Google: il diritto all’oblio non può essere applicato a livello globale

Nel 2016, la Francia, attraverso la Commissione Nazionale Informatica delle Libertà (CNIL) aveva condannato il motore di ricerca più usato nel mondo a pagare 100.000 euro per la mancata rimozione di alcuni link a livello mondiale. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha dato ragione al colosso informatico sostenendo che il diritto all’oblio riguarda solo gli stati membri dell’Unione Europea e non può avere un effetto di portata mondiale sui motori di ricerca.

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Wikipedia rimandata a settembre

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Hanno fatto tutto da soli, dall’inizio alla fine.

Hanno preso la palla al balzo di una discussione in sede di Parlamento Europeo sulla riforma del Copyright e hanno pensato bene di lanciare l’allarme in rete di una imminente repressione di alcuni diritti fondamentali del Web che, a loro dire, coinvolgerebbe anche la versione italiana di Wikipedia. Non si capisce come coinvolgerebbe SOLTANTO la versione italiana, visto che il progetto legislativo riguarderebbe TUTTI i Paesi dell’Unione Europea, e quella italiana è la versione linguistica che per prima è andata a gridare “Al lupo! Al lupo!”, seguita, nel tempo, soltanto da quella spagnola, estone e lituana. Dunque, dicevamo, per protestare contro l’imminente scempio dei diritti che oltretutto NON riguardavano Wikipedia (ed è stato messo addirittura nero su bianco), la sezione italiana di Wikimedia ha pensato di inibire l’accesso ai contenuti, creando un vero e proprio putiferio tra gli addicted (che, evidentemente, non sanno sopperire alla mancanza di una informazione di Wikipedia con l’apertura di un sano libro o la consultazione di una buona enciclopedia cartacea).
Hanno piazzato davanati agli occhi di tutti un proclama in cui si affermava addirittura che, se la normativa fosse stata recepita (e il termine per farlo era il 5 luglio), Wikipedia avrebbe anche potuto chiudere. “Dio lo volesse!!”, mi sono detto subito “a cosa devo l’onore di tanta manna??” A nulla, alla sola volontà di creare scompiglio e generare confusione nell’opinione pubblica. Perché quali sarebbero queste modifiche così micidiali per la libertà di espressione?? Non si sa. O, almeno, il papello funebre di Wikipedia non lo dice. Premesso ma non concessso che Wikipedia è in pericolo, da che cosa sarebbe rappresentato questo pericolo?? Silenzio tombale sul tema.
Hanno fatto durare la loro protesta un paio di giorni. Sono un tempo accettabile per farsi notare e per evitare penalizzazioni da parte dei motori di ricerca che, andando a cercare pagine diverse, avrebbero trovato lo stesso identico contenuto e avrebbero penalizzato la posizione delle pagine in italiano.

Nel frattempo hanno proposto di scrivere al proprio parlamentare europeo una mail, o un tweet o addirittura di telefonargli per indurlo a votare contro le norme che Wikipedia ha individuato come fonti di nocumento (senti lì, dé, “nocumento”, o come so’ ganzo quando parlo forbito…). Non so quanti Wikipediani abbiano aderito all’invito, ma sapendo quanto siano stizzosi, presuntuosi e tenaci nella vendetta i wikipediani, posso immaginare che più di un parlamentare europeo italiano non abbia dormito sonni tranquilli, bombardato com’era da stormi di zanzare telematiche pronte a punzecchiarlo di pungiglione e veleno se per caso avesse votato “Sì” alla approvazione.

Il 5 luglio il Parlamento Europeo ha rinviato a settembre la discussione sulla materia del contendere. Dopo pochi secondi Wikipedia era ancora perfettamente navigabile, i nostri eroi, dopo essersi autonomamente autosospesi e autorimessi in linea erano soddisfatti che la loro potenziale fine non fosse annullata ma solo eventualmente posticipata, sì, sì, siamo stati bravi, abbiamo sensibilizzato l’opinione pubblica, viva la cultura libera e ciucciatevi la nostra compilation di svarioni di grammatica e di ortografia.

In breve, se solo con questo quelli di Wikipedia sono riusciti a far desistere un parlamento dalla discussione su una delibera comunitaria, vuol dire che Wikipedia ha molto potere. Se, invece, si è trattato solo di una semplice coincidenza, e la protesta non ha inciso per nulla sulla decisione parlamentare, allora vuol dire che Wikipedia non vale un fico secco. In ciascuno dei due casi, credetemi, c’è di che avere paura.

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Checkpoint Charlie

charlie

Comunque sia, l’autorizzazione a staccare la spina al piccolo Charlie è arrivata.

Istintivamente mi viene da rifiutare la logica perversa di una ragione di Stato (o di Stati) che stabilisce con una sentenza la morte di una persona che non può difendersi. Ed è uno di quei casi in cui l’istinto, l’animalità, la rabbia vincono sulla ragione, e qualsiasi cosa la ragione dica o affermi, restano lì a dimostrarti che loro ci sono, che tu ci sei, e che questa cosa proprio no, non ti va giù.

In Europa chi vuol morire per mettere fine coscientemente alle proprie irreversibili e indicibili sofferenze deve emigrare in Svizzera (cioè fuori dall’Unione), e chi vuole che il proprio figlio minore continui a vivere, sia pure attaccato a delle macchine, si vede sbattere la porta in faccia.

E, probabilmente, in Italia una cosa del genere non sarebbe mai accaduta. E non solo perché siamo (ed è vero) una nazione di bigotti, molto affezionata alla presenza del Papa sul proprio territorio, per cui affiliamo tutti quanti il nostro Facebook per scrivere commossi, nel momento in cui Charlie morirà (perché morirà, quasto è certo) per scrivere “Addio, eri un angelo, proteggici da lassù” (fa tanto nazional-popopolar-chic una cosa del genere!), no, non sarebbe mai successa perché abbiamo un diritto che continua a garantire alla volontà dei genitori di un minore un valore superiore, in mancanza di chiare leggi sul tema. Perché, se non ve lo siete ancora dimenticati, nel caso di un minore sono i genitori che decidono. Sempre. O che dovrebbero sempre decidere (stiamo anche noi andando alla deriva con uno stato che impone dodici vaccinazioni obbligatorie e una Costituzione che continua a stabilire che siamo padroni di accettare o rifiutare qualsiasi tipo di terapia). Punto. E se i genitori di Charlie se la sentono di accudire il bambino, tenerlo con loro vita natural durante (sottolineo “natural”, quella vita legata alle condizioni normali di vita, garantite magari anche da macchinari), se pensano che quella vita è vita e vale la pena comunque di essere vissuta, non si vede perché non debbano veder riconosciuta la loro volontà, che è quella di genitori di un minore che per età e per condizioni non può determinarsi autonomamente.

Di più: Charlie è un “checkpoint”, un punto di controllo per le nostre coscienze, chiamate a uscire dallo stato sonnacchioso e quasi comatoso della quotidianità, e a dare una risposta a una Unione Europea che non accetta stati che abbiano in vigore la pena di morte ma poi stabilisce il dovere di morire e non il diritto alla vita. Che esiste, è vero, autentico, e disponibile per tutti.

Aspetto cordialmente i vostri sputi. Sian benedetti.

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#ioleggoperché non mi va di partecipare a #ioleggoperché

Immagine ripresa dal sito http://www.comune.massa.ms.it/ che l'ha ripresa a sua volta da chissà dove
Immagine ripresa dal sito http://www.comune.massa.ms.it/ che l’avrà ripresa a sua volta da chissà dove, so assai io…

Oggi è la giornata mondiale del libro. Sì, ogni tanto ne istituiscono una. E’ un po’ come il mio onomastico: ho scoperto che esistono sette o otto San Valerio sul calendario, siccché ogni tanto me lo ritrovo tra i coglioni.

Pensare al libro e a quanto faccia bene leggere è cosa da considerarsi sol che positiva. Il problema è che non è soltanto la giornata del libro, è anche quella del diritto d’autore e della proprietà intellettuale. Che, poi, sono la stessa cosa.

In Italia abbiamo una delle leggi sul diritto d’autore più liberticide d’Europa. L’impianto è del 1941: pensate che in piena guerra il regime di Mussolini trovò il tempo per mettere in piedi una normativa che proteggesse l’opera dell’ingegno e i diritti ad essa connessi.

Oggi, secondo una delle tante toppe e secondo i tanti aggiornamenti che sono stati fatti di quel testo, rischia una condanna fino a tre anni anche lo studente che, per esempio, si installa un software commerciale per farci la tesi di laurea, perché in Italia non è vietata solo la riproduzione a scopo di lucro (che avrebbe tenuto lo studente fuori dal penale) ma anche quella a scopo di profitto (e profitto è, ad esempio, quando lo studente di cui sopra risparmia il prezzo dell’acquisto del software in questione). Con un gioco di sostituzione di una sola parola hanno creato una legione straniera di possibili delinquenti.

Come se non bastasse, recentemente le prime incisioni di un brano che cadevano in pubblico dominio dopo 50 anni, sono state portate, dietro la spinta dell’Unione Europea, a cadere in pubblico dominio dopo 70 anni.

Non vedo proprio cosa ci sia da festeggiare! E’ un’ecatombe liberticida. Oggi, specialmente sulla rete, si va sempre di più verso il modello aperto (come i contenuti pubblicati sotto licenza Creative Commons, come le condizioni della GPL che ha permesso di diffondere un miracolo come Linux e molti dei suoi software) e i testi di legge vigenti nelle nazioni dell’UE ormai non bastano più, stanno diventando come la coperta corta che lascia scoperta la testa o i piedi. Per non parlare del concetto del “fair use” statunitense, che qui da noi è pura utopia.

Così ci accontentiamo di un hashtag come #ioleggoperché, sponsorizzato dalla TIM. Ecco, non appena c’è qualcosa di mondialmente rilevante la gente rilancia con degli hashatag e va beh, così sia, il giorno dopo non se ne ricorderà più nessuno.

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Diffamazione: carcere per i giornalisti, multa per i Direttori Responsabili

Che poi uno può chiedersi com’è che in questo blog si parla così spesso di diffamazione e di tutto ciò che ne consegue.

Mah, per esempio perché al Senato è passato un emendamento che punisce il giornalista autore di un articolo considerato diffamatorio con la pena del carcere, mentre il direttore responsabile (che, lo ricordo, ha la responsabilità oggettiva di quello che viene pubblicato su un periodico) soggiace soltanto alla pena della multa.

Una norma chiaramente ad Sallustium che stravolge completamente il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge (del resto chi se ne importa, il giornalista rampantello, specialmente se freelance può anche passare un po’ di tempo tra le sbarre ospite delle patrie galere, fatiscenti simulacri di uno Stato che si disgrega, mentre un Direttore Responsabile facoltoso potrà ben permettersi di pagare una multa).

Proprio mentre l’Unione Europea ci fa notare che la diffamazione, in altri Stati, è un illecito da sanzionare in sede civile e non penale.

Noi siamo in leggera controtendenza.

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Il Premio Nobel per la Pace all’Unione Europea. Ma noi non ci saremo.

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Come cittadino dell’inesistente “Unione Europea” penso di respingere al mittente il Premio Nobel per la Pace testé attribuito.

Perché dare il Premio Nobel all'”Unione Europea” è un po’ come darlo al Sistema Solare, ad Atlantide, alle Colonne d’Ercole, e, più in generale, a tutti quei luoghi-non luoghi che costituiscono una forzatura dell’uomo (non credo che Plutone sappia di far parte del Sistema Solare, né che la Rocca di Gibilterra sia al corrente di far parte del Finis Terrae).

L'”Unione Europea” è una entità squisitamente economica e trovo un po’ stridente attribuire un Premio Nobel per la Pace a un elemento che si fonda, essenzialmente, sul denaro. Ma il Premio Nobel per l’Economia lo hanno abolito? No. Solo che sarebbe imbarazzante attribuirlo all’Unione Europea. Se non altro perché l’economia della cosiddetta “UE” sta andando a carte quarantotto e lo sappiamo tutti.

Siamo tutti Premi Nobel per la Pace, dunque. Noi che ce la prendiamo coi romeni accusandoli di portare tanta delinquenza a casa nostra dimenticando che anche loro sono a casa loro.

No, mi dispiace, non ci sto. Provo un sussulto di rabbia, impotenza e inutilità.

Cos’ha fatto l’Unione Europea per portare la pace nell’umanità? Ha raggiunto il massimo periodo di non belligeranza mai registrato al mondo. E che diamine, dopo due guerre mondiali in un secolo vorrei anche vedere. E forse pensiamo ancora che le guerre si compattano con le armi. Ma non è vero. Le guerre si combattono con i soldi.

Quindi spiacente. Come cittadino italiano non mi presenterò a ritirare la mia parte di premio. E scommetto che se ne accorgeranno tutti.

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Lezioni di cultura e civilta’ dalla Grecia

Siamo arrivati al dover prendere lezioni di civiltà anche dalla Grecia, che è sempre stata il fanalino di coda dell’Unione Europea, la Cenerentola del Mediterraneo, la piccola fiammiferaia dello Tzatziki e dell’Ouzo.

La lezione di civiltà, evidentemente, non è quella della delinquenza che, in Grecia come dappertutto, non manca -e lo si è visto con i morti e i feriti di oggi-. Di delinquenza ad altissimi livelli, casomai, noi ne abbiamo da esportare.La lezione è quella di chi può ancora contare con la possibilità di mandare la gente davanti al proprio Parlamento per esprimere il proprio dissenso, che è una cultura che in Italia si è persa o, più probabilmente, non c’è mai stata.

E’ la cultura del dissentire, del non essere d’accordo, del dirlo, del gridarlo quando è necessario (ed è sempre più necessario!) del farsi sentire parte attiva della popolazione che ha eletto un Parlamento e che, da brava parte attiva, esercita il controllo sulle istituzioni.

Il dissenso in Italoia non esiste. Camera dei Deputati e Senato sono espressioni silenti e machiavelliche di una popolazione che ci si identifica e che non ha nessun interesse a contestare perché va bene così, figuriamoci.

Da domani tocca al Portogallo.
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