La morte di Hevrin Khalaf

Hervin Khalaf aveva solo 35 anni. Curda, ingegnere, attivista per i diritti delle donne, segretario generale del Partito Futuro siriano,tra Manbij e Qamishlo è stata tradita da un’imboscata delle milizie filo-turche mentre si recava al confine con la Siria. E’ stata lapidata e uccisa. Intanto gli stati europei, nonostante tanti bei discorsi di circostanza, hanno continuato per anni a rifornire la Turchia di armi che adesso vengono utilizzate nella folle logica di sterminio del popolo curdo. Ecco. E poi dite che non mi occupo di avvenimenti internazionali…
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Libertà d’espressione vo’ cercando

Un'immagine di Gabriele del Grande tratta da Wikipedia
Un’immagine di Gabriele del Grande tratta da Wikipedia

A me il 25 aprile è sempre piaciuto.

Sarà perché, da che io ricordi, c’è sempre stata un’aria primaverile e friccicarella. O perché il 25 aprile ti accorgi che è giusto cantare “Bella ciao” a Adele Marie (ah, Adele Marie è mia figlia, ha un anno!) che batte le manine anche se non sa perché. O anche perché è il compleanno di valeriodistefano.com ed è una data che ti ricorda che bene o male qualcosa di buono l’hai fatto e che il blog è ancora in piedi (anche se i soliti paladini delle libertà hanno tentato di sparargli alle gambe).

Insomma, mi piace l’idea di avere una Liberazione con la maiuscola da ricordare e di essere una persona libera grazie al sacrificio di tanti che adesso non ci sono più (“e questo è il fiore/del partigiano/morto per la li-ber-tà”).

Poi oggi è anche bello festeggiare un’altra liberazione (con la minuscola, stavolta, ma non meno importante), quella di Gabriele Del Grande dalle carceri della Turchia, dove qualcuno cercava evidentemente di raggiungere qualcosa di più prezioso della sua libertà personale, la sua libertà di opinione, di critica e di denuncia (se no non lo avrebbero tenuto una dozzina di giorni recluso senza nemmeno la formulazione di un capo di imputazione).

Perché oggi ci teniamo un po’ tutti di più alla libertà di dire, di esprimersi, di parlare, di criticare, magari anche di sbeffeggiare e di fare satira. Però poi domani ricominciamo tutti a prenderela con quel giornale che ha pubblicato quelle cose che non ci stanno bene, con quell'”amico” di Facebook che ci ha “imbrattato” la bacheca delle sue opinioni politiche, no, ma come si permette, una bacheca così onorata, ricominceremo con le sempiterne solfe del “ma Lei non sa chi sono io, badi a come parla, io la querelo!”

Nulla di nuovo. Se solo non ricordassimo (e nonce lo ricordiamo!) che quello che siamo lo dobbiamo proprio al 25 aprile: bentornato Gabriele (e Adele Marie batte ancora le manine).

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Grida “Erdogan è un ladro!” Viene condannata a undici mesi di carcere

Elifhan Kose, docente universitaria turca, ha gridato, durante una manifestazione, lo slogan “Erdogan ladro”. Per questo è stata condannata a undici mesi di reclusione.

In Italia vari quotidiani, tra cui La Stampa di Torino, si sono profondamente indignati per questa sproporzione tra il fatto commesso e la pena comminata. Dimenticando che in Italia lo stesso fatto avrebbe potuto essere punito ben più gravemente: chiunque nel territorio dello Stato offende l’onore o il prestigio del Capo di uno Stato estero è punito con la reclusione da uno a tre anni (art. 297 c.p.). Voi mi direte: “Ma è stato abrogato nel 1999!” Vero. Però per diffamazione si rischia lo stesso un massimo di tre anni di reclusione,  sicché c’è poco da scaldarsi, la Turchia è un paese molto più libero e tollerante del nostro.

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Dalla Turchia con livore

A seguito del mio articolo sull’oscuramento di Twitter in Turchia, mi sono arrivati commenti pubblici e mail private di un signore italiano che vive lì. E che ha cercato notizie su Kati Hirschem. Lo rassicuro, è un personaggio letterario.

Definisce il mio articolo “ridicolo e superficiale“. E fin qui è un suo diritto, non è certo questa la sede adatta per discuterne.

Mi segnala, inoltre, di non vedere “in esso nessuna analisi o conoscenza dei reali accadimenti qui in Turchia” e mi fa notare che mentre io me ne sto al calduccio nella placida democrazia italiana che mi permette qualunque libertà di espressione, in Turchia alcuni giornalisti languono nelle galere del Paese senza neanche un processo sommario (l’espressione che ha usato è, letteralmente, “senza processo“, quindi si intende “senza NESSUN tipo di processo” neanche quello sommario alla Ceausescu, per intenderci).

Partiamo da una premessa necessaria e indispensabile: Twitter, Facebook, YouTube e anche Wikipedia NON sono risorse democratiche della rete.
Appartengono a dei gruppi di interesse che vi versano fior di quattrini (o, in altri casi, li fanno versare dai donatori) e, quindi, il loro contenuto può essere censurato, elaborato, oscurato o mantenuto secondo i parametri che questi gruppi di interesse stabiliscono volta per volta per il loro esclusivo e personale tornaconto.
E’ il caso, ad esempio, della foto della donna africana che allattava a seno nudo oscurata da Facebook.
Non si sa quanti account al giorno vengano chiusi di iniziativa di Twitter, ma sappiamo che, a torto o a ragione, ci sono.
YouTube è il più grande contenitore di filmati e musiche protetti da diritti d’autore. Questo non vuol dire che YouTube sia illegale (il contenitore non può essere responsabile di chi immette i contenuti) ma significa che se si procedesse contro TUTTI coloro che immettono contenuti illegali su YouTube, YouTube crollerebbe.
Sulla non-democrazia in Wikipedia (autentica terra di nessuno) ho scritto così tanto che vi rimando alla sezione relativa.

Cosa so della situazione in Turchia?
Vediamo, so che il Primo Ministro si chiama Erdogan, che non è un signore esattamente tollerante (come Berlusconi), ma che è andato al potere perché una maggioranza del suo paese lo ha votato in elezioni regolari e definite “democratiche” alla vigilia, che ha condanne penali (come Berlusconi) e che sotto il suo governo sono state varate leggi che permettono di bypassare la funzione della magistratura, come è accaduto nei governi Berlusconi, ma stavolta in materia di censura. L’editto bulgaro su Biagi, Santoro e Luttazzi, insomma, come l’editto di Ankara contro Twitter. Solo che di Enzo Biagi si sono dimenticati tutti, mentre di Twitter in Turchia ci si dimenticherà fra due giorni.

Beninteso, la colpa non è solo di Berlusconi, che ha vinto anche lui delle elezioni democratiche, a differenza di Renzi. Il 1 aprile prossimo, in Italia, entrerà in vigore il regolamento dell’AGCOM che toglie alla magistratura il potere di stabilire, attraverso un regolare dibattimento processuale, cosa è coperto da diritto d’autore e cosa no, e di oscurare, eventualmente, i siti che ospitano questi materiali.

Alla faccia della democrazia italiana!

 

Grafica da: http://it.wikipedia.org/wiki/Turchia

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La Turchia oscura Twitter. E chi se ne frega?

La non-notizia, stavolta, è il blocco notturno di Twitter da parte della Turchia.

E’ un’operazione pienamente legittima. Quindi, non dovrebbe costituire un tema di discussione, nè occupare i primi posti dei siti on line dei quotidiani italiani e stranieri.

Ho detto che è un’operazione legittima, non un’operazione condivisibile nel contenuto. Ma se uno Stato sovrano (e la Turchia lo è!) decide che in quello stato Twitter non entra, Twitter non entra. Punto. E’ finito il discorso.

E’ un “colpo di mano”? Forse. E’ una limitazione alla libertà di espressione dei cittadini? Certamente, almeno dal punto di vista formale (non mi sembra siano state oscurate le piattaforme blog, la possibilità di scambiarsi e-mail, i siti di informazione principali).
Ma lo possono fare. Esattamente come in Italia la magistratura oscura quotidianamente siti o parti di siti per diffamazione, pornografia, violazione del diritto d’autore. Che sono, per certi versi, forme di libera espressione. Che nel nostro ordinamento ricadono nella fattispecie di “reato” ma sempre espressione sono.
Oppure diciamo pure tranquillamente che la “libera espressione” è ciò che ci piace.

L’URSS ha “bannato” per decenni le trasmissioni radio dall’Ovest e ci lamentiamo di una mezza nottata di Twitter in Turchia.

Erdogan ha detto: “Estirperemo i social”. Frase forte? E sia pure. E chissà che non sia un male. Twitter è pur sempre pieno di persone che litigano, che se ne dicono di tutti i colori, assieme a Facebook è la terra di nessuno della diffamazione, del litigio, di incompetenti arrivisti o arrivisti incompetenti e anche di una generosa manciata di zoccole. Se loro non lo vogliono amen.

Che uno dice: “Eh, ma così si oscura l’informazione corretta e si impedisce ai turchi di conoscere la verità.”
Già, perché lo Stato Italiano che la verità su Ilaria Alpi e Miran Hrvovatin l’ha tenuta nascosta per vent’anni (confronta il post di ieri) ha fatto di meglio, nevvero?
E poi “Chi visita la Turchia per turismo non avrebbe comunque  il diritto di accedere a Twitter e raccontare quello che succede là.
A parte il fatto che ai turisti non lo ordina di certo il medico di fare i cazzoncelli presuntuosetti con il Touchphone e andare in giro a giocare al piccolo freelance in 140 caratteri.
E poi, se vogliono andare in Turchia che si adeguino. Se no se ne stiano a casa, loro e il loro schizofonino del cazzo.

Gli USA lo hanno definito un “atto codardo“. Chissà come mai non si sono preoccupati della Corea del Nord che da decenni blocca qualsiasi libertà di informazione e di espressione!

Mi sa che ci vado in Turchia. Voglio prendermi un the con Kati Hirschem e parlare con lei di quanto sia impazzito l’Occidente.

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