Il tramonto a Vada

Poi uno dice che a Vada non c’è nulla, che non c’è mai nessuno, ma guardate qui che tramonti che abbiamo. Vedere cose come queste ti fa andare in tasca al mondo e ti rigenera anche se hai solo uno smartphone come macchina fotografica e l’istantanea non rende esattamente giustizia all’originale.

La signora caduta, il marciapiede e il compagno sindaco

Oggi, mentre tornavo bel bello dalla passeggiata verso casa, stile Don Abbondio, col mio passo zoppetto, ho incontrato una signora inciampata sul marciapiede sconnesso e che è caduta davanti a me. L’ho soccorsa e ho chiamato il 118, facendo così la mia buona azione quotidiana da Giovane Marmotta. L’ambulanza è arrivata dopo 20 minuti dalla chiamata (distanza della sede delle ambulanze al luogo dell’incidente circa 4 km.). Diciamo che se va avanti così fai prima a morì’, ma la signora era lucida e non appariva in gravi condizioni. Meno male. Mi sono preso un bello spavento, comunque. Tanto che sono ricorso a mia volta alle “cure” del vicino Bar Italia, che conosco da quando avevo l’età di bimbo. Lì mi sono messo a leggere il giornale e ho visto un servizio sulla fine del secondo mandato del sindaco di Rosignano Franchi (PD), il quale ha dichiarato che farà il sindaco fino alla fine (suo diritto) e che il PD non ha ancora trovato una ampia convergenza sul nome del nuovo candidato (suo problema). Però magari di qui alla fine del mandato un’occhiatina ai marciapiedi dove le signore di una certa età inciampano e si fanno male la potrebbe anche far dare, voglio dire, non è che la gente si offende se si eliminano ostacoli, poggi e buche. Ma forse costa meno pagare l’assicurazione per rimborsare i danni a UNA persona piuttosto che intervenire sui bisogni di una intera comunità. È più economico curare o prevenire? Io questo non lo so. So solo che se ci cascavo io mi sfracellavo sul serio e allora forse erano conseguenze un po’ più gravi per tutti. Dunque, dopo il mio gesto di bontà, sono diventato di nuovo cattivo. Secondo me aiuta.

Àrzala, Cacio!

Ed eccomi qui in piena Piazza Garibaldi a Vada. Deserta, perché i vadesi sono un popolo sui generis e la mattina della vigilia di Natale non amano troppo apparire (o è ipocondria o è miseria). Sullo sfondo il monumento all’eroe dei due mondi che sbarcò a Vada non mi ricordo quando, ma fu necessario un monumento per ricordare il lieto e storico evento. Il mi’ zio Piero mi raccontava sempre che quando fu issato il busto uno degli operai che stavano a terra ebbe a dire a un suo compagno di lavoro (tale Cacio, probabilmente per via della puzza di piedi che nel secolo scorso non doveva mancare): “Àrzala Cacio!! Fagliela véde’ a tutti questi cittaioli la palma gloriosa di Garizioboiabàrdi!!” Non disse proprio “zio”, ma io non posso permettermi una sanzione amministrativa per bestemmie. L’operaio fu l’autore della prima bestemmia-sandwich della storia, prima ancora di quelle raccontate da Benigni sulle dispute nei circoli Arci tra sostenitori di Berlinguer e Terrazioboiacini. A Vada sappiamo precorrere i tempi. Ma in giro per compere stamattina non c’era un’anima.

A scuola alle 10!

10

E così, l’ultima soluzione tirata fuori dal cilindro della scuola italiana per rendere più efficaci le ore di frequenza scolastica è questa: fare entrare gli alunni delle prime classi alle 10.

L’esperimento sarà operativo -secondo quanto riportato da skuola.net- a partiure dal prosssimo mese di settembre e solo per alcune classi prime dell’Istituto Ettore Majorana di Brindisi. Il Dirigente Scolastico, Salvatore Giuliano, ha recentemente affermato inuna dichiarazione al “Corriere della Sera”:

“Coinvolgeremo tutti, enti locali e famiglie, ma sicuramente da settembre avremo le prime classi con orario di entrata spostato in avanti. Dopo anni di sperimentazione di metodologie didattiche che puntano ad andare incontro alle esigenze degli studenti, il nostro non è un punto di partenza, ma di arrivo”.

Evviva. Tanto più che sembrerebbe proprio che alcuni studi recenti dimostrino come dormire più a lungo sia di estremo beneficio per la salute dei nostri ragazzi. Eh, beh, ci volevano gli studi, perché la mi’ nonna Angiolina che diceva che “il sonno fa diventà’ belli” (come la pappa al pomodoro, ndr) queste perle di saggezza salutistica me le dava gratis, povera donna. Quindi, siccome questi ragazzi vanno a dormire dopo le 23 (non si sa bene cosa facciano prima), entrando alle 8,30 come tutti gli esseri umani (insegnanti compresi, che non si vede perché non avviano diritto a un trattamento analogo, forse a loro il sonno fa male) non dormirebbero abbastanza per coprire tutti i fabbisogni fisici e fisiologici.

Dunque, dormire di più per rendere di più e per studiare meglio.

Ora io mi chiedo come facevo io che la domenica sera alle 21 avevo una trasmissione radiofonica da condurre fino alle 24 e che non ero mai a letto prima delle 1.00 a svegliarmi zompando come un grillo (forse!) la mattina dopo alle 7,50 perché dovevo andare a prendere la corriera che mi portava, da Vada, a scuola a Livorno. E in più il lunedì avevo quasi sempre rientro pomeridiano, quindi fatica doppia. E questo per tutto l’inverno e se non c’era da studiare per qualche materia.

Come facevamo noi che ci svegliavamo con quell’odore a volte nauseabondo del latte e caffè che veniva dalla cucina a dire di no alla mamma che ci portava via le lenzuola calde e ci ordinava di saltare giù dal letto pena sfasciamento di sèggiola sul groppone? E vai a scuola, se hai sonno ti svegli, ecco, ti fai una bella immersione del viso nell’acqua diaccia stecchita e via. Sono tutte cose che non hanno mai ammazzato nessuno e adesso ci si deve fare sopra una sperimentazione scolastica con tanto di studi scientifici a supporto.

Sono tutte sensazioni e consapevolezze perdute, ma ricordatevi che è la sperimentazione, bellezze!

La lista è vita

Pippo Civati figura nella lista Falciani.

Chiarisce che il conto era intestato al padre e di non avervi “mai avuto accesso“. Dice inoltre di essere stato solo l’intestatario di una procura.

Non metto minimamente in dubbio le circostanze riferite da Civati e c’è da essere d’accordo con lui quando dice che è spiacevole ritrovarsi in una lista assieme a dei mariuoli che hanno frodato il fisco.

Ma il mi’ babbo Sergio, che ogni tanto mi metteva qualche migliaio di lire in un libretto della filiale di Vada della Cassa di Risparmio di Livorno, un conto in Svizzera non ce l’ha mai avuto. Nemmeno, si veda il caso, per darmi una procura.

O come mai? La lista è vita.

Se questo è un giornale

Domani, se Dio vuole, chiude “l’Unità”.

Un quotidiano fondato nientemeno che da Antonio Gramsci nel 1924, anche se di questa circostanza c’è solo una breve menzione sulla testata della versione cartacea on line. Nel senso che dell’autorevolezza e del coraggio di Gramsci non è stato ereditato niente, e c’è di che esser convinti che le ceneri del grande intellettuale e pensatore ribollano all’idea di patrocinare un quotidiano la cui unica aspirazione, ultimamente, era quella di negare l’evidenza e di dare adosso ai grillini, visti come origine di ogni male.

Io l’Unità, quella vera, me la ricordo. Ero piccino e la domenica se volevi passava qualcuno a distribuirlo casa per casa. Lo comprava sempre il mi’ zio Piero, che allora veniva Ugo, detto Ughino, che saliva le scale due alla volta con le ginocchia un po’ dinoccolate, la boina calcata sulle 23 e la sigaretta (Nazionali Esportazione, plisss) in bocca, e incassava il prezzo del giornale. Magari si fermava a prendere un caffè, o a fare due chiacchiere, qualche commento sulla situazione politica della settimana e intanto si parlava, ci si confrontava, si discuteva, si litigava.
Se poi uno non voleva comprarselo, c’era pur sempre il circolino dell’ARCI (a Vada si chiamava “la Pista”) che lo acquistava per gli avventori e lo metteva lì a disposizione di tutti fin dalle sette di mattina. Era un po’ palloso dover aspettare che si liberasse, e, comunque, quando entrava la bonànima di Anchise e lo voleva era buona norma lasciarglielo.
Se no c’era un altro modo per leggerlo: nelle Sezioni (altro luogo di ritrovo) o nella bacheca che il Partito Comunista aveva a disposizione in Piazza. Così ti capitava di vedere tutti i vecchietti con il collo un po’ all’insù che commentavano le notizie sulle imprese del compagno Berlinguer dopo aver sputato per terra quanche burdigone da due etti e aspirato un paio di boccate di sigaro toscano.

L’Unità era questo. E adesso? Non si parla più, non ci si incontra più, non si commenta più, non si litica più, non ci si piglia a sacrosanti cazzotti, non si beve più il corretto al sassolino al circolo Arci. No, dicono che “I liquidatori di Nuova iniziativa editoriale spa in liquidazione, società editrice de l’Unità, a seguito dell’assemblea dei soci comunicano che il giornale sospenderà le pubblicazioni e l’aggiornamento del sito web a far data dal 1° agosto 2014.”

I liquidatori?? Ma chi sono mai questi liquidatori??? Ecco perché vi dicevo che le ceneri di Gramsci si sollevano nell’urna, perché chi saranno mai questi “padroni” che hanno (o, peggio a cui è stata delegata) la possibilità di decretare addirittura la fine del giornale. Gramsci direbbe retoricamente ma giustamente che l’Unità ha un solo proprietario, il popolo.
Sì, il popolo italiano. Quello che di tasca propria, solo nel 2011 ha versato 3.709.854,50 euro per il finanziamento pubblico al quotidiano. Dico, tre milioni e settecentomila e spiccioli euro. Ma cosa cavolo ci hanno fatto con i soldi della gente se hanno permesso a dei “liquidatori” di “liquidare” una testata storica?? Tre milioni e settecentomila euro per essere lo zerbino di Renzi e la stampella sinistra editoriale del Partito Democratico (la destra, si sa, E’ quella di “Europa”, che zitta zitta prende 2.343.678,28) e per sputare veleno su Grillo? Sono anche soldi miei, e pretenderei una maggiore oculatezza nella loro amministrazione. Ma se un quotidiano non sa essere abbastanza libero dai liquidatori per potere andare avanti con i soldi della gente allora è bene che chiuda.

E infatti domani l’Unità chiude. E speriamo di poter fare qualcosa di buono almeno con quei tre milioni e passa di euro che la Nuova Iniziativa Editoriale non potrà più pretendere con la scusa di ingrassare le rotative dell’organo ufficiale del Partito Democratico.

Download (PDF, 85KB)

Vi prego, o Gesù buono, per la vostra passion dacci il perdono

A Vada, durante la più che cinquantennale reggenza della Prioria di San Leopoldo Re da parte di Don Vellutini (che, voglio dire, cosa ci fai col pontificato di Wojtyla o quello di Pio IX?), quella della processione del venerdì santo era una ritualità che costituiva un “unicum” che si ripeteva quasi intonso nelle strade del paese.

Si portava a braccia il cristo ligneo tirato fuori dalla teca dove era stato per un anno intero all’adorazione e al culto dei fedeli. Peso asserpentato, chi lo doveva trasportare mostrava una malcelata nonchalance, come se nella vita non facesse altro che portar cristi e tirare sacrosante bestemmie perché guarda caso, la sciàtica gli dava noia proprio ora che c’era da portare il reverendo catafalco.

Le donne andavano per prime, tutte colla pezzòla in capo. Quelle in età da marito facevan capannello da sé e ridicchiavano, cazzo ciavranno avuto da ride’, è la processione di Gesù morto, mica un filme di Ridolini! Gli uomini dietro, a biascicar stupidaggini e sputare per terra certi agglomerati urbani da fumo di Nazionali che pareva ci fosse la gara olimpica di scaracchi.

A noi piccini ci davano una candelina in mano avvolta in cima da una coroncina di carta colorata. L’accendevi e pensavi: “Ecco, ora per tutta la processione questa candela non la faccio spengere”. Era una specie di ex voto, un fioretto, una buona intenzione e regolarmente arrivava una folata di vento e ci pensava lui a spengertela. O se no c’era sempre il teppistello del quartiere che ti affiancava, ti chiedeva “Che ore sono?” e te che con la sinistra abbassavi la candela per vedere l’orologio e la carta pigliava fuoco squagliando la cera che ti faceva le stimmate sulla mano. E il coro delle pie donne:

Vi preeee-gooo
O Gesù buooonoooo
per la vostra passiooooon
dacci il perdooooonooooooo.

Il perdono lo pigli da Gesù morto stasera, ma tanto domattina a scuola ti ribecco e ti fo’ piglià’ “Visto” sul problema di matematica, stronzolo!

Beppe del Papi o dell’arte della bestemmia

Beppe del Papi stava di casa accanto al mi’ zio Piero, che stava di casa accanto a me, ma non si poteva dire, come in matematica, che il Papi sava vicino a me, perché sì, era vicino, ma bisognava comunque andare “in cima di strada” per vederlo trastullarsi col suo orto, il cappello sempre ben calcato e la bestemmia pronta.

Perché per le bestemmie, c’era da dirlo, il Papi non lo batteva nessuno. E’ stato il primo ad aver sperimentato le bestemmie-sandwich, quelle che si infilano tra due parole o tra due parti del dicorso, per prendere fiato o per sottolineare il valore dell’enunciato. E siccome il Papi parlava (e bestemmiava!) per conto suo, da solo, anche quando andava in bicicletta e biascicava fra sé e sé la minestra di stelline che gli faceva la su’ moglie, la Giulia, che aveva sempre caldo e ci vedeva poco, sì, ma dov’ero rimasto, ah, ecco, il Papi se lo volevi sentire bestemmiare bastava tu t’affacciassi alla finestra.

E il mi’ zio Piero non s’affacciò alla finestra, ma dal terrazzo. Aveva uno dei primi registratori a nastro con quattro o cinque bobine, sempre quelle (e lui le chiamava “i rotolini”) e mentre il Papi era nella stanzina (bella sfida, ci stava fisso!) gli calò il microfono della Philips e lo immortalò.
E il suo soliloquio era pressappoco così: “Ciavevo certe pere maremmanatadancane eran dólci come lo zucchero natedancane, ma accidenti a quella puttanaladraimpestatamaiala me l’hanno mangiate i bài“. I “bài” erano i vermi.
Oppure “Voglio andà’ maremmatremotatasulciuco a piglià un po’ d’erba budelloladro per coce’ ne’ ‘ampi!

Il Papi d’estate quando il sole picchiava dall’alto del mezzogiorno aveva una curiosa abitudine, “rinfrescava”. Per lui “rinfrescare” voleva dire spargere un po’ di acqua sul marciapiede a bollore in modo che si rinfrescasse, appunto, solo che dopo cinque minuti “E c’è più cardo che diànzi, accidentiaquellamaialadellalevatrice che aiutò la mi’ povera mamma a partorimmi!!” (perché, naturalmente, la levatrice era maiala e la su’ mamma no.)

E siccome il destino d’ogni partorito è quello di andarsene per i piedi, prima o poi, dopo qualche anno anche lui prese la via dietro alla Chiesa. Avrà bestemmiato anche dentro la cassa da morto.

Arturo il Gabbrielli per tacer della Ines

Arturo il Gabbrielli stava di casa di fronte a me.

Era un uomo che levava il fumo alle schiacciate, robusto, austero, sobrio nei gusti. La su’ moglie, la Ines, (o, meglio, la “Ìnese”, per dirla alla vadese, che a noi le parole con la consonante in fondo ci son sempre state òstiche, per cui la “Ìnese“, il “thèrmose“, il “filme“, ma anche il “cèllofa“, il “Bùscopa“, il “Moplè“, “Grandotè” – ci devo pubblicare uno studio prima o poi-) lo veniva a chiamare verso mezzogiorno e dieci per dirgli che era pronta la minestra e lui non si lamentava mai.

Altro che quando se la prendeva coi gatti, cioè la maggior parte del tempo che trascorreva nell’orto. Aveva annoia i gatti peggio della peste bubbònica e se poteva farne secco qualcuno un ave’ paura che il felino di lì a due minuti te lo ritrovavi con le gambe stirate ai piedi del pesco che il Gabbrielli Arturo, bonànima, curava con tanto amore. Amore sì, ma nel regalarmi i frutti succosi di quella magnificenza era assai stitico.

Inventava parole ed espressioni di conio pregevole. “Accidenti al gattopuzzo!” era il suo intercalare migliore. Che uno in fondo dice “O cos’è il gattopuzzo?”, nulla, è una parola composta da un sostantivo e da un aggettivo, come “pane secco”, ma se lo scrivo tutto attaccato (“panesecco“) assume un valore icastico tutto particolare. Una cosa a Vada è “pover’uomo” altra cosa è “poveròmo“. La sua proverbiale pipa era diventata “la fumma” e se gli cascava in terra era capace di tirare le litanie dei santi.

Invece quando si trattava di andare a farsi un tressette briscole e scopa al Bar Italia la prima cosa che faceva era togliersi il cappello di capo e salutare nemmeno si trovasse alla Corte del Gioco de’ Noccioli, poi se perdeva (cosa che gli capitava di frequente) si meravigliava. “O quella?? Ma se ciò messo un càrico!!” “Sì, ma lui ciaveva messo una briscola, Arturo!!

E con il suo cappello e la sua “fumma” in bocca lo rividi quando lo riportarono dall’ospedale a casa, l’ultima volta. E un c’era già più nemmen la Ìnese a fargli la minestra.

P.S. O Lino, scommetto che questa t’è garbata!

Don Dino Maria Cambi, sacerdote

La Prioria di San Leopoldo Re a Vada - Foto di "LupoCapra" - Io, detentore del copyright su quest'opera, do il permesso di copiare, distribuire e/o modificare questo documento in base ai termini della GNU Free Documentation License, Versione 1.2 o successive pubblicata dalla Free Software Foundation

Don Dino, a Vada, era l’aiutante di Don Vellutini.

Si diceva -ma il vociferìo era già andato in cavalleria da quel dì- che si fosse reso responsabile di non so quale ammanco nelle casse curiali, in occasione dei lavori di ristrutturazione del campanile di Vattelappesca, per cui eccolo lì, a Vada, in voto di obbedienza a quel bisbetico indomato, principe della polemica e fumator di sigari toscani che era Don Vellutini.

Erano come don Chisciotte e Sancho Panza, come Phileas Fogg e Passpartù.

Don Dino faceva i mestieri più umili e noiosi. Diceva la messa del pomeriggio, quella della domenica mattina che c’era poca gente, si occupava di funerali (“andava a prendere il morto”, come si diceva allora, lo portava in chiesa e poi lo accompagnava all’ultima dimora, bofonchiando qualche pateraveggloria) Continua la lettura di “Don Dino Maria Cambi, sacerdote”

Il mi’ zio Piero

Anche il mi’ povero zio Piero morì il 6 di febbraio, per l’esattezza il 6 febbraio del 1986.

La sera prima mi disse “Domattina cosa fai, vai all’Università?? Ecco, bravo, io invece son di fèsta!!”. Era in pensione.

Il mi’ zio Piero contribuì alla mia educazione musicale. Mi comprò uno stereo che mi sembrava bellissimo (era uno Schneider!), contribuì al completamento della mia raccolta de “I Grandi Musicisti” della Fratelli Fabbri Editori dedicata alla musica classica con dischi a 33 giri con incisioni davvero pregevoli (avrei raccolto volentieri anche quelli del jazz, ma di jazz non ho mai capito una venerata, e nemmeno il mi’ zio Piero, a dirla tutta).

Mi insegnò la passione per la registrazione, per la conservazione dei suoni e delle voci, passione che non mi ha mai abbandonato.

Aveva un registratore a nastro, un Philips con le bobine piccole (il mi’ zio Piero, con incredibile fantasia li chiamava “i rotolini”), di quelli col microfono esterno che ssssssstttttttttt!! non si deve parlare mentre si registra sennò viene la voce e rovina tutto.

Il suo vicino di casa si chiamava Beppe il Papi. Era un bestemmiatore di professione. Aveva fatto della bestemmia un’arte, una forma letteraria, praticamente un atto creativo demiurgico a sé. Scandiva le bestemmie come quello delle previsioni del tempo scandisce le temperature minime, anzi, di più, come la voce alla radio che legge il bollettino per i naviganti (ma c’è ancora??). Allora il mi’ zio Piero, dal terrazzo di sopra, calava il microfono in direzione della voce di Beppe il Papi che sacramentava in endecasillabi a rima baciata, lo immortalava sui “rotolini”, e ridacchiava di gusto.

Il mi’ zio Piero è lo sposo nella fotografia, quando sposò la mi’ zia Iolanda. Il mi’ nonno Armando è il primo da sinistra, dritto come un fuso e bello come tutti se lo ricordano. La mi’ nonna Angiolina nella foto non c’era (dev’essersi rotta i coglioni prima ancora del flash del fotografo). Dietro al mi’ zio Piero c’è il pòvero Eraldo, pescatore.

E quella piccina che fa da damigella, con la ghigna a tagliòla è la mi’ mamma.

(cliccate sull’immagine per vederla con una definizione maggiore)

La Pieranna sulla jeep

E questa era la Pieranna da piccina.
Avrà avuto sì e no due anni e mezzo o tre e l’avevano messa in piedi su una jeep degli americani proprio di fronte a quella che oggi è la sua casa di Vada.
Aveva boccoli biondi e le gambette secche e striminzite di chi mangiava malvolentieri. O, semplicemente, aveva ben poco da mangiare in tempo di guerra. Le scarpette di cencio troppo grandi e forse anche qualche fermaglino di fortuna tra i capelli.

La Pieranna è la mi’ mamma.

Sulla tomba di Don Antonio Vellutini

Sulla tomba di Don Antonio Vellutini, semplice e cementificata come il suo nobile animo di partigiano e di prete irriducibilmente spartano, nonché di finissimo intellettuale, professore e polemista, mai aduso a compromessi, c’è di che essere grati a un uomo di spessore che non si è piegato nemmeno alle lusinghe di un sepolcro suntuoso.

Ritratto di Baluganti Ampelio da seminarista

In codesta disiata et pretiosa imago, si contempla il meditabondo Baluganti Ampelio (sì, è Egli!) quando volle farsi prete, colla divisa e il collettino, dagherrotipato mentre andava a far una gita (o gitarella) alla Festa de l’Unità del quartiere "Colline", tempestandola di rutti e di benedizioni apostoliche.

Qui sotto un’istantanea dello stesso zio Efisio Don Baluganti, quando si spretò tornando biecamente allo stato laicale:



PS: Non è vero niente, quello raffigurato nella foto in bianco e nero è Don Antonio Vellutini, parroco di Vada, quando era giovane. Ma la somiglianza con il caro Baluganti Ampelio (il figliuol dello stiacciamoccoli) è davvero impressionante.