WASP e Gentiloni

Ormai è ufficiale. Gli assassini di Mario Cerciello Rega hanno confessato. Sono stati loro. Americani, cittadini USA, bianchi, ricchi, figli di papà, di buona famiglia, incensurati, chiaramente viziati, in viaggio in Italia e domiciliati in un albergo lussuoso (“vuoto mito americano di terza mano”, avrebbe detto il Sommo Poeta).
Nulla a che fare con i nordafricani alti 1,80 e con le mèches contro cui si è rivoltato il web, o, almeno, la sua parte più deteriore e sovranista. E’ stato tutto un “dàgli al négher!”.
Nessuno ha pensato un po’, nessuno ha lasciato fare gli inquirenti prima di scrivere, nessuno ha voluto sentire ragioni o argomenti vari.
E l’unico argomento è che stavolta no, non sono stati gli africani, gli immigrati (chiaramente illegali) i disgraziati della malora, i bastardi che vogliono venire nel nostro paese a delinquere e a toglierci il lavoro. Sono stati due come noi. E’ stato l’occidente, prosperoso e mezzo drogato, è stata la nostra sicurezza di bravi cittadini (ma all’occasione ripieni di cocaina), insomma, legaioli, fratelliditalia, giornalisti arroganti, precipitosi, sopporters violenti, conigli da tastiera, tutti si sono buttati addosso ai nordafricani. Solo che i nordafricani, in questo caso, non esistevano. Brutta figura, nevvero?
Ma in questo cumulo di afflato sovranista sono caduti tutti. Tutti. Anche quelli del PD. Paolo Gentiloni in un tweet parla di un “controllo su due sospetti nordafricani”. E allora il mondo gira proprio alla rovescia, in questo continuo giro del giorno in ottanta mondi che porta sempre e costantemente allo stesso punto su cui destra e sinistra, evdentemente, amano molto ristrovarsi. Spesso e volentieri.

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Assange arrestato e trascinato a viva forza fuori dall’ambasciata dell’Ecuador

Frame tratto da un filmato trasmesso da Ruptly

Certo che vedere Julian Assange trascinato a forza dagli agenti londinesi fuori dall’ambasciata dell’Ecuador e con le manette ai polsi “fa brutto”, come si dice da queste parti.

Il suo arresto, conseguente alla decisione dell’Ecuador di revocargli l’asilo, rappresenta senza dubbio una violazione dei diritti individuali e una abnormità cosmica. Assange è prima di tutto un giornalista. E come giornalista ha reso pubbliche centinaia e centinaia di documentazioni riguardanti le responsabilità degli Stati Uniti (che, nel frattempo, adesso ne chiedono l’estradizione bramosi di vendetta) e i crimini di guerra in Iraq. A questo materiale hanno attinto anche i giornalisti italiani per le loro denunce sulla carta stampata e sul web, e sono gli stessi giornalisti che oggi gli dànno addosso come se fosse uno dei delinquenti più pericolosi della Terra (ricordo che la causa intentatagli dallo stato svedese per violenza sessuale è stata nel frattempo archiviata). Assange è un uomo che ha agito solo nel nome della libertà di informazione, non è il Robin Hood della rete né un paladino senza macchia e senza paura, per riprendere le parole di Vittorio Parsi su Avvenire (uno dei principali giornali dell’opposizione), è un giornalista responsabile solo di aver mostrato la verità, e si sa che, come diceva Orwell, in un mondo guidato da versioni ufficiali di Stato, mostrare la verità è un atto incredibilmente rivoluzionario. Estradarlo negli stati Uniti rappresenterebbe un precedente pericolosissimo, perché significherebbe che qualunque giornalista abbia pubblicato notizie vere e/o verificabili (come affermano i legali di Assange) potrebbe essere arrestato o fermato. E’ per questo che è necessario opporsi con tutte le forze alla sua estradizione, e il primo ad opporsi dovrebbe essere proprio lo stato britannico che lo ha arrestato per un illecito che in Italia farebbe ridere.

E’ urgente che Julian Assange torni di nuovo libero di dedicarsi alle sue attività che tanto bene hanno fatto al mondo dell’informazione e che hanno gettato una luce di speranza sull’informatica e sulla telematica di domani.

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23 agosto 1927: Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti

«Io dichiaro che ogni stigma ed ogni onta vengano per sempre cancellati dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti»
(Michael Dukakis)

Il 23 agosto 1927 Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti vennero giustiziati sulla sedia elettrica per crimini che non avevano commesso.

Il 23 agosto 1977, Michael Dukakis, allora Governatore del Massachussets ha assolto i due italiani odrdinando la cancellazione di “ogni stigma ed ogni onta” su di loro.

Troppo comodo. Troppo poco. Troppo tardi.

Una nazione che si è permessa di mandare a morte due innocenti non può cavarsela con una dichiarazione, una canzone di Joan Baez (bella, per carità, ma sui social network oggi tutti a scrivere “Here’s to you”) e una pagina su Wikipedia!

Piuttosto, la casa editrice Claudiana ha da poco pubblicato una nuova edizione e traduzione delle lettere e degli scritti dal carcere di Sacco e Vanzetti. E’ una casa editrice coraggiosa, protestante, che non si occupa solo di teologia. Compratelo, ne vale la pena, e poi vi renderete conto del perché non è tutto here’s to you.

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I pregiudizi e il preconcezionismo occidentali sulla “primavera araba”

“La primavera araba” è una di quelle espressioni vuote che hanno inventato gli occidentali per definire in maniera frettolosa e approssimativa fenomeni di protesta e di autodeterminazione della gente di Egitto, Libria e Tunisia che hanno radici e conseguenze molto complesse.

Probabilmente qualcuno pensava che a seguito di quei momenti di ribellione contro i tiranni e i dèspoti, Egitto, Libia e Tunisia si sarebbero trasformati in Paesi invasi da hamburger, fast food, Coca Cola a fiumi, e che avrebbero cambiato la loro mentalità e sensibilità sociale e religiosa in una dépendence a stelle e strisce.

E allora ci si indigna, e ci si continua ad indignare che in questi paesi gli Stati Uniti vengano così duramente e pesantemente vilipesi solo perché qualcuno ha avuto l’ardire di fare un film critico su Maometto.
Nel nostro mondo occidentale malato di protagonismo fino alle sue conseguenze più estreme e rivoltanti, non ci passa neanche per l’anticamera del cervello che quello che facciamo passare come “libertà di espressione” non possa e non debba andare a ledere il senso religioso dell’altro.
Non si tratta di “Ultimo tango a Parigi”, per cui l’arcinota scena del burro viene tagliata in nome di un bigottismo di maniera e di un senso del pudore che, anche a quei tempi, in Italia non c’era mai stato. Non si tratta di censura, anzi, proprio del contrario. E’ aperto e malcelato calpestare una sensibilità religiosa attraverso la realizzazione di un lavoro discutibile. La dissacrazione va bene contro i potenti o i politici di ogni razza e colore, non contro un diritto soggettivo della persona, quello di esercitare la propria libertà religiosa e non vedersi diffamati solo per questo fatto. O per il fatto di essere musulmani. Che non vuol dire essere figli di un dio minore, se il dio maggiore è il “vuoto mito americano di terza mano” di cui parlava il Poeta.

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Tra poche ore l’esecuzione di Marvin Lee Wilson

Tra poche ore Marvin Wilson, 54 anni ma con il quoziente intellettivo di un bimbo, sarà ucciso.

“Giustiziato” mi pare una parola fuori luogo perché, è evidente, non può essere una sanzione di giustizia quella comminata a una persona psichicamente minorata nello stato del Texas, dove si stanno registrando le percentuali più alte di sentenze di morte eseguite.

Se nessuno deve toccare Caino mi sembra strano che Caino venga addirittura giustiziato soprattutto quando non sa o non ha gli elementi e le capacità di capire che è un Caino.

Così lo adageranno su un lettino e gli spareranno in vena una soluzione che lo aiuti ad addormentarsi eternamente. Per gli USA e così sia.

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Rischia 121 anni lo stalker che pubblicò le foto “intime” di Scarlett Johansson

Sul desktop del Pc ho trovato un paio di quelle che io chiamo, normalmente, “notizie K”.

Le “notizie K” sono quelle news e quelle riflessioni che, leggendo qua e là i giornali on line, mi colpiscono e che metto da parte per farci un post nei momenti di magra. Come la “razione K”, appunto. Son cose che servono per tirare avanti, come le scatole di pelati di riserva nelle dispense. O le scatolette di tonno. O quelle di fagioli. Che se le hai tutte e due fai tonno e fagioli, la classica “cena dei becchi” e vai a letto cornuto e contento.

Solo che le notizie, a differenza delle scatolette di fagioli e di tonno (e, probabilmente, anche a differenza delle “razioni K”) ogni tanto scadono. Non è che non siano più buone (come quei cibi su cui è scritto “consumare preferibilmente entro il…”) solo che non le usi più.

Per esempio, tempo fa era apparsa la notizia dell’arresto di un hacker che, penetrando nello smartphone di Scarlett Johansson, aveva rubato alcuni scatti intimi che l’attrice, Dio la benedica, si era fatta in bagno o a letto a beneficio suo, o del fidanzato, o di chissà chi. Il tutto è avvenuto a Los Angeles. L’arrestato, che è anche accusato di stalking, rischia ora 121 anni di carcere per aver divulgato le foto dell’attrice (sempre che Dio le conservi la mamma che l’ha partorita!) in pose diciamo non proprio da educanda.

Nulla di esagerato, ci mancherebbe altro, si vede che anche gli attori conervano un po’ di pudore quando devono scambiarsi queste cosine qui.

Ora, voglio dire 121 anni di carcere per aver divulgato la Johansson NUDA?? Ma in Italia come minimo qualche giudice avrebbe applicato l’attenuante di aver agito per nobili finalità di utilità sociale, come gli ammutinati di Schettino.

Oltre un secolo di galera per un po’ di gnocca… Oltretutto in fotografia.

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Oriana Fallaci – La liberta’ di protestare negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti la libertà di protestare è così diffusa che, come un boomerang, essa si rivolge contro la libertà stessa. In altre parole, tutti hanno talmente diritto di offendersi in nome della libertà che la stessa libertà di critica ne risulta compromessa.

(da Con la censura stiamo peggio noi, L’Europeo, 27 ottobre 1957, ripubblicato in I sette peccati di Hollywood)

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Oriana Fallaci: la violenza che saccheggia i Mac Donald

La violenza che nutrendosi di cinismo va in cerca del morto da santificare, che per trovarlo scaglia pietre o estintori contro il carabiniere terrorizzato. La violenza che nutrendosi di cretineria imbratta le facciate degli antichi palazzi, frantuma le vetrine, saccheggia i Mac Donald, brucia le automobili. Che occupa le case e le banche e le fabbriche, che distrugge i giornali e le sedi degli avversari. Che (non avendo studiato la storia loro non lo sanno) ripete gli sconci cari ai fascisti di Mussolini e ai nazisti di Hitler".

 (Panorama 6 novembre 2002)

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Il flop del National Jukebox della Library of Congress

La Library of Congress ha messo in linea il National Jukebox, una raccolta di 10.000 file audio dichiarati e risalenti agli albori della registrazione audio e video, raccolta che indubbiamente costituisce un patrimonio di  eccezionale interesse a disposizione dei visitatori del sito.

Sembra una bella cosa, dunque, e a guardarla lo è, sito leggero, altamente "performante" (come dicono quelli che non sanno utilizzare espressioni come "funziona bene"), in grado di reggere un assalto iniziale di vastissime proporzioni quale quello che ha accolto il lancio dell’iniziativa, lettorino di file audio elegante, insomma, all’apparenza tutta roba da apprezzare.

Provate però a fare il download dei file. Non ce n’è possibilità.

Quindi, non solo il materiale, ancorché dichiaratamente per la maggior parte di pubblico dominio negli States, non può essere scaricato, ma non può nemmeno essere libero di circolare ulteriormente.

Il tutto sembra essere ascrivibile a un accrocchio di normative statunitensi. Si legge su http://blog.librarylaw.com/librarylaw/2011/05/the-national-jukebox-copyright-and-pre-1972-sound-recordings.html

"I’ve written in the past about the confused state of pre-1972 sound recordings and how many things that we think might be in the public domain (including Edison wax cylinders) may still be protected by state common law copyrights.  In this case, it would be easy to think that the recordings, most of which were made before 1923, would be in the public domain.  Certainly the sheet music, musical works, and spoken texts that are recorded have likely entered the public domain.  But the recordings themselves will remain protected by copyright until 2067 – even though they are in the public domain in most of the rest of the world, where a 50 year term for sound recordings is the norm."

e più avanti

"The continued copyright protection of these recordings has one obvious impact on the National Jukebox site: one cannot download copies of the recordings.  In spite of the fact that it has had a minimum of 85 years to exploit these recordings, Sony has, according to the LA Times, retained the rights to continue to commercialize them.  Apparently anything that the Library of Congress wants to do to preserve these recordings must be done with the permission of Sony."

In breve, quelle registrazioni sarebbero di pubblico dominio per la maggior parte dei paesi del mondo ma per gli Stati Uniti. Per cui se il server del NONNational Jukebox della Library of Congress fosse residente in un’altra nazione, chiunque potrebbe effettuare legittimamente il download di quelle opere.

Ma fatta la legge trovata la contraddizione. Il National Jukebox include alcune preziosissime registrazioni dall’archivio Berliner (praticamente le prime incisioni effettuate negli Stati Uniti). Blindatissime, guai a metterci le mani.
Guarda caso, però, all’indirizzo http://memory.loc.gov/ammem/berlhtml/berlreco.html  alcune di quelle registrazioni sono regolarmente reperibili.
Uno dirà: "Magari non fanno parte di quel gruppo di risorse su cui la Sony ha messo lo zampino". Appunto, e allora perché non fare una cernita tra cosa è scaricabile e cosa non lo è?

Per questi motivi il National Jukebox mi pare più un carrozzone poco fruibile dall’utente finale che una risorsa realmente a disposizione di tutti e, personalmente, non so proprio di che farmene. Dopo gli entusiasmi iniziali resterà lì a conservare cultura che nessuno potrà mai portare via con sé o condividere con altri. God bless the United States of America!
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E’ stato morto Bin Laden


Da che mondo è mondo i cadaveri sono sempre stati la dimostrazione assoluta e suprema del fallimento.

I cadaveri appartengono ai morti, e i morti non ci sono più. Punto, niente altro. Possono essere mostrati (come quelli di Salvatore Giuliano ed Ernesto "Che" Guevara) al pubblico come esempio di infamia, oppure come modello di Santità o di Beatitudine da riprendere con il telefonino.

Comunque sia, si ha sempre bisogno del corpo. Non per nulla si parla di "corpo del reato" in giuridichese burocratico stretto. Il corpo è la prova principe, il corpo, che è materia corrotta e corruttibile per eccellenza, è dimostrazione di qualcosa. Il genere umano è fuori di testa.

Così è stato morto Bin Laden, dopo gli hanno fatto un paio di fotografie, giusto per consegnare alla storia il fatto che gli USA sono gli USA e gli altri non sono un cazzo. Poi, pietosi e pieni di deferenza verso l’avversario annientato, il corpo è stato "sepolto" in mare in ossequio alla tradizione islamica (vuoto mito americano di terza mano!). Finito, tutto lì.

Perché prendere vivo Bin Laden, trasferirlo negli Stati Uniti e processarlo non era possibile, non si doveva, bisognava per forza far vedere al mondo chi dei due era il più pirla, era una tentazione irresistibile, e allora via, rendiamolo cadavere, così Dio benedice l’America, e se c’era qualcosa in più da sapere non lo sapremo mai.

Perché la giustizia sommaria, l’occhio per occhio (che rende tutto il mondo cieco) fanno parte della cultura, di più, dei valori degli Stati Uniti. La pena di morte non è solo un elemento disponibile nel diritto statunitense è uno strumento di liberazione che gli americani sentono dentro di loro.

Dimenticando sempre che i morti sono più pericolosi da morti che da vivi.
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Julian Assange e il neo-proibizionismo degli Stati Uniti

Stanno portando all’altezza dell’importanza di un mito una persona come Julian Assange.

Lo paragonano a Osama Bin Laden, ma è riuscito solo a fare lo sgambetto all’intelligence degli Stati Uniti che se la prende con lui non tanto per quello che la sua creatura Wikileaks ha messo a disposizione dell’opinione pubblica, ma perché, appunto, lo sgambetto ha fatto "intrampolàre" l’austera nazione americana sul piano del gossip e del chiacchiericcio fortuito, del guardare da dietro il buco della serratura e poter essere legittimati a chiamare "segreti" quelli che segreti non sono.

Assange ha semplicemente fotografato una situazione che esiste, e che non ha o non dovrebbe avere misteri per nessuno: Berlusconi è una persona che assiste a festini più o meno selvaggi, è amico di Putin e che risulta un po’ antipatico ai più.
Dov’è la novità? Qual è lo scandalo?? E’ forse il fatto che questo tipo di informazione venga rilasciata dai vari ambasciatori e diplomatici statunitensi in giro per il mondo?? Ma gli atti diplomatici dovrebbero essere caratterizzati da trasparenza e onestà, dalla pubblicità, dal rispetto nei confronti dei cittadini.

E così lo vogliono morto, di più, incarcerato, condannato all’ergastolo, estradato in Svezia dove è accusato di un reato noiosetto come quello di aver stuprato due donne che all’inizio erano consenzienti al rapporto sessuale con il Nostro (chissà chi le ha convinte a dichiarare di non essere state poi tanto consenzienti, da un momento all’altro dell’amplesso, e con quali mezzi!), ma NON di aver divulgato materiale "top secret", talmente "top secret" che dice perfino che Berlusconi sarebbe visto dagli Stati Uniti come una persona "inaffidabile", figuràtevi voi…

Lo vogliono semplicemente far fuori. E, come tutti quelli che vogliono far fuori qualcun altro, la motivazione addotta non sarà e non potrà mai essere quella vera. Diventerà una scusa, un pretesto, un incidente di percorso, uno sgraffietto, una bruciatura, o anche smplicemente una caratteristica sgradevole.
Come, appunto, il fatto di aver forzato due donne a fare delle cosine che loro non volevano fare.

Gli Stati Uniti usarono gli stessi metodi con Al Capone. A cui, beninteso, non riuscirono mai ad addebitare tutti gli omicidi che aveva commesso, ma solo l’imputazione di evasione fiscale. Se Al Capone fosse stato in Italia se la sarebbe cavata con una multa fastidiosa e un patteggiamento fiscale tuttosommato vantaggioso per lui. In ogni caso non avrebbe mai scontato un solo minuto di carcere.

Assange lo vogliono come il simbolo della rivincita della ragion di stato sulle libertà dei cittadini.

Cambiano le persone, non i proibizionismi.
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Arizona: riviata l’esecuzione di un condannato a morte perche’ il farmaco letale non e’ made in USA

Il "vuoto mito americano di terza mano", come lo ha definito il Poeta, prosegue sul filo della pena di morte.

Jeffrey Landrigan è stato condannato a morte nel 1990 per omicidio. La sentenza avrebbe dovuto essere eseguita in questi giorni, ma il giudice dell’Arizona ha stabilito che il farmaco usato per l’iniezione letale, il thiopentàl (che sembra una bestemmia in livornese), non essendo stato prodotto negli States, bensì importato dall’estero, non darebbe sufficienti garanzie di evitare sofferenze inutili al condannato. Sarebbe, quindi, un prodotto insicuro.

E, quindi, l’esecuzione viene sospesa in attesa che qualche casa farmaceutica senza scrupoli davvero statunitense al 100% assicuri l’opinione pubblica che il condannato si addormenterà serenamente per non svegliarsi mai più, perché i veleni come li fanno negli USA non li fanno da nessun’altra parte, questo bisogna dirlo.

Niente morte, dunque, in attesa del thiopental a denominazione di origine controllata e garantita.

Del resto siamo negli States…
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Ronnie e il plotone di esecuzione

Ronnie sarà il prossimo condannato a morte dello Stato dello Utah.

Nel 2004, per evidenti motivi umanitari, lo Utah stabilì che l’unico modo per rispettare la dignità del condannato fosse quello di farlo sdraiare su un lettino, legarlo con le cinghie e sparargli in vena un cocktail di sedativi e benzodiazepine ad altissimo dosaggio prima, e una robaccia che schianta il cuore subito dopo. Vuoi mettere, non c’è paragone con la sedia elettrica che mandò arrostiti Sacco e Vanzetti.

Solo che Ronnie è stato condannato prima del 2004, quindi è l’ultimo ad avere il diritto di scegliere se crepare con la pera dell’eternità o se farsi trapassare il torace da una scarica di colpi sparati da un plotone di esecuzione.

E Ronnie ha scelto il plotone di esecuzione. Un modo romantico e coraggioso per andarsene, l’ultima passeggiata in un luogo aperto, un vaffanculo al prete, il rifiuto della benda, la camicia aperta con il petto da offrire alle pallottole del nemico, il profumo dell’aria dell’alba dell’ultimo giorno, e lo sguardo fissato in quello di chi ti spara.

Pum pum pum, ed è finita. Ciao Ronnie, perdonali, sono americani, non sanno quello che fanno.
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