Asti: il giudice legge la sentenza di condanna di un imputato senza aver sentito le tesi della difesa

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“Al Tribunale di Asti è accaduto l’incredibile.  A conclusione di un processo avviato per accertare se sussiste il reato di violenza sessuale contestato ai genitori nei confronti della figlia minore, inizia la discussione finale nel corso della quale prendono la parola il pubblico ministero, il difensore della parte civile e il difensore di uno degli imputati. La discussione in difesa dell’altro imputato viene rinviata ad altra data. Nel corso di quest’ultima udienza accade l’abnorme paradosso. Il Tribunale in composizione collegiale rientra in aula e anziché dare la parola alla difesa per la programmata discussione rimane in piedi e, in nome del popolo italiano, dà lettura del dispositivo della sentenza che condanna entrambi gli imputati”

(Alberto De Sanctis – Associazione Avvocati Penalisti)

Io credo nello stato di diritto. E queste NON sono azioni degne di uno stato di diritto.

Fonte: www.repubblica.it

Pavia: maestra denuncia i maltrattamenti in famiglia a una alunna. Sospesa per un giorno per violazione del segreto d’ufficio e per aver arrecato un danno all’immagine della scuola.

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L’alunna, una bambina di scuola primaria, subiva violenze in famiglia. L’insegnante, insospettita vedendo continuamente lividi alle gambe della piccola, e assistendo a continui pianti in classe ne parla con la preside. Una volta, due volte, tre volte, varie volte. Ma non succede nulla. Allora decide di agire per conto proprio e di denunciare alle forze dell’ordine quello che ha visto. Mal gliene incolse perché la sua dirigente scolastica l’ha sospesa per un giorno senza paga per aver violato il segreto d’ufficio e aver arrecato un danno d’immagine alla scuola. “La bambina era in pericolo e ho deciso di agire secondo coscienza“, ha riferito la docente alla stampa locale. Il tribunale di Pavia ha revocato la sospensione e ha invitato la dirigente scolastica a rifondere la cifra di 75 euro alla docente, pari alla retribuzione di un giorno. Il procedimento è stato aggiornato al prossimo mese di dicembre.

Ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame

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Una signora 80enne di Genova ha rubato per fame. Pane, carne e una bottiglia di limoncello. Valore totale della merce 20 euro. Al processo il suo legale ha invocato la scriminante dello stato di necessità. Il giudice non ha sposato la tesi della difesa e ha condannato la signora alla pena di due mesi e venti giorni di reclusione. Per 20 euro. Per la fame. Per pochi beni di prima necessità (perché a volte è necessario anche l’alcol, ci sono da affogarci dentro la povertà, l’emarginazione e la depressione di una condizione di indigenza). Sono i casi in cui dura lex sed lex, questo sì, ma la giustizia svirgola clamorosamente il tiro nella porta della valutazione della effettiva gravità dei fatti e della proporzionalità tra quest’ultima e la pena comminata.

“Così lo impiccheranno con una corda d’oro/è un privilegio raro/rubò sei cervi nel parco del re/vendendoli per denaro”.

Salvini si faccia processare

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Il Tribunale dei Ministri di Catania, rigettando la tesi del Pubblico Ministero che aveva chiesto l’archiviazione, ha deciso di chiedere l’autorizzazione a procedere nei confronti del Ministro dell’Interno Salvini contestandogli il reato di sequestro di persona (art. 605 del Codice Penale), per il quale sono previste pene variabili da 3 a 15 anni di carcere.

Inizialmente Salvini ha affermato di volere immediatamente il processo, posizione che gli fa onore, salvo poi ripensarci e dire, successivamente, che si vedrà che cosa dice il Parlamento (della serie: “C’è sempre l’immunità parlamentare”), posizione che gli fa un po’ meno onore.

Non ci sono santi che tengano, Salvini deve farsi processare. Non può salvarsi dal processo, ma nel processo, difendendosi come riterrà più opportuno e accettando il rischio di una condanna. Non è un cittadino qualsiasi, è il Ministro dell’Interno, è il capo delle forze di polizia, non può essere gravato dal peso del sospetto di aver sequestrato una nave intera, con tutti i suoi componenti a bordo e averli privati della libertà personale. Deve difendersi (se può) in un pubblico dibattimento e in tre gradi di giudizio. Se ad essere accusato di sequestro di persona fosse, ad esempio, un privato cittadino senza ruolo istituzionale, come, ad esempio, un ufficiale della guardia costiera, che non facesse attraccare o scendere a terra gli occupanti di una nave in stato di necessità, a quest’ora quella persona sarebbe già sospesa dal suo incarico e in attesa di procedimento penale. Non potrebbe, cioè, contare sul filtro del dibattito parlamentare che potrebbe salvarlo dal procedimento. E’ detto un po’ di schifo ma si capisce.

Salvini l’impunità non può permettersela. Lo deve a tutti gli italiani. Sono ipotesi di reato di una gravità estrema, non ci se la cava con una letterina di scuse o con un risarcimento danni. Deve difendersi, Salvini, perché mi deve dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, di essere migliore di tutti noi, di aver agito nella più totale legalità, di essere stato legittimato a fare quello che ha fatto, e che quello che ha fatto corrisponda perfettamente all’invocato articolo 52 della Costituzione, che prevede che la difesa della patria (da cosa? Da persone che avevano bisogno??) sia sacro dovere di ogni cittadino. Lo dica davanti a dei giudici, e non in un consesso politico. Affronti con serenità i tre gradi di giudizio che forse lo aspettano, sempre se M5S e Lega non ci mettono lo zampino al Senato. Per ora quello che rimane di certo è quanto scritto dal Tribunale dei Ministri di Catania:

In particolare, il Senatore Matteo Salvini, nella sua qualità di Ministro, violando le Convenzioni internazionali in materia di soccorso in mare e le correlate norme di attuazione nazionali (Convenzione SAR, RisoluzioneMSC167-78, Direttiva SOP009/15), non consentendo senza giustificato motivo al competente Dipartimento per le Libertà Civili per l’Immigrazione – costituente articolazione del Ministero dell’Interno- di esitare tempestivamente la richiesta di POS (place of safety) presentata formalmente da IMRCC (Italian Maritime Rescue Coordination Center) alle ore 22:30 del 17 agosto 2018, bloccava la procedura di sbarco dei migranti, così determinando consapevolmente l’illegittima privazione della libertà personale di questi ultimi, costretti a rimanere in condizioni psico-fisiche critiche a bordo della nave ”U.Diciotti” ormeggiata nel porto di Catania dalle ore 23:49 del 20 agosto e fino alla tarda serata del 25 agosto, momento in cui veniva autorizzato lo sbarco. Fatto aggravato dall’essere stato commesso da un pubblico ufficiale e con abuso dei poteri inerenti alle funzioni esercitate, nonché per essere stato commesso anche in danno di soggetti minori di età”.“

Matteo Camiciottoli e Roberto Calderoli (Lega) condannati per diffamazione

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Nei giorni scorsi sono arrivati a sentenza di primo grado due processi per diffamazione di cui ho parlato altrove nel blog, quello a Matteo Camiciottoli, condannato a 20.000 euro di multa (pena sospesa a patto di risarcire 20.000 euro alla Boldrini, più cento euro per ciascuna delle associazioni costituitesi in giudizio entro un mese) per aver commentato sui social gli stupri avvenuti in spiaggia a Rimini nell’estate 2017 (aveva scritto che gli arrestati «dovevano essere mandati ai domiciliari a casa della Boldrini, magari le mettono il sorriso»). Oltre a questo è stato condannato a pagare le spese legali delle parti costituitesi civilmente (3.500 euro per la Boldrini, 1.980 euro per ognuna delle cinque associazioni) . Il Tribunale di Bergamo, inoltre, ha condannato a un anno e sei mesi Roberto Calderoli, per aver dato dell'”orango” al ministro Kyenge ( “Amo gli animali, orsi e lupi com’è noto, ma quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare, anche se non dico che lo sia, alle sembianze di orango” ). I fatti sono del luglio 2013, e Calderoli è stato indagato poco dopo. La sua condotta fu stigmatizzata dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, del Presidente del Consiglio Enrico Letta, dei Presidenti di Camera e Senato Laura Boldrini e Pietro Grasso, dell’ONU, del Vaticano e perfino di Famiglia Cristiana, che ormai è diventato il primo giornale dell’opposizione.
 Il 6 novembre 2013 la Procura della Repubblica di Bergamo ha chiesto il giudizio immediato nei confronti di Calderoli, «giustificata l’evidenza della prova». Nel 2015, la giunta per le immunità del Senato ha bocciato la relazione del senatore Crimì, dichiarando che l’espressione rivolta all’allora ministro per l’integrazione era l’espressione di un libero pensiero tutelata dal primo comma dell’articolo 68 della Costituzione. Successivamente la Corte Costituzionale ha accolto il ricorso del tribunale di Bergamo e dichiarato nulla la delibera di insindacabilità del Senato. Il processo è andato avanti ed è arrivato, dunque, alla condanna di due giorni fa.

Ora, come sempre, per carità, si tratta di condanne in primo grado e, finché non c’è una sentenza definitiva passata in giudicato Calderoli e Camiciottoli sono innocenti. Però intanto 2-0 e palla al centro.

Lega: restituiranno 49 milioni a rate in 80 anni

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Immagine tratta da it.wikipedia.org -scusate la fonte-
Immagine tratta da it.wikipedia.org -scusate la fonte-

La Lega Nord è arrivata a un accordo coi pubblici ministeri del Tribunale di Genova che avevano stabilito il sequestro di 49 milioni di euro sottratti alle casse dello Stato, cioè ai cittadini italiani.

Coi pubblici ministeri i compromessi si fanno tutti i giorni. Come i patteggiamenti, per esempio. Ma mentre nel patteggiamento non c’è la prova provata della responsabilità dell’imputato (si tratta solo dell’applicazione della pena su richiesta delle parti, non c’è dibattimento, quindi non c’è formazione degli elementi probatori), non c’è ammissione di responsabilità, nel caso della Lega Nord c’è un ordine di sequestro dopo la sentenza sulla truffa dei rimborsi elettorali dal 2008 al 2010. E ripeto: soldi dello stato pagati dai cittadini italiani.

La Lega se la caverà con 80 comodissime rate annuali (una dilazione estrema che ricorda le televendite dei materassi di Mastrota) da 600.000 euro l’anno. Senza interessi. Che, voglio dire, in 80 anni quanti interessi (composti) rendono 49 milioni? E anche quelli sono soldi dei cittadini.

Ma, soprattutto, la richiesta di questa rateizzazione nasconde qualcosa di molto più grave e inquietante: una ammissione di completa responsabilità riguardo ai fatti contestati, prima ancora di un pronunciamento di merito definitivo da parte della Cassazione sulle ipotesi civili e penali della vicenda. E’ come se avessero detto “è vero, noi quei soldi li abbiamo presi, adesso li restituiamo ma a babbo morto, con calma, senza fretta, tanto fra 80 anni chissà se saremo ancora tutti vivi e il tempo è galantuomo.”

Nel frattempo restano al governo per respingere le navi che trasportano i disperati.

Silvio Berlusconi riabilitato e candidabile

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Così, un Tribunale ha stabilito che Silvio Berlusconi è riabilitato. E, più precisamente, è stato il Tribunale di Sorveglianza di Milano che ha cancellato gli effetti della condanna dell’agosto 2013, tra cui l’interdizione dall’eleggibilità alla Camera e al Senato determinata dall’applicazione della legge Severino e che sarebbe dovuta durare sei anni (quindi fino al 2019). E c’è solo da immaginarsi che cosa succederà adesso se il governo che si sta per varare con il bacio mefitico tra M5S e Lega non dovesse andare in porto: il nostro eroe piangerà e sbraiterà perché vorrà che si vada di nuovo alle urne per vedere finalmente ripristinato il suo diritto a fare il Premier di una coalizione malridotta come l’armata Brancaleone e a ripresentarsi, ripulito di tutto punto da una sentenza che gli dà di nuovo il diritto al virgineo candore di un tempo, all’appuntamento con gli italiani. C’è solo di che sperare che la Procura della Repubblica interponga il ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Tribunale, anche perché se no non si spiegherebbe come una persona che è stata altrove (ma sempre in sede giudicante) definita un “delinquente naturale”, possa ambire all’elezione in Parlamento, esattamente come se fosse un giovanottino di primo pelo, incensurato e con il tremore in corpo al primo varcare la soglia di Montecitorio. Fiducia nella giustizia sì, ma oggi c’è chi, come me, accusa un fastidioso e persistente mal di stomaco.

Selvaggia Lucarelli condannata per diffamazione (in primo grado)

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lucarelli

E così anche Selvaggia Lucarelli si è impigliata nelle maglie troppo fitte della diffamazione.
Non è la prima volta, a dire il vero. C’era già cascata un anno fa, dopo che nel 2010 aveva dichiarato che la vincitrice di Miss Lazio Alessia Mancini fosse transessuale.
Stavolta c’è di mezzo un tweet contro Barbara D’Urso in cui ha scritto “l’applauso del pubblico delle Invasioni alla d’Urso ricordava più o meno quello alla bara di Priebke”. Non c’è stata transazione. Nessun accordo, nessun bonario “patteggiamento” tra le parti. Si è andati direttamente a giudizio e la Lucarelli ha perso.

 

Su Twitter, a poche ore dalla condanna ha scritto:

appello

Immagino che la Lucarelli abbia fatto valere in sede di dibattimento la sua tesi per cui la sua era solo satira e non offesa diretta. Già. Lo avrà fatto sicuramente, ma si dà il caso che un giudice non le abbia creduto.

Ed è vero che è dovrà pagare la multa a cui è stata condannata (700 euro), nonché le spese legali e il risarcimento alla vittima SOLO quando la sentenza sarà definitiva e passata in giudicato (cioè operativa), perché è indubbiamente vero che qui siamo solo al primo grado della partita e nessuno può essere giudicato colpevole.

Sì, però 1-0 e palla al centro.

Uber alles

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uber
Screenshot tratto da “La Stampa”

Il Tribunale di Milano ha inibito le attività connesse all’utilizzo dell’applicazione UberPop su tutto il territorio nazionale per concorrenza sleale.

La cosa più buffa di tutta questa pantomima, è che nella trasmissione di “Report” dello scorso 24 maggio veniva indicato come modello virtuoso della cosiddetta “sharing economy“.

Come funziona/funzionava? Semplice, si scarica l’applicazione e ci si connette a una rete di utenti dando la disponibilità di offrire un passaggio in macchina a chi lo richiede. Per esempio, io ho un’ora di tempo in cui percorro il tragitto che mi separa dal luogo di lavoro, decido di metterla a disposizione, assieme alla mia auto, a chi ne ha bisogno. Arriva una chiamata di una persona che chiede un passaggio per la mia stessa destinazione. Lo faccio salire ed ecco che sono divise le spese. Perché Uber riscuote il costo del passaggio per intero e destina una parte al conducente.

La gorgheggiante Gabanelli diceva, introducendo la sua trasmissione sulla “sharing economy”: “sta nascendo un mondo parallelo che sembra riportarci indietro, ma crea valore proprio in senso economico.” E poi “Invece vediamo, nel mondo, oltre agli Stati Uniti, il calo di patenti nei giovani fino ai 34 anni. In quali paesi, oltre agli Stati Uniti, appunto Svezia, Norvegia, Gran Bretagna, Germania, Canada, Giappone, Sud Corea. E quindi, come si muovono? Con il trasporto pubblico ovviamente ma sta crescendo la cultura della condivisione, dell’auto, dell’appartamento, delle competenze.” E infine “Cose che si sono sempre fatte solo che si fermavano al cortile di casa adesso esplodono in rete e diventano impresa alla portata di tutti. E questo non c’entra niente con la crisi, è proprio un mondo che si sta riorganizzando.” Poi è arrivata la mannaia del tribunale.

Quindi, tutto questo giochino sembra una gran figata ma non lo è. Qualcuno si era già illuso di farne una fonte di reddito per arrotondare o risparmiare, ma l'”Effetto dirompente” di cui parla “Report” (è il titolo del servizio di Michele Buono introdotto con toni entusiastici dalla Gabanelli) si è sgonfiato con la prescrizione di cessare le attività entro 15 giorni, pena una multa di 20.000 euro per ogni giorno di ritardo.

Eppure sembrava la quadratura del cerchio, la scoperta del Sacro Graal, l’elisir di lunga vita: soldini per tutti, basta avere una macchina non più vecchia di 10 anni (io non potrei mai farlo, la mia Punto è del 1999) e avere la fedina penale pulita (in India, recentemente una 26enne è stata oggetto di stupro da parte del suo autista). E’ francamente pochino come offerta di garanzie, pochino davvero. Lo stato di efficienza del veicolo non lo si misura certamente dall’età, io posso avere un rudere che parte alla prima e un nuovo modello che ha dei problemi. Ci vorrebbero, come minimo, dei controlli al mezzo certificati da chi offre il servizio (come succede con i nostri taxi, ad esempio), e non è che un autista non pregiudicato sia migliore di uno che ha avuto problemi con la legge. Non è che me lo garantisce il casellario giudiziale che chi conduce il veicolo sia una persona in salute e con 10/10 di vista.

Verso la fine dello scorso anno, inoltre si sono susseguiti in rete articoli e approfondimenti che segnalavano come l’app di Uber acceda a determinati servizi allo scopo di offrire dei servizi migliori. In effetti non è affatto dimostrato che ci sia da parte dell’applicazione un accesso a servizi SMS, chat, e-mail e quant’altro, ma quella di chi la scarica e la installa è una inquietudine più che legittima (“cosa fa questa applicazione sul MIO telefono e sui MIEI dati”?)

Eppure, nonostante tutto questo, c’è ancora chi pensa di aver trovato l’America installando un programmino sullo smartphone e mettendosi lì ad aspettare che qualcuno lo chiami per tirar su un po’ di palanche. E c’è anche chi ha sacrificato qualche migliaio di euro per comperare una macchina usata da utilizzare nella attività parallela di “driver” ma a Torino , nello scorso dicembre, i vigili hanno sequestrato patente e libretto di circolazione a tre autisti Uber che si sono visti anche confiscare l’automobile (una Lancia Delta, una Fiat Scudo e una Suzuki Vitara) . In realtà una sentenza favorevole agli Uber Driver c’è: il Giudice di Pace di Torino, proprio deliberando sulla confisca dell’auto diuno degli autisti segnalati a dicembre, ha sottolineato che il servizio non è regolato dalla legislazione italiana e che occorre che il legislatore adegui le norme a quanto previsto dalle nuove tecnologie). E’ passato solo un mese e questa sentenza è stata spazzata via dal Tribunale di Milano che ha imposto un provvedimento di censura addirittura a livello nazionale.

Ma quanto si guadagna con Uber? Difficile dirlo, dipende, essenzialmente, da quanto tempo pensate di dedicare all’iniziativa. Ho trovato un articolo de “La Stampa” intitolato “Nove corse e 61 euro, la mia giornata da autista Uber”: dalle 9 alle 18, con due pause di mezz’ora. Undici chiamate di cui due annullate, nove corse effettuate, un centinaio di chilometri percorsi. 61 euro di incasso: 11 vanno a Uber e altri 11 se ne sono andati di gasolio (l’auto è una Alfa Romeo Giulietta). Sono 39 euro in 9 ore. A cui va detratta l’usura del mezzo secondo le tabelle ACI. Ancora tremendamente poco, anche se mi rendo conto perfettamente che ci sono persone per le quali 39 euro in più al giorno fanno una bella differenza. Al mese sono 1170 euro, all’incirca quanto guadagna un precario. Ma non penso proprio che a tutti vada così “di lusso”. In una città in cui ci sono stazioni ferroviarie e un aeroporto forse è più facile raccogliere un numero di chiamate maggiore: difficile avere questi risultati nei piccoli centri. Ma tutto può darsi. E comunque sul guadagno netto grava comunque la scure del fisco italiano.

Tornando alla sentenza, vedremo cosa accadrà tra qualche giorno (Uber ha annunciato di voler presentare appello), ma sia che siate passeggeri che autisti state dimolto attentini, sì?

Sangue e tribunali

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bbc

“Stasera al Palazzo di Giustizia di Milano hanno trovato una mattinataccia”, come direbbe il mi’ babbo Sergio.

Perché se vai all’aeroporto e cerchi di accedere ai gates con una mezza di acquetta minerale in mano ti obbligano a buttarla e a ricomprarla dentro a prezzo più che quintuplicato (o allora? Se un ti sta bene la lasci lì), mentre se vai al Palazzo di Giustizia di Milano rischi di trovarti due pallottole in corpo e non tu non sai nemmeno chi cazzo abbia fatto passare una pistola nelle mani di un imputato per reati tributari, adesso promosso a pluriomicida. Eh, ma si sa, l’acqua minerale è tanto pericolosa!

Il ministro della Giustizia Orlando ha dichiarato pubblicamente che “Bisogna capire se ci sono falle nella sicurezza”. Falle? Queste sono voragini! Qui ci son ventimila leghe sotto i mari, la Fossa delle Marianne!!

Perché, diciamocela tutta, la tecnica preferita da questo governino bla-bla non è quella di ammettere di aver sbagliato (sia mai!) a creare (scientemente o colposamente) le condizioni per cui una pistola potesse entrare in un’aula di tribunale, ma quella di agire SEMPRE e COMUNQUE a posteriori. Voglio dire, l’Alta Corte Europea ci condanna perché non abbiamo inserito il reato di tortura? “Domani se ne parla in aula a Montecitorio” (son passati quattordici anni dai fatti di Genova e magari parlarne prima no, eh??). Un folle spara a tre persone e la risposta è “Lo abbiamo arrestato!” e non “Ce lo siamo fatti scappare!” (perché uno che spara in Tribunale non può e non deve scappare). E allora, si sa, bisogna vedere se c’è una “falla” perché casomai ci fosse (e sottolineo casomai) bisogna prendere dei provvedimenti.

E intanto lo sparatore di Milano, sulla falsariga dei film anni 70 sulla malavita, ha fatto un po’ come il bombarolo di De André, ha esercitato la sua decisione di comminare la condanna a morte o concedere l’amnistia, e lui ha scelto. Ha scelto perché gli hanno dato il permesso di scegliere quando non poteva e non doveva farlo.

Non succederà nulla, o quasi nulla. Arrestato lo sparatore gabbato lo santo. Fine della mattinataccia.

Roseto degli Abruzzi: 142 persone e 17 vigili indagati

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A Roseto degli Abruzzi è una bella giornata di primavera.

L’arrivo dell’ora legale ha accolto, sonnacchioso, quello della notizia dell’indagine a carico di 159 (centocinquantanove!) soggetti, di cui 17 vigili urbani.

L’avviso di conclusione delle indagini (che preclude a una successiva richiesta di rinvio a giudizio, o, a seconda dei reati contestati, della citazione diretta a giudizio) è stato firmato dal Pubblico Ministero della Procura della Repubblica per il Tribunale di Teramo Laura Colica, a partire da una denuncia del comandante dei Vigili Emiliano Laraia.

Nel capo di accusa per i vigili si legge che avrebbero agito «formando false quietanze di pagamento» (…) «per contravvenzioni e sanzioni diverse e inferiori rispetto a quelle indicate nei verbali di accertamento, alterando il preavviso di accertamento e applicando a favore dei contravventori sanzioni diverse a quelle di legge, procurando loro intenzionalmente un ingiusto vantaggio patrimoniale consistito nel pagare sanzioni inferiori al dovuto».

Indagati anche i cittadini rosetani multati perché «concorrevano tutti, come estranei, nel reato commesso dal pubblico ufficiale, in quanto soggetti contravventori che hanno conseguito l’ingiusto vantaggio patrimoniale pari alla differenza di quanto dovuto e quanto pagato».

Fin qui i fatti.

Lo tsunami, a Roseto, si è avuto non tanto all’arrivo della notizia (si sapeva da tempo, e probabilmente svariati avvisi di garanzia erano già stati emessi dall’autorità inquirente con la solita formula dell'”atto dovuto”) quanto in conseguenza alla pubblicazione dei nomi e cognomi di tutti e 159 gli indagati sull’edizione cartacea de “Il Centro”, il quotidiano abruzzese.

159 nomi sciorinati uno per uno al centro della pagina che contiene l’articolo di cui vi do conto in edizione telematica.

Al di là dei vari casi di omonimia che indubbiamente ci saranno, e che consentiranno a più di una persona innocente di essere additata al pubblico ludibrio, al di là delle responsabilità individuali accertate che dovranno adesso essere giudicate da un giudice terzo e indipendente, al di là di chi, aggrappandosi a un cavillo burocratico, dirà di non aver ricevuto (ancora per quanto?) nessuna comunicazione dal Tribunale, al di là di chi approfitterà della situazione per chiedere i danni perché ha lo stesso nome di un indagato, al di là di tutto questo, dicevo, mi chiedo se davvero valeva la pena pubblicare i nomi di tutti, e che cosa, eventualmente, possa aggiungere alla notizia il rivelare nomi e cognomi.
Non solo quelli dei vigili urbani coinvolti, ma anche quelli di persone di ogni estrazione ed età. Giovani, anziani, madri di famiglia, ragazzi, rosetani, stranieri, regolari, irregolari, pregiudicati, incensurati. E’ tutto un calderone.

E’ vero, per TUTTE queste persone sono state chiuse le indagini preliminari. Sono atti pubblici nel momento in cui vengono a conoscenza dell’indagato/a e quindi si possono pubblicare ulteriormente. Nulla da dire.

Il punto non è se sia lecito o non lecito fare i nomi degli indagati (perché è evidente che lo è), il punto è chiedersi se è OPPORTUNO. O, meglio, se non sarà opportuno, nel momento in cui ANCHE UNO SOLO degli attuali avvisati dovesse essere assolto, dedicare lo stesso spazio e la stessa enfasi della notizia che oggi lo vede in prima pagina?

E’ un cruccio, uno scrupolo. Perché se per una volta il sensazionalismo da paese ha messo a nudo un malcostume diffuso, dall’altra rischia di fare di ogni erba un fascio e di gettare via il bambino insieme all’acqua sporca.

Niente nomi su questo blog, quindi.

Ma i fatti così come ipotizzati hanno rivelato comportamenti che, così capillari come sono, offrono una fotografia impietosa di mentalità e modi di fare che, al di là delle singole responsabilità individuali, sono ben radicati nel territorio.

I soliti ignoti e la posta elettronica certificata del Tribunale

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La notte scorsa i “soliti ignoti” hanno forzato la portiera della mia macchina, si sono accoccolati nell’abitacolo, e siccome non c’era una mazza da rubare si sono accontentati di un vecchio dispositivo “viva voce” di quelli della Nokia che si attaccano all’accendisigari e del libretto di circolazione. Della serie: “Ti facciamo un dispetto” visto che stavolta l’autoradio non te l’abbiamo potuta ciulare.

Passi per il viva voce (era ancora nuovo, pagato 20.000 lire di terza mano quando cercavo l’oro nel Klondike…) ma il libretto di circolazione, capirete, mi secca assai.

Va bene, penso, sono un cittadino tecnologico. Dispongo di un meraviglioso e provvidenziale indirizzo di posta elettronica certificata e di un dispositivo di firma digitale, redigo la denuncia, la firmo digitalmente, la spedisco direttamente in Tribunale, non spreco carta e in un attimo ho la ricevuta di ritorno, che bella cosa il progresso, che meraviglia la PEC, cosa non faremmo senza la tecnologia…

Col cavolo. Intanto mi manca l’indirizzo di posta elettronica certificata del Tribunale di Teramo. Poco male, penso, vado sul suo sito e lo trovo subito.

Del resto, l

Prove tecniche di democrazia: assolti i vertici della polizia per i fatti della Diaz al G8 di Genova

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In Italia i responsabili irresponsabili non vengono mai puniti. Non c’erano dubbi che lo Stato non perdesse occasione per assolvere se stesso. Può condannare le BR, la Mafia, le stragi, qualche responsabile materiale, ma, santo cielo, se stesso no, dove andremmo a finire se la gente scoprisse che siamo tutti, irribediabilmente e senza possibilità di appello, colpevoli? Manganelli di nome e di fatto, legittimati come armi di difesa.

(screenshot da: www.ansa.it)