Ma il cancro non è uno spettacolo

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E’ tempo di outing. Nadia Toffa, Sabrina Scampini, Daria Bignardi, personaggi più o meno pubblici che hanno avuto un tumore (per il 100% donne) hanno deciso di raccontare la loro esperienza attraverso la TV o attraverso una intervista (le più discrete) alla stampa nazionale. Cosa spinga una persona che ha avuto un’esperienza così orribile come la scoperta di un cancro e le relative cure devastanti a metterci la faccia e andare in televisione a parlarne non si sa. Probabilmente è qualcosa che fa bene, che mette a nudo, che vuol dire “guardate, sono qui, con la mia parrucca e il mio fisico provato”, o, forse, più semplicemente, significa “ce l’ho fatta”. A prescindere dal fatto che quella persona ce l’abbia fatta veramente o meno.

Nadia Toffa è stata la prima in ordine di tempo ad apparire sullo schermo delle Iene per dire al suo pubblico (e non solo al suo, evidentemente) che è stata male, ma che in due mesi ha scoperto di avere un tumore, ha fatto la diagnosi, si è operata, si è sottoposta alle chemioterapie e radioterapie di rito ed è clinicamente guarita. Tempi da record, prima ancora di affermare che radio e chemioterapie sono le uniche armi per curare un tumore, proprio lei che fa parte dell’équipe di una trasmissione che ha rivendicato la presunta validità delle cosiddette cure “alternative”, dalle cellule staminali ai frullatoni di aloe, passando per l’Escozul (dalla contrazione dell’espressione castigliana “Escorpión azul”), il veleno degli scorpioni cubani azzurri (poi mi spiegheranno perché proprio quelli cubani, nelle altre nazioni non sono diffusi?), di cui io stesso avevo cominciato ad occuparmi quando la dottoressa Ester Pasqualoni, barbaramente assassinata nel giugno scorso, mi faceva pervenire preoccupanti lettere da La Habana da tradurre in italiano e mi chiedeva aiuto per dissuadere i pazienti che volevano farne uso. Perché c’è gente che ha bisogno di molto più di due mesi, e che arriva alla fine delle terapie stremata e senza forze, altro che parrucchina trendy e buonumore dal tubo catodico (ammesso che esistano ancora televisori col tubo catodico). Perché se prendi l’Escozul e non fai la chemio o la radio poi peggiori e probabilmente muori.
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Il “principe libero” fa aumentare gli accessi di valeriodistefano.com

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Negli ultimi due giorni, in concomitanza con la messa in onda della fiction sul cosiddetto “principe libero” dedicata a Fabrizio De André (fiction che mi sono ben guardato dal vedere in TV), il blog ha registrato un’impennata di accessi, concentrati soprattutto sul post dedicato alla “Canzone dell’amore perduto”, che mi ha apportato tante antipatie di cui vado orgoglioso.

Siete stati veramente un putiferio, e con questo apporto massiccio, quel post sta per diventare il più cliccato in assoluto (mancano, allo stato attuale, un paio di centinaia di accessi).

Troppo onore, non me lo merito. Ma guardate che ci sono più di altri 4000 post che parlano d’altro, quindi volendo si possono anche leggere. Mi raccomando.

La gauche-tsatsiki – Demis Roussos: goodbye and au revoir

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Il segreto di un blogger non è parlare di una persona solo quando è morta, ma possibilmente anticipare gli argomenti finché è viva. E di Demis Roussos avevo parlato anni fa, per cui andate a rileggervi il post e saprete.

Oggi che Demis Roussos non c’è più, mi viene da pensare che faceva parte di quella schiera di artisti “europei” che hanno fatto delle loro canzoni una sorta di chiave universale, un passepartout per unire le nazioni del vecchio continente tra 45 giri, LP, musicassette e stereo 8. Come gli Abba, Nana Moskouri, Caterina Valente, Salvatore Adamo, Charles Aznavour, Mireille Mathieu, Di Stefano ora basta, Demis Roussos ha cantato addii (Goodbye my love goodbye), amori (My only Fashination), tormenti spirituali (Profeta non sarò). Cantando in varie lingue, tra cui il tedesco, è stato uno dei primi ad abbattere il muro di Berlino già negli anni ’70 apparendo alla TV della DDR vestito da santone con tuniche enormi, la barba lunga, i capelli alla Kabir Bedi in Sandokan (solo che Demis Roussos ce li aveva già da prima).

In breve, ha fatto più per l’Europa Demis Roussos di quanto non possa fare Tsipras che, difatti, la prima cosa che ha buttato sulla carta è stato un accordo con la destra. E mentre Demis Roussos cala nella fossa, intellettuali come Mikis Theodorakis si staranno rivoltando nella tomba.
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Ebola Day

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E’ tutto pronto, non manca proprio nulla. Qualche poveraccio morto in condizioni igieniche e sanitarie precarie, un morbo per cui non si conosce vaccino, telecamere, giornalisti quanto basta.

E’ lo spettacolo del terrore che inizia, basta accendere la TV. Era già successo con l’AIDS negli anni 80, la malattia dell’edonismo reaganiano, ed è continuato con l’influenza aviaria, per cui tutti a guardare le anatre che migravano in cielo, con la speranza che non ci cagassero proprio sugli occhi.

Ogni dieci anni qualcuno si ricorda che c’è da smaltire quella fornitura di farmaci antivirali stoccati da qualche parte. Oppure che la gente ha una paura fottuta di morire, ça dépend. E facendo leva su questa paura da una parte, e sull’ignoranza dall’altra si realizza ogni giorno un film dell’orrore, di quelli dozzinali, che avevano titolo tipo “L’ultima notte nella tredicesima casa”, “I morti viventi vincono ancora” o “Non bussate alla mia finestra”. Quelli in cui lo vedevi lontano un miglio che c’era il trucco, e anche fatto male.

L’ebola non è altro che questo. In Spagna, dove una infermiera sta morendo, non si parla d’altro. Siti web e quotidiani sono letteralmente pieni dell’argomento “ebola”. La gente non sa più che fare o che dire. Hanno anche assassinato il suo cane per la psicosi che fosse portatore di malattia, bastardi. Rajoy ha già dichiarato che più di questo non si è in grado di fare (dopo il cane potrebbe provare a sparare a un rinoceronte per vedere di nascosto l’effetto che fa, soprattutto se lo prendi di striscio) ed è subito caos mentale.
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559

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La notizia di questi ultimi giorni è che ogni italiano spende in media 559 euro ogni tre mesi nell’acquisto di “dispositivi”. Cioè 186,33 euro al mese, e 2236 euro l’anno.

Ogni italiano. Anche i neonati nelle incubatrici e i vecchietti ospitati dalle case di cura e di riposo.

Va detto, a scanso di equivoci, che i “dispositivi” sono quelli elettronici (TV, radio, telefonini, tablet, PC, triccheballàcche…). No, perché esistono anche i “dispositivi” intra-uterini e certo giornalismo da strilloni non ci dice che quelli stanno fuori dal computo. Ingrati.

Ho fatto il calcolo di quello che succede a casa mia: abbiamo un televisore vetusto che sta cominciando a dare cenni di cedimento perché ogni tanto l’immagine sembra passata attraverso i filtri di Instagram, ma la TV la guardiamo poco. Svariati apparecchi radio sparsi un po’ per tutto l’appartamento perché la radio, quella sì, ci piace e tanto. In camera radio e TV. La radio è un regalo di nozze, quindi ha più di 10 anni, mentre la TV era quella che usavo nel mio appartamentino da single in Veneto e di anni ne ha una dozzina. Sia io che mia moglie abbiamo da “mantenere” uno smartphone ciascuno, nel senso che una volta al mese lo ricarichiamo di 15-20 euro. Quello di mia moglie è nuovo, il mio ha già un paio d’anni. Anche il PC è vecchiotto. Almeno 5 anni. Ma con Linux riesce a funzionare ancora bene e in maniera accettabilmente veloce. Siamo lontani dai 186 euro al mese.
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“In famiglia conviene averne quando serve!”

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Photo by Sage Ross (ragesoss.com), from Wikimedia Commons. Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported.

C’è una pubblicità di un noto medicinale di marca a base di ibuprofene di cui non faccio il nome, ma è il Moment, via, che mi torna spesso in mente in questi giorni.

C’è una signora che esce dalla farmacia, incontra una sua amica e le mostra la (nuova) confezione del Moment da 36 compresse (200 mg. ciascuna). L’amica pare entusiasta dall’idea di poter fare una scorta, lo compra anche lei, esce e in quel momento incontrano un signore che si ferma a sua volta piacevolmente stupito dal nuovo formato della confezione, e, soprattutto, dalla prospettiva di avere per lungo tempo la possibilità di accedere al medicinale una volta acquistato.

Una delle due donne, nello spot, dice che “In famiglia conviene averne quando serve”.

E vissero tutti felici e contenti.

Premetto che io sono un accanito sostenitore dell’uso dell’ibuprofene negli stati dolorosi. Compro il generico (mi dispiace per la casa farmaceutica che lo produce, ma pecunia non olet) nella versione da 400 mg. E generalmente passa tutto. E’ una confezione da 12 compresse e mi basta per un lungo periodo di tempo. Non posso farci nulla se soffro e ho sempre sofferto solo saltuariamente di mal di testa.
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Vanessa strangolata a Enna: un’arma mancata di distrazione di massa

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Oggi il caso di Vanessa ha occupato per qualche ora le prime pagine dei giornali on line.

E’ possibile che se ne parli a lungo, o forse no, della storia di questa ragazza di Enna, uccisa con un cavo del lettore DVD solo perché, durante un incontro intico col fidanzato, aveva osato profferire il nome del suo ex.

Si sa, sono cose di una gravità inaudita agli occhi di una persona che pare avesse fatto uso di cocaina, e allora l’unico mezzo per lavare l’onta subìta è quella dell’omicidio.

Omicidio che rimbalza per la giovane età della vittima (20 anni), per il dolore del padre (chissà che cosa si aspettavano i giornali, che avesse un composto e serafico contegno di manzoniano perdono?), per le foto della madre distrutta, per un crimine, che se l’assassino non fosse stato indotto, con un tranello, a confessare le sue responsabilità, oggi resterebbe impunito, o quanto meno con un sospettato in galera o iscritto sul registro degli indagati. Sarebbe diventato, in altre parole, un’arma di distrazione di massa.

Da Avetrana a Melania Rea, dalla scomparsa di Roberta o Mariella all’omicidio di Yara Gambirasio tutto è diventato spettacolo. Perfino il dolore e la morte, che sono quanto di più intimo appartenga a una persona. E’ un continuo ripetersi di dinamiche: c’è sempre lui, il compagno, il fidanzato, il marito, a essere arrestato, indagato o semplicemente sospettato.
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Massimo Scaglioni – La tv dopo la tv. Il decennio che ha cambiato la televisione: scenario, offerta, pubblico – Edizioni Vita e Pensiero

Reading Time: < 1 minutePresentazione del libro di Massimo Scaglioni (editore Vita e Pensiero)

      MP618026

da: http://www.radioradicale.it
Licenza: http://creativecommons.org/licenses/by/2.5/it/

Le rivolte contro chi?

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Sentite, io ve lo devo dire con il cuore, non ci sto capendo un cazzo.

C’è un sacco di gente che dice che la verdura e la frutta cominciano a a scarseggiare nei supermercati, non lo so, sarà anche vero, ma io tutta questa corsa all’accaparramento non la vedo, si disegnano scenari da Apocalipse Now, benzina che finisce, TIR fermi ai caselli e alle frontiere, si parla di Italia che esplode, ma soprattutto si paventano scioperi. Dicono che in Sicilia ci sono i "forconi", ma nessuno ci spiega cosa siano, protestano tutti, tutti, dai pastori sardi ai commercianti dell’Oltrepo Pavese.

Protestano, va bene. Ma per ottenere cosa? E, soprattutto, contro chi??

Pare che tra un’ora circa quelli di "Servizio Pubblico" capitanati da Santoro proveranno a spiegarci qualcosa. Sì, e lo faranno ospitando in studio Enrico Letta (Pd) e  Roberto Castelli (Lega Nord), insomma, allegria e chiarezza espositiva, moderazione di termini e dibattito pacato trasuderanno a fiotti da tutti i pori della trasmissione di Santoro e io andrò a dormire con le idee ancora più confuse.

Io non lo so chi siano tutti questi agricoltori, autotrasportatori, pescatori, imprenditori, benzinai, taxisti coi coglioni girati più della rotazione della terra attorno al proprio asse, ma posso quasi quasi azzardare che una percentuale di loro ha votato per Berlusconi e per il suo governo alle ultime elezioni.

E allora mi chiedo, con l’ingenuità e il candore che mi contraddistinguono, cosa vogliono? Vogliono dirci che con il governo Berlusconi eravamo SOLO sull’orlo del baratro mentre adesso, con il governo Monti ci siamo dentro? Mi sembra una magra consolazione, tenuto conto anche del fatto che Berlusconi sta appoggiando Monti e che oggi Bossi, con espressioni degne del miglior galateo, lo ha tacciato da "mezza cartuccia".

E’ un’Italia incazzata, indubbiamente, la nostra, ma senza sapere contro chi o contro cosa. Contro la casta dei politici che si mantiene i privilegi mentre i cittadini hanno sempre minori possibilità di accedere a beni e servizi? Ma se è così da decenni! Siamo davvero buffi noi italiani, ci càpita di svegliarci la notte e ci accorgiamo che sì, a mezzanotte è buio. Oppure che le navi vanno sottocosta a fare l’inchino e che no, non si dovrebbe fare, che se Schettino avesse dato subito l’allarme si sarebbero potuti salvare tutti, e che se la mi’ nonna Angiolina ciaveva le ruote era un carretto.

Proprio noi, che abbiamo fatto l’inchino all’onorevole di turno dagli albori della storia della Repubblica ci lamentiamo che il nostro paese si incaglia e si rovescia su un fianco!

“Questo e’ un vero tatuaggio!”

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C’era una pubblicità della Renault che mi piaceva da matti.

Era quella di un giovanotto che va a scuola, parcheggia la macchina davanti al portone al momento dell’uscita, i bambini escono correndo, lui allarga le braccia e invece del bambino gli corre incontro la maestra, oltretutto carina anche con le calze di nylon della nonna, e tutti lo guardano con invidia.

Dava un senso meraviglioso e liberatorio di giustizia. Voleva dire che anche un giovanotto non particolarmente strafigo in jeans e maglione poteva arrivare a un tocco di sventola come la maestra.

Adesso la pubblicità è cambiata.

Adesso c’è una madre che guida una vettura della Renault e che si accorge che la figlia, anche lei appena uscita da scuola (perché la scuola c’entra sempre), si è fatta un tatuaggio.
"E quel tatuaggio?? Cosa ti è venuto in mente???", domanda la madre alla figlia (già cresciutina rispetto agl’infanti che uscivano dalla lezione con la maestrina di cui sopra) nel momento in cui accidentalmente la ragazzina ha il fondo schiena scoperto.
Scandalizzata perché la pargola si è marchiata a vita con un disegno di cui potrebbe pentirsi? Figuratevi! Arrabbiata perché lo ha fatto senza il suo consenso?? Ma non fatemi ridere!!! Cosa fa allora la madre? Si tira giù la zip posteriore della gonna e le fa vedere un tatuaggio variopinto aggiungendo: "Questo è un vero tatuaggio!" come per dire "Ragazzina, sei una dilettante!"

In effetti la ragazzina la guarda con una faccia tra lo sbalordito, il timoroso, il deluso e il compassionevole:

Ma ormai è fatta, la madre ha insegnato alla figlia come ci si fa un tatuaggio serio e ridendo e scherzando l’accompagnerà sulle strade difficili e tortuose della vita. Chissà, magari un giorno le spiegherà anche se viene richiamata dalla scuola perché va in giro succintina mostrando il pancino,  la colpa è degli insegnanti che non sanno neanche farsi un tatuaggio comme il faut, poveri repressi che non sono altro!

La morte di Marco Simoncelli e la retorica del cordoglio a tutti i costi

Reading Time: 3 minutesIo non amo guardare le corse motociclistiche e automobilistiche in TV. A parte il fatto che non mi interessano, non capisco cosa ci trovi la gente.


Ma la gente fa un sacco di cose strane, quindi non mi dovrei stupire se qualcuno tra il sabato e la domenica si sveglia di notte e guarda un evento di questo genere in collegamento diretto da Sepang, chè poi sono i nomi di queste località che nella conoscenza geografica delle persone ricorrono una volta all’anno (Sepang, Jerez de la Frontera, Nurburgring, Hockenheim…) quasi a dimenticare che oltre ad avere un circuito per questo genere di pirlate sono anche località in cui la gente vive, lavora, opera. E muore.

La gente pensa che chi va in moto o corre in automobile sia invincibile, perché  sono persone che scivolano sull’asfalto prendendo per la tangente in modo mirabile, come se pattinassero sul ghiaccio o sul sapone, si rialzano e vanno a piedi verso i box, corsa finita, certo, ma almeno hai portato a casa la pelle. Il che ti fa percepire come un immortale, come uno che è riuscito a fregare la Grande Signora. 
E quando accade che qualcuno muore (come Villeneuve e Senna) entra subito nel mito.
La morte ti rende un eroe.
Come sta diventando un eroe questo povero ragazzo, questo Simoncelli, di cui non avevo mai sentito parlare prima d’ora. Anche questa è bella. Uno muore, specialmente in circostanze tragiche, e tutti lo conoscono. Da vivi si riesce tutt’al più a diventare famosetti.
Proprio perché ci sono aspetti della vita di cui uno è disinteressato.
E’ morto Andrea Zanzotto e molti avranno detto "e chi era?" perché magari non hanno mai aperto un libro di poesie in vita loro, non vedo perché, con la morte (avvenuta in modo tragico, ne convengo) del signor Marco Simoncelli, chi non segue le vicende di corse e gare motociclistiche e automobilistiche non possa dire altrettanto.

E quando succedono queste cose i commenti dei lettori sui siti web dei giornali diventano sinceramente imbarazzanti. Su "Repubblica" scrivono: "Difficile credere a questa tragica notizia." Già, e perché? La gente, purtroppo, muore. Continuamente, e nei modi più disparati. Perché stupirsi se una persona che viene travolta da due moto in rapida successione possa morire?
Il Corriere della sera on Line dà il via ai commenti dei lettori. [1] Ne estraggo solo un paio perché, come è logico, si stanno susseguendo a raffica:

"Che dolore commentare la morte di un ragazzo di 24 anni! Sempre bistrattati e mai considerati, questi nostri giovani figli stentano a trovare spazio e molto spesso perdono la vita tragicamente."
Ci avete fatto caso? L’autore (o l’autrice) parla di "questi nostri giovani figli". Come se il giovane motociclista deceduto fosse un po’ anche figlio suo. La gente proprio non ce la fa a occuparsi solo o precipuamente dei propri affetti, ha bisogno di sentire su di sé il dolore degli altri, come se questo potesse servire (non si sa bene a chi) a lenirlo.
"Stentano a trovare spazio"?? Ora, con tutto il dovuto rispetto verso chi muore, ma non mi pare che il signor Simoncelli abbia "stentato a trovare spazio." A 24 anni era un protagonista del motociclismo mondiale, correva per la Honda, e si può ragionevolmente dire che guadagnasse molto più di un operaio in cassa integrazione o di un lavoratore in nero.
E’ morto. Purtroppo è accaduto. C’è gente che a quell’età muore di tumore. La blogger
Anna staccato Lisa, lei sì che non solo ha stentato, ma quello spazio non l’ha proprio mai trovato. Possibile che il rispetto che si dovrebbe a chiunque muoia abbia un valore aggiunto sempre e solo per gli eroi, possibilmente innalzati sull’altare del mito? E i poveri cristi? Non sono anche loro un po’ "figli nostri"?

Un altro lettore scrive: "In questo triste momento siamo tutti vicini al papà , alla sorella e a tutti i tanti amici di Marco cosi come a tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo lavorando al suo fianco."
Dallo stile non sembra esattamente il messaggio di una persona che va a impinguare la bacheca virtuale dei sentimenti del Corriere della Sera, sembra piuttosto il testo di un messaggio di cordoglio di qualche carica dello stato, di qualche persona nota. Cosa vuol dire che "siamo tutti vicini al papà, alla sorella"? Ma perché, li conosceva, forse? E poi "tutti" chi? Ma un po’ di pudore no? Non si può lasciare questa gente a vivere il proprio dolore in santa pace e senza avere la presunzione di esserne un po’ parte anche noi a tutti i costi?

La risposta è no, non lo facciamo.

E quindi buona domenica di commemorazioni, frasi, lacrime spesso di circostanza, SMS che scorrono in basso sulle trasmissioni sportive delle TV locali, vittorie dedicate, e gente che ha parole solo per dire che non ha parole.
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Don Andrea Gallo e l’abitudine di dare del tu ai preti

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Bisogna che lo affermi fortemente, che mi dà dimolta noja una abitudine di stampo puramente neo-cattolico, che è quella di dare del “tu” ai preti.

L’occasione, nemmeno a farlo apposta, me l’ha data il fazismo spinto alle estreme conseguenze dell’ultima (o penultima, sinceramente non lo ricordo) puntata di “Che tempo che fa…” in cui era ospite Don Andrea Gallo.

Potrei dire molte cose sull’umana simpatia che sinceramente non mi viene suscitata dall’ascolto delle parole di Don Andrea Gallo, e sul fatto che non ho mai letto uno solo dei pur copiosi libri che pubblica, per il semplice fatto che non ne sento l’esigenza, ma non è questo il conquibus.

Non sopporto che si arrivi, in una trasmissione televisiva, a legittimare questo amicismo spicciolo, questa falsa confidenza -o, se si vuole, questa confidenza falsata- che la gente pensa di avere con i sacerdoti.

Quand’ero piccino, il parroco di Vada, la seconda località in cui ho vissuto, che si chiamava Don Antonio Vellutini e a cui ho dedicato e spero di poter continuare a dedicare qualche intervento sul blog, lo chiamavano Don Vellutini e tutti gli davano del Lei. “Buonasera Don Vellutini… Don Vellutini, mi volevo confessare… Ho messo incinta la mi’ fidanzata, ci sposa Lei Don Vellutini??”

Già chiamarlo più confidenzialmente “Don Antonio” sembrava uno spregio.

Poi… poi nulla… anzi, i tempi dell’impegno, dell’attivismo, dei gruppi, delle comunità. Ecco, ditemi un po’ voi chi ci ha mai capito qualcosa con le “comunità”… Cosa si mette in comune. E sporattutto, perché? Chi è che regge i fili di certo comunitanismo cattolico ad oltranza per cui uno smette di essere se stesso ed esiste in quanto “membro”? Ma membro perché? E anche qui transeat, sono domande a cui nessuno mi darà mai una risposta.

Ma ecco che questo calderone in cui si mischia tutto e si mette tutto in comune, ci fa perdere di vista il fatto che una volta ai preti si doveva un rispetto almeno formale.
Ora, per carità, non è detto che un prete, solo perché è un prete, non abbia e non conservi ancora degli amici personali. Ma sarà a loro che permetterà di dare del “tu”. Che c’entra tutto questo “Sai, vado a fare gli esercizi spirituali con Andrea (o con Riccardo o con Petronio)” -dove Andrea è Don Andrea, e Riccardo è Don Riccardo e Petronio è Don Petronio-.

Fatto sta che Fazio non ha fatto altro che chiamare “Andrea” un sacerdote come se ci andasse a mangiare la cassoela tutti i giorni. E non è mancato nemmeno il classico riferimento a “Faber”, “Faber” che è Fabrizio De André,

“Amori criminali” di Camila Raznovich

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Ogni sabato sera io e mia moglie andiamo a letto un po’ più tardi del solito.

Sarà perché è finita una settimana, perché è ancora inverno e si sta bene in casa, sarà che in camera c’è un piccolo televisore con il quale guardiamo si e no un paio di trasmissioni alla settimana, quando è grassa, sarà che il sabato sera tardi su RaiTre c’è Camila Raznovich che conduce “Amori criminali“.

Amori criminali è una trasmissione che parla di donne uccise dal proprio uomo. Marito, compagno o fidanzato geloso che sia.

Non c’è nulla da ridere, sono tragedie. Di troppo amore, o di amore sbagliato si muore.

E allora mi spieghino perché c’è una sigla allegra che scorre in sottofondo al disegno di un pugnale che ammazza un cuore, sui versi di Oscar Wilde.

Each man kills the things he loves
dadaddààààààaaa daddà-daddààààààaaaa

Che è una vera ingiustizia anche per Oscar Wilde, che quelle parole le aveva scritte per spiegare una estetica, una poetica, un credo narrativo, letterario, iconico, in una parola artistico. E’ Dorian Gray che dà una coltellata al suo ritratto e uccide se stesso. Non c’entra nulla con la storia di donne perseguitate e maltrattate.

Poi comincia la trasmissione con l’esposizione sommaria del caso e la storia dell’amore della povera vittima di turno nei confronti di bastardi inqualificabili che pian piano si rivelano essere quello che non sono.
Non è un film di cui si conosce già il finale, è

Elenco delle cose che mi hanno fatto girare i coglioni in “Vieni via con me”

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– Fabio Fazio che invita (ma per scherzo, sapete?) Milena Gabanelli ad andare a lavorare perché deve pagare tutti i milioni richiesti nelle cause che la sua coraggiosa trasmissione ha ricevuto in tutti questi anni;

Roberto Saviano che racconta le storie commoventi dei morti nella Casa dello Studente de L’Aquila e non denuncia la storia da piangere della mancata ricostruzione e della dignità dei vivi che non hanno più una città che è stata completamente cancellata dalla memoria degli uomini;

Roberto Saviano che continua a pubblicare per la Mondadori e cita l’articolo 34 della Costituzione sulla scuola e le parole di Pietro Calamandrei;

Fabio Fazio che continua a fare la padroncina di casa della RAI nonostante tutto;

Fabrizio De André tirato fuori a sproposito, anche solo con una citazione da "Il Testamento di Tito", perché fa tanto vangelo laico, che, tradotto, significa "cattocomunista";

i balletti su una versione da commento sonoro ai film del muto degli anni venti, suonata con la pianòla scordata, che costano una barcata di quattrini per due o tre minuti di amenità che non si capisce nemmeno cosa vogliano dire;

Domenico Starnone che ci racconta com’è e come deve essere una scuola ideale ma intanto campa coi diritti d’autore delle sue opere e sarebbe bene che tornasse a guadagnare quanto un insegnante che campa solo del suo stipendio, poi lo vedi come gli passano le rùzze da comparsata televisiva;

il Procuratore Nazionale antimafia Piero Grasso che parla di eliminazione di alcune garanzie solo formali per lo snellimento dei processi penali, ignorando che uno stato che  è disposto a eliminare le garanzie a favore di una giustizia penale più veloce probabilmente non si merita né garanzie né giustizia penale più veloce. E anche perché il Dottor Gian Carlo Caselli non direbbe mai una cosa del genere;

don Luigi Ciotti che ha fatto la litania della legalità, che è la stessa cosa che ci permette di dire che Marcello Dell’Utri non può essere ritenuto colpevole del reato di associazione mafiosa perché non è ancora intervenuta una sentenza definitiva passata in giudicato e che Berlusconi è incensurato;

Roberto Saviano che pronuncia "Iòrghe Luis Bòrghes" per "Jorge Luis Borges";

il ringraziamento a Endemol, che fa capo a Berlusconi anche lei.

Via con loro e cosi’ sia

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Dio mio la trasmissione di Saviano, Fazio & C…

Per carità, non che io sia stato del tutto preconcezionista nei confronti di un programma che avrebbe dovuto essere di denuncia, dare un po’ di respiro a una televisione ripetitiva, in cui la cosa più guardabile resta “Ballarò” perché molte trasmissioni si sono degradate, fino a fermarsi poco più in alto di certi rotocalchi da uno o due euro, poco più in basso del più economico dei principi attivi delle benzodiazepine e dei tranquillanti.

Ci si aspettava molto, dunque, e a ragione.

E il successo è arrivato, puntuale, non perché sia stato molto quello che ci hanno dato, ma perché in confronto a quello a cui siamo abituati anche una trasmissione mediocre è da dieci e lode.

Dice “Ma c’era Benigni”. Sì, e allora? Non si ha certo bisogno dei comici per sapere che Berlusconi ha tutto. Lo sappiamo da soli, però non reagiamo. Perché? Perché siamo dei vigliacchi, ecco perché, perché abbiamo bisogno di qualcuno che le cose le dica per noi, perché noi non abbiamo le parole, perché c’è andato gratis, perché paghiamo il canone, perché la vita è bella e lui ha citato “Era de maggio”, perché ha fatto la rima stanze/depandànze, perché Saviano era imbarazzato e triste, perché noi stavamo nella comodità dei nostri divani morbidi, con i piedi stanchi e puzzolenti dentro le ciabatte di casa dopo aver lavorato un giorno intero o dopo non aver fatto un cazzo perché licenziati o in cassa integrazione, e allora chi ce lo fa fare di metterci a pensare se c’è un comico che lo fa per noi??

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E’ morto Tom Bosley, “papa'” Howard Cunningham in Happy Days

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Ci sono persone che quando se ne vanno sembra quasi che se ne vada un familiare, una parte di te, sotto forma di ricordi, o anche soltanto di abitudine.

Ecco,l’abitudine è quella che non muore mai anche se le persone se ne vanno.

E allora addio alla piacevole abitudine bambina, o, quanto meno, adolescente, di guardare Tom Bosley interpretare Howard Cunningham, il papà di Richie in "Happy Days".

Un ebreo che interpretava un repubblicano americano convinto nell’America provinciale di Milwakee negli anni ’50 e che diceva "Maaaaaaaarioooooooon…" sempre con la stessa faccia paciosa e bonacciona.

Beato davvero chi l’ha condiviso.

La follia degli (ultimi) SMS per Sarah Scazzi

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E adesso, per favore, la si faccia finita davvero.

E che il funerale di una giovanissima ragazza porti quel silenzio autenticamente tombale che il distacco dal dolore introduce nell’oblio.

Che non è oblio di quello che le è stato perpetrato in vita, ma di ciò che le è stato vigliaccamente gettato addosso post-mortem.

Le ragazze normali non le considera nessuno, ma quando diventano "angeli biondi" l’odore di retorica comincia a farsi nauseabondo e fuori luogo.

Tra gli adolescenti continua a circolare un SMS, la versione che ho potuto raccogliere recita così:

Facciamo una preghiera x la povera ragazza sarah scazzi ke e st ammazzata e gettata in un pozzo… ti prego falla girare…se nn lo farai significa ke 6 una xsona kruda e snz cuore…ciao sarah! Tvb noi tt!

Capite? La gente manda questa roba ai ragazzini.

Come a dire che chi NON fa una preghiera, o interrompe la Catena di Sant’Antonio vagamente minacciosa, sgrammaticata e con errori di ortografia deve sentirsi in colpa. Una colpa grave, gravissima, quella di non volersi unire all’amalgama della massa e del pensiero pervertito.

In colpa di cosa? Di essere ateo? Di non pregare? Di non avere i 15 centesimi di rito per inviare un SMS? O il non volerli spendere per non voler aderire a una solenne e ridondante stupidaggine?

Che uno dice "Ma una preghiera non si nega nemmeno a un condannato a morte!"  (salvo, poi, condannare a morte l’assassino, quello no che non merita preghiera!) Ricordate la canzone di Enrico Ruggeri e Andrea Mirò "Nessuno tocchi Caino"? Brutta e scritta male, d’accordo
Ma "una croce e un gesto di pietà" sono il kit di sopravvivenza per chiunque muoia, illa razione K del cattolicesimo non si nega a nessuno, anzi, lo si impone, pena l’essere senza cuore.


Ora, tra gli ultimi sgocciolamenti di morbosità, nel liquefarsi del torbidume residuo che questa vicenda può ancora esprimere, il Corriere della Sera ha rivelato che:

a) la madre della vittima non parteciperà alla funzione religiosa;

b) Sarah Scazzi non è stata battezzata perché la madre è Testimone di Geova.

Chissà se qualcuno, grazie a queste inutili rivelazioni, avrà anche il coraggio di dire che va bene, c’è libertà di religione in Italia, sì, ma che è stato meglio che a Sarah fosse riservato il rito che tutti, meno la madre, volevano per lei.

Quelli che su Facebook vogliono la pena di morte e non dimenticheranno mai Sarah Scazzi senza averla conosciuta

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Eccoli, ancora, dunque, gli sciacalli della cronaca, gli sfruttatori del dolore e della pura rabbia, dell’occhio per occhio dente per dente, del “io mi farei giustizia da solo tanto, cosa vuoi, in Italia di giustizia non ce n’è“.

Aprono un gruppo su Facebook e lo intitolano “Pena di morte per Michele Misseri, zio di Sarah Scazzi”.

Sono due clic, per carità, nulla di particolarmente impegnativo, chè le sinapsi di costoro mai arriverebbero a fare qualcosa di informaticamente diverso dal “clicca qui” o “clicca là”.

L’unica cosa veramente difficile da immettere in una operazione simile, oltre alla totale mania di protagonismo al limite del patologico, è un tempismo invidiabile.

In “Amici miei” la definizione del “genio” veniva data tramite “fantasia, intuizione, colpo d’occhio e rapidità di esecuzione”.

Essere geni su Facebook è molto semplice. Basta non avere nulla da fare (nulla di particolarmente scocciante o impegnativo, come alzarsi la mattina per andare a lavorare, ad esempio…) ed essere al computer nel momento in cui arriva una notizia che turbi la sensibilità dell’opinione pubblica al punto da causare un maremoto emotivo, sulla cui onda cavalcano questi surfer improvvisati.

Ma sì, la pena di morte per lo zio di Simona Scazzi, Dio che ideona!!

E da lì, più di 20.000 persone si iscrivono, perché è chiaro, chi non vorrebbe avere tra le mani un assassino per essere un po’ assassino a sua volta? “Lasciàtelo a me che l’ammazzo io”, sembra gridare dal fondo di un anonimato che tale non è (aprire un gruppo su Facebook è più o meno come aprire una casella di posta elettronica, si può sempre risalire a chi l’ha fatto).

E tutti gli altri 20.000 e passa che sembrano rispondere: “Lascia un capello a me!” oppure “Le unghie dei piedi gliele strappo io con le pinze arroventate!“, “Io gli brucio gli occhi…“, “Io gli trafiggo il cuore con un paletto di fràssino…” “Sì ma non picchiare troppo forte se no muore subito!

L’odio e la barbarie di uno solo lasciano spazio all’inciviltà di 20.000.

Per uno zio che ammazza la nipote biondina ci sono 20.000 individui disposti a identificarsi nientemeno che col dolore di una famiglia (che è quanto di più personale possa esistere), che si sente in diritto, anzi, in dovere, di sostituirsi allo stato nell’applicazione di una pena.

La pena di morte fu invocata da tantissime persone (ben più delle trascurabili 20.000 raccattate da questi giocherelloni del web) anche per Sacco e Vanzetti. L’applicarono infatti, solo che risultarono innocenti.

Lo zio della giovane vittima, con ogni probabilità, innocente non lo è.

Ed è proprio qui che deve agire lo stato, non i cittadini.

Cittadini buoni solo a fare una pagina web o a cliccare su un “Mi piace” o, peggio ancora, a scrivere “Non ti dimenticheremo mai!”

Ma non ti dimenticheremo mai DE CHE??

La conoscevano Simona Scazzi? L’avevano mai invitata a qualche festa, pranzo o cena a casa loro? Ci hanno parlato?? Hanno mai condiviso un pensiero, uno scambio di opinioni, una risata con lei? O pensano che il solo fatto che ne abbia parlato la televisione attraverso una trasmissione esecrabile dia loro il diritto di dire una cosa simile?

La madre non la dimenticherà mai, un vedovo non dimenticherà mai la moglie morta, un padre non dimenticherà mai il figlio morto per un incidente stradale, o sul lavoro, ci sono persone che vivono privatamente dei lutti indicibili e dei dolori inenarrabili. Privatamente. Mute.

Ci vogliono legami affettivi forti e indissolubili per non dimenticare mai una persona.

Ma questa gente che invoca la forca per gli assassini e si mostra biecamente su internet senza timore del ridicolo, si può sapere chi diàvolo era rispetto alla vittima?

Emeriti sconosciuti che non conoscevano una ragazza sconosciuta. E non la dimenticheranno mai. Complimenti!

E finché saranno su Facebook non li dimenticheremo neanche noi. Ci mettono la faccia, il nome e il cognome. La vergogna e il pudore, non sanno neanche da che parte abitino.
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