Obluralski, e sei protagonista!

Vi vo’ a presentare l’ultima deliziosa creatura del uèbbo, or ora uscita sana sana dalle preziose e puzzolenti mani di Frengo detto "lu cumpare".

Per gli stolti o le personcine poco colte ed inclini all’uso del mezzo internettico, dirò che trattasi di un blog nel quale il Nostro (egli è *EROE*) cazzeggia a suo bell’agio, ragionando con sussiego, supponenza e iperacidità gastrica delle questioni più futili, facendole assurgere alla categoria dei massimi sistemi galileiani.

Da bravo *EROE* qual è, il nostro Frengo, anziché scaricarsi WordPress, scompattarlo, caricarlo con un softuerino FTP su uno spazio in hosting, magari pagato una trentina (258!) di euri, che il suo stitico portafogli si rifiuta di lasciar andare, ha pensato bene di affidarsi a una di quelle soluzioni preconfezionate da femminucce, su altervista.org (orrore, stupore & tremore!!), come già fece con Splinder il buon Baluganti Ampelio (o Caciagli Edo) quando decise di mettere su il suo di blogghi.

Ma tornando a Frengo, egli, da bravo *EROE*, che disconosce la labronica favella, ha intitolato il tutto "Obluralski", mentre s’ha da dire "Obluraski", senza la l-differentia.

Completa il tutto una serie di annuncini di gOOgle, i cui proventi vanno a finire direttamente nelle casse di Altervista anziché in quelle de lu cumpare, che se lo piglia in saccoccia.

Se dopo aver letto tutto ciò vi viene ancor voglia di collegarvi con "Obluralski", dèccovene le anteprime:

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Il bluff di www.videomarta.com

Parlare di tecnologia e di Internet è forse l’unico e vero discorso autoreferenziale che si possa cominciare nella rete.

E lo fanno tutti. E tutte.

Non è difficile diventare degli èmuli di Paolo Attivissimo, in realtà basta solo saperne qualcosa in più del utente medio (quello che i linuxari più cattivi -e scemi!- chiamano “utonto”), che, spesso, più che “medio” è semplicemente “mediocre”.

Così, parlare e scrivere di rete, software libero, licenze alternative, VOIP e quant’altro è diventato un tema irresistibile su cui costruire passerelle primadonnistiche, dei veri e propri trampolini di lancio personali, più che dei servizi informativi veri e propri.

Esempio fulgido di tutto questo velinismo da hard discount della divulgazione informatica è il videoblog www.videomarta.com.

Marta è la protagonista unica e indiscutibile di questo blog (anche se appare evidente che dietro ai filmati che lo compongono c’è un minimo di lavoro “redazionale” che coinvolge più persone).

Marta parla di tecnologia con uno stile che va da Gaia De Laurentiis a Neapolis.

Il suo studio televisivo è la sua cameretta in legno chiaro, parquet per terra, pupazzetti di pelouche per ogni dove, calendari e foto alle pareti.

Marta, almeno nel momento in cui presenta le sue minipillole di videoblog, appare grassottina, non certo bella, ma ha da poco lasciato la prima adolescenza alle spalle e si prepara, armata solo del suo rampantismo blogsferico, a conquistare il mondo con l’intimo convincimento di esserlo. E chi la ferma più?

Bracciotte robustine, veste, a seconda delle stagioni, ora in jeans strappato che fa tanto tendenza e canottierina vedo-non vedo, ora in più castigati maglioni invernali, lasciando sempre ai suoi piedi il compito di fare ciao ciao al visitatore (sia che cammini scalza sul parquet o che indossi calzini e scarpette da notte in lana -non credevo nemmeno ne facessero ancora-) muove continuamente e nervosamente le estremità, novello incrocio com’è tra la “Lolita” di Nabokov e una Sandy Show de noàntri.

In fondo dice cose banali parlando di argomenti assolutamente comuni, e piace proprio per questo.

O, almeno, lei pensa di piacere, se è vero come è vero che cerca sponsorizzazioni per il suo blog (e fin qui…) e sente il dovere di venirci a dire che ha dovuto perfino cambiare l’account di Skype e di MSN che prima elargiva evidentemente a piene mani, perché ha avuto delle noie:

E per piacere piace, se qualcuno dei suoi commentatori la definisce un angelo in terra:

Insomma, Marta fa innamorare.

Ma Marta è un bluff, e basta ascoltare il suo accento per rendersene conto e per capire che c’è qualcosa che non va.

Chi ha registrato il dominio www.videomarta.com è una certa Mavida snc di Torino, e l’accento di Marta appare più borbonico che altro. Dice “Gnulinux”, anziché “gh-nulinux” (lo pronuncia proprio con la gn- di “gnocco” e questo puzza di copione lontano un miglio).

Insomma, dietro a Marta ci sono Maurizio Pellizzone e Gabriele Farina (potete trovarli rispettivamente su http://maurizio.mavida.com/ e su http://blog.libero.it/soloparolesparse/), e chissà se la giovane lettrice di copioni scritti e maestra nella rotazione degli alluci ha mai davvero usato Skype, o avuto a che fare con un computer con Linux installato.

E’ bene dirlo, perché l’unica Marta che io conosca che usa Linux è una mia alunna, che oltretutto soffre molto ai piedi, tutto il contrario della neoiconcina della cultura dell’apparire che ci spacciano come ex bambina e futura gnocca del Web 2.0.

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I do not have a blog!

Avere un blog, oggi come oggi, sta diventando non solo imbarazzante, ma sconveniente e perfino caricato di una responsabilità ingiusta.

L’altra sera una amica mi ha detto che ogni mattina apre il sito di Repubblica e poi questo blog. Sono cose che danno sensazioni strane perché in Italia scrivere un blog significa automaticamente essere "alternativi" (ma chi l’ha detto??), essere "politicamente schierati" (ma nessuno ti dice mai da quale parte) e "avere una visione particolare della cosa informatica" (che è esattamente come la gente chiama un mezzo che, fondamentalmente NON conosce). E questo lo si può ancora accettare.

Ma continuo ad avere la netta sensazione che la gente (esclusi l’amica di cui sopra e alcuni lettori più o meno abituali, e per questo vaccinati, del blog) non abbia altro da fare che stare a seguire quello che scrivo.

Forse questo blog sta cominciando a fare il proprio tempo. Forse è proprio il mondo del Weblog 2.0 ad essere totalmente in crisi e ad aver dimostrato le sue crepe (e quando si vede una crepa nel muro quel muro prima o poi crolla), forse è l’illusione del mondo reduplicato nel social networking ad essere sbagliata, perché poi, alla fine, la gente è sempre la stessa e finisce per ritrovarsi dappertutto.

Forse si può ancora dire qualcosa di sensato, ma bisogna trovare nuovi modi per farlo.

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Sandra Mazzinghi recensisce il mio “Nunc et in hora mortis nostrae”

Nel 1995 scrissi un racconto.

Fin qui nulla di strano perché un momento di "prudor scribendi" càpita a tutti nella vita ed è megli aver scritto una storia di poche pagine che il classico "romanzo della propria vita", quello con cui qualcuno, inevitabilmente, viene a tediare amici e parenti con copie dattiloscritte, stampate al computer con caratteri pidocchini pidocchini (si sa, per risparmiare carta e per non abbattere alberi, oltre che per attentare biecamente alla vista del lettore) o, peggio ancora, manoscritte.

Il racconto si intitolava e si intitola ancora "Nunc et in hora mortis nostrae".

L’idea del titolo con l’ultimo verso dell’Ave Maria in latino mi venne dal granitico incipit de "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, libro che a quel tempo non amavo e che ho letto per intero, dopo vari tentativi generazionali, alla veneranda età di 43 anni trovandolo straordinario.

Per lo stile, invece, mi richiamai a un racconto di Julio Cortázar, narratore argentino mai abbastanza apprezzato, che si intitolava "La señorita Cora", una specie di intreccio di monologhi interiori che mi interessò molto, a quel tempo (e anche adesso).

Il mio "Nunc et in hora mortis nostrae" venne fuori in un’ora, pestavo sulla tastiera del computer come un ossesso (il programma era l’editor del Dos, non mi ricordo quale versione ma con cautela potrei dire che era la 6.2) e alla fine non lo rilessi nemmeno, cominciai a mandarlo in giro così com’era ed ebbe, nella limitatezza della sua diffusione, i suoi fans.

Qualche anno dopo lo ripresi, ne uscì una versione in e-book formato LIT per la biblioteca elettrinica di un caro amico che non ho più risentito (ciao Massimo!) e ne feci anche una versione in PDF che è ancora possibile scaricare su Lulu.com

Fine dell’ora della nostra morte. Amen.

Proprio ieri Sandra Mazzinghi, livornese, scrittrice di buon nerbo e acuta osservatrice (come tutti quelli che scrivono davvero) ha pubblicato sul sito www.manidistrega.it una segnalazione del mio racconto (che ormai non si può più chiamare "recensione", visto che lo scritto è tutto meno che recente).

La recensione è reperibile all’indirizzo

http://www.manidistrega.it/tx/consigli_parliamodi.asp?id=619

Scrive tra l’altro Sandra Mazzinghi:

"Scritto in prima persona, con lo sguardo di un bambino che rievoca lucide sensazioni senza esitare. L’ambiente della stanza dove è ricoverato e dove sogna la sua casa e la sua cameretta, è descritto con grande abilità, con uno stile che ti trascina via e ti porta a vivere le emozioni di paura, timore e comunque amore appena scoperto."

Senti lì… e io che credevo di aver scritto una cazzata!

Comunque, per chi volesse andarselo a cercare, il racconto "Nunc et in hora mortis nostrae" è reperibile a questi indirizzi:

http://www.lulu.com/content/172978 (PDF)
http://www.superlibri.com/distefano-nunc.lit (LIT)

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Non ci si crede, eppure…valeriodietsfano.com esiste

…eppure qualche buontempone, fidando in qualche errore di digitazione degli utenti di questo sito, si è regitrato il dominio

www.valeriodietsfano.com

e non solo lo ha comperato, che di per sé non sarebbe neanche nulla, lo ha anche rimesso in vendita, fidando che qualche incauto avventore possa prima o poi comprarselo, come testimonia, impietoso, lo screenshot:

Per carità,  manifestazioni discutibili di un cybersquatting sempre più irresponsabile. Ma tant’è.

Chi è l’autore di quest’azione? E’ presto detto:


  Domain Name: VALERIODIETSFANO.COM
  
  Registrant [344946]:
   Domain Park Limited
   Vaea Street
   Level 2, Lotemau Centre
   Apia
   Samoa
   0815
   WS


Insomma, anche da Samoa sono venuti a rompermi i coglioni!

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