E’ arrivata la caona

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Vai, s’è avuta.

Il coronavirus non è un virus mortale, ma, guarda caso, la gente muore lo stesso. Dati, dati, dati. Numeri. Contagiati, morti, regioni interessate. Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia che dichiara lo stato di emergenza, Emilia Romagna, Lazio a volte pare di sì, altri dicono di no, c’è stato un caso a Firenze, ma no, era solo un falso allarme, per prevenire il contagio bisogna mettersi le mascherine, ma trovi subito l’esperto virologo di turno che ti dice che le mascherine non servono a una beneamata cippa e allora che cazzo bisogna fare? Nulla. Non puoi fare nulla. Il virus è come il pensiero, e il pensiero, diceva il Poeta, è come l’oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare. Stiamo lottando contro l’infinitamente piccolo e, contemporaneamente, contro l’infinitamente potenzialmente mortale, altro che cazzi. Ci stiamo rendendo conto che Décartes (Cartesio) non ci aveva capito nulla. Quella che sì, aveva capito tutto era la mia professoressa di chimica e biologia al Liceo, la Bussotti, Dio ce la conservi, che mi cercava di spiegare (e io duro pinato!) che “cogito ergo sum” era una gran cazzata perché il virus non cogitat, però ergo est lo stesso. Stiamo cercando di applicare delle logiche e delle strategie difensive di tipo squisitamente umano contro qualcosa che umano non è. Il virus fa quello che gli pare. Punto. Contagia, si sposta, uccide con voli imprevedibili ed ascese velocissime, traiettorie impercettibili, codici di geometrie esistenziali. E noi siamo ancora qui a cercare il paziente zero che ha infettato il 38enne ricoverato in gravi condizioni, perché, si veda il caso, quello che inizialmente era stato individuato come tale, poi è risultato non aver mai contratto il coronavirus del cavolo. La gente muore, il contagio si diffonde e noi stiamo ancora qui a guardarci le dita dei piedi come se fossero uno spettacolo interessante. “Non bisogna farci prendere dal panico”, ma ci sono comuni e località completamente chiusi, vuoti, deserti, la gente sta in casa, se vuoi fare un po’ di spesa devi fare la fila davanti ai supermercati con la mascherina che non serve a niente, le scuole chiudono a Milano per una settimana (e per saperlo ho dovuto consultare “El Pais”, il quotidiano spagnolo), non si sa che ne sarà della validità dell’anno scolastico, i pronto soccorso sono chiusi, se hai sintomi assimilabili al coronavirus della Madonna chiami il 1500, il 1500 è subissato di telefonate, i cattolici non possono andare alla messa, se ci vanno devono evitare il segno della pace, la comunione si dà in mano, a casa bisogna stare a due metri di distanza, l’incubazione del virus è di 14 giorni, no, invece dicono in Corea che è di 27, non bisogna avere paura ma intanto il governo prevee di mandare l’esercito per far rispettare il provvedimento sull’emergenza, come fai a dire che la gente non deve essere preoccupata? La gente ha paura, altro che. E la paura più grande è che siamo subissati dalle notizie ma non abbiamo quasi nessuna informazione. Bisognerebbe dare spazio sui giornali, in televisione, alla radio, sui social, sul web, a testimonianze come quella di Roberto Burioni. E invece siamo subissati di messaggi allarmistici o rassicuranti (a seconda delle scuole di pensiero, come se l’approccio a un virus fosse una questione di scuole di pensiero) veicolati da virologi della domenica, perché davanti all’emergenza tutti si sentono in dovere, ma peggio ancora in diritto, di dire tutto su tutto. E la gente, come se non bastasse, si prende la briga di bersi di tutto. Perché la gente ha paura, ma ha anche sete di una informazione corretta, asciutta ma soprattutto efficace. Abbiamo il diritto di sapere, ma soprattutto abbiamo il diritto di avere paura. Perché l’ignoto fa paura, la malattia fa paura, la morte fa paura. Ma soprattutto è l’ignoranza che genera la paura, che è quella di non sapere, che è quella che disorienta, e quando sei disorientato vai nel panico. Il disorientamento è la vera malattia del nostro tempo, altro che coronavirus. E così viviamo, isolati dal mondo perché siamo stati isolati dal sapere e dall’incapacità di vagliare criticamente le notizie che ci arrivano. Perché di coronavirus forse non si muore. Se non si ha la conoscenza si muore come degli stronzi.

Consulta: “Inammissibile il referendum elettorale. Il quesito è eccessivamente manipolativo”

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La Corte costituzionale si è riunita oggi in camera di consiglio per discutere la richiesta di ammissibilità del referendum elettorale “Abolizione del metodo proporzionale nell’attribuzione dei seggi in collegi plurinominali nel sistema elettorale della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”, presentata da otto Consigli regionali (Veneto, Piemonte, Lombardia, Friuli Venezia Giulia,Sardegna, Abruzzo, Basilicata, Liguria).
Oggetto della richiesta referendaria erano, in primo luogo, le due leggi elettorali del Senato e della Camera con l’obiettivo di eliminare la quota proporzionale, trasformando così il sistema elettorale interamente in un maggioritario a collegi uninominali.
Per garantire l’autoapplicatività della “normativa di risulta” – richiesta dalla costante giurisprudenza costituzionale come condizione di ammissibilità dei referendum in materia elettorale – il quesito investiva anche la delega conferita al Governo con la legge n. 51/2019 per la ridefinizione dei collegi in attuazione della riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari.
In attesa del deposito della sentenza entro il 10 febbraio, l’Ufficio stampa della Corte costituzionale fa sapere che a conclusione della discussione la richiesta è stata dichiarata inammissibile per l’assorbente ragione dell’eccessiva manipolatività del quesito referendario nella parte che riguarda la delega al Governo, ovvero proprio nella parte che, secondo le intenzioni dei promotori, avrebbe consentito l’autoapplicatività della “normativa di risulta”.
Preliminarmente, la Corte ha esaminato, sempre in camera di consiglio, il conflitto fra poteri proposto da cinque degli stessi Consigli regionali promotori e lo ha giudicato inammissibile perché, fra l’altro, la norma oggetto del conflitto avrebbe
potuto essere contestata in via incidentale, come in effetti avvenuto nel giudizio di ammissibilità del referendum.

Roma, 16 gennaio 2020

Venezia, la luna e tu…

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I veneti sono persone straordinarie.

Sono riuscito a vivere quattro anni in Veneto malgrado loro ammirandone estasiato l’arte di combinar pasticci e porvi rimedio in un battibaleno, magari un po’ impacciati perché alla fine tutti riconoscono che xé pegio el tacón del buso.

Se c’è qualcosa che caratterizza i veneti rispetto ai loro dirimpettai lombardi è la totale assenza di prepotenza. Senso di superiorità, sì, voglia di primeggiare senz’altro, spacconeria -quando serve- quanta ne vuoi, diffidenza nei confronti del prossimo a quintalate (de ti no che no me fido, ti xé massa un impostor). Ma prepotenza mai.

Così hanno tirato fuori questa storia dell’indipendenza e del referendum. Che è, se vogliamo vederla proprio fino in fondo, una coglionatura di quelle gigantesche, ma che rivelano come i veneti siano degli straordinari prestidigitatori con le parole, al punto da aver trasformato un sondaggio in un referendum, una raccolta di opinioni spontanee (e tutte legittime e rispettabili) in una delibera del popolo sovrano.

I veneti sono gli unici che credono che il 73% di loro abbia votato a questo sondaggio on line quando solo il 60% della popolazione può contare su una connessione Internet. A questo punto il sondaggio potevano farlo per alzata di mano.

Son così i veneti, scoprono di averla pestata, si incazzano, sbràitano, tiran giù due bestemmie, tracannano una tagliatella dal Nardini e non gliene frega niente, neanche dell’indipendenza alla “Marieta-monta-in-góndoea“. Chè domani c’è da alzarsi presto e da andare a lavorare, e i tosi xé stràchi, vardalà…

Quelli che se la tirano la crisi

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Sarà perché sto leggendo “Pane e Bugie” di Dario Bressanini, ma espressioni come “DOC”, “DOCG”, “Bio”, “Chilometri zero” mi stanno sempre più indigeste.

Soprattutto “bio”. Ma “bio-” cosa? “Biodegradabile”? “Biocompatibile”? “Biologico”, no? Allora usiamole per intero le parole.

“Bio”, “DOC”, “DOCG”, “Chilometri zero”. Tutte espressioni che associamo all’alimentazione e a un’alimentazione corretta per la nostra salute.

Una mela biologica costa di più del suo equivalente ottenuto con agricoltura tradizionale.
Forse è più gustosa, magari è più ricca di elementi nutritivi.
Però una famiglia spende ogni mese un TOT per l’acquisto e il consumo di frutta e verdura che fanno tanto bene alla salute. Ma se compra solo frutta e verdura biologiche l’assimilazione di nutrienti diminuisce considerevolmente perché ne comprerà una quantità sensibilmente inferiore.

Dice che dobbiamo consumare i nostri prodotti, quelli nazionali, quelli certificati.

Io compro regolarmente la cipolla di Tropea, la bresaola della Valtellina, la fontina della Val d’Aosta, il salame piccante calabrese, il Nero d’Avola, il Chianti, il Merlot veneto, il Cannonau della Sardegna, il Passito di Pantelleria, il Moscato dell’Elba e ora basta se no mi sbronzo.

Ma il Passito da Pantelleria sulla mia tavola a Roseto degli Abruzzi ci viene a piedi? Suppongo che una cipolla da Tropea arrivi dal mio verduraio per smaterializzazione atomica e che il formaggio Asiago giunga rotolando sulla sua stessa forma.

Le uniche cose a chilometro zero su cui posso contare sono le fragole, il prezzemolo, il basilico, la menta e i peperoncini che crescono sul mio terrazzo, il resto è fuori target.

Ci raccontiamo un sacco di balle. Ci preoccupiamo di farci portare la roba buona dal contadino (che ce la porta con la macchina che evidentemente va ad aria compressa) e non ce ne frega niente di tutto il parmigiano e tutta la pasta che mandiamo in Australia con le navi.

Cittadella: il sindaco Massimo Bitonci vieta la vendita di kebab nel centro storico

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Ho lavorato per quasi quattro anni a Cittadella (PD), e questo ve l’ho raccontato tante volte.

Credo di conservare in quel (bel) paese alcuni dei ricordi migliori della mia vita. Ci ho lavorato con entusiasmo, speranza e un briciolo di incoscienza. Ma ci sono stato benissimo, alla faccia delle difficoltà e di tutti quello che poteva conseguirne.

Un giorno, appena un mese e mezzo prima di sposarmi e di trasferirmi, ricevetti una lettera dell’Ufficio Anagrafe che mi offriva di diventare cittadino residente (anziché “domiciliato”), possibilità che non sfruttai.

Li trovavo veramente curiosi i cittadellesi, enigmatici come le mura che racchiudono il centro storico, che coi loro secoli di storia ne avrebbero di vicende da raccontare.

Brava gente, senza troppi grilli per il capo. Ovvio, qualcuno è un po’ fissato con gli “schèi”, ma questa è una caratteristica panveneta e non è certo propria di questa o di quella località.

Il sindaco di Cittadella, nonché deputato della Repubblica (della Repubblica, sia detto chiaramente e non della Padania!) Massimo Bitonci ha disposto il divieto di vendita del kebab nel centro storico e nelle vicinanze.

Le motivazioni sono contenute in questa dichiarazione: ”non sono certamente alimenti che fanno parte della nostra tradizione e della nostra identità, senza considerare che, nei luoghi dove se ne è permessa l’indiscriminata apertura, le amministrazioni comunali e i cittadini si sono pentiti amaramente”.

Sul fatto che l’alimento non faccia parte della nostra identità si potrebbe obiettare che questa non ci appare una osservazione di particolare pregio a favore dell’ipotesi antikebabista. Neppure i pomodori, il cacao, le patate, il mais sono prodotti dela nostra tradizione, vengono dall’America, eppure i veneti con il mais usano fare polenta che considerano (quella sì) “della nostra identità”, la pizza con la pummarola ‘n coppa è segnatamente napoletana, eppure in Veneto viene servita in modalità e gusti splendidi. Il kebab è una vivanda mediterranea, intendendo per “mediterraneo” il fatto che il Veneto si affaccia sul Mar Mediterraneo esattamente come ci si affacciano alcuni paesi nordafricani, la tradizione del cous-cous e delle sarde in saor è la stessa, solo che non lo sappiamo.

Il baccalà alla vicentina altro non è che un mantecato di stoccafisso. E lo stoccafisso viene dalla Norvegia, fa forse parte dell’identità veneta?

Proibire la vendita del kebab a Cittadella è come proibire la vendita dello Spritz a Pantelleria.

C’è solo da aspettare che a Cittadella, o nelle zone limitrofe, qualcuno si attrezzi per mettere su un hamburgerificio in forma di Fast Food con salse di senape e ketchup in bidoni di plastica, che si mettano a vendere polpette in mezzo a panini morbidi al sesamo con mezza foglia di lattuga e una sottiletta di formaggio arancione, per vedere se i permessi verranno rilasciati o meno, ma c’è da scommettere che in quel caso le amministrazioni comunali non si pentiranno amaramente.

Alluvione: finalmente il Veneto si incazza

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Ho sempre pensato che il Veneto sia una regione meravigliosa, e che lo sia a prescindere dai suoi stessi abitanti.

Ho vissuto in Veneto per qualche anno e conosco molto bene queste persone che  sono state sempre abituate a fare dei miracoli e a tirar fuori dei risultati egregi addirittura dal niente.

Prendete il pandoro, per esempio. E’ una cosa assolutamente perfetta, soffice, quasi minimalista. Farina, burro, zucchero, uova, il segreto è nella lievitazione. Sbaglia un ingrediente e va tutto in mona.

O il Prosecco, la risposta italiana allo Champagne, più gentile, quasi più amabile, un vino che puoi bere a tutto pasto senza andare in ciucca mentre lo Champagne tira anche 12,5° e prova te a farne fuori una bottiglia.

I Veneti hanno tirato fuori solo nel ‘900 due papi, di quelli allevati a fetta di polenta tutti i giorni perché non c’era altro, lavoro nei campi, e se si voleva studiare c’era il seminario.

Oltre ai Veneti c’è stato solo Dio che nel mito della Genesi ha creato tutto un mondo dal nulla.

Si sono accorti, i Veneti, che il nulla è un materiale molto prezioso, ci si possono fare un sacco di cose. Ecco, forse, il perché a volte si sentono dei Padreterni.

Il Veneto è sott’acqua e alla televisione ce lo fanno vedere con almeno due o tre giorni di ritardo.

Berlusconi è andato lì e ha detto che in tempi brevi ghe pensi mì, trecento milioni di qui, poi il resto a conteggio dei danni, e i Veneti, che sono gente che si tira su le maniche, lo hanno criticato e contestato fino al midollo. A Vicenza. Nei servizi di Rai News (l’unica emittente televisiva decente di casa RAI, assieme a Rai Storia) è stato quasi un sollievo vedere giovani fradici fino al collo di umidità scagliarsi contro il presidente del consiglio.

Un sollievo tale da far dimenticare per un momento la domanda fatidica: "Dov’era questa gente quando Berlusconi faceva a pezzi l’Italia?" Ma i Veneti, si sa, hanno un senso dell’autonomia molto farlocco, anche se certamente più genuino e autentico di quello dei leghisti padani. I veneti son veneti, mica padani! Alla rudezza e alla grevità bossianica della cassoela i veneti rispondono con risi e bisi, baccalà alla vicentina, radicchio trevigiano alla piastra, Merlot, sarde in saor che non mi sono mai piaciute le sarde in saor ma è per dirvi che sono gente più raffinata, più gentile.

Hanno fatto, questo sì, un bel po’ di danaro e si sa che i schéi xé schéi e su quello non si discute, poi ognuno a casa propria.

Si stanno rendendo conto anche loro, come gli aquilani, che questo governo con le sue promesse li sta prendendo in giro e siccome a differenza degli aquilani loro possono agire direttamente sul loro territorio, perché Bertolaso è andato in pensione e la Protezione Civile non può fare danni, non quanti ne abbia fatti a L’Aquila, lo fanno, e sono anche parecchio incazzati.

Si sa. I xé sensibili…

La Mona e la Repubblica Dominicana

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Nella parte orientale della Repubblica Dominicana si sono ritrovati con il “Canal de la Mona”, per la gioia dei lettori e dei turisti veneti.

P.S.: Ma dove l’avranno trovato un canale intero di mona?

Padova: Zanonato, sindaco del centro-sinistra, sara’ tra i primi ad istituire le ronde

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«Bisogna togliere di mezzo un po’ di ideologia. Invece di polemizzare e non far nulla, penso sia mio dovere applicare al meglio la nuova disposizione. Se segnalare i reati è obbligo di tutti, i gruppi organizzati possono dare anche notizia di problemi e situazioni di disagio, tenendosi in contatto con Croce Verde o servizi sociali. Una sorta di ronda, ma solidale».

(Flavio Zanonato, sindaco di Padova del centro-sinistra, dichiarazione a "Repubblica")

Alessandro Iacuelli – Le rotte dell’ecomafia veneta

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All’alba del 24 giugno scorso, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Venezia, a conclusione di un’indagine denominata “Serenissima”, coordinata dalla Procura della Repubblica di Padova, hanno eseguito due ordinanze di custodia cautelare in carcere, numerosi provvedimenti di obbligo di dimora, sequestri e perquisizioni nei confronti di un’azienda con sede a Badia Polesine che gestisce rifiuti nel Veneto, con ramificazione nelle province di Padova e Rovigo. L’accusa è di traffico illecito transfrontaliero di rifiuti; nella fattispecie si tratta di spedizioni di rifiuti, per lo più tossici, verso la Cina, dove vengono riutilizzati per la costruzione di giocattoli ed altri prodotti e poi esportati verso tutti i Paesi del mondo. L’indagine, avviata da un controllo ispettivo eseguito presso l’area doganale del Porto di Venezia nel 2005, ha accertato un traffico illecito di rifiuti speciali verso la Repubblica Popolare Cinese. Continua la lettura di “Alessandro Iacuelli – Le rotte dell’ecomafia veneta”

Le Elezioni Europee e il Veneto

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Gaber che diceva "chissà perché non piove mai, quando ci sono le elezioni…" lo cito ad ogni tornata, politica, amministrativa o europea che sia. Perché è vero.

Non solo non piove, ma c’è un’aria umida, pesante e calda che ti si appiccica addosso e non ti molla. Come Berlusconi.

L’umidità e Berlusconi sono i veri vincitori e trionfatori annunciati di queste europee.

In Veneto hanno addirittura deciso di fare il derby con la Lega per vedere chi vince, è come se mio padre e mia madre si mettessero a giocare a carte scommettendo i soldi del loro conto in comune. E’ la tradizionale e labronica distrinzione ra il piscio e l’orina, quella che da Rovigo a Belluno e da Venezia a Verona viene spacciata come una vera e propria competizione. Come dire se sia meglio il baccalà alla vicentina o i bìgoli di Bassano, il prosecco di Valdobbiadene o il Merlot, se si debba dire "carèga" o "cadrèga", se sia migliore Goldoni o Mario Rigoni-Stern.

Personalmente tifo per il Baccalà alla Vicentina, il Merlot (che mi è simpatico) e Mario Rigoni-Stern, ma che cosa cambia?

Nulla. E allora teniamoci pure quest’appicicaticcio fastidioso che profuma di Noemi, che sa di trionfo di culi nudi pubblicati da "El País", che ci regala la faccia allegra e sorridente dell’Avvocato Ghidini, il viso pacioso e sornione di quella coscienza autenticamente democratica di Calderoli, che odora di carburante di voli di stato e che suggellerà nuovamente la vittoria del peggior Presidente del Consiglio sulla peggiore opposizione mai vista.

Le piu’ belle cartoline dei lettori 02 – Acqua alta in piazza San Marco

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Non pago del precedente "introitus" all’arte contemporanea della cartolina, torno a voi, lettori adorati, per mostrarvi questo ulteriore esempio dell’arte iconica rinascimentale, fornito dal senese (ma, ahilui, pisano) Fabio Montale (sempre quello di prima!) e dalla di lui druda.

Il titolo è "Acqua alta", e l’affresco in questione mostra un allegro e variopinto carrettino di mais per piccioni, sormontato dalle banderuole della Repubblica di San Marco, dello Stato Italiano e dell’Unione Europea (mancava il vessillo di Sua Papità Apollo Razzo 16!).

Al sempiterno dono di Fabio Montale vadano gli ossequi più sottomessi.

Le piu’ belle cartoline dei lettori 01 – Good bye Venezia

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Eccomi qui tronfio e sussiegoso, a inaugurare la galleria delle immagini delle più belle cartoline ricevute dai lettori del blog in viaggio per l’universo mondo.

Quella che vi presento è dal quèrulo Fabio Montale, che io non so chi accidenti gli abbia suggerito di scegliersi questo nickname, ma ci tiene tanto.

Egli mi ha testé invato codesta immagine in bianco e nero, con cui do il via alla mostra di rare preziosità che giungono copiose al mio indirizzo.

In questa cartolina si può notare il ritratto da giovane di Scasson Toni da Vinegia, di professione gelataio, un futuro segnato nelle ronde leghiste di pulizia etnica ed urbana.

M’inchino grato per siffatto dono.