la cosa non cambierebbe di una virgola), mandare loro SMS e messaggi sconci via WhatsApp quando va bene, o intrattenere laide relazioni sessuali con loro quando proprio si arriva al limite del sopportabile. Vladimir Nabokov aveva descritto tutto questo in “Lolita”, ma quello era un romanzo, mentre questa è realtà quotidiana e, si sa, i giornali amano rimestrare nel torbido.

Intendiamoci bene, per questi individui ci sono il licenziamento in tronco e la galera. Senza attenuanti e senza scuse. Non è che “sentirsi dire micio bello e bamboccione” da una ragazzina, farsi mandare delle fotine in cui l’amata fa delle cosine fuori dalla grazia di Dio, sia una roba che ha costo zero. I rischi ci sono e sono reali anche quelli, non è che sottovalutandoli li esorcizzi, e approfittarsi della fragilità psicologica di un minore è roba da infami.

Ma in sede di rinnovo del contratto di lavoro per gli insegnanti (il precedente contratto è scaduto 9 anni fa, è bello vedere come si agisce con celerità quando si tratta di diritti e doveri da codificare) si è pensato bene di estrarre il classico coniglio dal cilindro, di trovare la figata pazzesca, l’idea che risolve tutti i problemi: aggiungere al contratto una sorta di decalogo per la deontologia professionale, in cui sia inserita una norma che impedisca agli insegnanti di avere contatti via SMS, Facebook, WhatsApp, Instagram e chissà quante altre diavolerie, che non siano strettamente necessari per la didattica. Cioè praticamente tutti.

Non so se questi signori addetti alla compilazione delle nuove norme, con una sfilza di prèsidi lancia in resta, hanno mai avuto a che fare da vicino con i fanciulli di oggi, ma è certo che la trovata istrionica di vietare contatti telematici dimostra la scarza aderenza delle norme con la realtà scolastica. I ragazzi ti guardano dappertutto. Sul telefonino (possono avere il tuo numero di telefono per decine di migliaia di motivi, io un anno lo diedi per gestirmi la mia ora di ricevimento settimanale e ogni tanto mi arrivavano messaggi per la buonanotte, Forza Juve, prof ma domani abbiamo il kompito?, ennò che non ho studiato), su Facebook (conosco decine di insegnanti che hanno tra le loro “amicizie” di Facebook decine e decine di alunni minorenni che “sì, ma io lo faccio solo per farmi mandare le faccine, i gattini, i bacini, le stelline”, sì però intanto ce li hai e lì restano), su WhatsApp (così ti mandano i messaggi e, stronzetti, controllano anche se e quando li leggi, poi non contenti si incazzano anche se non gli rispondi), su Twitter (ho un alunno che mi mette i cuoricini su tutti i post che faccio, anche su quelli di cui non capisce nulla, poi viene in classe e mi chiede chi era Peppino Impastato, eh, ci vorrebbero delle mezze giornate per spiegarlo, altro che un’oretta striminzita in cui, comunque, dovrei fare anche altro), su Instagram (e qui mi fermo perché non ho Instagram e non mi interessa averlo, ma so che di danni ne fa abbastanza anche lui). Coi ragazzi puoi avere un rapporto simpatico e cordiale. Ti può capitare di dire loro per quale squadra tifi e loro, implacabili con i loro telefoni mezzi sgangherati, ti scrivono per dirti “Ahahahahahahah, oggi avete perso” -ah sì? E dire che io non me ne ero nemmeno accorto-). E poi ci sono le cose più delicate. Un insegnante non è una persona che si limita a entrare in un’aula, fare un’ora di lezione, uscire e resettare i sentimenti, spesso è una sorta di confessore, di psicologo ambulante, le ragazzine (soprattutto loro, ma anche i ragazzi ultimamente sono più aperti da questo punto di vista) ti parlano di loro, dei loro amori, delle loro speranze, delle loro illusioni. “Aiuto, Profe, mi ha mandato un messaggio che non vuole vedermi più, che faccio??”

Tutto questo, se venisse approvata la soluzione proposta, costerà fino al licenziamento, in barba alla libertà di corrispondenza garantita a ogni cittadino, e senza minimamente passare per un giudice ordinario (del lavoro o no che sia). I reati sono reati, e per quelli ci sono la magistratura e il carcere (anche preventivo). Ma se io non commetto nessun reato io comunico con chi mi pare. Minorenne o maggiorenne che sia. Senza limitazioni di sorta. E invece tutti colpevoli potenziali per colpa di qualche colpevole reale. E poi ce li voglio vedere i prèsidi a comminare sanzioni ai loro professori perché si sono scambiati la schedina con i loro alunni e questo non rientra nel novero del didactically correct.

Disgusto.

L’inno del corpo sciolto

water

E’ successo nella scuola in cui lavoro:

un alunno chiede il permesso di andare in bagno, lo ottiene e una volta lì fa quello che deve fare. O meglio, lo fa ma decide, già che c’è, di imbrattare -non si sa con quali acrobazie ginniche- il bordo del water e le pareti intorno. Risultato: un merdaio stratosferico che il Nostro, evidentemente orgoglioso di aver fatto la cazzata dell’anno, decide di fotografare, si sa mai che i posteri non abbiano a ricordarlo proprio per quello che già considera il suo capolavoro assoluto.
E infatti manda la fotografia ad alcuni dei suoi contatti su WhatsApp: facile, veloce, e certamente più pulito dello stercolàio di cui sopra. Solo che uno di questi destinatari ha, anche lui, una illuminazione geniale assoluta: questo prezioso materiale iconografico non può restarsene così, a essere guardato solo da sette o otto persone, silente e maleodorante per conto suo, no, deve essere per forza (o per amore, si veda il caso) guardato e annusato dal pubblico di Facebook e per permetterlo non si accontenta, no, di infilare la fotografia nel suo profilo personale, ma ci “tagga” anche la pagina FB della scuola. Ci mette, di contorno, due o tre frasette così, tanto per fare ed il gioco è fatto.

Perché ormai non ci si accontenta più di fare le cazzate fini a loro stesse, no, non si sta bene neanche a chiacchierarne tra pochi intimi, come si faceva una volta che si andava a scambiare quattro ciacolade sulle proprie bravate al bar, adesso le cazzate non sono autenticamente cazzate se non le fai coram populo, davanti a tutti, anzi, più persone ti vedono, che in quel momento stai facendo una cazzata, più sei contento. E non importa che si parli male di te o ti si dica che stavolta hai proprio esagerato, no, l’unità di misura della portata delle proprie azioni sono i “like”, che amplificano la portata dell’attenzione su un cesso intasato in un bagno scolastico di provincia. Bisogna essere come minimo “virali” (come si dice oggi utilizzando un termine orrendo) e contagiare, smerdandolo, anche l’ignaro visitatore che si trova a passare di lì per caso.

Senza contare che tutto ciò che è virale non è solo una malattia. Peccato che lo si usi per apparire agli occhi della gente come infinitamente sprovveduti.

“Miserabile moralista” e la cacca nel corridoio come volontà e rappresentazione

whats

Accidenti a me e a tutte le volte in cui decido di parlare di notizie di cronaca.

Perché la cronaca ha il singolare effetto di dividere in due l’opinione pubblica. Come il calcio. O gli insegnanti. Ci sono colpevolisti e innocentisti, esperti in dinamiche giudiziarie e mammisti ad oltranza. Poi ci sono quelli che rompono i coglioni a me sul blog e mi dànno del “miserabile moralista” attraverso l’interfaccia Facebook.

Ho tolto quel commento (cosa che faccio assai di rado, in 11 anni di esistenza del blog sarà sì e no la terza volta che mi accade) perché sia che io sia un “miserabile moralista”, sia che non lo sia, evidentemente questo spazio è mio e ci farò un po’ il moralista (o il non moralista, si veda il caso) quanto cazzo mi pare. E’ inutile che me la meniate, finché commentate il mio blog siete miei ospiti e soggiacete alle mie repentine mutazioni d’umore. Cosicché se io mi alzo col piede storto (espressione di autoironia, questa, che avranno còlto in due) e decido di prendermela coi vostri commenti e cancellarli lo faccio senza comunicarvelo previamente. Punto e morta lì.

L’oggetto del contendere era l’articolo “Gioventù lassativa“, dedicato alla morte del giovane Domenico Maurantonio (in quell’articolo non ne facevo il nome). Sostenevo in quella sede (ma potete anche andare a leggervelo, se avete bisogno di un riscontro, non è mica proibito) e, soprattutto, in quel momento, la singolare definizione di “scherzo” per l’ipotesi fatta dalla Procura competente, che a causare la morte del giovane sia stata la somministrazione di una forte dose di lassativo e una serie di circostanze che gli avrebbero fatto perdere l’equilibrio e lo avrebbero fatto cadere mentre cercava di raggiungere la finestra della sua camera.
E me la prendevo con questa gioventù neodefinita “lassativa”, omertosa e poco intelligente, disposta soltanto a salvaguardare se stessa anziché dare agli inquirenti una versione credibile di quanto era veramente accaduto (perché se c’è una cosa incontrovertibile è che quando il giovane è precipitato qualcuno era con lui, e per “qualcuno” intendo proprio i suoi compagni di scuola).

Mi sono, sostanzialmente, sentito dare del “miserabile moralista” perché nel frattempo sarebbe intervenuto un altro elemento che farebbe pendere l’ago della bilancia a favore di un’altra tesi, un WhatsApp (Dìo mìo come siete antipatici con questo linguaggio del pìffero. “Un WhatsApp” come se fosse “uno Stravecchio”! O “un Dombairo”…) spedito da non si sa chi (e, vero o falso che ne sia il contenuto, qualcuno deve averlo spedito per forza) con questo testo: “L’altra sera dei ragazzi di una scuola di Padova son venuti da noi in hotel… di notte si sono ubriacati da fare schifo e hanno deciso di fare degli scherzoni sui corridoi dell’hotel. Il ‘migliore’ di questi scherzi è stato defecare per il corridoio del quinto piano… non contento, uno di questi per fare il figo decide di mettersi sul cornicione per farla dalla finestra… quindi si fa tenere per le braccia dagli amici e ad un certo punto vola giù. Morto. Gli amici non hanno detto nulla a nessuno e son tornati in stanza…”

A parte il fatto che il mio articolo è stato scritto quando del WhatsApp (questa sì che è un’espressione miserabile da fighetti della post-informatica di consumo!) non si sapeva ancora nulla, mi pare che non cambi proprio una virgola. Se è buona la tesi del lassativo il giovane deceduto sarebbe una vittima che però non ha preso parte volontariamente al gioco dei suoi compagnucci vigliacchetti, mentre se si fosse messo sul cornicione per defecare dalla finestra sarebbe stato ugualmente una vittima (perché proprio lui? Non poteva farsi penzolare dal cornicione uno di quelli che lo reggevano per le braccia? Così, tanto per vedere che aria tirava da quell’altezza) ma magari più coinvolto nelle dinamiche dello “scherzo”.

C’è qualcosa che colpisce in quel messaggio ed è la circostanza che i ragazzi si fossero messi a defecare nel corridoio per fare degli “scherzoni”. Eh. me lo immagino che razza di “scherzoni” devono aver fatto, si muore veramente dal ridere: il “migliore” è stato scagazzare per tutto il corridoio (chissà gli altri di minor pregevole fattura) ubriachi fradici è un gesto chiaramente liberatorio, oltre che del tratto intestinale, anche della catarsi psichica, per cui al ritorno dalla gita scolastica all’Expo, via, un bell’approfondimento di filosofia dal titolo “La cacca in corridoio come volontà e rappresentazione”.

E rimane, comunque, il fulcro del discorso: qualcuno lo ha tenuto per le braccia. Poi gli è scivolata la presa. E questi vigliacchetti imborghesiti dei suoi compagni invece di dire SUBITO agli insegnanti cosa era successo, sono rientrari come se nulla fosse accaduto, ubriachi e colpevoli di un atteggiamento odioso e omertoso. Chissà poi quali sanzioni a loro carico volevano evitare. Perché, voglio dire, tenersi un morto sulla coscienza anche se solo per poche ore è dura.

E così, via, per tutto questo, e per non aver scritto che il cadavere sarebbe stato ritrovato senza indumenti intimi addosso (particolare di rilevantissimo interesse, il faut le dire) mi sono beccato del “miserabile moralista”. La prossima volta un blog lo fare voi così ci vengo io a rompervi i coglioni con i commentini a culo.

La telefonate su WhatsApp: io le ho! (E voi no!!!)

Screenshot from 2015-04-02 16:30:32

Qualche giorno fa avevoi letto alcuni articoli sul web, di quelli che i quotidiani si duplicano l’uno con l’altro, che parlavano dell’implementazione in WhatsApp per iPhone delle chiamate vocali.

Non che me ne interessasse granché, visto che io non compro i prodotti di Stigiò. Quello che invece sì, mi interessava, era il fatto che secondo gli articoli questa funzione fosse già implementata sulla versione di WhatsApp per gli Android.

Però io non riuscivo a vedere nessun pippolo da “tappare” (orrenda espressione per “fare tap”, ovvero picchiettare sul touchscreen, che è una brutta parola anche quella, ma se si va avanti di questo passo non si finisce più) per fare le telefonate.

Ponza che ti riponza, prova e riprova, dopo diecimila “macché” è arrivata la mia amica Ivana P. e ha sciolto il mistero: per attivare le chiamate su WhatsApp, oltre ad avere una versione recente del suddetto, occorre ricevere una telefonata da un utente di WhatsApp che, naturalmente, abbia implementato a sua volta la funzione, sennò si fa ride’ le telline. E’ una funzione “virale”. Qualcuno telefona a te e ti attiva, poi tu telefoni a qualcun altro e lo attivi a tua volta.

A quel punto si trattava di trovare qualcuno che avesse WhatsApp e mi facesse una telefonata (non potevo continuare a rimediare stercofigure con Ivana P.!) e mia moglie, che è un genio, mi fa candidamente vedere il suo smartphone e mi accorgo che lei quella funzione l’ha sempre avuta. Son quelle scoperte che ti fanno montare dentro un nervoso abissale (“come sarebbe a di’, io mi arrampico sugli specchi e te te ne vieni candida candida dicendomi “Eccola qui?” Eh, no…) ma ho dovuto chinarmi alla quintessenza muliebre e dopo una chiamata di quattro secondi ho avuto la tanto agognata funzionalità: finalmente anch’io posso chiamare a voce da WhatsApp.

Ora la domanda successiva è “cosa me ne faccio?”. Già, lo so, l’ho tanto voluta ma la voce di chi parla ritorna in eco e non è proprio il massimo.
Poi bisogna calcolare che quando si è al telefono non si hanno le giuste dimensioni e proporzioni del traffico dati scambiato e questo, ameno di non avere una connessione wi-fi, potrebbe essere un problema considerata la limitatezza del traffico dati mensile dei vari gestori (quelli più generosi ti danno appena 2 Gb. mentre quelli stitici pensano che tu ce la faccia con 1 Gb. e basta). In breve, rischiate di sforare le soglie poi col cavolo che potrete andare in giro a fare i gagaroni e a dire che voi ci avete le telefonate gràtisse.

Insomma, state attentini, sì?

What’s App e la ricevuta di ritorno: quel doppio segno di spunta blu che ammazza la privacy

E’ deciso. WhatsApp implementerà la “ricevuta di ritorno” obbligatoria. Da qui a breve gli utenti che inviano un messaggio visualizzeranno un doppio segno di spunta colorato di blu che indicherà l’ora in cui quel messaggio è stato letto.

Fino ad ora si poteva contare su un segno di spunta singolo di colore grigio quando il messaggio veniva mandato al server, e un doppio segno di spunta, sempre grigio, quando il messaggio veniva inviato dal server al telefono del destinatario. Che non voleva dire “il messaggio è stato letto” ma, appunto, “guarda, coglione, che il tuo messaggio non è più residente sul server”. Punto. Finita lì.

Ora, invece, chi manda un messaggio saprà con esattezza quando il destinatario lo ha letto. E ‘sti cazzi?
No, voglio dire, cosa gliene frega a chi mi scrive di quando lo leggo e, soprattutto, SE lo leggo? Ma saranno affari miei?
Chi mi manda una raccomandata può sapere, tutt’al più, quando il postino me la consegna, non quando io ne ho preso visione.

E’ la fine di un’era. Fino ad ora gli innamorati potevano contare sul fatto che “Gli ho mandato un messaggio, sarà già un quarto d’ora (eh, un tempo eonico, notoriamente) e lui non mi risponde, tu cosa ne dici?” e l’amica “Mah, magari non l’ha letto!” Che, voglio dire, era un consiglio saggio, che rifletteva una possibilità reale.

Ora invece tutti sapranno tutto di cosa leggi e cosa no, e gli stalker avranno vita facile con le loro vittime (ormai gli SMS non si usano più). Sapranno in tempo reale se la loro azione persecutoria sia andata o meno a buon fine e continueranno con ancora più veemenza (vadano a dare via il culo, altro che messaggini persecutori!).

Dunque, tutti, tra poco, avremo su WhatsApp questa opzione senza averla espressamente chiesta e, soprattutto, senza la possibilità di disattivarla (seeeeeh, sarebbe troppo semplice!), il che è assai antipatico soprattutto per chi WhatsApp lo paga e lo paga perché gli sta bene così com’è ora.

Soluzioni: si può NON usare WhatsApp e affidarsi a delle alternative meno invasive come Viber. Oppure si può continuare a usare WhatsApp e quando ci dicono “Ma come mai non mi hai risposto? Eppure hai ricevuto il mio messaggio alle XX.YY!” controbattere con un plateale “Non ti ho risposto perché non ti ho VOLUTO rispondere, e non sono sono tenuto a spiegare a TE se ero in bagno o se stavo per andare sotto la doccia, problemi?”

E gliele farei passa’ io le ruzze!

#unlibroèunlibro: allora pagàtelo!

Rosa Polacco per #unlibroèunlibro - Pubblicato su gentile autorizzazione

#unlibroèunlibro è l’hashtag che contraddistingue la protesta in rete di quanti ritengono ingiusta l’applicazione dell’IVA al 4% per i libri di carta e al 22% per gli e-book.

Sembra una protesta giusta e legittima e invece non lo è.

Cominciamo a considerare il supporto. La carta per l’aliquota più bassa e il lettore per il libro elettronico. E’ evidente e chiaro come il sole che il libro di carta ha tutta una serie di lunghezze di vantaggio su quello cosiddetto “virtuale”: dura di più (fra 50 anni potremo leggere gli stessi e-pub e Kindle come li leggiamo oggi? Ne dubito fortemente), si può prestare (l’e-book non lo puoi trasferire senza infrangere il copyright) e il costo, sia pur superiore, non lo rende inaccessibile.

Dunque, il libro di carta è un bene di prima necessità. Pensate alla carta usata per stampare i libri di testo per le scuole di ogni ordine e grado. E’ normale che l’imposta sul valore aggiunto sia bassa per i beni di prima necessità. Già i libri di testo costano un bòtto, se si applicasse il 22% anche a quelli staremmo freschi [e adesso lo so cosa state per chiedermi: e gli alunni con difficoltà che devono usare per forza i libri in versione elettronica? Semplice: per loro i libri devono essere gratis. E non ci sono discussioni.] L’e-book è, indubbiamente, un bene di lusso. Sia che si tratti del testo che viene letto attraverso un dispositivo, sia che si tratti del dispositivo stesso.

E’ facile per autori, editori e lettori farsi belli con una battaglia di questo genere. E’ facile e anche comodo. E’ gente che spende fior di quattrini per comprarsi l’IPad e ci paga il 22% di IVA tranquillamente e senza profferir verbo, e poi si lamenta se l’ultimo best seller di grido viene gravato da una percentuale d’importa alta. Per certi versi mi sembra lo stesso ragionamento che sottende alle esternazioni di chi si lamenta di dover pagare 0,89 euro l’anno per mantenersi WhatsApp e poi fa una capanna di cambiali per potersi permettere l’ultima versione dell’IPhone.

E se glielo dici ti rispondono che “è cultura”. Sì, la cultura è il contenuto, non l’involucro. Lo Stato è liberissimo di tassarti l’involucro-carta a una percentuale e quello elettronico a un’altra. E poi, avete voglia di comprare cultura in formato proprietario, con tutti i DRM e gli accidenti che li spacchino? Pagàteli, Maremma ciuca, cosa volete dall’opinione pubblica?

Per carità, sono queste inizative modaiole da sinistra radical-chic di maniera che tramontano in pochi giorni. Però fanno perdere un sacco di tempo.

Non stai bene se non hai WhatsApp

Ieri ho divorziato da WhatsApp.

Oh, per carità, nulla di grave, non è una cosa che fa male, è come quando due persone che sono state insieme solo per sesso (cioè per puro e reciproco interesse) decidono che è venuto il momento di allontanarsi. Magari lì per lì ci si rimane anche un po’ malino, ma si sopravvive.

Semplicemente trovo che WhatsApp non faccia (più) per me. L’ho usato per più di un anno, ne ho sfruttato le potenzialità, ho anche pagato 0,89 euro alla neoproprietaria Microsoft, e infine ho stabilito che non ne ho (più) bisogno.

Eccola, non ne ho bisogno. E il non aver bisogno di qualcosa è un sentimento assai rivoluzionario, a quanto pare.

Per cui ho disiscritto il mio account. Poi ho disinstallato l’applicazione. Tempo totale dell’operazione: due minuti

Mia moglie mi ha chiesto subito se fosse per caso “successo qualcosa”. Forse aveva ragione, nel senso che qualcosa era effettivamente successo: mi sono reso conto che non c’è nulla che io facessi con WhatsApp che non possa fare con quello che avevo prima ancor prima dell’avvento di WhatsApp e che continuo, sia detto per inciso, ancora ad avere.

Poi mi è arrivato un SMS inquietante: “Non ti vedo più su WhatsApp, ti senti bene?”. Ora voi come cazzo lo leggete un messaggio del genere? “Siccome non ti vedo più su WhatsApp sono preoccupato per la tua salute (sottinteso anche mentale)“? E cosa si dovrebbe rispondere? Che so “In effetti ieri ho disinstallato WhatsApp e ho cominciato a soffrire di una fastidiosa forma di reflusso gastroesofageo“, oppure “No, sai, avevo un po’ di febbricola ieri sera, giusto 37,5 allora ho deciso di non fare più uso di WhatsApp”??

Perché, è ovvio, se non sei parte dell’immenso esercito che uso l’applicazioncina per mandarsi i selfies, come minimo ti senti male.

E poi c’è sempre chi ti dice che “Così ti precludi la possibilità di contattare più amici che possono raggiungerti ‘gratis‘”. Ora, se è gente che non è nemmeno disposta a spendere pochi centesimi per mandarmi un SMS vorrei sapere di che razza di “amici” si tratta. E poi una volta Arbore cantava “meno siamo meglio stiamo e ne siamo fieri” e io sono d’accordo con lui.