What’s App e la ricevuta di ritorno: quel doppio segno di spunta blu che ammazza la privacy

E’ deciso. WhatsApp implementerà la “ricevuta di ritorno” obbligatoria. Da qui a breve gli utenti che inviano un messaggio visualizzeranno un doppio segno di spunta colorato di blu che indicherà l’ora in cui quel messaggio è stato letto.

Fino ad ora si poteva contare su un segno di spunta singolo di colore grigio quando il messaggio veniva mandato al server, e un doppio segno di spunta, sempre grigio, quando il messaggio veniva inviato dal server al telefono del destinatario. Che non voleva dire “il messaggio è stato letto” ma, appunto, “guarda, coglione, che il tuo messaggio non è più residente sul server”. Punto. Finita lì.

Ora, invece, chi manda un messaggio saprà con esattezza quando il destinatario lo ha letto. E ‘sti cazzi?
No, voglio dire, cosa gliene frega a chi mi scrive di quando lo leggo e, soprattutto, SE lo leggo? Ma saranno affari miei?
Chi mi manda una raccomandata può sapere, tutt’al più, quando il postino me la consegna, non quando io ne ho preso visione.

E’ la fine di un’era. Fino ad ora gli innamorati potevano contare sul fatto che “Gli ho mandato un messaggio, sarà già un quarto d’ora (eh, un tempo eonico, notoriamente) e lui non mi risponde, tu cosa ne dici?” e l’amica “Mah, magari non l’ha letto!” Che, voglio dire, era un consiglio saggio, che rifletteva una possibilità reale.

Ora invece tutti sapranno tutto di cosa leggi e cosa no, e gli stalker avranno vita facile con le loro vittime (ormai gli SMS non si usano più). Sapranno in tempo reale se la loro azione persecutoria sia andata o meno a buon fine e continueranno con ancora più veemenza (vadano a dare via il culo, altro che messaggini persecutori!).

Dunque, tutti, tra poco, avremo su WhatsApp questa opzione senza averla espressamente chiesta e, soprattutto, senza la possibilità di disattivarla (seeeeeh, sarebbe troppo semplice!), il che è assai antipatico soprattutto per chi WhatsApp lo paga e lo paga perché gli sta bene così com’è ora.

Soluzioni: si può NON usare WhatsApp e affidarsi a delle alternative meno invasive come Viber. Oppure si può continuare a usare WhatsApp e quando ci dicono “Ma come mai non mi hai risposto? Eppure hai ricevuto il mio messaggio alle XX.YY!” controbattere con un plateale “Non ti ho risposto perché non ti ho VOLUTO rispondere, e non sono sono tenuto a spiegare a TE se ero in bagno o se stavo per andare sotto la doccia, problemi?”

E gliele farei passa’ io le ruzze!

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La Boldrini chiama sua figlia con Skype!!

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Era un po’ che non parlavo della Boldrini, quand’ecco arrivarmi un tweet dall’ANSA in cui mi si comunica l’esistenza di un video in cui la Boldrini ammette di usare Skype.

Devo dire la verità, l’ANSA è stata un po’ impietosa con la Boldrini, perché ha preso un frammento del suo intervento lasciando il contesto precedente a metà (il filmato è stato ripreso durante un incontro sul tema “Una Costituzione per la rete?” e verrebbe solo da rispondere “No, grazie, la gente già conosce poco di suo quella del proprio paese”) e si è solo soffermatta sul fatto che sì, la Presidente della Camera, cioè lei, usa Skype perché ha una figlia che vive all’estero e la sera muore dalla voglia di sapere come sta.

Ora, non si capisce bene, ancora una volta, dove stia la notizia di interesse pubblico. Sul fatto che la Boldrini abbia installato una applicazione (per PC, Tablet, Smartphone o quant’altro) e la usi per comunicare con chi vuole lei, sfruttando il fatto che l’applicazione medesima permette lo scambio di videochiamate? Ma, di grazia, questa non è una notizia. Skype è il principale vettore telefonico mondiale e mi sembra più che normale che tanta gente lo usi. Beppe Grillo, buonanima, ci faceva una parte di un suo spettacolo dimostrando che bastava una connessione internet e chiamavi tuo zio in Brasile a prezzi stracciati con Skype, e quando lui lo faceva io telefonavo già con VoipStunt e spendevo meno di lui.

E, comunque sia, dov’è l’aspetto rivoluzionario del fatto? In che cosa consiste la pubblica utilità del fatto che la Boldrini usa Skype per contattare la figlia? Io uso WhatsApp per comunicare con mia moglie e VoipStunt per telefonare all’estero, ma non mi pare che importi qualcosa a qualcuno.

E se c’è un particolare che colpisce è proprio il ritardo con cui i rappresentanti delle istituzioni si avvicinano alle cosiddette “nuove tecnologie” (che evidentemente sono “nuove” perché sono sconosciute per loro, non perché lo siano in senso assoluto), Skype è relativamente vecchiotto, quando Grillo ne parlava era il 2006 ed era già diffuso in Italia da almeno un paio d’anni.

Ora aspettiamo che la Boldrini installi Viber per telefonare gratis e che qualcuno lanci la notizia in prima pagina.

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WhatsApp implementerà le chiamate-voce

Giunge or ora la notizia che su WhatsCoso, appena acquistato per un fottìo di vaìni da babbo Zuckenburg, lì, saranno implementate le telefonate a voce.

Vale a dire che, a patto che tutti e due i parlanti schizofonici abbiano installato l’accrocchio, d’ora in poi si potrà sfruttare la connessione internet per effettuare delle chiamate tradizionali (e dire che la funzione di invio di messaggi vocali registrati mi piaceva tanto! Ora la useranno, se possibile, ancora meno persone).

E va beh, ma che novità è?? Il VoIP esiste da una vita, io lo uso tranquillamente con VoipStunt, con Skype, e c’è anche Viber, un’applicazioncina simil-WhatsQuello, che permette di chiamarsi senza passare dal succhiasangue dei provider dei cellulari. Beppe Grillo parlava del VoIP già dal 2005-2006, segno che era una tecnologia più che diffusa allora. Il problema era trasformare la tecnologia in abitudine giornaliera e in cultura del risparmio.

Chiunque abbia acquistato VoipSempronio vuole qualcosa di valore incommensurabilmente più elevato della concessione di due telefonate, vuole noi, vuole i nostri dati, vuole le nostre abitudini. Il Grande Fratello ha sempre un volto molto comprensivo.

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Chi se ne frega di quanto costa “Report”?

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Dalla trasmissione di “Report” di domenica 30 settembre 2013:

MILENA GABANELLI “Il nostro Bernardo Iovene ha perso un po’ l’aplomb. Ma in nessun paese al  mondo un politico si permette di replicare ad un giornalista che sta facendo domande  legittime “mi dica chi la sta pagando per venire fin qui”. Allora stiamo parlando di  Campobasso, da Roma, non dai Caraibi. Allora, la linea editoriale la decido in autonomia  dentro al servizio pubblico, che non vuol dire essere al vostro servizio.  Bernardo Iovene  non è un dipendente Rai, ha impiegato 4 mesi a realizzare questa inchiesta e l’ha realizzata  con mezzi propri, anticipandosi le spese e poi emette fattura. Come tutti gli autori, che lavorano su questo programma, il cui costo complessivo, inclusi il mio compenso, gli  stipendi della redazione, il costo di edizione, finanche dei fax e dei telefoni è di 180.000  euro, a puntata. Su ogni singola puntata la Rai incassa di pubblicità netti 190.000 euro. Al cittadino, che paga il canone e ha il diritto di sapere quanto costa il prodotto che sta guardando, che gli piaccia oppure no, noi costiamo zero.”

La Gabanelli è andata oltre le righe. Solo perché il giornalista Bernardo Iovine è stato chiaramente assalito dalla prosopopea di una sottosegretaria di governo si sente in dovere  di rispondere con l’arma della trasparenza a una insinuazione infondata fin dal suo primo  formularsi. Sarebbe bastato dire che Bernardo Iovine, come tutti coloro che lavorano per Report, non sono dipendenti RAI. Punto, fine.

Invece eccoci, una puntata di “Report” costa 180.000 euro. Ora lo sappiamo. E sappiamo anche  che non sono pochi. Oddio, certamente una puntata di un varietà televisivo del sabato sera  costa molto, ma molto di più, tette e culi non sono a buon mercato rispetto al reporter  rampante con la telecamerina sul tavolo puntata contro il potente di turno, ma con la logica del “c’è ben di peggio” si va poco lontano.

180.000 euro, dunque e apprendiamo che questa cifra include anche il “compenso” della Gabanelli. Già, ma non sappiamo A QUANTO ammonti lo stipendio della Gabanelli. La logica del “tutto compreso” non permette di vedere quali sono le varie voci di spesa e a quanto ammontano. Si fa un bella pentola di minestrone, si dà una cifra e tanti saluti e sono.

“Fax e telefoni” rientrano nel pentolone. Ma chi è che li usa ancora i fax? Probabilmente  l’asilo infantile Mariuccia qui all’angolo e forse neanche loro. Chi deve mandare un  documento fa una scansione e lo manda via mail. Se sono cose importanti usa la PEC che costa  6,05 euro ALL’ANNO a chiunque (quindi anche a Report). Per le telefonate a voce tra i  componenti della redazione si può usare Skype. Oppure VoipStunt. Con WhatsApp si mandano messaggi vocali, con Viber si possono fare delle telefonate, il tutto GRATIS (o, meglio, sfruttando la connessione internet disponibile).

E ci tiene, la Gabanelli, a dirci che a noi telespettatori, sia che la sua trasmissione ci  piaccia o non ci piaccia, quella trasmissione non costa una lira perché la pubblicità della RAI incassa 190.000 euro e, quindi, i costi originari sono ripagati con un margine di  guadagno per l’azienda.

Ma che importanza ha? E’ veramente un punto di merito? Io non lo so. E sinceramente non mi importa molto sapere se al momento in cui si liquidano i costi di una puntata si va ad  attingere dai soldi che pago anch’io o da quelli che pagano un formaggino e un pinguino col telefono all’orecchio. Io non la voglio una trasmissione di pubblico interesse pagata da qualche azienda commerciale, neanche gratis. Se una trasmissione fa effettivamente  informazione, la RAI che la trasmette e che è servizio pubblico me la deve dare anche se ci  rimette, anche se nessuna crema rinfrescante vaginale investe un solo euro per trasmettervi i suoi spot. Tanto più che “la linea editoriale la decido in autonomia dentro al servizio  pubblico” e, quindi, se si decide una linea editoriale DENTRO al servizio pubblico si fa servizio pubblico anche se non si è dipendenti RAI.

E chi se ne frega di quanto spendi.

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