Il feto di plastica delle famiglie “tradizionali”

E’ dai tempi di Giulietta e Romeo, ovvero dei Capuleti e dei Montecchi che a Verona succedono dei casini inenarrabili quando si parla di famiglie.

Ora, io sono per natura una persona che crede nello stato di diritto e nella libertà di opinione, di pensiero e di parola, per cui se c’è qualcuno che ha a cuore di manifestare un pensiero purtuttavia aberrante come quello che gli omosessuali, se non si pentono (ma di che?), sono destinati all’inferno è libero di manifestarlo, purché se ne stia rinchiuso nelle quattro mura del Congresso sulla Famiglia cosiddetta “tradizionale” (non esiste una famiglia “tradizionale”, casomai esiste una famiglia di tipo “naturale”, con tutte le implicazioni che questo termine comporta) e non rompa i coglioni. Anzi, a gente che la pensa così io non darei nemmeno tanta eco sui giornali, in internet, alla radio o alla televisione.

Ma quando si arriva, come si è arrivati, a distribuire riproduzioni in plastica di un feto di 11 settimane come gadget siamo a livelli di pura idiosincrasia e di perdita di ogni rispetto, primo fra tutti il rispetto del senso del macabro che, pure, l’opinione pubblica conserva immacolato (o almeno dovrebbe). Ma voglio dire, se ci tieni tanto alla famiglia intesa come padre e madre, regolarmente sposati e possibilmente in chiesa, se pensi davvero che il cancro venga più spesso alle persone non sposate (sempre in chiesa, naturalmente), se credi che la procreazione sia il fine primo e ultimo dell’unione matrimoniale e della famiglia in genere, non vai a dare un feto di plastica come gadget. Se è proprio un gadget puoi dare un rosario di plastica, un crocefissino di legno, un portachiavi, un’agendina, un calendarietto, un libriccino, ma un feto, Dio mio, cosa cazzo c’entra un feto riprodotto in pura plastica con la famiglia? Vuoi farmi credere che l’aborto è un crimine?? No, non lo è. Ma è un dramma, per chi lo sceglie o per chi lo subisce (e tante, troppe donne continuano a subirlo nel silenzio asettico delle sale ospedaliere). «Hai tra le mani la riproduzione di un bambino alla decima settimana di gravidanza – si legge sul biglietto -. Gli abbiamo dato un nome, Michele: per la legge italiana sull’aborto si può terminare la vita del bambino entro la 13esima settimana di gestazione ma anche oltre. Quindi Michele può essere ucciso. Michele rappresenta tutti i piccoli nel grembo materno che non possono ancora far sentire la loro voce, aiutaci a salvare Michele!» .

E no, la famiglia non è questo. La famiglia è il luogo dove si concentrano gli affetti, e la 194, perdìo, non si tocca. Finirà anche questo congresso e questi signori continueranno a parlare nell’oscurità dell’oscurantismo e in quella della generale indifferenza dell’opinione pubblica, svegliata solo da iniziative aberranti come questa. Nessuno vuole impedire a lorsignori di dire quello che vogliono. Vogliamo solo prenderci il diritto di abbassare a zero il volume quando pretenderanno di incantarci ancora con le loro sirene.

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La Gabanelli, Report e la difesa preventiva di Sigfrido Ranucci

Ieri sera è andata in onda la prima puntata di “Report” della nuova serie.

La Gabanelli mostrava gambe tornite e bicipiti potentemente palestrati. Insomma, era in forma.

Tema della puntata erano gli interessi che gràvitano intorno alla tazzulella ‘e café che gli italiani bevono al bar e che accomuna tutti, da Bressanone a Pantelleria. Argomento più che decente. Io non bevo caffè in assoluto, ma l’inchiesta era vivace e ben calibrata per il ritorno alla ribalta della trasmissione più ingiustamente sopravvalutata della TV.

Il proemio, tuttavia, parlava della querela per diffamazione che il sindaco di Verona, Tosi, ha presentato alla Procura della Repubblica contro il giornalista Sigfrido Ranucci.

Il motivo del contendere non mi è chiaro. Ho provato a capirci qualcosa ma non ci sono riuscito. Ma in fondo il merito non conta, quello che conta è, al contrario, il fatto che la Gabanelli abbia costruito nella trasmissione una vera e propria difesa dell’operato del proprio giornalista.

Scrivono: “Report tratterà anche il caso del sindaco di Verona Flavio Tosi, che ha preventivamente querelato l’autore del servizio, Sigfrido Ranucci, accusandolo di voler costruire prove false contro l’amministrazione veronese. Il sindaco Tosi aveva fatto registrare Ranucci mentre stava svolgendo il suo lavoro d’indagine in merito all’esistenza di un video compromettente per il leader della Lega Veneta. Ma come sono andate effettivamente le cose?

Già, ci hanno spiegato come sono andate le cose. Ma hanno sfruttato il servizio pubblico per farlo.
Cazzo, io quando Liber Liber chiese il sequestro di questo blog mi difesi in modo legale e nelle sedi opportune. Non che la difesa del giornalista Ranucci in televisione, sia, di per sé, un atto illegale, tutt’altro. E’ un atto, appunto, inopportuno, perché il servizio pubblico lo pagano i cittadini. I cittadini, per la verità, pagano anche i tribunali e tutto quello che sottende allo svolgimento di un giudizio per diffamazione (ce ne sono centinaia di migliaia in tutta Italia).

La Gabanelli potrebbe dire, come ha già detto, che i costi della sua trasmissione non vengono coperti dal canone che pagano gli italiani, bensì dalle pubblicità trasmesse durante la trasmissione. E’ bello sapere che una redazione si può difendere davanti ai suoi spettatori grazie a un formaggino o a un detergente intimo.

Il cittadino comune al servizio pubblico non può accedere. E nemmeno alle pagine del Corriere della Sera.

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Neofascisti di Padania

Bravi ragazzi.
Tutti di buona famiglia.
Visi puliti o, al limite, ancora brufolosi di gioventù.
Insomma, dei delinquenti neanche tanto potenziali.

Il ricco Nord-Est si è espresso nella violenza in nome di una ideologia bislacca e strampalata: guerra al diverso a tutti i costi alla luce di bandiere e di appartenenze di estrema destra. Non sono le ronde leghiste, questi sono ancora peggiori.

Non sono violenze che nascono dal nulla, questi tre bravi ragazzi della Verona bene avevano già  minacciato un ragazzo che indossava una maglietta del Lecce (eh, diàmine, come si permette, a Verona, poi…), preso a sprangate due ragazzi di un centro sociale. Stesso trattamento per un ragazzino che non sapeva andare troppo bene sullo skateboard e per un altro giovane che si era seduto sulla scalinata di Piazza delle Erbe (la piazza del mercato) a farsi i fatti suoi. Intollerabile.

Come intollerabile è sentirsi rifiutare una sigaretta.

E allora "vài che lo amasso", chè poi ci pensa Gianfranco Fini (Presidente della Camera, miga bàe) a dire che l’episodio non ha alcun "riferimento ideologico", ed è perfino meno grave dei fatti di violenza dei centri sociali torinesi contro la Fiera del Libro.

Come se non ci fosse scappato il morto.

Come se fossero davvero dei bravi ragazzi.

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