Ma il cancro non è uno spettacolo

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E’ tempo di outing. Nadia Toffa, Sabrina Scampini, Daria Bignardi, personaggi più o meno pubblici che hanno avuto un tumore (per il 100% donne) hanno deciso di raccontare la loro esperienza attraverso la TV o attraverso una intervista (le più discrete) alla stampa nazionale. Cosa spinga una persona che ha avuto un’esperienza così orribile come la scoperta di un cancro e le relative cure devastanti a metterci la faccia e andare in televisione a parlarne non si sa. Probabilmente è qualcosa che fa bene, che mette a nudo, che vuol dire “guardate, sono qui, con la mia parrucca e il mio fisico provato”, o, forse, più semplicemente, significa “ce l’ho fatta”. A prescindere dal fatto che quella persona ce l’abbia fatta veramente o meno.

Nadia Toffa è stata la prima in ordine di tempo ad apparire sullo schermo delle Iene per dire al suo pubblico (e non solo al suo, evidentemente) che è stata male, ma che in due mesi ha scoperto di avere un tumore, ha fatto la diagnosi, si è operata, si è sottoposta alle chemioterapie e radioterapie di rito ed è clinicamente guarita. Tempi da record, prima ancora di affermare che radio e chemioterapie sono le uniche armi per curare un tumore, proprio lei che fa parte dell’équipe di una trasmissione che ha rivendicato la presunta validità delle cosiddette cure “alternative”, dalle cellule staminali ai frullatoni di aloe, passando per l’Escozul (dalla contrazione dell’espressione castigliana “Escorpión azul”), il veleno degli scorpioni cubani azzurri (poi mi spiegheranno perché proprio quelli cubani, nelle altre nazioni non sono diffusi?), di cui io stesso avevo cominciato ad occuparmi quando la dottoressa Ester Pasqualoni, barbaramente assassinata nel giugno scorso, mi faceva pervenire preoccupanti lettere da La Habana da tradurre in italiano e mi chiedeva aiuto per dissuadere i pazienti che volevano farne uso. Perché c’è gente che ha bisogno di molto più di due mesi, e che arriva alla fine delle terapie stremata e senza forze, altro che parrucchina trendy e buonumore dal tubo catodico (ammesso che esistano ancora televisori col tubo catodico). Perché se prendi l’Escozul e non fai la chemio o la radio poi peggiori e probabilmente muori.

Perché di cancro si muore nella stragrande maggioranza dei casi. Queste donne rampanti, che teletrasmettono se stesse attraverso l’etere, che entrano, “sfondandola”, nella TV e nelle case degli altri, o non hanno idea di quello che è loro capitato (cosa che non voglio neanche pensare) o hanno avuto un gran culo a guarire in tempi rapidissimi e a riprendersi la loro vita.

La Scampini ha riferito: “E’ vero che ti senti una guerriera, e ogni volta che entri in un reparto di oncologia tu hai intorno a te tante guerriere.” Ed è questo che non torna. Questa immagine da guerriera che si vuol lanciare a chi guarda e a chi legge. E’ vero che un cancro si combatte, ma è anche vero che in una guerra molti guerrieri cadono in battaglia e c’è chi non ce la fa a tornare a casa, ai suoi affetti, alla sua famiglia, alla sua attività lavorativa, alla sua vita di sempre, perché bene che ti vada un cancro la vita te la cambia per sempre. Ma come si fa anche solo lontanamente a pensare che “Sì, è vero, ho avuto un cancro, ma adesso è tutto a posto, sto bene, sono guarita, giriamo pagina e facciamo finta che non sia successo niente”? Guerrieri di che? Se mi diagnosticassero un tumore io mi cagherei sotto, altro che guerriero! Vuol dire che queste tre donne saranno mille volte migliori di me, ma che cos’è, un gioco a chi è più bravo o un dramma personale? Il guerriero è quello che sa di poter morire da un momento all’altro nello scontro con il nemico. Perché anche il nemico ha armi molto efficace e ti può uccidere quando vuole. E allora non guarda in faccia a nessuno. Madri di famiglia, bambini, figli, padri, colleghi di lavoro, amici cari. E nessuno che sarà più lo stesso, dopo.

C’è una critica anche per Daria Bignardi. Che riferisce nella sua intervista: “Chi è ammalato considera la propria malattia il centro del mondo, ma anche se ho rispetto per chi sta soffrendo in questo momento, parlare pubblicamente della malattia in generale, o peggio ancora della mia, non mi interessa.” E allora non si sa perché abbia rilasciato pubblicamente informazioni sul suo vissuto, sulla parrucca che indossava (la testimonianza inoppugnabile, per chi ha a che fare con te, che sì, hai avuto o stai curando un tumore), e poi “ Si ammalano milioni di donne, a cui va tutto il mio affetto”. Ma perché, gli uomini non si ammalano di tumore? Nemmeno un pochino di affetto anche per loro?? Il cancro è una malattia squisitamente al femminile? E perché mai? Tutte domande che non troveranno una risposta. Inventeranno una parola come “femminicancro” prima o poi. E farà molti più danni di “femminicidio”, questo è certo, perché avrà per oggetto la donna-guerriero che ce la fa sempre e comunque.

Dicevo all’inizio di questa eccessiva spettacolarizzazione del problema. Ed è vero che non tutti quelli che si ammalano di cancro hanno a disposizione una rete di Berlusconi e un programma seguito come “Le Iene” o “Quarto Grado” (addirittura in prima serata quest’ultimo). Se io mi ammalassi di cancro (già, e perché non dovrebbe capitare proprio a me?) mi riterrei già fortunato ad avere a disposizione un blog attraverso il quale veicolare i miei pensieri e le mie emozioni. E mi chiedo che cosa sarebbe stato se il tumore avesse colpito qualcuno della redazione di “Report” o di “Presa diretta” su una rete del servizio pubblico nazionale. Perché per la gente la televisione di denuncia è solo ed esclusivamente “Le Iene”, e allora la notizia di una malattia a una dei presentatori, giovane, piena di vita, carina e nota per aver scavato nelle magagne della realtà che ci circonda, salvo poi intoppare nel veleno degli scorpioni cubani, è un evento che fa audience sul serio.

Ma il cancro non è uno spettacolo.

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Il “principe libero” fa aumentare gli accessi di valeriodistefano.com

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Negli ultimi due giorni, in concomitanza con la messa in onda della fiction sul cosiddetto “principe libero” dedicata a Fabrizio De André (fiction che mi sono ben guardato dal vedere in TV), il blog ha registrato un’impennata di accessi, concentrati soprattutto sul post dedicato alla “Canzone dell’amore perduto”, che mi ha apportato tante antipatie di cui vado orgoglioso.

Siete stati veramente un putiferio, e con questo apporto massiccio, quel post sta per diventare il più cliccato in assoluto (mancano, allo stato attuale, un paio di centinaia di accessi).

Troppo onore, non me lo merito. Ma guardate che ci sono più di altri 4000 post che parlano d’altro, quindi volendo si possono anche leggere. Mi raccomando.

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La gauche-tsatsiki – Demis Roussos: goodbye and au revoir

Il segreto di un blogger non è parlare di una persona solo quando è morta, ma possibilmente anticipare gli argomenti finché è viva. E di Demis Roussos avevo parlato anni fa, per cui andate a rileggervi il post e saprete.

Oggi che Demis Roussos non c’è più, mi viene da pensare che faceva parte di quella schiera di artisti “europei” che hanno fatto delle loro canzoni una sorta di chiave universale, un passepartout per unire le nazioni del vecchio continente tra 45 giri, LP, musicassette e stereo 8. Come gli Abba, Nana Moskouri, Caterina Valente, Salvatore Adamo, Charles Aznavour, Mireille Mathieu, Di Stefano ora basta, Demis Roussos ha cantato addii (Goodbye my love goodbye), amori (My only Fashination), tormenti spirituali (Profeta non sarò). Cantando in varie lingue, tra cui il tedesco, è stato uno dei primi ad abbattere il muro di Berlino già negli anni ’70 apparendo alla TV della DDR vestito da santone con tuniche enormi, la barba lunga, i capelli alla Kabir Bedi in Sandokan (solo che Demis Roussos ce li aveva già da prima).

In breve, ha fatto più per l’Europa Demis Roussos di quanto non possa fare Tsipras che, difatti, la prima cosa che ha buttato sulla carta è stato un accordo con la destra. E mentre Demis Roussos cala nella fossa, intellettuali come Mikis Theodorakis si staranno rivoltando nella tomba.

E, naturalmente, chi sta applaudento a Tsipras oggi è la stessa gente che al quarto scrutinio delle votazioni per il Presidente della Repubblica italiana applaudirà il candidato imposto da Renzi. Non è neanche più gauche-caviar. E’ solo gauche-feta che torna tragicamente a gola e non c’è gauche-ouzo che ne permetta la digestione.

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Ebola Day

E’ tutto pronto, non manca proprio nulla. Qualche poveraccio morto in condizioni igieniche e sanitarie precarie, un morbo per cui non si conosce vaccino, telecamere, giornalisti quanto basta.

E’ lo spettacolo del terrore che inizia, basta accendere la TV. Era già successo con l’AIDS negli anni 80, la malattia dell’edonismo reaganiano, ed è continuato con l’influenza aviaria, per cui tutti a guardare le anatre che migravano in cielo, con la speranza che non ci cagassero proprio sugli occhi.

Ogni dieci anni qualcuno si ricorda che c’è da smaltire quella fornitura di farmaci antivirali stoccati da qualche parte. Oppure che la gente ha una paura fottuta di morire, ça dépend. E facendo leva su questa paura da una parte, e sull’ignoranza dall’altra si realizza ogni giorno un film dell’orrore, di quelli dozzinali, che avevano titolo tipo “L’ultima notte nella tredicesima casa”, “I morti viventi vincono ancora” o “Non bussate alla mia finestra”. Quelli in cui lo vedevi lontano un miglio che c’era il trucco, e anche fatto male.

L’ebola non è altro che questo. In Spagna, dove una infermiera sta morendo, non si parla d’altro. Siti web e quotidiani sono letteralmente pieni dell’argomento “ebola”. La gente non sa più che fare o che dire. Hanno anche assassinato il suo cane per la psicosi che fosse portatore di malattia, bastardi. Rajoy ha già dichiarato che più di questo non si è in grado di fare (dopo il cane potrebbe provare a sparare a un rinoceronte per vedere di nascosto l’effetto che fa, soprattutto se lo prendi di striscio) ed è subito caos mentale.

Noi in Italia ci salviamo perché nessun contagiato ha (ancora) toccato il nostro suolo. E’ accaduto in Spagna, dunque è una cosa che riguarda loro. Siamo talmente imbecilli da credere che un virus, nel propagarsi, osservi strettamente i confini della cartina geografica, senza pensare che viviamo in un’Europa in cui c’è libera circolazione di persone e merci, dunque anche dei virus.

Ma durerà poco. Soprattutto se i giornali non avranno altri argomenti da proporre ai lettori.

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559

La notizia di questi ultimi giorni è che ogni italiano spende in media 559 euro ogni tre mesi nell’acquisto di “dispositivi”. Cioè 186,33 euro al mese, e 2236 euro l’anno.

Ogni italiano. Anche i neonati nelle incubatrici e i vecchietti ospitati dalle case di cura e di riposo.

Va detto, a scanso di equivoci, che i “dispositivi” sono quelli elettronici (TV, radio, telefonini, tablet, PC, triccheballàcche…). No, perché esistono anche i “dispositivi” intra-uterini e certo giornalismo da strilloni non ci dice che quelli stanno fuori dal computo. Ingrati.

Ho fatto il calcolo di quello che succede a casa mia: abbiamo un televisore vetusto che sta cominciando a dare cenni di cedimento perché ogni tanto l’immagine sembra passata attraverso i filtri di Instagram, ma la TV la guardiamo poco. Svariati apparecchi radio sparsi un po’ per tutto l’appartamento perché la radio, quella sì, ci piace e tanto. In camera radio e TV. La radio è un regalo di nozze, quindi ha più di 10 anni, mentre la TV era quella che usavo nel mio appartamentino da single in Veneto e di anni ne ha una dozzina. Sia io che mia moglie abbiamo da “mantenere” uno smartphone ciascuno, nel senso che una volta al mese lo ricarichiamo di 15-20 euro. Quello di mia moglie è nuovo, il mio ha già un paio d’anni. Anche il PC è vecchiotto. Almeno 5 anni. Ma con Linux riesce a funzionare ancora bene e in maniera accettabilmente veloce. Siamo lontani dai 186 euro al mese.

Siamo una famiglia anomala, non cambiamo il telefonino una volta ogni tre mesi come fa l’italiano medio, perché se no 559 euro di spesa ogni tre mesi non si spiegano. Così come non si spiega l’evidente contraddizione tra le gente cha piange miseria e si lamenta perché prende 1000 euro al mese e poi ne sputtana il 18,6% in cazzatine tecnologiche perché di comprare da mangiare, evidentemente, si può fare a meno, ma di avere l’ultimo modello con cui fotografarsi i piedi per spedire la foto su Facebook e con cui pavoneggiarsi con gli amici, mentre le bollette incalzano.

Ci meritiamo tutto quello che abbiamo, governo Renzi compreso, e molto di più.

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“In famiglia conviene averne quando serve!”

Photo by Sage Ross (ragesoss.com), from Wikimedia Commons. Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported.

C’è una pubblicità di un noto medicinale di marca a base di ibuprofene di cui non faccio il nome, ma è il Moment, via, che mi torna spesso in mente in questi giorni.

C’è una signora che esce dalla farmacia, incontra una sua amica e le mostra la (nuova) confezione del Moment da 36 compresse (200 mg. ciascuna). L’amica pare entusiasta dall’idea di poter fare una scorta, lo compra anche lei, esce e in quel momento incontrano un signore che si ferma a sua volta piacevolmente stupito dal nuovo formato della confezione, e, soprattutto, dalla prospettiva di avere per lungo tempo la possibilità di accedere al medicinale una volta acquistato.

Una delle due donne, nello spot, dice che “In famiglia conviene averne quando serve”.

E vissero tutti felici e contenti.

Premetto che io sono un accanito sostenitore dell’uso dell’ibuprofene negli stati dolorosi. Compro il generico (mi dispiace per la casa farmaceutica che lo produce, ma pecunia non olet) nella versione da 400 mg. E generalmente passa tutto. E’ una confezione da 12 compresse e mi basta per un lungo periodo di tempo. Non posso farci nulla se soffro e ho sempre sofferto solo saltuariamente di mal di testa.

Ma 36 compresse in versione-scorta… o è una famiglia in cui tutti (compresi i bambini) soffrono di cefalea ricorrente oppure l’idea è che si possa comunque comprare un medicinale in quantitativi maggiori a quelli strettamente necessari.

Voglio dire, se ho l’influenza vado in farmacia a comprare l’Aspirina. Mi dànno un astuccino di compresse (deglutibili o effervescenti) che dovrebbero, ragionevolmente, essere sufficienti ad affrontare i sintomi fino alla guarigione.
Poi me ne avanzano cinque o sei e le tengo lì per tutte le evenienze o per farle scadere. Se ne ho ancora bisogno la compro di nuovo. E’ questo il concetto dell’approccio al farmaco “da banco”.

La “scorta” farmacologica è un approccio nuovo. La signora che dice che “conviene averne quando serve” è molto giovane. Avrà due figli piccoli, così, a spannòmetro. E non si dànno le compressine per il mal di testa ai bambini. Quindi le prenderanno lei e suo marito, non penso abbiano in casa una nonna, una zia, una madre possibilmente vedova che faccia ricorso alla pasticca ad ogni dolor di capo.

Finora la confezione-gran-risparmio era quella dei frollini per la colazione del mattino, dei pannolini per la cacca, del detersivo per la lavatrice.

Adesso l’occasionalità della cura diventa rito quotidiano. La scatola nell’armadietto dei farmaci perché “non si sa mai”. Ma la normalità è che uno stia bene, non che stia male. Si sta male una volta ogni tanto, non in modo continuativo da giustificare una quantità superiore alla norma di medicinali in casa, sia pure a prezzo vantaggioso. Non è che uno dice “Oddìo, è finito il latte, meno male che ne ho una scorta in cantina, se no domattina non si faceva colazione!” Se hai un mal di testa, non hai nulla in casa e la farmacia è chiusa te lo tieni. Oppure bussi alla vicina e chiedi.

Magari non ha proprio quello che vuoi tu, però forse fa effetto lo stesso e ti sei fatto anche due chiacchiere.

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Vanessa strangolata a Enna: un’arma mancata di distrazione di massa

Oggi il caso di Vanessa ha occupato per qualche ora le prime pagine dei giornali on line.

E’ possibile che se ne parli a lungo, o forse no, della storia di questa ragazza di Enna, uccisa con un cavo del lettore DVD solo perché, durante un incontro intico col fidanzato, aveva osato profferire il nome del suo ex.

Si sa, sono cose di una gravità inaudita agli occhi di una persona che pare avesse fatto uso di cocaina, e allora l’unico mezzo per lavare l’onta subìta è quella dell’omicidio.

Omicidio che rimbalza per la giovane età della vittima (20 anni), per il dolore del padre (chissà che cosa si aspettavano i giornali, che avesse un composto e serafico contegno di manzoniano perdono?), per le foto della madre distrutta, per un crimine, che se l’assassino non fosse stato indotto, con un tranello, a confessare le sue responsabilità, oggi resterebbe impunito, o quanto meno con un sospettato in galera o iscritto sul registro degli indagati. Sarebbe diventato, in altre parole, un’arma di distrazione di massa.

Da Avetrana a Melania Rea, dalla scomparsa di Roberta o Mariella all’omicidio di Yara Gambirasio tutto è diventato spettacolo. Perfino il dolore e la morte, che sono quanto di più intimo appartenga a una persona. E’ un continuo ripetersi di dinamiche: c’è sempre lui, il compagno, il fidanzato, il marito, a essere arrestato, indagato o semplicemente sospettato.
L'”amore criminale” diventa un “serial televisivo”, storie sempre uguali da sviscerare e riaggomitolare per poterle sfruttare al meglio quando ci sono degli spazi da riempire.

Occuparsi di altro per non ricordarci lo scippo di democrazia e di diritti democratici perpetrato ogni giorno ai nostri danni. La trasformazione della tragedia in telenovela è il nuovo sport nazionale.

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Massimo Scaglioni – La tv dopo la tv. Il decennio che ha cambiato la televisione: scenario, offerta, pubblico – Edizioni Vita e Pensiero

Presentazione del libro di Massimo Scaglioni (editore Vita e Pensiero)

      MP618026

da: http://www.radioradicale.it
Licenza: http://creativecommons.org/licenses/by/2.5/it/

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Le rivolte contro chi?

Sentite, io ve lo devo dire con il cuore, non ci sto capendo un cazzo.

C’è un sacco di gente che dice che la verdura e la frutta cominciano a a scarseggiare nei supermercati, non lo so, sarà anche vero, ma io tutta questa corsa all’accaparramento non la vedo, si disegnano scenari da Apocalipse Now, benzina che finisce, TIR fermi ai caselli e alle frontiere, si parla di Italia che esplode, ma soprattutto si paventano scioperi. Dicono che in Sicilia ci sono i "forconi", ma nessuno ci spiega cosa siano, protestano tutti, tutti, dai pastori sardi ai commercianti dell’Oltrepo Pavese.

Protestano, va bene. Ma per ottenere cosa? E, soprattutto, contro chi??

Pare che tra un’ora circa quelli di "Servizio Pubblico" capitanati da Santoro proveranno a spiegarci qualcosa. Sì, e lo faranno ospitando in studio Enrico Letta (Pd) e  Roberto Castelli (Lega Nord), insomma, allegria e chiarezza espositiva, moderazione di termini e dibattito pacato trasuderanno a fiotti da tutti i pori della trasmissione di Santoro e io andrò a dormire con le idee ancora più confuse.

Io non lo so chi siano tutti questi agricoltori, autotrasportatori, pescatori, imprenditori, benzinai, taxisti coi coglioni girati più della rotazione della terra attorno al proprio asse, ma posso quasi quasi azzardare che una percentuale di loro ha votato per Berlusconi e per il suo governo alle ultime elezioni.

E allora mi chiedo, con l’ingenuità e il candore che mi contraddistinguono, cosa vogliono? Vogliono dirci che con il governo Berlusconi eravamo SOLO sull’orlo del baratro mentre adesso, con il governo Monti ci siamo dentro? Mi sembra una magra consolazione, tenuto conto anche del fatto che Berlusconi sta appoggiando Monti e che oggi Bossi, con espressioni degne del miglior galateo, lo ha tacciato da "mezza cartuccia".

E’ un’Italia incazzata, indubbiamente, la nostra, ma senza sapere contro chi o contro cosa. Contro la casta dei politici che si mantiene i privilegi mentre i cittadini hanno sempre minori possibilità di accedere a beni e servizi? Ma se è così da decenni! Siamo davvero buffi noi italiani, ci càpita di svegliarci la notte e ci accorgiamo che sì, a mezzanotte è buio. Oppure che le navi vanno sottocosta a fare l’inchino e che no, non si dovrebbe fare, che se Schettino avesse dato subito l’allarme si sarebbero potuti salvare tutti, e che se la mi’ nonna Angiolina ciaveva le ruote era un carretto.

Proprio noi, che abbiamo fatto l’inchino all’onorevole di turno dagli albori della storia della Repubblica ci lamentiamo che il nostro paese si incaglia e si rovescia su un fianco!
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“Questo e’ un vero tatuaggio!”

C’era una pubblicità della Renault che mi piaceva da matti.

Era quella di un giovanotto che va a scuola, parcheggia la macchina davanti al portone al momento dell’uscita, i bambini escono correndo, lui allarga le braccia e invece del bambino gli corre incontro la maestra, oltretutto carina anche con le calze di nylon della nonna, e tutti lo guardano con invidia.

Dava un senso meraviglioso e liberatorio di giustizia. Voleva dire che anche un giovanotto non particolarmente strafigo in jeans e maglione poteva arrivare a un tocco di sventola come la maestra.

Adesso la pubblicità è cambiata.

Adesso c’è una madre che guida una vettura della Renault e che si accorge che la figlia, anche lei appena uscita da scuola (perché la scuola c’entra sempre), si è fatta un tatuaggio.
"E quel tatuaggio?? Cosa ti è venuto in mente???", domanda la madre alla figlia (già cresciutina rispetto agl’infanti che uscivano dalla lezione con la maestrina di cui sopra) nel momento in cui accidentalmente la ragazzina ha il fondo schiena scoperto.
Scandalizzata perché la pargola si è marchiata a vita con un disegno di cui potrebbe pentirsi? Figuratevi! Arrabbiata perché lo ha fatto senza il suo consenso?? Ma non fatemi ridere!!! Cosa fa allora la madre? Si tira giù la zip posteriore della gonna e le fa vedere un tatuaggio variopinto aggiungendo: "Questo è un vero tatuaggio!" come per dire "Ragazzina, sei una dilettante!"

In effetti la ragazzina la guarda con una faccia tra lo sbalordito, il timoroso, il deluso e il compassionevole:

Ma ormai è fatta, la madre ha insegnato alla figlia come ci si fa un tatuaggio serio e ridendo e scherzando l’accompagnerà sulle strade difficili e tortuose della vita. Chissà, magari un giorno le spiegherà anche se viene richiamata dalla scuola perché va in giro succintina mostrando il pancino,  la colpa è degli insegnanti che non sanno neanche farsi un tatuaggio comme il faut, poveri repressi che non sono altro!

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La morte di Marco Simoncelli e la retorica del cordoglio a tutti i costi

Io non amo guardare le corse motociclistiche e automobilistiche in TV. A parte il fatto che non mi interessano, non capisco cosa ci trovi la gente.


Ma la gente fa un sacco di cose strane, quindi non mi dovrei stupire se qualcuno tra il sabato e la domenica si sveglia di notte e guarda un evento di questo genere in collegamento diretto da Sepang, chè poi sono i nomi di queste località che nella conoscenza geografica delle persone ricorrono una volta all’anno (Sepang, Jerez de la Frontera, Nurburgring, Hockenheim…) quasi a dimenticare che oltre ad avere un circuito per questo genere di pirlate sono anche località in cui la gente vive, lavora, opera. E muore.

La gente pensa che chi va in moto o corre in automobile sia invincibile, perché  sono persone che scivolano sull’asfalto prendendo per la tangente in modo mirabile, come se pattinassero sul ghiaccio o sul sapone, si rialzano e vanno a piedi verso i box, corsa finita, certo, ma almeno hai portato a casa la pelle. Il che ti fa percepire come un immortale, come uno che è riuscito a fregare la Grande Signora. 
E quando accade che qualcuno muore (come Villeneuve e Senna) entra subito nel mito.
La morte ti rende un eroe.
Come sta diventando un eroe questo povero ragazzo, questo Simoncelli, di cui non avevo mai sentito parlare prima d’ora. Anche questa è bella. Uno muore, specialmente in circostanze tragiche, e tutti lo conoscono. Da vivi si riesce tutt’al più a diventare famosetti.
Proprio perché ci sono aspetti della vita di cui uno è disinteressato.
E’ morto Andrea Zanzotto e molti avranno detto "e chi era?" perché magari non hanno mai aperto un libro di poesie in vita loro, non vedo perché, con la morte (avvenuta in modo tragico, ne convengo) del signor Marco Simoncelli, chi non segue le vicende di corse e gare motociclistiche e automobilistiche non possa dire altrettanto.

E quando succedono queste cose i commenti dei lettori sui siti web dei giornali diventano sinceramente imbarazzanti. Su "Repubblica" scrivono: "Difficile credere a questa tragica notizia." Già, e perché? La gente, purtroppo, muore. Continuamente, e nei modi più disparati. Perché stupirsi se una persona che viene travolta da due moto in rapida successione possa morire?
Il Corriere della sera on Line dà il via ai commenti dei lettori. [1] Ne estraggo solo un paio perché, come è logico, si stanno susseguendo a raffica:

"Che dolore commentare la morte di un ragazzo di 24 anni! Sempre bistrattati e mai considerati, questi nostri giovani figli stentano a trovare spazio e molto spesso perdono la vita tragicamente."
Ci avete fatto caso? L’autore (o l’autrice) parla di "questi nostri giovani figli". Come se il giovane motociclista deceduto fosse un po’ anche figlio suo. La gente proprio non ce la fa a occuparsi solo o precipuamente dei propri affetti, ha bisogno di sentire su di sé il dolore degli altri, come se questo potesse servire (non si sa bene a chi) a lenirlo.
"Stentano a trovare spazio"?? Ora, con tutto il dovuto rispetto verso chi muore, ma non mi pare che il signor Simoncelli abbia "stentato a trovare spazio." A 24 anni era un protagonista del motociclismo mondiale, correva per la Honda, e si può ragionevolmente dire che guadagnasse molto più di un operaio in cassa integrazione o di un lavoratore in nero.
E’ morto. Purtroppo è accaduto. C’è gente che a quell’età muore di tumore. La blogger
Anna staccato Lisa, lei sì che non solo ha stentato, ma quello spazio non l’ha proprio mai trovato. Possibile che il rispetto che si dovrebbe a chiunque muoia abbia un valore aggiunto sempre e solo per gli eroi, possibilmente innalzati sull’altare del mito? E i poveri cristi? Non sono anche loro un po’ "figli nostri"?

Un altro lettore scrive: "In questo triste momento siamo tutti vicini al papà , alla sorella e a tutti i tanti amici di Marco cosi come a tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo lavorando al suo fianco."
Dallo stile non sembra esattamente il messaggio di una persona che va a impinguare la bacheca virtuale dei sentimenti del Corriere della Sera, sembra piuttosto il testo di un messaggio di cordoglio di qualche carica dello stato, di qualche persona nota. Cosa vuol dire che "siamo tutti vicini al papà, alla sorella"? Ma perché, li conosceva, forse? E poi "tutti" chi? Ma un po’ di pudore no? Non si può lasciare questa gente a vivere il proprio dolore in santa pace e senza avere la presunzione di esserne un po’ parte anche noi a tutti i costi?

La risposta è no, non lo facciamo.

E quindi buona domenica di commemorazioni, frasi, lacrime spesso di circostanza, SMS che scorrono in basso sulle trasmissioni sportive delle TV locali, vittorie dedicate, e gente che ha parole solo per dire che non ha parole.
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Don Andrea Gallo e l’abitudine di dare del tu ai preti

Bisogna che lo affermi fortemente, che mi dà dimolta noja una abitudine di stampo puramente neo-cattolico, che è quella di dare del “tu” ai preti.

L’occasione, nemmeno a farlo apposta, me l’ha data il fazismo spinto alle estreme conseguenze dell’ultima (o penultima, sinceramente non lo ricordo) puntata di “Che tempo che fa…” in cui era ospite Don Andrea Gallo.

Potrei dire molte cose sull’umana simpatia che sinceramente non mi viene suscitata dall’ascolto delle parole di Don Andrea Gallo, e sul fatto che non ho mai letto uno solo dei pur copiosi libri che pubblica, per il semplice fatto che non ne sento l’esigenza, ma non è questo il conquibus.

Non sopporto che si arrivi, in una trasmissione televisiva, a legittimare questo amicismo spicciolo, questa falsa confidenza -o, se si vuole, questa confidenza falsata- che la gente pensa di avere con i sacerdoti.

Quand’ero piccino, il parroco di Vada, la seconda località in cui ho vissuto, che si chiamava Don Antonio Vellutini e a cui ho dedicato e spero di poter continuare a dedicare qualche intervento sul blog, lo chiamavano Don Vellutini e tutti gli davano del Lei. “Buonasera Don VellutiniDon Vellutini, mi volevo confessare… Ho messo incinta la mi’ fidanzata, ci sposa Lei Don Vellutini??”

Già chiamarlo più confidenzialmente “Don Antonio” sembrava uno spregio.

Poi… poi nulla… anzi, i tempi dell’impegno, dell’attivismo, dei gruppi, delle comunità. Ecco, ditemi un po’ voi chi ci ha mai capito qualcosa con le “comunità”… Cosa si mette in comune. E sporattutto, perché? Chi è che regge i fili di certo comunitanismo cattolico ad oltranza per cui uno smette di essere se stesso ed esiste in quanto “membro”? Ma membro perché? E anche qui transeat, sono domande a cui nessuno mi darà mai una risposta.

Ma ecco che questo calderone in cui si mischia tutto e si mette tutto in comune, ci fa perdere di vista il fatto che una volta ai preti si doveva un rispetto almeno formale.
Ora, per carità, non è detto che un prete, solo perché è un prete, non abbia e non conservi ancora degli amici personali. Ma sarà a loro che permetterà di dare del “tu”. Che c’entra tutto questo “Sai, vado a fare gli esercizi spirituali con Andrea (o con Riccardo o con Petronio)” -dove Andrea è Don Andrea, e Riccardo è Don Riccardo e Petronio è Don Petronio-.

Fatto sta che Fazio non ha fatto altro che chiamare “Andrea” un sacerdote come se ci andasse a mangiare la cassoela tutti i giorni. E non è mancato nemmeno il classico riferimento a “Faber”, “Faber” che è Fabrizio De André,

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“Amori criminali” di Camila Raznovich

Ogni sabato sera io e mia moglie andiamo a letto un po’ più tardi del solito.

Sarà perché è finita una settimana, perché è ancora inverno e si sta bene in casa, sarà che in camera c’è un piccolo televisore con il quale guardiamo si e no un paio di trasmissioni alla settimana, quando è grassa, sarà che il sabato sera tardi su RaiTre c’è Camila Raznovich che conduce “Amori criminali“.

Amori criminali è una trasmissione che parla di donne uccise dal proprio uomo. Marito, compagno o fidanzato geloso che sia.

Non c’è nulla da ridere, sono tragedie. Di troppo amore, o di amore sbagliato si muore.

E allora mi spieghino perché c’è una sigla allegra che scorre in sottofondo al disegno di un pugnale che ammazza un cuore, sui versi di Oscar Wilde.

Each man kills the things he loves
dadaddààààààaaa daddà-daddààààààaaaa

Che è una vera ingiustizia anche per Oscar Wilde, che quelle parole le aveva scritte per spiegare una estetica, una poetica, un credo narrativo, letterario, iconico, in una parola artistico. E’ Dorian Gray che dà una coltellata al suo ritratto e uccide se stesso. Non c’entra nulla con la storia di donne perseguitate e maltrattate.

Poi comincia la trasmissione con l’esposizione sommaria del caso e la storia dell’amore della povera vittima di turno nei confronti di bastardi inqualificabili che pian piano si rivelano essere quello che non sono.
Non è un film di cui si conosce già il finale, è

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