Cose di Twitter: David Puente chiede le prove, e l’associazione gli risponde picche

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Recentemente David Puente ha pubblicato su Twitter, in ben sei interventi, la storia della sua richiesta (fatta con “estrema educazione”, secondo quanto riferito dallo stesso giornalista praticante) di “prove” della loro attività, lamentandosi successivamente della risposta brusca e un po’ sgarbata che ha ricevuto. Ma ecco i tweet in questione:

Siccome la lettura di quanto riportato da David Puente potrebbe risultare un po’ ostica e difficoltosa, riepilogo io, a beneficio dei lettori, l’accaduto.

David Puente ha contattato via e-mail una non specificata associazione, le prove della sua attività. Ne avrebbe ricevuto le risposte che ha riportato e di cui ha dato parziale evidenza, oltre alla dichiarata PEC rivolta dall’associazione in questione alla redazione del giornale per cui collabora (e della quale, invece, non esiste nessuna evidenza, neanche di screenshot, se non un semplice virgolettato).

Ora, entrando nel merito della questione (e mi sento legittimato a farlo perché Puente pubblica buona parte del carteggio su un luogo pubblico o pubblicamente accessibile), mi viene da osservare che ricevere una mail in cui si richiedono prove del proprio operato da un certo signor “Verifica” (ma verifica di cosa, poi?), ancorché con la firma del giornalista praticante in questione, non è che sia un gran bel biglietto da visita. Tenuto conto che una e-mail è quanto di più incerto e falsificabile possa esistere al mondo (chiunque può spedire una e-mail a nome di chiunque, lo dimostrano gli innumerevoli messaggi di spamming con attachement di malware che io stesso ricevo quotidianamente, anche apparentemente da me stesso), David Puente avrebbe potuto modificare, per l’occasione, il campo “From” lasciando inalterata la parte relativa all’indirizzo di posta elettronica di provenienza.

Fermo restando che non è dato sapere in merito a COSA è stata fatta la richiesta di prove, la risposta della controparte, sia pure esacerbata nei toni, appare più che legittima e giustificata.

Non esiste al mondo che un giornalista, un blogger, un collaboratore di testata o chi per loro chiedano direttamente a una associazione le prove di quanto da lei affermato. Piuttosto, si criticano i contenuti noti, e ci si lamenta del fatto che manca l’evidenza (scientifica o giudiziaria, si veda il caso) di quanto affermato. Io sono il primo a prendere con le dovute molle la dichiarazione secondo la quale l’associazione Liber Liber abbia ricevuto 10 milioni di visite in un anno sul suo sito web. Ma mai mi sognerei al mondo di scrivere a Liber Liber per chiedere di fornire la prova provata di tutto ciò. Primo, perché ho di meglio da fare. Secondo perché, secondo il principio dell’onere della prova, spetta al blogger (o al giornalista, o al collaboratore, o a chi per lui) dimostrare che certe affermazioni non sono vere (o gonfiate, o mal interpretate), magari paragonandole con altri dati incongruenti in suo possesso. Ed è quello che, nel caso dell’associazione Liber Liber, ho fatto.

Invece David Puente ha bussato alla porta degli altri, e questi gli hanno risposto picche. O, come si dice dalle mie parti, “ci ha trovato l’uscio di noce”. Non spetta a loro fornire le prove di quanto affermato (ancorché si tratti di tesi verosimilmente strampalate e risibili) o scritto, a meno che non ci sia di mezzo un reato (diffamazione, minaccia o quant’altro, ma di questo David Puente non parla) ma a chi indaga spetta invece l’onere di dimostrare che quelle affermazioni, semplicemente, non sono vere.

In breve, gli hanno detto “Tu in casa nostra non entri!” E’ scortese? Forse. L’associazione ha usato toni eccessivi rispetto a quello impiegato con “estrema educazione” da Puente? Senz’altro. Ma è un loro diritto fare accomodare in casa loro chi vogliono e respingere gli ospiti sgraditi.

Puente afferma, non senza un certo candore, “voglio capire come prosegue questa storia”. Come deve proseguire? Che intanto hanno risposto, il resto lo vedranno con i loro legali. Intendiamoci, a me pare che nella corrispondenza evidenziata da Puente (e devo basarmi solo su quella, perché se c’è o c’è stata della ulteriore corrispondenza non mi è dato di saperlo) non ci sia alcun estremo di reato. Ma se loro ritengono diversamente è loro diritto anche andare in causa, se lo credono opportuno. Magari poi dopo la perdono, però, se si sentono, ancorché infondatamente (lo deciderà un giudice, questo, non David Puente né l’associazione in questione), minacciati o derisi nella loro dignità, possono ricorrere le vie legali che ritengono più opportune. E, aggiungo, ci mancherebbe anche altro. Il giudice si farà una grassa risata? Il PM chiederà l’archiviazione? E sia. Questo è nell’ordine naturale delle cose.

Infine, alcune riflessioni sulla osservazione di Puente secondo cui “Se non c’è nulla da nascondere non vedo alcun problema.” Questa è una questione antica come il mondo ma è del tutto destituita di fondamento. Io posso non aver nulla da nascondere, ma richiedo quelle garanzie minime (e quando dico minime intendo proprio dire minime) che tutelino la mia persona e/o le mie fonti. Se ricevo della corrispondenza, fosse anche solo la bolletta dell’acqua, non è che la faccio vedere a tutti, solo perché non ho nulla da nascondere. Se invio un biglietto di auguri a un amico uso un cartoncino e una busta chiusa perché sono più tutelato. E, in fondo, che cosa avrei da nascondere? Si tratta solo di poche frasi di convenevoli, in fondo. Se prendo un’Aspirina perché ho qualche linea di febbre, non c’è niente di male, né tanto meno da nascondere, ma mica devo farlo sapere all’universo mondo solo perché l’universo mondo me lo chiede! Voglio dire, si può anche rispondere con un “fatti i fatti tuoi, non mi scocciare!” Ma questi della corrispondenza e dell’Aspirina, direte voi, sono esempi “viziati” dalla tutela della privacy, riguardano comunque dati personali e/o sensibili. Ma perché, secondo voi se dubitate della veridicità di una notizia e chiedete al giornalista che l’ha riportata di indicarvi quali sono le sue fonti, secondo voi quello lo fa perché, tanto, non ha nulla da nascondere? Ma via, non odo fiabe dall’età di bimbo, che ebbi breve.

Insomma, come dire, Puente un po’ se l’è cercata, e la controparte ha reagito sparando cannonate a raffica contro la classica mosca che dava fastidio. E la domanda, alla fin dei conti, tanto per cambiare, è sempre la stessa: “Chi debunka i debunker?”

Manlio Di Stefano (M5S) sull’esplosione di Beirut: solidarietà agli “amici libici”

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L’esponente del M5S Manlio Di Stefano ha fatto una imperdonabile gaffe. A seguito della tragica esplosione di Beirut dei giorni scosri, ha espresso solidarietà “agli amici libici”.

Ora, non ci sono dubbi che sia necessario esprimere solidarietà ai libici, ma si dà il caso che Beirut sia in Libano. Uno scivolone, insomma, a cui Di Stefano ha risposto su Facebook con un tono un po’ stizzito:

“Non ho mai ambito alla fama, quelli come me, ingegneri di formazione, preferiscono lavorare duramente nell’ombra e portare a casa i risultati. Eppure oggi mi trovo addirittura primo nelle tendenze di Twitter e in home page di svariati giornali.
Sarà per l’enorme successo del “Patto per l’Export” col quale stiamo aiutando centinaia di migliaia di aziende italiane ricevendo complimenti quotidianamente da tutte le associazioni di categoria da Confindustria in giù? Sarà perché in questi due anni da Sottosegretario in tutti i Paesi target della mia azione (e sono tanti) l’export italiano è aumentato mediamente di almeno il 15%?
Sarà perché mi occupo da anni anche di Libano dal punto di vista sia politico che commerciale e proprio il 6 luglio ho incontrato il Ministro degli Esteri Nassif Hitti ribadendogli, come già fatto al Ministro dell’Energia, la nostra disponibilità ad aiutarli a ristrutturare le centrali elettriche nazionali per aiutare il popolo libanese? No. No. No e No. Sarebbe troppo lineare, non sarebbe il web, tantomeno la stampa italiana”.

Su Twitter il caso Di Stefano è subito stato catalogato come “di tendenza”, la stampa italiana ne ha parlato con grande evidenza.

Da riportare anche il durissimo commento dell’ex M5S Luis Orellana:

Molti hanno fatto ironia sul tuo errore perché talvolta si sceglie di ridere per non piangere avendo te al Governo.
Anche in questa tua replica (la replica di Di stefano su Twitter, non il messaggio su Facebok, nda) sei vergognoso: attacchi chi ti critica, bastava solo chiedere scusa per l’errore fatto ma il tuo ego smisurato non te lo consente.

E’ vero. Sarebbe bastato che Di Stefano chiedesse scusa. Ma vedo che abbiamo alcune cose in comune: il cognome e l'”ego smisurato”.

Ma sullo svarione degli “amici libici” è cascata anche la rappresentante del M5S Elisa Pirro. Non si è mai soli al mondo:

Emanuele Castrucci va in pensione ed evita il licenziamento

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Si conclude con la richiesta da parte dell’interessato di andare in pensione (richiesta accolta) parte della vicenda disciplinare che riguarda il professor Emanuele Castrucci, responsabile dell’immissione su Twitter di alcuni contenuti di argomento hitleriano. Il procedimento disciplinare di tipo sanzionatorio va comunque avanti, e il docente è indagato dalla Procura della Repubblica di Siena per propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa, aggravata da negazionismo. (Fonte: Il Fatto quotidiano)

Alcuni giorni or sono il GIP di Siena, dottoressa Malavasi, aveva comunque respinto la richiesta della Procura della Repubblica di sequestrare l’account del docente, perché non vi ravvisava estremi di reato ma solo una rilettura storica e apologetica della figura di Hitler.

 

Il sondaggio “Personalità del 2019” a Radio Romania Internazionale

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Carissimi amici, Radio Romania Internazionale continua il tradizionale sondaggio rivolto ai suoi ascoltatori e utenti Internet, ma anche ai suoi amici sulle reti sociali, invitandovi a valutare quali delle personalità del presente hanno segnato di più, in senso positivo, l’andamento dell’umanità nell’anno che sta per concludersi. In base alle vostre opzioni, la nostra emittente nominerà “La personalità del 2019”.

Chi potrebbe essere e soprattutto perché? Sarà un politico, un leader di opinione importante, un imprenditore, un grande atleta, un celebre artista, uno scienziato o, semplicemente, una persona sconosciuta al grande pubblico, che però vanta una storia esemplare? Come al solito, la risposta appartiene a voi.

Aspettiamo le vostre proposte, accompagnate dalle motivazioni, direttamente sul sito www.rri.ro, inviando un commento all’articolo, via e-mail, all’indirizzo ital@rri.ro, su Facebook, Twitter e LinkedIn, sempre come commento, su WhatsApp al numero +40744312650, via fax al numero +40 21 3190562, o per posta, all’indirizzo Via Generale Berthelot 60-64, CAP 010165, casella postale 111, Bucarest, Romania.

Vi ricordiamo che, in base alle vostre scelte, la Personalità del 2018 a RRI è stata designata la cancelliera tedesca, Angela Merkel. Nel 2017, il titolo è andato alla grande tennista romena Simona Halep, ex numero 1 mondiale, mentre nel 2016 al presidente americano, Donald Trump.

La personalità del 2019 a RRI sarà annunciata nei nostri programmi e sulle reti sociali il 1 gennaio 2020.


Redazione Italiana
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@vanitosa95: a Portrait of the Hater as a young Woman

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In fondo @vanitosa95 è un nickname come tanti. Come tanti pseudonimi che uno ha a disposizione per celare agli altri la propria identità. Il perché uno voglia farlo o ne abbia necessità è sempre un mistero. In questo caso mi pare che la ragione della scelta dello pseudonimato sia più che evidente: tirare vigliaccamente il sasso per ritirare subito la mano. Non essere rintracciabile e, di conseguenza, imputabile. @vanitosa95, in fondo, è solo un modo per chiamarla. Quello che veramente importa è che questo account è in Twitter dal maggio scorso, che ha collezionato ben 116 messaggi (capirai!) tutti di odio e di augurio per determinati interlocutori (Laura Boldrini, la figlia di Laura Boldrini, i partecipanti alla Leopolda, Maria Elena Boschi, le persone che fanno battute sulla colica di Matteo Salvini) di tumori e disgrazie varie. Sono delle modalità assolutamente riprovevoli di agire e che hanno fatto sì che Twitter chiudesse l’account nel pomeriggio di oggi, mentre lo screenshot con i due tweet di odio puro l’ho fotografato questa mattina, quando l’account era ancora operativo. E’ un esempio come tanti altri di cialtronismo e di gusto per la vendetta usa-e-getta, ma i messaggi in questione mi sono sembrati particolarmente pesanti. Sarà che non ho mai augurato il cancro a nessuno. Sarà che ho sempre pensato che certi personaggi sono spesso dei grandissimi portatori di polemiche e che le polemiche si smontano con i fatti, per cui non c’è bisogno di invocare il cancro su di loro, basta contraddirli con argomentazioni solide e incontrovertibili. Sarà che trovo internet uno strumento troppo prezioso per sprecarlo in inutili invocazioni oncologiche a danno di questi e di quelli. Sarà che i messaggi di questa persona, di cui ho oscurato la foto (non per rispetto della sua privacy, perché non ne ho nessuno, ma per rispetto di quella della persona a cui è stata probabilmente carpita) mi hanno turbato al punto di venirne a parlare con voi e di lasciarne traccia. Perché il male in rete esiste. Ed oggi è passato per il nome di @vanitosa95.

WASP e Gentiloni

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Ormai è ufficiale. Gli assassini di Mario Cerciello Rega hanno confessato. Sono stati loro. Americani, cittadini USA, bianchi, ricchi, figli di papà, di buona famiglia, incensurati, chiaramente viziati, in viaggio in Italia e domiciliati in un albergo lussuoso (“vuoto mito americano di terza mano”, avrebbe detto il Sommo Poeta).
Nulla a che fare con i nordafricani alti 1,80 e con le mèches contro cui si è rivoltato il web, o, almeno, la sua parte più deteriore e sovranista. E’ stato tutto un “dàgli al négher!”.
Nessuno ha pensato un po’, nessuno ha lasciato fare gli inquirenti prima di scrivere, nessuno ha voluto sentire ragioni o argomenti vari.
E l’unico argomento è che stavolta no, non sono stati gli africani, gli immigrati (chiaramente illegali) i disgraziati della malora, i bastardi che vogliono venire nel nostro paese a delinquere e a toglierci il lavoro. Sono stati due come noi. E’ stato l’occidente, prosperoso e mezzo drogato, è stata la nostra sicurezza di bravi cittadini (ma all’occasione ripieni di cocaina), insomma, legaioli, fratelliditalia, giornalisti arroganti, precipitosi, sopporters violenti, conigli da tastiera, tutti si sono buttati addosso ai nordafricani. Solo che i nordafricani, in questo caso, non esistevano. Brutta figura, nevvero?
Ma in questo cumulo di afflato sovranista sono caduti tutti. Tutti. Anche quelli del PD. Paolo Gentiloni in un tweet parla di un “controllo su due sospetti nordafricani”. E allora il mondo gira proprio alla rovescia, in questo continuo giro del giorno in ottanta mondi che porta sempre e costantemente allo stesso punto su cui destra e sinistra, evdentemente, amano molto ristrovarsi. Spesso e volentieri.

Delitto di link? Laura Boldrini querela Alessandro Meluzzi

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Ieri Alessandro Meluzzi, criminologo ed esponente della Chiesa Ortodossa Italiana, in un tweet un link contenente un titolo su delle frasi attribuite (ma chiaramente disconosciute e dimostratesi non pronunciate) a Laura Boldrini e provenienti, già dal 2014, da un sito web (che in passato si definiva “giornale on line”) chiamato “Imola oggi”.

Il titolo incriminato è: «Boldrini: Le decapitazioni dei cristiani secondarie rispetto alle sofferenze dei musulmani». Nel tweet compare anche il nome della testata da cui proviene la dichiarazione. Niente altro.

La Boldrini, simpatica o antipatica che stia, quelle parole non le ha mai dette. Ma ha detto (o, meglio, ha delegato il suo staff a dire) a Meluzzi: “Meluzzi, sono un collaboratore di Laura Boldrini, che è occupata in Aula. La informo che la stiamo per querelare per la bufala che ha diffuso con il suo tweet. Buona giornata”

Che cosa ha fatto, dunque, Alessandro Meluzzi? Né più né meno che twittare un link a una fake news. Che non significa necessariamente o implicitamente che lui sia d’accordo con il contenuto offensivo della pagina (come invece accade per i like messi sui social network ai commenti di hate speaking), è solo un link. Potrei metterlo io stesso sul blog (quando si dice “se volete leggere la pagina originale cliccate qui”), non ci sarebbe nessunissima differenza tra quello che farei io e quello che ha fatto Meluzzi. E non mi pare proprio che riportare un link sia di per sé un crimine assimilabile a quello della diffamazione. Un link ha il solo valore di “segnalare” qualcosa. Che, in quel caso era (è) una pagina disponibile in rete dal 2014, mai rimossa né fatta rimuovere, che riporta una notizia indubbiamente fasulla. Non credo che nel 2014 Laura Boldrini non sia stata in grado o messa nelle condizioni di sapere del contenuto della pagina incriminata. Ci si domanda, dunque, come mai la stessa Boldrini abbia preferito attendere 5 anni e il momento in cui Meluzzi avesse riesumato quei contenuti per querelare qualcuno. Non si sarebbero potuti querelare nel 2014 i responsabili del sito “Imola oggi” e fatto rimuovere l’articolo suppostamente diffamatorio? Ma, soprattutto, che delitto c’è nel riportare un semplice link, ammesso e non concesso che ci sia un delitto?

Non è in discussione, in questa sede, il diritto sacrosanto di Laura Boldrini di rivolgersi alla magistratura se ritiene che la sua onorabilità sia stata lesa.- E’ in dubbio, invece, il fatto che sussista il reato. Per carità, io non sono un giudice (e ai giudici lascio il compito di esprimersi in merito), esprimo solo un’opinione.
La tendenza (un po’ modaiola oggigiorno) di ricorrere alle querele ad ogni ruggire di leone da tastiera, forse rischia di fare un po’ di ogni erba un fascio, e di scambiare le opinioni dissenzienti e le segnalazioni con la diffamazione, di confondere la critica, anche la più feroce, con l’ingiuria, lo sfottò con la calunnia e viandare. Che non si arrivi all’estremo del pensare “La pensi diversamente da me? Mi stai diffamando!”, sarebbe la più grossa esagerazione esistenziale possibile. Ma io credo che ci siamo già arrivati. Non con il caso Boldrini vs. Meluzzi, ma ci siamo già arrivati.

Michela Murgia mi dice di informarmi (onde evitare brutte figure, va da sé…)

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Per carità, io ho una grande stima di Michela Murgia. E’ brava, intelligente e soprattutto dotata di quel tanto di ironia che dovrebbe caratterizzare tutte le donne del suo spessore umano e intellettuale.

E quindi il fatto che ieri mi abbia scritto su Twitter consigliandomi di informarmi prima di parlare (del caso di Concita De Gregorio di cui ho parlato alcuni giorni fa). Il breve botta e risposta lo trascrivo qui. In neretto gli interventi della Murgia, in corsivo i miei:

Se esiste una metafora della mancanza di responsabilità politica è certo la vicenda capitata a @concitadeg, l’unica a pagare per il diritto di cronaca mentre editore e speculatori politici si sono dileguati. La credibilità del PD è morta anche all’Unità.

Non sono d’accordo, signora Murgia. Il diritto di cronaca non è il diritto di diffamare e qui ci sono fior di sentenze (esecutive, anche se non definitive) che certificano che il danno c’è stato. Non è a suon di paroloni o di notizie sbagliate che si fa informazione. CDG paghi.

Forse documentarsi prima di parlare le sarebbe utile a evitare figuracce.

Le condanne per milioni di euro ricevute in sede civile da questa signora sono o non sono una sufficiente fonte di informazione? E’ riuscita a farsi spillare 30.000 euro + 7.000 di spese processuali da uno che ha denominato “fascista”. E ammettere di essersi sbagliata no, eh??

La logica è sempre la stessa: hai espresso un dissenso da quello che è l’andamento dell’opinione pubblica di certa sinistra di maniera e radical-chic? Il minimo che ti possa capitare è di sentirti additare come una persona disinformata e approssimativa che parla un po’ così per sentito dire e che fa una figuraccia per il solo fatto di aver detto che esistono delle sentenze che danno torto alla De Gregorio. Che, poi, voglio dire, è un dato di fatto. Michela Murgia avrebbe potuto tranquillamente entrare nel merito. Magari anche solo per dire che quelle sentenze sono ingiuste a suo personale modo di vedere. Che è già un modo, elementare e di base, per entrare nel merito. Invece nulla di tutto questo. Solo un giudizio preso e messo lì, che oggettivamente non fa onore alla Murgia, ma tanto io le voglio bene e la leggo lo stesso.

Gianrico Carofiglio: scrittori che sbagliano il nome degli scrittori

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Ora uno dice, che male c’è se qualcuno sbaglia a scrivere il cognome del drammaturgo Samuel Beckett e lo scrive con una sola t anziché due? Nessuno, ci mancherebbe anche altro. Ma bisogna vedere chi lo sbaglia e dove. Se lo sbagliava la mi’ nonna Angiolina, che sapeva una sega lei chi era Beckett, mentre scriveva la lista della spesa era un conto. Se lo sbaglia uno studente di liceo linguistico che, guarda caso, ha appena svolto un seminario sulla versione francese di “Aspettando Godot”, l’errore è da matita blu. E se lo sbaglia un addetto ai lavori? In un suo intervento su Twitter lo scrittore Gianrico Carofiglio, che da scrittore dovrebbe conoscere molto bene gli altri scrittori, specialmente un classico del calibro di Samuel Beckett, nel paragonare le ultime esternazioni del Presidente del Consiglio, ha richiamato in vita i due giganti del teatro dell’assurdo, Ionesco (che dovrebbe essere Ionescu, ma non stiamo troppo lì a sottilizzare) e Beckett, appunto. Solo che Beckett l’ha scritto “Becket”. Io me ne sono accorto e gliel’ho fatto notare ma lui naturalmente non ha risposto. Allora il punto è questo: sei uno scrittore, porca miseria, sei anche una persona di cultura notevole perché hai fatto il magistrato prima di scrivere i gialli dell’avvocato Guerrieri (anche durante, a dire il vero), sei stato un rappresentante del parlamento, guadagni una pacca di danari, hai scritto un libro sulla manomissione delle parole, ma vuoi scrivere ammodino? Non è che il solo fatto di scrivere un tweet, che dovrebbe essere una cosa più che marginale nella produzione di uno scrittore, lo esime dallo scrivere bene, perché poi i suoi lettori se ne accorgono. E siccome tra i suoi lettori ci sono io, che ho sborsato fior di eurini per comprare i suoi piacevoli gialli, gli audiobook, alcuni saggi e altri titoli sparsi qua e là, mi permetto di farglielo notare e come. Le cose si fanno poi le scuse si trovano sempre: un errore di battitura, colpa della fretta, è un banalissimo refuso, me lo ha suggerito il correttore ortografico dello smartphone… Sono piccole cose, però è sempre una grande soddisfazione correggere gli scrittori sulle cose più piccole e banali, ben sapendo, purtroppo, che nel paragonare le battute del Premier Conte alla parabola discendente del teatro dell’assurdo, Carofiglio ha ragione piena.

Le regole di casa Burioni

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Roberto Burioni ha avvertito i suoi followers che “Chi in questo profilo scrive notizie false e pericolose” (sostanzialmente chi è contrario ai vaccini o dice che i vaccini fanno male) “viene bloccato. Tradizione della casa.” Poi ci ripensa e aggiunge: “Vale anche per chi insulta”. Ora, bloccare un utente perché critica, pone dei dubbi, esprime un disagio, un malessere, non può essere “tradizione della casa”. Un utente lo posso bloccare io che sono un privato cittadino e che non voglio che nel mio spazio espressivo entrino persone a me sgradite (o magari anche gradite, ma che sono impossibilitato a gestire, come è il caso dei commenti di questo blog), ma un medico, un immunologo, una persona esperta che ha deciso di esporsi pubblicamente per difendere la causa dei vaccini ha il dovere sacrosanto di rispondere. Se lo insultano può querelare. Ma mettere l’utente nelle condizioni di non replicare e di non dire compiutamente la sua, solo perché, per esempio, la notizia che diffonde è falsa (è falso che io abbia avuto una reazione anomala dopo la somministrazione di un vaccino?) non è decisamente nelle corde di un Burioni e della sua vocazione alla divulgazione della verità.

Chi ha paura di Cappuccetto Rosso?

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Non siamo in un paese normale, in cui, pure, il tema della solidarietà nei confronti degli altri dovrebbe essere preponderante, tanto che non dovrebbe esistere un “Prima gli italiani”, ma un “Prima chi ha bisogno”, se, come sta accadendo, la notizia del rapimento della volontaria Silvia Romano in Kenya viene corredata da una sorta di torrente fluviale di hate speeching in cui la trattano da “oca giuliva”, e le dicono che se avesse continuato a fare la volontaria nel contesto più umile e discreto della parrocchietta tutto questo non le sarebbe accaduto, condendo le violente considerazioni con un prosaico “Se l’è andata a cercare”.

Sono gli stessi imbecilli che pontificano che si deve andare ad aiutare i neri in casa loro e non accoglierli in casa nostra, ma poi quando qualcuno ci va è un’oca giuliva che se l’è andata a cercare, quindi cosa ci possiamo fare noi se Cappuccetto Rosso è andata dritta dritta in bocca al lupo cattivo? Oltretutto ci costerà un sacco di soldi in operazioni umanitarie, missioni all’estero, riscatto.

E di Cappuccetto Rosso ha parlato ieri nella sua rubrica “il Caffè” del Corriere della Sera Massimo Gramellini che, da par suo, ha scritto testualmente: “Ha ragione chi pensa, dice o scrive che la giovane cooperante milanese rapita in Kenya da una banda di somali avrebbe potuto soddisfare le sue smanie d’altruismo in qualche mensa nostrana della Caritas, invece di andare a rischiare la pelle in un villaggio sperduto nel cuore della foresta. Ed è vero che la sua scelta avventata rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto.”

Gramellini parla di “smanie di altruismo” e dà ragione agli imbecilli di cui sopra che sottolineano il “cosa vuoi mai farci adesso?” di gucciniana menoria. Ma non è che le smanie di altruismo non sono altro che quella che i cattolici da sempre chiamano “vocazione”, quella che ti fa andare anche in un “villaggio sperduto” del Kenya a rischiare la pelle per dare una mano alla popolazione di lì e fare qualcosa in cui credi fermamente? Ma a chi ha dato fastidio Silvia Romano, alias gramelliniano Cappuccetto Rosso, nel fare la propria scelta di vita? Ai commentatori folli di Facebook e Twitter che dal calduccio delle loro case si collegano con i loro computerini o i loro smartphone della malora per riversare strali di veleno sotto forma di byte apparentemente innocui e protetti da una forma di pseudonimato quando non di anonimato vero e proprio per cui chi vuoi che vada a cercarli, e poi, anche se fosse, “abbiamo sempre espresso un’opinione”. Ai giornalisti di regime che non trovano altro da fare che dare ragione ai suddetti imbecilli comodosi, che vorrebbero la volontaria cameriera nelle mense della Caritas piuttosto che in Kenya ad aiutare i bambini come voleva lei (e, ripeto, si tratta solo di sacrosante scelte).

E così lo sbaglio di Silvia Romano è stato solo suo, e il caso del suo rapimento è diventato un’occasione da parlarne durante un caffè: “Ah, signora, mi lasci dire, questi giovani d’oggi sono proprio degli spericolati senza sale in zucca, abbiamo tante situazioni di povertà in Italia, che cosa ci combinava andare fin laggiù??”

E la tazzina vuota ricade sul piattino facendo rumore. Il caffè è finito, i giudizi sommari sono stati dati, Silvia Romano è nelle mani dei rapitori ma del resto se l’è voluta. Appuntamento con un’altra tazzina a domani, quando di Silvia si parlerà sempre meno.

Prudenza col Parlamento Europeo, ci sono molti poteri diabolici!

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Sono grato alla provvidenziale lettrice Santina Romei per avermi inviato questa perla tratta da Twitter, in cui un utente mette in guardia i lettori, e, segnatamente, quelli di SkyTG24, dal Parlamento Europeo, luogo di perdizione, bolgia dantesca, girone di dannati, dove circolerebbero malvagità, ignoranza (beh, quella c’è un po’ dappertutto, soprattutto nel parlamento italiano, non vedo che tipo di problema dovrebbe porsi) ma soprattutto poteri diabolici. Satanasso e Belzebul sono due mezze calzette rispetto al potere diabolico disponibile nel consesso di Bruxelles e di Strasburgo, in cui, come è noto, non si può entrare senza che sia presente con noi un esorcista di provata bravura. Perché, diciamocelo francamente, come si farebbe a vivere senza un po’ di medioevo spicciolo? Senza quella paura che ci domina, senza il senso di una cappa di controllo superiore, di un potere malvagio che distrugge tutto, soprattutto le nostre certezze di esseri umani fragili e poco inclini ai compromessi. Ho omesso pietosamente (ma poi perché?? La gente non si potrebbe assumere la responsabilità di quello che scrive??) il nome e l’indirizzo Twitter del malcapitato autore di questo testo fulgido e spruzzante tolleranza da tutti i pori, ma la pericolosità dei poteri diabolici, evidentemente, sovrastano tutto. Anche i luoghi di democrazia.

Il “silenziatore” di David Puente: ecco com’è andata

Reading Time: 3 minutespuente

Dunque vediamo un po’ che cosa ha spinto David Puente a “silenziarmi” (verbo poetico usato da Twitter per chiamare in altro modo meno violento e diretto la semplice e banale censura).

Scrive Puente:

“Oggi è successa una cosa molto brutta. Ho ricevuto una richiesta di aiuto da un amico in difficoltà, la sua compagna ha un problema di salute […] ed è caduta vittima di un malvivente online.”

Nello spazio tra parentesi quadre riservato ai puntini di sospensione Puente ha riportato la localizzazione della patologia che ha colpito la signora. Io l’ho omessa perché non mi pare il caso di riportarla. Comunque rispondo a Puente:

“Gentile da parte sua dare particolari sulla localizzazione della patologia che ha colpito la signora. Senza questo particolare la notizia sarebbe stata esattamente la stessa ma lei ha voluto rendere Twitter anche oggi un posto peggiore. La privacy è un valore. Vergogna!”

La replica lascia perplessi:

“Immagino che lei abbia con se la discussione privata tra me e la vittima.”

A parte l’errore di ortografia commesso nello scrivere “con se” che va scritto “con sé”, con l’accento acuto, è evidente che io non posso avere le conversazioni telematiche private di nessuno a meno che non decida di renderle pubbliche lui stesso (col consenso della controparte, evidentemente). E non si sa neanche che cosa volesse dire con questo intervento: forse che la signora che si è rivolta a lui gli ha dato l’autorizzazione di parlare del suo problema di salute? E peché io dovrei avere la disponibilità di una eventuale informazione del genere?? Non si sa, né Puente, chiaramente, lo spiega.

Continua la conversazione:

(…)
“Nel frattempo che lei cerca di cambiare discorso, lei mi accusa di aver violato la privacy di una persona?”

E questa è veramente la battuta involontaria incredibile che fa da chiave di volta a tutta la conversazione. Ho scritto “La privacy è un valore”. Se questa è una frase che sottende una accusa più o meno manifesta verso terzi per aver violato i dati personali di qualcuno giuro che mi faccio dichiarare pazzo e mi faccio impiccare. Ho difeso la privacy perché la ritenevo e continuo a ritenerla veramente un valore. Se avesso scritto “La privacy è una cagata immane” di che cosa sarei stato accusato, di attentato alla Costituzione e sovvertimento dell’ordine costituito? Si arriva all’assurdo che una frase come “La privacy è un valore” venga svilita del suo significato originario per poi sentirsela ritorcere contro. C’è da dire, a favore di Puente, che è reduce da una serie di minacce (anche di morte, purtroppo), di diffamazioni e di ingiurie di ogni genere. Non se le merita. Esattamente come non se le merita nessuno. Quindi posso capire che sia particolarmente sensibile. Lo capisco, dicevo, ma non lo giustifico. Nessuno ha voluto dire che lui ha violato la privacy di chicchessia. Tutt’al più che è sta molto, ma molto indelicato. Provo a spiegarglielo.

“(…) non mi faccia dire quello che non ho scritto.”

Ma lui non capisce:

“(…) Le ho fatto una domanda, non la eviti. Lei con la frase “La privacy è un valore” afferma che ho violato la privacy della vittima? Risponda “si” o “no”, non è difficile.”

E allora io glielo rispiego:

“È di tutta evidenza lo scollegamento logico tra la mia asserzione e la sua supposizione. Chiunque legga la mia frase senza i pregiudizi dell’hater buonista se ne può rendere conto. Ma sottoscrivo e ribadisco in pieno quello che ho asserito: la privacy è un valore.”

Non c’è nulla da fare. Ho fatto il pessimo passo di non rispondere con “Sì” o “No” (ricordate i computer sutto DOS quando chiedevano la risposta S/N? Ecco, la stessa cosa.) e mal me ne incolse. Perché usare due caratteri quando che ne sono 280 a disposizione? Perché chiarire con una parola quello che può essere chiarito con un discorso intero più lungo e più compiutamente rappresentativo delle idee di una persona? Macché, la risposta è caduta nel vento, come riporta una pessima traduzione ecclusiastica di Bob Dylan. E allora arriva la mannaia: non rispondi come dico io? Ti “silenzio”:

“Prendo atto che evita di rispondere ad una semplice domanda. Torno a silenziarla, che tanto è inutile discutere con lei.”

E così, da oggi, il debunker di stato italiano non mi legge più. Oh, son cose che farebbero piangere anche un uomo grande, sapete?

O povero Salvini/è legato alle catene/queste son pene/per farlo morir…

Reading Time: 2 minutessalvini

Il ritornello che ho messo come titolo di questo post è un vecchissimo girotondo (crudele come girotondo, lo ammetto) di quando ero bambino e andavo all’asilo. Si cantava all’indirizzo di quello che, nel giro, pagava pegno. Un po’ per commiserazione e un po’ per consolarlo.

Povero Salvini, dunque, che un giorno sì e uno no deve inventarsene una sempre più grossa per poter restare a galla e far sì che i social e la stampa periodica parlino di lui (come non importa, ovviamente): prima il rifiuto di quei 600 e passa disgraziati della Aquarius, poi il censimento dei ROM, oggi la storia della rivalutazione dell’opportunità di concedere ancora o meno la scorta a Roberto Saviano. Guardate che è una bella fatica, sapete? Perché poi la gente ti critica e alle critiche devi riuscire a far fronte al meglio, magari mandando bacini qua e là (come fa su Twitter) e dispensando sorrisoni innocenti come quello che fa solo il bene degli italiani.

Povero Salvini, vuole rivedere la scorta a Saviano e nessuno lo capisce. Il mondo è popolato di brutti cattivi comunisti che pensano perfino che a un cittadino sia necessario dare una scorta a prescindere dalla sua collocazione politica, dal suo pensiero ideologico e dalla sua simpatia personale o meno (e ammettiamo tranquillamente, assieme a Salvini, che Saviano è una persona antipatica, ma non è revocando la sua scorta che lo si renderà più apprezzabile ai nostri occhi, o che sopporteremo meglio le sue esternazioni).

Io non so quanti dei miei soldi devoluti allo Stato sotto forma di tasse vadano a coprire le spese per la protezione di Saviano. So solo che mi fa piacere pagarli perché poi Saviano lo voglio poter contestare di persona o sul mio blog. A me la gente serve viva. Dei morti cosa me ne faccio?

Ma lasciatelo stare, Salvini, poverino. Lavora per noi e si preoccupa di quel che è giusto. Queste son pene.

Maurizio Santangelo sottosegretario del cambiamento

Reading Time: < 1 minutesantangelo

Maurizio Santangelo, senatore del Movimento 5 Stelle, nel dicembre 2015 ebbe a scrivere (e poi a rimuovere) su Twitter, che con “un po” (testuale, senza apostrofo) di impegno in più, l’Etna risolverebbe tanti problemi dell’Italia.

Oggi il senatore Santangelo è stato indicato tra i sottosegretari alla Presidenza del Consiglio con delega ai rapporti con il Parlamento (alcune fonti su Internet riferiscono che la delega sia all’editoria, io mi baso su quanto dichiarato dall’interessato).

E’ il cambiamento che avanza, bellezze…

David Puente e il “caso” Bencivelli

Reading Time: 5 minutesQuesto articolo -un po’ lunghetto, per la verità- viene pubblicato volutamente SENZA materiale iconografico. Leggendolo con pazienza e un pochino di attenzione vi renderete conto del perché.

Ritengo che il caso del procedimento penale che ha portato alla vittoria della giornalista Silvia Bencivelli per episodi di diffamazione, dopo cinque anni di iter giudiziario, non sia stato doverosamente e compiutamente riportato e trattato come si dovrebbe (e come avrebbe meritato) dai cosiddetti “debunker di stato” (definizione felice proveniente, purtroppo, da ambienti poco altrettanto “felici” dal punto di vista delle verità scientifiche delle tesi che portano avanti).

E’ stato un procedimento importante, perché ha visto vincere una donna, una brava giornalista, una persona che non ha portato la causa alle vette delle più alte risonanze del web (come avrebbe potuto, se lo avesse voluto, e come sarebbe stato anche suo preciso diritto) ma lo ha mantenuto all’interno delle aule giudiziarie fino al pronunciamento favorevole in primo grado con la condanna a otto mesi di reclusione dell’imputato. Ha comportato molta sofferenza da parte della persona offesa e tutti questi elementi certamente meritavano di essere analizzati con maggiore dovizia di particolari.

Sui blog di Paolo Attivissimo e David Puente non è apparso assolutamente nulla. Nessuna analisi dei fatti, non uno scritto che riportasse solidarietà alla Bencivelli (eppure ce n’era tanto, ma tanto bisogno!), nessuna “cronaca” dell’andamento del processo, nessun cenno alla sentenza finale. Arringhe difensive e requisitorie dei PM, manco a parlarne. Eppure, per precedenti condanne allo stesso imputato, Paolo Attivissimo aveva trionfeggiato, mentre per David Puente, la lotta contro l’imputato è diventata ormai un vessillo da portare con onore, quasi una questione di tipo personale. Sul suo blog è apparso, questo sì, un articolo intitolato “XY accusa Silvia Bencivelli tagliando un video a piacere“. Ma della notizia non c’è traccia.

Ho provato a far presente tutto questo a David Puente (visto che, come è noto, Paolo Attivissimo mi ha bannato dal suo account Twitter che, comunque, riesco a leggere ugualmente) ma mi ha risposto con due link per farmi notare che non era vero quello che dicevo, e cioè che lui e il Superlativo non avessero scritto nemmeno una riga sul caso (e il “neppure una riga” non era da prendersi in senso letterale, è chiaro, ma per il debunker medio la parola scritta è ferma, immodificabile e priva di possibilità di interpretazione, come la Bibbia per i Testimoni di Geova e hai voglia te a insistere su questo punto), ma che c’erano, addirittura, ascoltate bene, udite udite, due tweet. Sissignori, due interventi su Twitter, nientemeno. Tutto lì. Sofferenza, coraggio, tenacia, la paura di vivere l’incubo della persecuzione ogni volta che si apre il proprio profilo Facebook o la propria casella di posta elettronica, valgono due commentini di 240 caratteri al massimo, uno dei quali (quello di Paolo Attivissimo) con il link all’articolo di Repubblica (giornale nel mirino di *.issimo per sovrabbondanza di notizie suppostamente farlocche e errori di ortografia) in cui la Bencivelli racconta la sua storia. Della serie “se volete saperne di più andate a guardare questo”. E’ un po’ la logica perdente e supponente con cui i linuxari ti dicevano “Read the Fucked Manual!” quando avevi bisogno di un aiuto (e Dio sa di quanto aiuto si può aver bisogno avendo a che fare con Linux!). Risultato: con 240 caratteri non scrivi nulla, neanche un messaggio di solidarietà (un messaggio di solidarietà che abbia un senso compiuto e che tenga presente tutti gli aspetti della vicenda, perché per scrivere “Evviva evviva!!” 240 caratteri bastano e come). Ovvio che c’è stato un apprezzabile batter di manine da parte degli adepti degli stessi “debunker”, ma tutto è finito lì, in una mestizia e in una tristezza senza precedenti: c’era chi aveva pagato un prezzo altissimo (in denaro e risorse emotive personali) per vedere condannato il proprio diffamatore, che si era impegnato come non mai per veder riconosciute le proprie ragioni e il pubblico dei 240caratteristi era lì a dare bella mostra di sé, neanche l’avvocato della Bencivelli lo avessero pagato loro.

Ed ho avuto l’impressione (ma, appunto, si tratta di una sensazione personale) che i debunker e i debunker-fan più incalliti fossero contenti più per la condanna dell’imputato che per la vittoria della Bencivelli. Che uno potrebbe anche chiedermi “che differenza c’è?” Molta, ve lo assicuro.

Poi è successa una cosa particolare. Dopo la sentenza, su una pagina Facebook è apparsa una foto che ritrae la Bencivelli in una posa imbarazzante, ma indubbiamente involontaria. La foto era corredata da un estratto testuale da un articolo de “La Valigia Blu”. David Puente ne ha dato notizia con un altro tweet (neanche a voler ipotizzare una soluzione diversa!) che riporta la foto in questione “ritoccata” e “censurata” nella parte più delicata. Un pensiero gentile, non c’è che dire, ma che non ha fatto altro che riverberare un contenuto (poco importa se privato della sua parte più “sensibile”) che avrebbe potuto (e forse anche dovuto) essere lasciato abbandonato al proprio destino, lì nell’ambiente in cui era stata postata. Perché il diritto all’oblio in rete esiste, deve e può essere garantito. Non è vero che (come afferma ad esempio lo stesso Paolo Attivissimo) Internet conserva tutto, mantiene tutto, non perdona niente. Se non si possono cancellare i contenuti si può almeno fare in modo che quei contenuti siano dimenticati, che perdano di interesse e di attualità. E in genere lo si fa ignorandoli. Invece David Puente non solo ha ripubblicato l’immagine fotoscioppata, ma ha addirittura fornito il link alla risorsa originale dove la fotografia veniva pubblicata integralmente. Col risultato di facilitare un numero indefinito di clic a quella pagina, quelli di chi, incuriosito, è andato a ravanare nel torbido pur di rendersi conto di che cosa si trattasse. Magari per poi chiudere il collegamento pochi secondi più tardi, schifato. Ma, disgraziatamente, non abbiamo ancora nessun accrocchio info-telematico che permetta di registrare il gradimento del lettore finale.

Avrebbe potuto fare diversamente David Puente? Sì, certo. Avrebbe, per esempio, potuto evitare questa eco di clic di “ritorno” sul sito originale limitandosi a descrivere i fatti. E poi avrebbe potuto porsi una domanda: quella foto della Bencivelli è vera o è falsa? E’ lui il debunker. E’ lui che smonta notizie, prove, commenti, fotografie, filmati. Non credo che gli sia così difficile debunkare un fotoritocco. Ma il punto è un altro, ossia che riportare su Twitter che qualcuno ha pubblicato una foto della giornalista non è una notizia. E’ esattamente poco più che riportare il link a un articolo di giornale o a un evento in particolare su Facebook (o su Twitter, si veda il caso), è solo fare pubblicità e amplificare quello che non è. Non c’è nessuna informazione né nell’evento in sé, né nel riverberarlo a tutti i costi ai propri lettori. Qual è, dunque, il valore aggiunto in termini di conoscenza delle cose? Ve lo dico io, non c’è niente, è un gesto sterile, che non porta a nulla se non all’autoreferenzialità. Altra cosa sarebbe stato intervenire dicendo che: “Tizio ha pubblicato la tale foto nella tale pagina, ma quella foto è falsa perché etc… etc…“.

Una cosa è certa: chi ha pubblicato quella foto voleva colpire direttamente la giornalista, “rea” di aver vinto una causa per diffamazione e di aver portato il suo presunto diffamatore nelle sedi opportune che le hanno dato ragione. La segnalazione di David Puente non porta nessun sollievo al peso di questa azione, anzi, lo aggrava dandole visibilità e solo visibilità. Avrebbe pututo, David Puente (ma non lo ha fatto), esprimere la propria indignazione per una azione certamente vigliacca e codarda, ma sa benissimo che l’indignazione non basta, che bisogna agire soprattutto se si è e si vuole rimanere un “debunker di stato”.

E tutto questo costa molto più di un tweet.

Michela Murgia scambia un verbo per una congiunzione

Reading Time: 2 minutesMichela “Kelledda” Murgia è una scrittrice eccellente e teologa raffinata. Confesso di essermi letteralmente scompisciato dalle risate leggendo “Il mondo deve sapere” (per le edizioni ISBN che fanno libri molto belli, dàtemi retta, se lo trovate su Amazon compratelo!) e di avere amato moltissimo il suo superbo “Accabadora”. Ho affrontato con dedizione il suo “Ave Mary” di cui confesso di non aver capito un accidente. La seguo su Twitter e mi piace leggere i suoi articoli sulla stampa nazionale. Insomma, la Murgia è una di quelle persone di cui l’Italia dovrebbe andare orgogliosa se avesse più a cuore i suoi artisti.

Però anche lei è caduta nelle maglie dell’errore banale ma sostanziale, iniziando questo tweet con una “e” maiuscola accentata al posto della “e” maiuscola semplice, sostituendo una congiunzione (anche se non si dovrebbero iniziare i discorsi con “e…”, mi diceva la mia maestra delle elementari, la Quaglierini, Dio l’abbia in gloria) con un verbo. Probabilmente si tratta di un errore generato dall’uso un po’ troppo disinvolto della tastiera dello smartphone, considerato che la “e” maiuscola è accentata e che il carattere corrispondente è facilmente raggiungibile in quell’ambiente di scrittura, mentre non è direttamente digitabile sulla tastiera del PC domestico. E’ un errore che probabilmente dipende dal sostrato della lingua sarda, di cui la Murgia è figlia giustamente orgogliosa, che non distingue le vocali aperte da quelle chiuse.

Nulla di che, dunque. Solo che è bello correggere Michela Murgia su queste piccole cose.

murgia

Disabilitati i commenti da valeriodistefano.com

Reading Time: 2 minutesSentite, lo so che queste notizie ve le do con il contagocce, ma non è colpa mia se le cose capitano una dietro l’altra e dovrò pure informarvi anche se non ve ne frega niente di quello che dico.

Dal 15 maggio entrerà in vigore una nuova normativa europea in tema di privacy. Non ho avuto tempo nè modo di leggerla o di approfindirla, ma pare che gli adempimenti per chiunque gestisca un sito web siano molti. Siccome ho molte cose da fare (e non sto a dettagliarvi quali) non ho né tempo né voglia di adeguarmi a questa normativa solo per il fatto di detenere gli indirizzi IP e gli indirizzo e-mail di chi commenta, quindi a partire da subito i commenti WordPress e quelli da Facebook sono stati disabilitati dalle pagine del blog. Da qui al 15 maggio cancellerò tutti i commenti ricevuti fin qui (ma sì, anche quelli in cui sono stato pesantemente insultato, che erano così carini!) e spero di poter vivere un po’ in pace, senza dovermi stare a sbattere ogni giorno per il solo fatto di gestire un blog, cioè uno spazio in cui io esprimo delle opinioni, e che tale dovrebbe rimanere, anche in termini di tempi da dedicargli. E’ una questione meramente economica: se non ho tempo da dedicare allo scrivere i post perché questo tempo viene completamente assorbito dagli adempimenti sulla privacy, che razza di senso ha tutto questo?

E lo so (non venite quindi a dirmelo) che i commenti sono una parte vitale di un blog, che senza di quelli non c’è il contraddittorio (Dio che razza di palle ‘sto contraddittorio!), che non è democratico parlare senza dare la possibilità di replica, ma diciamoci la verità: questa opportunità (quella di commentare) l’avete usata pochino pochino, e se non intressa a voi esprimere la vostra opinione, figuratevi a me, che, peraltro, la esprimo già.

Quindi silenzio, stringere i denti e viandare.

L’orizzonte con l’apostrofo di Laura Boldrini

Reading Time: 2 minutesorizzonte

Questi devono essere tempi crudeli e di totale generale disorientamento se un politico (e, dico, un politico) che siede in Parlamento grazie ai voti dei suoi sostenitori, ma che per la Costituzione rende conto all’intero popolo italiano, che, oltretutto, gli paga un lauto stipendio, scrive “un’orizzonte” con l’apostrofo.

E’ successo a Laura Boldrini e le ho fatto “tana” su Twitter solo ieri sera. E il bello è che i follower che hanno commentato (tranne uno, immaginate chi?), siano essi favorevoli o contrari alla politica boldriniana, non se ne sono minimamente accorti, continuando, imperterriti e noncuranti, ora a tessere le lodi ora a lanciarle vagonate di pomodori marci virtuali via web.

Chiariamo bene: io sono perfettamente convinto che Laura Boldrini sappia molto bene come si scrive “un orizzonte”, e che sia consapevole che l’apostrofo non ci va. Non addebito questo errore all’ignoranza. Ma alla sciatteria sì. A quell’atteggiamento precipitoso, cioè, che fa sì che una persona (certamente gravata da decine di impegni) dedichi a pubblicare un contenuto un tempo estremamente limitato. Si scrive, poi non si rilegge, si preme “pubblica” (e “pubblica” vuol dire esattamente “rendi pubblico”, “diffondi”), pare che vada bene così, poi si scivola sulla buccia di banana. Non è esattamente quello che si dice un atteggiamento rispettoso nei confronti dei lettori. O, come in questo caso, dei follower, che non ti chiedono minimamente di scrivere per loro, se lo fai è perché sei TU che hai qualcosa da dire, e il minimo che si possa pretendere è che tu lo faccia nel modo più corretto possibile.

Chi parla male pensa male.

Certi numeri di Paolo Attivissimo

Reading Time: < 1 minuteI follower di Paolo Attivissimo, si sa, sono tanti. Ma proprio tanti. Sulla loro suddivisione, però, Ilaria Bifarini ha postato un’interessante indagine che rileverebbe come il 44% dei followers del cacciatore di bufale sarebbe costituito da account che non corrisponderebbero necessariamente a quello che viene dichiarato (dai followers, si intende, non da Paolo Attivissimo). Poco male, succede a tutti di avere qualche fake. Il problema è che le percentuali nel caso di Attivissimo sono davvero grosse e il fenomeno da “fisiologico” rischierebbe di trasformarsi in “patologico”.
Ecco il post di Ilaria:

Paolo Attivissimo mi ha censurato. Vittoria su tutti i fronti!

Reading Time: 4 minutesdisinformatico

Sono stato per anni un grande fan di Paolo Attivissimo.

Di lui mi piacevano la chiarezza espositiva, l’innegabile capacità di fare divulgazione e un sottile sense of humor che non guastava mai. Una volta, mi ricordo, spesi 42000 lire per il suo libro “Da Windows a Linux”. Mi sembrarono un bòtto allora e mi sembrano un bòtto ancora oggi. Ma ho come attenuante il fatto che allora fossi molto giovane (e scemo).

Ultimamente, però, trovo che abbia pisciato fuori dal vaso diverse volte. Ho provato a farglielo notare con tutti i mezzi, dai più delicati ai più virulenti, ma non c’è stato verso. Fino a che non ha censurato un mio commento sul suo blog (sì, avete letto bene) e mi ha impedito l’accesso ai suoi post su Twitter (sì, avete letto ancora bene).

Chiarito che considero la censura di Paolo Attivissimo alla stregua di una medaglia al valore lasciate che vi spieghi tutto da principio:

Attivissimo, sul suo blog, si è offerto di fare operazione di debunking di un film “lunacomplottista” (è nota l’avversione di Attivissimo per i complottisti, ma questi sono esclusivamente fatti suoi), per l’esattezza “American Moon” di Massimo Mazzucco, dietro donazione volontaria di una cifra (non prestabilita) di denaro a favore di Medici Senza Frontiere. Ho fatto presente a Paolo Attivissimo che su una pagina del Corriere si evince che l’associazione ha ammesso 24 casi di molestie e abusi sessuali al proprio interno, con 146 denunce e 19 licenziamenti. Apriti cielo e spalancati terra! Risponde Attivissimo: “E quindi? Vogliamo tirar letame anche addosso a tutti i loro membri onesti che curano malattie a migliaia di persone in condizioni spaventose?” Che, voglio dire, vista così non è che sia una di quelle risposte che ti convincono a primo impatto, perché dànno per scontato il fatto che anche se si è verificato uno scandalo al proprio interno, MSF sia comunque una associazione degna di ricevere delle donazioni. Siccome io la penso in maniera diametralmente opposta, glielo ho fatto presente, ma mi sono sentito dare dell'”attaccabrighe” (beh, sempre meglio che “tirar letame”, anche se ho fatto notare che MSF il letame se l’è tirato addosso da sola, autodenunciandosi per i reati e i fatti già noti in materia sessuale). Perché guai a far notare la verità. E va beh, ho chiesto a Attivissimo se non provasse un po’ di imbarazzo nel richiedere donazioni liberali per il proprio lavoro a favore di un’associazione così vulnerabile dal punto di vista dell’etica, ma non ho ottenuto risposta. O, meglio, l’ho ottenuta, ma non da Attivissimo. Mi ha risposto un suo adepto lettore che non ho ben capito che cosa c’entri, ma va bene anche così, non è detto che si debba sempre essere coerenti nella vita.

Lo scambio di battute è arrivato fino al punto in cui un mio commento (sempre senza insultare nessuno, ma sempre criticando, criticando, criticando -ed è questo che dà fastidio!-) non è stato fatto passare dal fitto colino della moderazione del blog “Disinformatico” (dove, pure, avevo ricevuto serie ininterminabili di rampogne e accidenti vari dalle solite prime damigelle di corte), e, qualche ora dopo, provando ad accedere dal mio account Twitter all’account @disinformatico di Paolo Attivissimo, ecco la risposta:

twitter

Oh, ma questa è proprio una disdetta. E adesso come farò senza i lunacomplottismi del giorno? Facile! Basta disconnettersi da Twitter, cercare con Google la stringa “disinformatico twitter”, cliccare sul primo link dei risultati della ricerca e voilà:

twitterdopo

L’account Twitter è perfettamente leggibile. Poco importa se non potrò dire quel che penso all’autore, ho sempre un blog.

Tra i tweet di Attivissimo che mi piace segnalare c’è questo:

E’ bellissimo perché è di un Kitsch e di un surreale folle (oltre che a produrre un irresistibile umorismo involontario). Dice di Facebook: “Non sei in piazza, dove valgono le leggi: sei in una proprietà privata, dove vale l’arbitrio del padrone di casa.” E dopo 24 ore mi butta fuori. Giuro che se non lo stessi vivendo in prima persona non ci crederei. Perché quando ti impediscono di parlare hai sempre vinto. Non hanno argomenti, non ti attaccano più sulle tue idee ma sul personale. A conclusione di tutto questo, Paolo Attivissimo, sul suo blog, mi ha definito così:

piccolaetriste

Ce n’era bisogno? Era proprio indispensabile?? Io credo di no. Ma il gioco è appena cominciato, e sarà divertentissimo chiosare gli scritti di Attivissimo su questo blog.

Aggiornamento del 20/3: Come ho scritto e dimostrato nell’articolo “Per una disamina del seguace medio di Paolo Attivissimo”, il mio post sul blog “Disinformatico” è stato sbloccato alcune ore più tardi.

Docenti che “amano” le loro alunne

Reading Time: 3 minutescodiceetico

I quotidiani non fanno che parlare di docenti che “amano” le loro alunne.

Il verbo “amano” si intende in senso puramente sarcastico e distaccato. Non le amano affatto, in realtà. Approfittano del loro ruolo di educatori dei nostri stivali per circuire ragazzine minorenni (ma anche se fossero maggiorenni la cosa non cambierebbe di una virgola), mandare loro SMS e messaggi sconci via WhatsApp quando va bene, o intrattenere laide relazioni sessuali con loro quando proprio si arriva al limite del sopportabile. Vladimir Nabokov aveva descritto tutto questo in “Lolita”, ma quello era un romanzo, mentre questa è realtà quotidiana e, si sa, i giornali amano rimestrare nel torbido.

Intendiamoci bene, per questi individui ci sono il licenziamento in tronco e la galera. Senza attenuanti e senza scuse. Non è che “sentirsi dire micio bello e bamboccione” da una ragazzina, farsi mandare delle fotine in cui l’amata fa delle cosine fuori dalla grazia di Dio, sia una roba che ha costo zero. I rischi ci sono e sono reali anche quelli, non è che sottovalutandoli li esorcizzi, e approfittarsi della fragilità psicologica di un minore è roba da infami.

Ma in sede di rinnovo del contratto di lavoro per gli insegnanti (il precedente contratto è scaduto 9 anni fa, è bello vedere come si agisce con celerità quando si tratta di diritti e doveri da codificare) si è pensato bene di estrarre il classico coniglio dal cilindro, di trovare la figata pazzesca, l’idea che risolve tutti i problemi: aggiungere al contratto una sorta di decalogo per la deontologia professionale, in cui sia inserita una norma che impedisca agli insegnanti di avere contatti via SMS, Facebook, WhatsApp, Instagram e chissà quante altre diavolerie, che non siano strettamente necessari per la didattica. Cioè praticamente tutti.

Non so se questi signori addetti alla compilazione delle nuove norme, con una sfilza di prèsidi lancia in resta, hanno mai avuto a che fare da vicino con i fanciulli di oggi, ma è certo che la trovata istrionica di vietare contatti telematici dimostra la scarza aderenza delle norme con la realtà scolastica. I ragazzi ti guardano dappertutto. Sul telefonino (possono avere il tuo numero di telefono per decine di migliaia di motivi, io un anno lo diedi per gestirmi la mia ora di ricevimento settimanale e ogni tanto mi arrivavano messaggi per la buonanotte, Forza Juve, prof ma domani abbiamo il kompito?, ennò che non ho studiato), su Facebook (conosco decine di insegnanti che hanno tra le loro “amicizie” di Facebook decine e decine di alunni minorenni che “sì, ma io lo faccio solo per farmi mandare le faccine, i gattini, i bacini, le stelline”, sì però intanto ce li hai e lì restano), su WhatsApp (così ti mandano i messaggi e, stronzetti, controllano anche se e quando li leggi, poi non contenti si incazzano anche se non gli rispondi), su Twitter (ho un alunno che mi mette i cuoricini su tutti i post che faccio, anche su quelli di cui non capisce nulla, poi viene in classe e mi chiede chi era Peppino Impastato, eh, ci vorrebbero delle mezze giornate per spiegarlo, altro che un’oretta striminzita in cui, comunque, dovrei fare anche altro), su Instagram (e qui mi fermo perché non ho Instagram e non mi interessa averlo, ma so che di danni ne fa abbastanza anche lui). Coi ragazzi puoi avere un rapporto simpatico e cordiale. Ti può capitare di dire loro per quale squadra tifi e loro, implacabili con i loro telefoni mezzi sgangherati, ti scrivono per dirti “Ahahahahahahah, oggi avete perso” -ah sì? E dire che io non me ne ero nemmeno accorto-). E poi ci sono le cose più delicate. Un insegnante non è una persona che si limita a entrare in un’aula, fare un’ora di lezione, uscire e resettare i sentimenti, spesso è una sorta di confessore, di psicologo ambulante, le ragazzine (soprattutto loro, ma anche i ragazzi ultimamente sono più aperti da questo punto di vista) ti parlano di loro, dei loro amori, delle loro speranze, delle loro illusioni. “Aiuto, Profe, mi ha mandato un messaggio che non vuole vedermi più, che faccio??”

Tutto questo, se venisse approvata la soluzione proposta, costerà fino al licenziamento, in barba alla libertà di corrispondenza garantita a ogni cittadino, e senza minimamente passare per un giudice ordinario (del lavoro o no che sia). I reati sono reati, e per quelli ci sono la magistratura e il carcere (anche preventivo). Ma se io non commetto nessun reato io comunico con chi mi pare. Minorenne o maggiorenne che sia. Senza limitazioni di sorta. E invece tutti colpevoli potenziali per colpa di qualche colpevole reale. E poi ce li voglio vedere i prèsidi a comminare sanzioni ai loro professori perché si sono scambiati la schedina con i loro alunni e questo non rientra nel novero del didactically correct.

Disgusto.

Il senso di Paolo Attivissimo per l’ANSA

Reading Time: 2 minutesgualtierio

L’altra sera, su Twitter, ho avuto uno scambio di messaggi con Paolo Attivissimo. E ora sono qui a pavoneggiarmi.

Lui aveva trovato un lancio dell’agenzia ANSA che riportava, nel titolo, un evidente refuso (“Trumo” per “Trump”). Pochi giorni dopo individuava un “Gualtierio” per “Gualtiero”. Piccole cose. Peccatucci di pochissimo conto. Che però per Paolo Attivissimo sono rivelatori di una pasticcioneria più diffusa che renderebbe sciatti perfino i contenuti. Ho difeso l’ANSA nella discussione perché mi sembravo veramente errorucci da poco, anche se nel titolo fanno un effetto maggiore che non nel corpo dell’articolo o in altre parti della pagina (“il refuso, quando è sistematico, è sintomo di sciatteria che si estende al resto del prodotto.”)

Il mondo del giornalismo italiano è pieno di queste ridicolaggini. Ma mi sono chiesto se questo tipo di errori, in posizioni strategiche, non siano solo il frutto di una banale disattenzione (in fondo la p di “Trump” è vicina alla o e scrive “Trumo” è veramente un batter d’occhio) ma siano addirittura volute per monitorare i siti on line dei giornali succhia-succhia, quelli che riprendono immediatamente il lancio d’agenzia e non fanno nemmeno un lavoro di verifica sulle fonti, sui fatti e, perché no, sull’ortografia.

In fondo, uno dei capisaldi dell’ecdotica, cioè della critica testuale è proprio il fatto che a separare o ad unire in una sola famiglia più fonti scritte è l’errore. Attraverso l’errore si può capire chi ha copiato da chi, per cui se io immetto un errore in un testo scritto per il web (come questo articolo, ad esempio) e voglio vedere in quanti me lo copiano con un semplice copia-incolla, dopo un po’ esce fuori che “Trumo” è stato copiato da una miriade di siti (fonte: Paolo Attivissimo via Twitter)

trump

Oggi ho provato a fare una ricerca col solo termine “Trumo” e l’unica a non aver ancora corretto è stata proprio l’ANSA.

trumo

Che io abbia fatto Bingo?

Non già di Boschi abitatrice sembra (Torquato Tasso, Gerusalemme Liberata)

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Càpita, a forza di gironzolare sul web, di trovare vecchi (beh, non proprio vetusti, ma questo avrà si e no una settimanetta buona) tweet e di tirarli fuori dalle brume dell’oblio a cui sono inevitabilmente destinati dopo poche ore. Qui Maria Elena Boschi se la prende con Di Maio per la sua indisponibilità a confrontarsi con Matteo Renzi, cosa che, per inciso, rappresenta quanto di più giusto Di Maio abbia mai fatto nella sua sconquassata e sfortunata vita politica piena di gaffe e di congiuntivi massacrati. Guardatelo questo tweet: ha un che di deliziosamente bambinesco. Si parla di mancanza di coraggio e di fuga (“scappi, eh??”) quando, più semplicemente, si è trattato di un semplice e doveroso rifiuto (con Renzi, notoriamente, non ci si confronta, da Renzi bisogna soprattutto scappare a gambe levate!), e a proposito di coraggio mi viene in mente che mesi fa, Maria Elena Boschi, sentendosi diffamata da un passaggio dell’ultimo libro di Ferruccio De Bortoli, annunziò querele per ogni dove, soprattutto in ambito penale. Ma di queste querele, fino ad ora, non esiste alcuna traccia. A cosa dobbiamo l’onore di cotanta imbarazzante assenza? Al fatto che questa supposta diffamazione non sussiste? Al fatto che la Boschi preferisce procedere nel solo ambito civile (ragion per cui i termini di conclusione della presentazione degli atti sono radicalmente diversi e più lunghi)? Non lo sappiamo. Sappiamo solo che su questo argomento la Boschi, fino ad ora, ha taciuto (è scappata??) e che dovremo aspettare degli anni per sapere come sarà andata a finire la querelle con De Bortoli. Giusto il tempo di dimenticarcene.

140 caratteri saranno più che sufficienti per ciascuno di noi

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La montagna ha partorito un topolino. Twitter ha annunciato l’implementazione, per le lingue europee più importanti (tranquilli, l’italiano sarà incluso), di una nuova piattaforma che permetterà di postare i singoli messaggi (i cosiddetti “tweet”) in 280 caratteri anziché gli attuali 140. Erano anni che il problema del limite troppo angusto delle comunicazioni del gigante del microblogging si faceva presente mediante le lamentele dei propri iscritti, ma è la prima volta che ci si mette una pezza: lo spazio raddoppia e, così, la possibilità di scrivere stupidaggini.

Funzionerà così: saranno visualizzati ancora solo i primi 140 caratteri del messaggio: per scorrerlo, o per leggere il resto, bisognerà cliccare su un link apposito. Almeno ci saranno la decenza e la prudenza di chiedere il consenso. Eppure 140 caratteri non erano un limite, ma la ricchezza di Twitter. In meno di un SMS dovevi trovare le parole giuste per dire quello che avevi in testa e attirare l’attenzione dei tuoi lettori. Se ci riuscivi, bene, altrimenti vaffanculo, il tuo tweet spariva nel dimenticatoio, come una sfoglia di carta igienica buttata nel cesso poco prima di tirare lo sciacquone (immagine volgaruccia ma efficace).

Come giustamente dice Gianluca Nicoletti in un suo (video)intervento su “ObliquaMente”, la sua rubrica per la versione on line de “La Stampa”,

“L’opulenza di spazio espressivo non favorisce l’intensità del concetto espresso. La forza di Twitter era l’allenamento che imponeva ai suoi utenti a cercare le parole più efficaci per lasciare tracce di sé, in un fiume di punti di vista di cui nessuno avrebbe sentito la mancanza.”.

Perché bisognava saper scrivere per creare un testo efficace. Bisognava conoscere l’italiano, trovare la parola giusta e breve per farsi ascoltare, come diceva De André, il tweet era una forma d’arte obbligata in uno spazio ristretto, come l’haiku. Naturalmente, il fatto che si trattasse di una forma d’arte non significa affatto che tutti i twitter fossero degli artisti: su un foglio bianco si può fare un bel ritratto o un pessimo scarabocchio. Oddio, non è che raddoppiando il numero di caratteri a disposizione si sia allargato poi così tanto lo spazio a disposizione, si tratta pur sempre di cinque righe striminzite, ma “più caratteri per tutti” non significa necessariamente messaggi di qualità o maggiore libertà di potersi esprimere: una stronzata resterà pur sempre una stronzata, ed è di questo che è fatto il web dei social network, di stronzate. Perché dovresti avere bisogno di 280 caratteri per accompagnare la foto di un gattino, l’immagine di un cuoricino, quella di un mazzo di fiori che non interesseranno a nessuno?? E se hai qualcosa di importante ed interessante da dire, non ti pare che 140 caratteri colpiranno di più l’attenzione di chi legge di una sbrodolatura da 280.

Anni fa (ma molti anno fa) Bill Gates disse che

“256 Kb. di RAM saranno sufficienti per ciascuno di noi”

poi i quantitativi vennero allargati a dismisura e oggi se hai 1 Gb di RAM fai ridere i polli. Cos’è questo cannibalismo informatico? In 140 caratteri non sei capace di esprimere un concetto?? Allora forse non sei in grado di utilizzare Twitter. Tutto lì.

Non lo userò il tweet extra-large. E così spero di voi.