L’inutile clamore sul rito immediato chiesto da Virginia Raggi

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La notizia per cui Virginia Raggi ha chiesto il rito immediato per le accuse che la riguardano è ststa rilanciata con tutta una serie di annessi e connessi ulteriori che hanno fatto insinuare più di una fonte giornalistica sul fatto che abbia usato questo escamotage per giungere “pulita” alle elezioni.

C’è da dire, a onor del vero, che la Raggi non ne aveva affatto bisogno. Prima di tutto perché l’udienza preliminare per la decisione sul suo eventuale rinvio a giudizio si sarebbe tenuta il 9 gennaio prossimo. In caso di rinvio a processo il procedimento non si sarebbe certo concluso prima del 4 marzo e, quindi, la Raggi aveva tutte le possibilità per andare alle elezioni senza una sentenza (sfavorevole? Saranno i giudici a stabilirlo) in primo grado. Del resto, a darle man forte è intervenuta la revisione del regolamento del M5S, che prevede che anche gli indagati possano essere candidabili. Non si capisce, dunque, perché rinviare l’inizio del processo che si vuole “immediato”, cioè da svolgersi nei tempi più brevi possibile. Infatti un rinvio a giudizio non costituisce di per sé sentenza di colpevolezza. E poi non si è colpevoli fino a sentenza definitiva passata in giudicato (e se se lo ricordassero più spesso quelli del M5S non ci sarebbe bisogno di fare tutte queste manfrine). Punto, due punti e a capo.

Much ado about nothing.

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Nuovo codice etico per il M5S: gli indagati potranno candidarsi

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Ci sono vari e svariati motivi per cui non rinnoverò il mio voto al Movimento 5 Stelle alle prossime elezioni del 4 marzo.

Uno è, ad esempio, la mancata partecipazione in aula alla discussione sullo ius soli. E oggi una delle nuove regole del nuovo (ripetizioni obbligatorie, abbiate pazienza) codice etico: in sostanza gli indagati (non si sa se con giudizio di primo o secondo grado o senza) potranno essere candidati alle prossime elezioni. Non è solo un modo per poter far eleggere Virginia Raggi o Filippo Nogarin, ma anche lo stesso Luigi Di Maio che risulta indagato per diffamazione.

Io so che un parlamento pulito è un’utopia, ma mi ricordo benissimo di quando Beppe Grillo comprò una intera pagina di un autorevole quotidiano straniero (non ho voglia di andare a vedere quale e sinceramente non me lo ricordo, siate buonini, orsù) per pubblicare i nomi dei condannati in via definitiva presenti in parlamento. Fu come scoperchiare una pentola bollente, dati anche i vari rifiuti dei quotidiani italiani a pubblicare quell’inserzione. Dicevo che non voglio un parlamento pulito per forza, ma voglio, questo sì, che (come dicevo nel post precedente) chi mi governa sia molto, ma molto migliore di me. E senza fare il moralista che si indigna ad ogni frusciar di carta da magistrato (perché ce ne sono e sono pericolosissimi), riconoscendo il sacrosanto principio per cui un avviso di garanzia (ma anche un avviso di conclusione delle indagini, una sentenza del GUP, una sentenza di primo grado, una di secondo grado) non è una attestazione di colpevolezza, si può dire che se vuoi andare a rappresentare dei cittadini che ti hanno votato e sei indagato, prima vai a farti assolvere poi magari ti presenti alle elezioni successive.

Si può dire che è il minimo? Sì, è il minimo. E lo esigo. E se non è più una condizione prioritaria non gioco più. Va bene così?

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Tuberi incandescenti

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Ed eccoli di nuovo intrisi nella volgarità i giornali italiani pagati con i soldi dei cittadini e finanziati a suon di gettiti da finanziamento pubblico.

E, sia chiaro, la volgarità, come dice Francesco Merlo sul “Corriere della Sera”, non scandalizza di per sé, no, la volgarità annoia, stufa, in una parola, anzi, in tre, rompe i coglioni.

E “Libero” i coglioni li ha rotti, al di là di ogni ragionevole dubbio. Con queste frasine sessiste, con questi doppi sensi da osteria, con questi atteggiamenti che pretendono di fare onore al nome del quotidiano che, evidentemente, è libero di sbeffeggiare, libero di imbrattare la dignità della gente, libero di offendere, libero di trascinare nel fango, libero di fare di tutto meno che informazione.

Ho provato a cercare quanti soldi pubblici percepisce questo quotidiano. Non ho trovato informazioni precise al riguardo. Ho provato a chiedere al gruppo alla Camera del Movimento 5 Stelle ma mi hanno cagato zero, nichts, nisba, nessuna risposta, se le tengono loro le informazioni, e allora diciamoci se anche se si trattasse solo di un centesimo dovremmo renderci conto in mano a che gente va il nostro denaro. Qualcosa bisogna fare. Non so cosa, ma qualcosa bisogna fare.

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Raggi & paRaggi

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Sì, anch’io sono sempre più convinto che Virginia Raggi debba spiegare o andarsene.

E non certo perché le polizze vita a lei intestate da Romeo (oh, Romeo, Romeo, perché sei tu, Romeo?) ne facciano una Giulietta inconsapevole o costituiscano le prove di un reato (anzi, pare proprio che la Raggi non ne sapesse nulla), ma perché cominciano ad essere troppe le circostanze in mano agli inquirenti su cui la Raggi è (stata) chiamata a rispondere.

Tecnicamente, dunque, non c’è nulla da rimproverarle oltre quell’abusino d’ufficio e quel falso che costituiscono, a tutt’oggi, ancora delle ipotesi e non delle sicurezze tali da giustificare delle misure precauzionali: Virginia Raggi è libera di farsi intestare polizze vita da chi le pare, soprattutto se a sua insaputa.

Nessun reato, dunque. Lo ripeto e lo ribadisco. Ma appare fin troppo chiaro che non è solo l’illecito penale a costituire motivo di evangelico “scandalo” nell’opinione pubblica, di cui (dovrebbe essere chiaro) fa parte anche chi ha votato per la Raggi, non importa se del M5S o no. In breve, non importa (o non dovrebbe importare) se la Raggi abbia commesso qualche infrazione al Codice, basta che abbia “commesso”, ovvero che nelle sue azioni esista un minimo di dolo o di consapevolezza per offuscarne l’immagine.

Allora decida lei dove parlare e con chi. Sulla carta stampata, in televisione, sul suo profilo Facebook o sul blog di Beppe Grillo. Ma decida in fretta e ci faccia sentire con la sua voce e la sua faccia che quelle polizze erano il frutto di un infelice amore non corrisposto. Qualcuno le crederà, altri no. Ma almeno cesserà il balletto del “c’è un indagine in corso” (e lo sappiamo, sticazzi) e del “sono serena”.

Poi, vivaddio, ci occuperemo di altro.

 

(foto: Niccolò Caranto)

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