Renzi: la dittatura della minoranza (e altre storielle amene)

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Il compagno R., nel giustificare il contingentamento dei tempi di dibattito al Senato sulla riforma che porta il nome dell’illustre costituzionalista Maria Elena Boschi, ha parlato di una disgrazia cosmica da sventare, quella della “dittatura della minoranza”.

Da che mondo è mondo in un regime democratico (cioè non nel nostro, che è regime tout-court) l’esistenza di una minoranza, magari frammentata in varie correnti politiche, diverse per ispirazione e per finalità, minoranza che si dovrebbe chiamare più propriamente “opposizione” (perché i gruppi politici non si considerano per i numeri che portano, ma per la finalità istituzionale che hanno) è da sempre sinonimo di garanzia e di pluralismo. Parlare di “dittatura della minoranza” è una chiara contraddizione in termini. La dittatura, se mai, la farebbe la maggioranza se l’opposizione non esistesse e se non esistessero regole certe che regolano il dibattito parlamentare.

Ma queste regole certe ci sono. C’è l’articolo 72 della Costituzione che recita: “La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi.”

Finito, non c’è discussione. Non ci sono “tagliole” o regolamenti parlamentari che tengano. Il regolamento del Senato quando istituisce la cosiddetta “tagliola” non è anticostituzionale, come asserisce Travaglio sul “Fatto Quotidiano” di oggi. E’ semplicemente inapplicabile quando si tratta di disegni di legge in materia costituzionale.

E’ uno scippo di democrazia di bassa lega quello perpetrato con la scusa di poter andare tutti in vacanza dopo l’8 agosto (diàmine, non si possono mica disdire il secchiello, la paletta e le formine per far contenta la Costituzione!).

La Boschi dice che, comunque, si passerà per un referendum confermativo. Non vedo l’ora di mandarli a casa!

Santo Scajola, assolto

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Certo che noi italiani (me compreso) siamo buffi.

Abbiamo preso per il culo Scajola per la questione della casa posseduta e comprata a sua insaputa per non so quanto tempo. Abbiamo detto di tutto di più sul suo conto e, naturalmente, da bravi moralisti e giustizialisti sommari quali siamo, abbiamo auspicato fortemente che la magistratura intervenisse per ripristinare la verità.

E l’abbiamo avuta la verità. La verità è che, in merito alle accuse che gli sono state rivolte (dopo essere stato avvisato e rinviato a giudizio), Scajola è stato assolto perché il fatto non costituisce reato.

Non costituisce reato essere inconsapevoli. Ecco, ora come la mettiamo? Come ci siamo rimasti?? Perché è vero che, come dice Travaglio, è stato accertato che il fatto sussiste. Ma se non costituisce reato a cosa ci attacchiamo, al pullmino del Gambini??

Ci sono moltissimi “fatti” che non costituiscono reato. Andare a farsi la barba, parcheggiare la macchina nel parcheggio degli invalidi, scaccolarsi al semaforo, avere l’amante, andare al discount e comprarsi un whisky di infima qualità per sbronzarcisi, passeggiare al borde della strada di notte, farsi dare un passaggio da uno sconosciuto, e perfino cucinarsi un piatto di pasta al tonno.

Ma se uno si affida alla magistratura lo fa nel bene e nel male. Non si può invocare l’intervento dei giudici solo quando è conforme al nostro pensiero e al nostro auspicio.

L’hanno assolto e l’abbiamo preso in quel posto lì, questa è la verità.

Poi, per carità, la procura preparerà l’appello e magari le cose si ribaltano. In fondo è solo una sentenza di primo grado.
Ma siamo sempre lì a delegare ai giudici quel cambiamento che noi non siamo in grado di portare avanti. O, forse, non ne abbiamo semplicemente voglia.

E ci restiamo di merda.

Questa sera Adriano Sofri da Fazio (e vai!!)

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E tra poco, a “Che tempo che fa”, nel salotto di Fazio sarà ospite Adriano Sofri.

Bene, cazzo, son proprio contento.

Son proprio contento che in Italia abbiamo un luminare della filosofia, della linguistica e della politica come Noam Chomsky, che va a fare conferenze su linguaggio e mente, risponde gentilmente alle domande dei giornalisti, veste dimessamente con le sue scarpine da ginnastica, ha quasi 90 anni e zompa come un grillo, ma noi gli preferiamo uno che è stato condannato in via definitiva per l’accusa di essere stato il mandante dell’omicidio Calabresi, accusa sempre rifiutata ma dopo essersene assunta la corresponsabilità morale (si dovrebbe poter affermare, per contrappasso, che Calabresi poteva essere stato il mandante morale della morte di Pinelli, ma sappiamo benissimo che non è così, e quindi la excusatio non petita di Sofri crolla) che non si è mai appellato alle sentenze di condanna che lo riguardavano, che ha caldeggiato fortemente l’indulto del 2006, che diede dello “squadrista” a Marco Travaglio e che scrive su “Libero” perché non ci si può far mancare niente.

Che uno dice, ma mentre c’è Sofri Chomsky è a Roma. Sì. E collegarsi con la sua conferenza no? Mettercisi d’accordo per un’intervista da trasmettere in differita?? Nemmeno, seh, figuriamoci, ci facciamo dire da un anarchico statunitense che non c’è più democrazia in Italia, no, no, molto meglio Sofri, volete mettere??

In morte del DDL sulla diffamazione (i giornalisti restino seduti)

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Dunque, la storia del ddl sulla diffamazione si conclude nel peggiore dei modi, il “nulla di fatto” che fa da epilogo a un iter tortuoso e contraddittorio, fatto di veleni, vendette, sgambetti, contromosse, acrimonia, pelo e contropelo, guarda lì mi ha versato l’acqua sul grembiulino, ora te la faccio pagare.

Che non si sarebbe trattato di nulla di serio lo dimostra il fatto che si sia deciso di mettere mano alle norme sulla diffamazione di fascista e granitica radice all’indomani della sentenza Sallusti che, una volta passata in giudicato, ha posto il problema che, alla fine, la gente il carcere lo rischia davvero.

Ma invece di prendere come segnale di allarme i casi di tanti poveracci che per aver scritto una parola di troppo su un blog, o averla detta a una manifestazione, o, magari, per la tromba delle scale, hanno rischiato la galera, si è atteso che fosse il direttore del Giornale di Berlusconi a finire agli arresti.

E allora indignazioni, grandi battaglie, perfino Marco Travaglio si è scagliato a favore del suo più caro nemico, facendo sula la retorica valtairiana per cui bisogna immortalarsi per la libertà di espressione dell’altro.

L’abbiamo detto più volte che la diffamazione con la libertà di espressione c’entra poco o nulla.
Certo, esistono le esimenti del diritto di cronaca, di critica e di satira, ma la diffamazione è e resta (sempre per quella norma concepita nel Ventennio, assieme a tutto il nostro sistema penale) un reato contro la persona e non un reato di opinione. E c’è cascato anche Travaglio.

Il carcere sostituito dalla pena pecuniaria, poi la sua reintroduzione per mano leghista, Maroni che va da Fazio a “Che tempo che fa” e assicura che l’errore sarà corretto, quelli che dicevano “si è trattato di una provocazione, facciamo mica sul serio”, poi l’ultima trovata per cui il direttore responsabile doveva essere punito con la sola multa, mentre il giornalista autore dello scritto incriminato avrebbe potuto tranquillamente farsi qualche anno in gattabuia, hanno fatto il resto.
Un voto segreto li ha seppelliti.

Ben difficile che la norma trovi una nuova formulazione. E’ destinata a marcire in qualche cassetto del Senato, quando qualcuno la riprenderà sarà completamente putrefatta o in avanzato stato di decomposizione.

I giornalisti, dal canto loro, ci hanno messo il carico da undici. Non volevano il carcere e li posso anche capire, ma tutto è finito a tarallucci e vino con il ritiro di questo progetto giudicato vergognoso (e lo era!) come se, mantenendo la normativa di sempre, il carcere non fosse ugualmente previsto. Lo sanno benissimo, ma era solo un modo per farsi della pubblicità gratuita, giusto per essere “contro” qualcosa, che va tanto di moda esserlo.

Nel frattempo Sallusti è ai domiciliari in casa Santanché, su disposizione del Procuratore della Repubblica di Milano Bruti Liberati e con parere favorevole del tribunale di sorveglianza. Bisogna dire che Sallusti gli arresti domiciliari non li ha mai chiesti, gli sono stati imposti. Lui invoca che vengano a prenderlo i carabinieri per tradurlo in carcere. Non lo stanno accontentando.

Rimane il punto fondamentale sulla diffamazione:

Se qualcuno mi diffama non ho nessun interesse a che vada in carcere. L’onorabilità lesa da una notizia falsa o da una parola sopra le righe non me la ridà certo la prospettiva che il presunto diffamatore rischi la galera, magari a distanza di anni dal fatto e con un forte rischio che il procedimento cada in prescrizione.
C’è bisogno innanzitutto di una rettifica immediata che ristabilisca la verità e/o che metta a testo delle scuse.
E poi c’è bisogno di un risarcimento equo in denaro nei confronti della vittima.

Si può fare domattina. Nel frattempo, per difenderci, l’unico strumento è una normativa imbarazzante e anacronistica.

Cassazione: Sallusti definitivamente colpevole. Condannato a 14 mesi di reclusione. Salvo lo Stato di diritto.

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La sentenza salomonica della Cassazione ha sancito che quattordici mesi sono una pena congrua e che Sallusti è colpevole.
Non sono state le difese di Travaglio e Di Pietro a salvarlo.
Neanche il tentativo in “extremis” di un decreto d’urgenza che cambiasse le normative sulla diffamazione e eliminasse il carcere dalla comminazione della pena.

Ora Sallusti potrà chiedere le misure alternative alla detenzione in carcere: gli arresti domiciliari o l’affidamento in prova ai servizi sociali. E’ un suo diritto chiederlo, se lo vorrà e, mi permetto di dirlo, un dovere dello Stato concederle.

Una revisione seria della normativa sulla diffamazione non può che passare per il vaglio del Parlamento.

Ma lo Stato di diritto non ammette scorciatoie.

Nessuno tocchi Travaglio che difende Sallusti!

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La prima pagina de "il Giornale" di ieri

Faccio una premessa: ho sempre sostenuto e sostengo che la diffamazione in Italia viene regolamentata con un insieme di norme perverse e assurde che non tutelano né il cittadino diffamato né il cittadino che si vedesse indagare per un presunto atto diffamatorio nei confronti di terzi.

Trovo aberrante che nel nostro paese la diffamazione venga regolamentata con il sistema penale (oltre che con quello civile) e che il “chiunque”, soggetto di diritto dei nostri codici, possa andare in carcere per un massimo di tre anni per aver leso l’onorabilità di qualcuno.

Non ho detto che l’onorabilità di qualcuno non debba essere tutelata, quando è lesa. Ho detto solo che una sanzione penale, che può tradursi, nei casi più gravi, anche nella pena detentiva (per il reato di diffamazione aggravato dal mezzo di pubblicità, come quello della stampa, la pena minima va da sei mesi a tre anni, in alternativa alla multa non inferiore a 516 euro) non è adeguata in un contesto europeo in cui, sia pure con dibattiti molto accesi dall’una e dall’altra parte, i sostenitori della depenalizzazione del reato di diffamazione la stanno spuntando su norme obsolete  per cui chiunque scriva delle cazzate contro qualcun altro deve andare in galera.

Gli strumenti, dunque, sono imperfetti ed inadeguati. Ma sono quelli. Non li possiamo bypassare né ce ne possiamo inventare di nuovi. A meno che, ripeto, non si attui una riforma radicale della materia. Possibilmente con organismi stragiudiziali che dirimano il contenzioso in tempi brevi, perché né un cittadino diffamato può attendere anni un processo penale e pagare comunque gli avvocati per rappresentarlo, né il presunto diffamatore può essere condannato dopo cinque o sei anni per un fatto di particolare tenuità e vedersi troncare la vita a metà.

Ciò premesso, Alessandro Sallusti, direttore de “il Giornale” di Berlusconi, sta rischiando grosso.
In secondo grado è stato condannato, senza il beneficio della sospensione condizionale della pena, a 14 mesi di reclusione per una ancora presunta diffamazione ai danni di un magistrato. Anzi, per aver omesso il controllo, in qualità di direttore responsabile di un organo di stampa, su un articolo diffamatorio apparso sul “Giornale” in forma pseudo-anonima (o anonimamente pseudonima).

Perché non sia stata concessa la sospensione condizionale della pena (che eviterebbe l’applicazione della pena in carcere, agli arresti domiciliari o dell’affidamento in prova ai servizi sociali) non è chiaro. La sentenza parlerebbe della possibilità da parte di Sallusti di reiterare il reato (cioè potrebbe omettere, intenzionalmente o colpevolmente, di controllare altri articoli in ipotesi diffamatòri).

Fatto sta che il 26 settembre prossimo Sallusti potrebbe andare veramente in carcere, se la Cassazione dovesse confermare quanto stabilito in secondo grado. Come è noto, la Cassazione sentenzia solo su aspetti formali e procedurali, non entra più nel merito. Per cui, se confermata, la sentenza da applicare sarebbe solo quella della corte d’appello (che, a sua volta, ne riformava una molto più mite inflitta in primo grado, ma che, comunque, vedeva Sallusti condannato).

Sallusti, come è normale, contrattacca e porta avanti i suoi argomenti: “Ho paura di vivere in un paese dove ci si permette di arrestare le idee, di metterle in carcere”. Qui dice la prima inesattezza, perché la diffamazione non è un reato ideologico ma un reato contro la persona.

Sallusti si lamenta, poi, del fatto che “la querela è stata fatta da un magistrato ed è stata giudicata in modo così severo da un altro magistrato”. Già. Non si vede perché un magistrato, se si sente diffamato, non possa ricorrere alla magistratura che, mi pare, sia l’unica a dover decidere in merito.
Come se il fatto di essere giudicati da un altro magistrato costituisse di per sé un punto a favore del querelante.
Un esempio: nel luglio scorso il GUP di Ancona ha accettato la richiesta del Pubblico Ministero Irene Billotta sull’archiviazione delle accuse contenute nella querela sporta dal Pubblico Ministero Mariaemanuela Guerra, sempre per diffamazione, nei confronti di tre poliziotti.
Dunque, un pubblico ministero si sente (legittimamente) diffamato, si rivolge alla magistratura che, però, decide di archiviare. E non importa niente se la parte offesa era a sua volta un magistrato, tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge.

Dunque, il 26 settembre si saprà se la pena verrà effettivamente applicata o no.

Nel frattempo chi difende Sallusti? Marco Travaglio, con un editoriale del “Fatto Quotidiano” di oggi intitolato “Salvate il soldato Sallusti”, in cui, mettendo da parte le armi con cui i due se ne sono dette di tutti i colori in passato, e trasformandosi in un novello Voltaire, che darebbe la vita affinché l’avversario avesse la possibilità di esprimere la propria idea, dice che la questione non è quella di Sallusti, e che bisogna salvare i principii.

Ma i principii quali sono, che un giornalista non possa andare in carcere come un comune cittadino?

Cos’è tutta questa smania assolutoria di Sallusti che giunge perfino dai suoi più strenui avversari (intendendo con questo termine “coloro che appartengono alla parte ideologicamente avversa”)?
Travaglio dice che scontare una condanna “dovrebbe valere per delitti dolosi. Cioè per reati gravi e intenzionali.”
Ora, che il reato di diffamazione per Sallusti sussista lo dicono due giudizi di merito. Non è ancora bastevole per dichiararlo colpevole, naturalmente, ma sono due giudizi di merito.
Travaglio (che pure è stato condannato in sede penale, salvo poi essere prescritto) dovrebbe sapere (e lo sa benissimo) che per la diffamazione basta il dolo generico. Ovvero basta essere consapevoli che quell’espressione o quei fatti attribuiti sono idonei a offendere. Non bisogna necessariamente essere determinati a ledere l’onore di qualcuno.
C’è un’insegnante che è stata condannata perché ha detto “scioccherellino” a un bambino che aveva in custodia e non voleva certo lederne l’immagine, ma solo esortarlo a reagire.

E Travaglio sa anche benissimo che l’articolo 596bis del Codice Penale stabilisce che “Se il delitto di diffamazione e’ commesso col mezzo della stampa le disposizioni dell’articolo precedente si applicano anche al direttore o vice-direttore responsabile, all’editore e allo stampatore, per i reati preveduti negli articoli 57, 57 bis e 58.”
Non si parla né di dolo né di colpa. Non si parla, cioè, del fatto che l’omessa vigilanza sui contenuti diffamatori sia avvenuta perché Sallusti quella sera aveva sonno e quell’articolo gli è sfuggito o se gli è sfuggito intenzionalmente perché condivideva quelle affermazioni.
No, semplicemente il 596bis individua CHI deve essere punito per un certo tipo di reato. Punto e basta.

Travaglio dice che “c’è un solo modo per evitare che Sallusti diventi un detenuto: il buonsenso”. Auspica che Sallusti chieda scusa, rifonda il danno e che la parte offesa ritiri la querela.
Ma il procedimento in Cassazione non solo è stato avviato, ma sta giungendo al suo epilogo, e, con esso, tutta la vicenda iniziata nel 2007. E poi, da quando in qua il buonsenso è sovrapponibile alle leggi?

L’attenzione sul tema, dunque, è stata posta perché adesso il rischio carcere esiste realmente e fattivamente (se fosse stata concessa la sospensione condizionale della pena nessuno si sarebbe filato neanche di pezza il caso Sallusti) per un giornalista della Casta.
Sallusti non è un blogger, che se viene condannato non gliene frega niente a nessuno. Il popolo della rete è pieno di persone che soffrono e hanno sofferto per aver scritto una parola di troppo o non aver verificato accuratamente una circostanza. Nessun Travaglio di turno ha mai difeso questi poveracci.

E che la si smetta, una volta tanto, con questa retorica che vuol vedere Sallusti come primo giornalista che, eventualmente, dovrà patire il carcere per diffamazione.
Giovannino Guareschi fu condannato per diffamazione a 12 mesi. La parte lesa, allora, si chiamava Alcide De Gasperi.
Considerata la precedente condanna a otto mesi per vilipendio al capo dello stato (Luigi Einaudi), Guareschi non volle neanche ricorrere in appello. Andò in carcere e ci stette 409 giorni. Altri sei mesi se li fece di libertà vigilata (non esisteva l’istituto dell’affidamento in prova ai servizi sociali).

Se oggi si deve l’onore delle armi a qualcuno, se oggi ci si deve battere per dei principii, questi principii sono quelli di Giovannino Guareschi, quello che disse: “No, niente Appello. Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stato dato ingiustamente.”

Travaglio s’inchini alla lezione di un indiscusso e indiscutibile Maestro. 

Diffamazione: da Patrizia Moretti Aldrovandi a Renzo Bossi (passando per Tabucchi, Travaglio, Sgarbi e Schifani)

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La diffamazione è uno dei reati più subdoli previsti dal nostro ordinamento giuridico.

Rivestire il ruolo di diffamatori o di diffamati è molto più probabile e, per certi versi, “semplice” di quello che si pensi. Più di quanto sia possibile rivestire il ruolo di ladro e di rapinato.

Patrizia Moretti Aldrovandi, madre di Federico, ha presentato una querela per diffamazione dopo che sul sito web “prima Difesa”, che tutela gratuitamente per cause di servizio tutti gli appartenenti alle Forze dell’Ordine e Forze Armate” alcune persone, che si firmano con i nomi dei quattro poliziotti condannati in via definitiva per l’omicidio colposo del figlio, hanno scritto frasi come: Continua la lettura di “Diffamazione: da Patrizia Moretti Aldrovandi a Renzo Bossi (passando per Tabucchi, Travaglio, Sgarbi e Schifani)”

Il diritto di critica non può escludere il Quirinale

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Il diritto di critica è espressione diretta di quel diritto alla libertà di parola sancito dalla Costituzione.

Nessuno può essere esente dal diritto di esprimere una posizione critica, così come nessuno può essere esentato dall’essere oggetto (reale o potenziale) della critica stessa.

Diritto di critica non è diritto di diffamazione, anche se troppo spesso “critica” e “diffamazione” vengono confuse in un mix pericolosissimo.

E il diritto di critica non può, a maggior ragione, non riguardare atti, discorsi, pronunciamenti, dichiarazioni alla stampa e aspetti contenutistici di quello che fa il Quirinale, sia nella dimensione della Presidenza della Repubblica come istituzione, sia in quella del Presidente della Repubblica come persona.
Per il semplice fatto che non possono esistere nulla e nessuno, che non siano di un qualche pubblico interesse, su cui non si possa parlare. Esiste, questo è certo, il reato di vilipendio al Capo dello Stato. Ma stiamo parlando di diritti, non di reati (e di reati di opinione si tratterebbe).

Ora, quello della critica è l’esercizio di un’opinione. E le opinioni devono restare ben distinte dai fatti e dai dati che le hanno generate. Ma sono perfettamente legittime. Continua la lettura di “Il diritto di critica non può escludere il Quirinale”

I “43 anni” (Piazza Fontana – Il libro – Il Film) di Adriano Sofri

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Adriano Sofri ha appena pubblicato in rete un instant-book.

Si intitola “43 anni” ed è un file PDF realizzato un po’ alla meno peggio, dal punto di vista della grafica (il testo non è neanche giustificato a destra, ma qualcuno dei miei lettori mi dirà che conta sempre e soltanto il contenuto, e va beh, allora scaricàtevelo e buon pro vi faccia, cosa volete che vi dica…).

Nel libro, distribuito via internet (cosa che fa abbastanza “in”, ultimamente, bisogna riconoscerlo) e regolarmente protetto da copyright (infatti non esiste neanche una nota in proposito, né una liberatoria da parte dell’Autore, il che lo inserisce implicitamente e di diritto tra le opere protette da diritto d’autore, in breve, sic stantibus rebus, non potete nemmeno darlo a un amico), Sofri contesta l’impostazione storica fornita da Paolo Cucchiarelli nel libro “Il segreto di Piazza Fontana” (Edizioni “Ponte alle Grazie”), e, conseguentemente, quella contenuta nel recente film di Marco Tullio Giordana “Romanzo di una strage”.

Naturalmente è diritto di Sofri, che mi risulta essere un libero cittadino, dire quello che vuole. Mi risulta che una “libera ispirazione” di un film, sia pure a un libro impostato col rigore di un’analisi storica, ancorché non condivisa, possa essere considerata un rifacimento un po’ romanzesco, o, comunque, narrativo, che non pretende di dare una spiegazione che sia storicamente attendibile. Insomma, il film di Marco Tullio Giordana è, appunto, un film.
Come se ne sono fatti tanti su eventi e personaggi che hanno inquinato la nostra storia patria, dalla banda della Magliana al bandito Salvatore Giuliano, senza che nessuno abbia mai messo in dubbio o criticato un’opera filmica solo perché si appoggia su una tesi piuttosto che su un’altra. Proprio perché un film è ALTRO dalla storia.

Sofri è stato condannato in via definitiva per l’omicidio Calabresi. E’ un dato che pesa come un macigno, fermo restando, come dicevo, il suo diritto di dare tutte le ricostruzioni storiche e le interpretazioni che vuole dei fatti di cui è stato, direttamente, indirettamente, o solo moralmente, protagonista.
Gli diamo atto che si è sempre proclamato innocente rispetto ai fatti contestatigli e che, per questo, e coerentemente, non ha mai chiesto la grazia. Solo nel 2009, un articolo del Corriere della Sera riportava una sua frase un po’ inquietante:
«Di nessun atto terroristico degli anni Settanta mi sento corresponsabile. Dell’omicidio Calabresi sì, per aver detto o scritto, o per aver lasciato che si dicesse e si scrivesse, “Calabresi sarai suicidato”».

Una autoaccusa morale, dunque, ma Sofri ha scontato per intero la sua pena. Gli fa onore, ma non ci convince lo stesso.
Come non ci convince il fatto che Sofri abbia dato del “cretino” a Travaglio, trattandolo da “squadrista”, solo perché in un suo libro (forse il più bello, o, quanto meno il più emotivamente partecipato, “La scomparsa dei fatti”, edito per i tipi del “Saggiatore”) si era permesso di affermare che «essendo [Sofri] condannato per omicidio e dunque beneficiario dell’indulto, lo farà uscire dal carcere tre anni prima».

Sofri mi risulta che abbia collaborato a lungo con Panorama. E che attualmente collabori con “Repubblica” e anche con “Il Foglio” di Giuliano Ferrara. Nel 2002 ha pubblicato il volume “Altri Hotel. Il mondo visto da dentro 1997-2002”. Con Mondadori.

Santoro ai manifestanti: “Se non avete capito siete perdenti!”

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Ci sarebbe solo da non guardarlo “Servizio Pubblico”. Bisognerebbe lasciargli il sacrosanto diritto di raccogliere il denaro di chi glielo vuole dare, di realizzare le proprie trasmissioni, trasmetterle, perché tutti hanno il diritto di esprimere la loro opinione, ma non tutti (anzi, nessuno) hanno il dovere di ascoltare quello che dicono gli altri.

E non mi riferisco solo a un sorprendente Travaglio che scrive il suo intervento sul canovaccio della puntata di “Report” di domenica scorsa (non si può sempre essere al meglio delle proprie prestazioni), ma soprattutto al Santoro che se l’è presa con il manifestante che l’ha accusato, peraltro in maniera più che condivisibile, di non capire la piazza che manifesta contro l’operazione Fornero sull’articolo 18.

Ecco la breve trascrizione del battibecco:

MANIFESTANTE: “Non capite questa piazza… non la potrete mai capire…”

SANTORO: “Ma non vi potete capire solo fra di voi. Se vi capite solo fra di voi avete perso! Lo capite questo o no? Noi abbiamo capito. E siamo insieme a voi. E se non avete capito questo siete perdenti, quindi imparate a capire quelli che vi capiscono prima di tutto!”   

Santoro sottolinea che la causa delle proteste sarebbe perdente in quanto i manifestanti non avrebbero capito che quelli di “Servizio Pubblico” stanno dalla loro parte.

Ma come può stare dalla parte di chi sa che non vedrà che una misera pensione non percependo nessuno stipendio prima che siano passati degli anni? Come fa a essere dalla loro parte un Santoro che trova un accordo di centinaia di migliaia di euro come buonuscita per lasciare la RAI?? Com’è possibile che queste persone siano perdute se non si fanno riverberare dall’impianto di amplificazione mediatica messo su da Santoro?

Sono parole che vanno in rete (il mezzodi diffusione privilegiato dalla trasmissione). E la rete non dimentica, ha una memoria elefantiaca. E si ricorderà sicuramente di chi non ha mai capito i manifestanti.

Le dimissioni di Riccardo Chiaberge da “Saturno”

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Riccardo Chiaberge, recentemente si è dimesso dalla direzione del supplemento “Saturno” del Fatto Quotidiano di Travaglio e Padellaro.

Fin qui mi viene da dire  che sono, giustamente, affari suoi. Magari non si trova in accordo con la direzione del quotidiano (posizione che costituisce un suo preciso diritto), magari non ha più voglia di continuare nel suo incarico, o magari… chi lo sa, i casi della vita sono tanti e tutti possibili.

Ma a un certo punto Chiaberge sente l’esigenza di comunicare al suo gruppo di amicizie su Facebook questa sua decisione:

La domanda che nasce spontanea è “Perché?” Che cosa spinge un direttore di un supplemento culturale, un intellettuale stimato da così tante persone a dare una notizia in modo pubblico e a non  relegarla al suo àlveo naturale, che dovrebbe essere quello delimitato dalla sua sensibilità personale, dai rapporti con la redazione, e con la direzione del giornale.
Perché lo sappiamo benissimo che la maggior parte di quelli che su Facebook vengono chiamati “amici”, spesso non si sono mai neanche visti in faccia e non hanno mai preso un aperitivo insieme.

Risposta chiarificatrice:

Dunque, Chiaberge ci tiene a dire che è un torinese “molto riservato”. Come se un napoletano, o un siracusano, o un perugino, o un bolognese, o un piacentino, o un forlivese possano non esserlo.
La soluzione appare lampante: “Viviamo nell’era dei social network, perché avrei dovuto tenerla per me?”

Eh, già, i social network giustificano tutto, persino il mancare a quella riservatezza che si rivendica in nome della propria origine o della propria adozione. Siccome ci sono i social network nulla più è segreto, pare non esistere più quella dimensione del pudore e del privato che fa sì che una decisione personale resti, appunto, tale.

Perché tenere per sé quello che può essere detto a tutti? Perché ci sono i social network, è chiaro… (avevate dubbi? No, e allora????)

In ricordo di Giorgio Bocca

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Meridione: "Durante i miei viaggi c’era sempre questo contrasto tra paesaggi meravigliosi e gente orrenda, un’umanità repellente”.

Palermo: “Una volta mi trovavo nei pressi del palazzo di giustizia. C’era una puzza di marcio, con gente mostruosa che usciva dalle catapecchie.”

Napoli: “Vai in quella città ed è un cimiciaio, ancora adesso. Ci sono zone inguaribili.”

Pier Paolo Pasolini: "“Di una violenza spaventosa. E poi mi annoiava, sono un po’ omofobo”.

Marco Travaglio: “Scrive libri coi ritagli della questura.” (1)



(1) Questa era una buona battuta!

“Gildissima vi guarda” e il Fatto Quotidiano va offline

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Il Fatto Quotidiano è offline.

Non riceve alcun finanziamento pubblico e questo mi ha sempre fatto solo piacere, ma questa mattina un’abbonata, senza essere una hacker, senza aver craccato alcunché, senza aver forzato alcun codice, ma solo utilizzando la sua login e la sua password di abbonata (che avrebbe dovuto darle accesso semplicemente alle versioni in PDF del quotidiano) si è ritrovata con i dati di altri 3000 abbonati come lei, e alla possibilità di modificare i contenuti del sito.

Gildissima si chiama in realtà Arianna Dongiovanni.

Prova a contattare la redazione, ma non riceve nessuna risposta. Non si sa come abbiano preso la sua segnalazione, se sul serio o come frutto di uno scherzo, fatto sta che è senz’altro frustrante per chiunque dire la verità e non essere ascoltati o creduti.

Allora Arianna-Gildissima cosa fa? Interviene sulla home page e cambia gli occhielli con messaggi come "Gildissima vi guarda" e "Date ascolto ai messaggi di Gildissima". Allora finalmente se ne accorgono e Peter Gomez, verso le 17 di oggi, si scusa ufficialmente. Non si sa se coi lettori, o, come dovrebbe essere più auspicabile, con la signora Arianna Dongiovanni.

Poi il sito va offline.

Dicono che riprendono alle sei di domani mattina.

"Augurateci, se volete, in bocca al lupo", aggiungono. Va bene, in bocca al lupo ma ridateci Gildissima!!

Marco Travaglio, Peter Gomez, Marco Lillo e Claudio Pappaianni rinviati a giudizio per diffamazione sul libro “Papi”

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[Nell’immagine: "Il diffamatore" – Olio su tela e aglio su bruschetta di Baluganti Ampelio – Livorno, "Sala de’ ponci" del Museo della Potta – Ripruduzione riservata, anzi, riservatissima chè me n’ho a male, eh?? Guaj a voi!!]

Marco Travaglio è stato rinviato a giudizio assieme a Peter Gomez, Marco Lillo e Claudio Pappaianni per alcune frasi contenute sul libro "Papi", pubblicato da Chiarelettere nel 2009, con l’accusa di diffamazione a mezzo stampa.

Ora, l’espressione "rinviato a giudizio" è impropria. Per la diffamazione a mezzo stampa, che è un reato minore, è prevista, più correttamente, la citazione diretta a giudizia. Insomma, non c’è la famosa "udienza filtro", quella per cui si decide se si va a giudizio o no, ovvero se l’accusa abbia sufficienti elementi da portare in un dibattimento. In breve, non ci dovrebbe essere stato il pronunciamento di nessun giudice terzo, ma solo l’iniziativa del pubblico ministero.

Gli accusati avrebbero definito Lucia e Domenico Rossini, definiti rispettivamente «donna d’onore legata a un clan malavitoso barese» e «spacciatore di droga e pusher di fiducia di Gian Paolo Tarantini».

E’ da dire che Marco Travaglio non è mai stato raggiunto in sede penale da una sentenza definitiva passata in giudicato. Il 23 febbraio scorso, dopo essere stato condannato per diffamazione in primo e in secondo grado, il reato contestato è caduto in prescrizione.

A pensar male si fa peccato.

Un ideale giovanile di Antonio Padellaro con l’apostrofo

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La trincea delle voci dissenzienti rispetto al ddl Alfano sulle intercettazioni in discussione in seduta notturna al Senato è affidata a pochi, anzi, pochissimi.

Si tratta di un provvedimento che dovrebbe portare l’intera opinione pubblica in piazza. Ce ne sarà, al contrario, pochissima e sgretolata, se è vero come è vero che l’editoriale di Antonio Padellaro su "Il fatto quotidiano" di oggi riporta che lui, insieme ad altri giovani giornalisti della sua generazione, credevano in "un’ideale" con l’apostrofo.

Non è la prima volta che il neonato quotidiano di Travaglio & C. cade in  questi errori marchiani, che fanno pensare  a come costoro usano la tastiera del computer (una volta era la penna) per scrivere. E’ vero, probabilmente il pezzo è stato rivisto da qualche correttore di bozze che andrebbe addetto, magari, alla raccattazione delle monnezze della redazione, è abbastanza frequente, quando si scrive, fare questo tipo di errore (spessissimo si trova in rete "un’altro" scritto con l’apostrofo), ma se da un lato Padellaro e Travaglio inneggiano alla sacrosanta disobbedienza civile alla legge bavaglio, dall’altro dovrebbero sapere, e fin troppo bene, che la disobbedienza civile si attua con strumenti che sono anche l’ortografia, ovvero quello scrivere correttamente che dovrebbe fare da contraltare a vociazionismo e al becerismo dei giornali servi.

Che poi uno dice: "E allora te? Che di errori di ortografia e di battitura ne fai tutti i giorni?"

Vero, ma io non mi faccio mica pagare l’abbonamento!

Scrivono senza vergogna, ripubblico senza commento – Marco Travaglio

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"Penso che sia abbastanza imbarazzante e umiliante dover ribadire e ripetere che non si fanno gli attentati, che non si picchia la gente, che non si distrugge la faccia di nessuno, neanche del tuo peggiore nemico, che la violenza ripugna chiunque abbia la testa sul collo, che non è in quel modo lì che si combatte la battaglia politica: queste sono cose talmente banali che, ovviamente, devono accomunare tutte le persone che non abbiano perso completamente il bene dell’intelletto, ma è bene ripeterlo che quello che è successo ieri deve essere, ovviamente, censurato e riprovato, riprovato nel senso della riprovazione ovviamente, non nel senso del riprovare. "

(da: "Passaparola" del 14 dicembre 2009)

Parole vuote – Contraddittorio

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Ci sono delle parole che stanno perdendo valore. Le stanno svuotando, sono praticamente dei contenenti senza contenuti, sono delle robe tristissime, come Oliver Hardy senza Stan Laurel, come le imitazioni delle Pringles alla paprika del Lidl, come un militare di Brindisi (questa metafora non è mia, è di Stefano Benni, e mi è sempre piaciuta), triste come un Ponce alla Livornese che si è freddato, come un libro di Paulo Coelho, come una locomotiva a nafta della linea Bassano del Grappa-Padova, come un raffreddore in piena estate, come le copertine dei libri della Adelphi di qualche anno fa, come una tisana di biancospino e melissa per dormire.

E più vengono usate più si svuotano di senso e la gente non capisce più un cazzo che cosa vogliano dire.

Ultimamente va assai di moda il



Pare che tutto, per avere un’anima politically correct debba per forza avere un "contraddittorio". State guardando un’intervista in TV? Qualcuno sta parlando male di Berlusconi? Eh, non si può perché ci deve essere il "contraddittorio" dalla parte che si ritiene venga offesa. Già, ma che razza di ocntraddittorio ci può essere in un’intervista che raccoglie solo ed esclusivamente i pensieri dell’intervistato? Nessuno. Non ce ne frega nulla del contraddittorio, perché ogni pensiero, ogni informazione, ogni tipo di messaggio veicolato è, per definizione, fazioso e di parte.

Cominciò a limarci sordo lo zerbino Fabio Fazio quando, intervistando Marco Travaglio, disse che il giornalista non poteva ripetere una circostanza pubblicata su un suo libro a proposito dell’attuale Presidente del Senato Renato Schifani, per il semplice fatto che mancava il contraddittorio. E allora?? Non siamo in un processo penale in cui il contraddittorio è indispensabile, non c’è da creare nessun incidente probatorio, sono le opinioni di un giornalista che, fino a prova contraria, se dice il vero non è perseguibile, se sta diffamando un’alta carica dello Stato deve essere giudicato per quello che ha fatto.

Floris (altro zerbino) a Ballarò (altra trasmissione di regime) ha tenuto Berlusconi in diretta per 20 minuti solo perché il Capo del Governo aveva scambiato una trasmissione per un’aula d’accusa.

Il contraddittorio lo invocano i colpevoli. Per quanto mi riguarda niente contradditori, sono un preconcezionista già di mio.

Marco Travaglio

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Marco Travaglio sono andato a "vederlo" l’altroieri sera a Pineto (una decina di minuti di auto da casa mia).

Mia moglie mi manda un SMS e mi fa "Andiamo a sentire Travaglio, stasera? Pare che sia al Centro Polifunzionale di Pineto…". Le rispondo, ovviamente, di sì. Un po’ perché Travaglio è una di quelle persone da non perdere, un po’ perché mia moglie mi dice sempre che se non avesse sposato me avrebbe sposato lui che, per inciso, aggiunge, è nato nel 1964 e io non so se questa circostanza dovrebbe consolarmi o farmi incazzare ancora di più.

Per la strada nessun manifesto, nessun cartello, nessun tipo di avviso che faccia da "reminder" all’evento. Men che meno al Centro Polifunzionale. Voglio dire, se vai al cinema o a teatro il minimo che ti possa succedere è ritrovarti il cartellone del film o dello spettacolo fuori o, quanto meno, appiccicato sul vetro delle porta d’ingresso.

Lì invece niente. Che viene Travaglio te ne accorgi solo dal banchettino di libri suoi che sono posti in vendita fuori. Banchetto che, tra l’altro, ti ricorda che non è vero un cazzo che ce li hai tutti i libri di Travaglio, e allora vai a fare lo sborone con i tuoi colleghi, vai…

Travaglio quando arriva attraversa il pubblico. Voglio dire, non è entrato da dietro il palco, non l’hanno fatto passare da un’entratina laterale, no, me lo sono visto a un certo punto sbucare da dietro e ho detto "Buonasera". Mi ha fatto un sorriso che mi è sembrato sincero e ha contraccambiato il saluto. Poi mia moglie gli ha detto: "Salve, Marco, bentornato!" Allora lui le ha fatto un sorriso ancora più sincero e aperto. E’ il potere degli imperativi biologici, nascere femmine, l’ho sempre detto, dà qualche chance in più.

Travaglio è un fiume di parole. Montanelli diceva che la sua arma, formidabile e micidiale al tempo stesso è il suo archivio. Ma il punto non è tanto il fatto che Travaglio sia in possesso di un archivio, per quanto monumentale, no, il punto è che l’archivio è lui. Ha una capacità incredibile di ricordare fatti, eventi, citazioni, e precisa con puntualità millimetrica qualunque argomento gli venga sottoposto.

E così, smonta luoghi comuni (come il fatto che Berlusconi sia sempre stato assolto), e ha il potere di tirar fuori dalla naftalina della memoria tutto quello che ci eravamo, nel frattempo, dimenticati, perché alla memoria prodigiosa del giornalista corrisponde la memoria corta della gente, disposta a farsi prendere per il culo perché si è dimenticata di tutte le volte che ci è stata presa fino a ieri. Siamo così, noi italiani, abbiamo i tempi di prescrizione molto brevi.

Travaglio dal vivo è un po’ più magro di quello che appare in televisione, aveva un raffreddore e un’influenza incipienti che non gli hanno tuttavia impedito di essere brillantissimo, ironico, sferzante e profondo. Cioè quello che tutti i giornalisti dovrebebro essere. E non gli ha impedito nemmeno di firmare un autografo. A mia moglie, naturalmente.



Ho conosciuto, o, anche più semplicemente, incrociato molte persone nella mia vita. Alcune importanti tout-court, altre molto meno o, semplicemente, importanti nei rispettivi campi di indagine e di lavoro. Tutte sono state importanti per me. Credo di essere una persona fortunata. In questa sezione vi parlo di qualcuno di loro.

L’Abruzzo con due b de “Il Fatto quotidiano”

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Mi sono abbonato a “Il fatto quotidiano” e sono cazzi miei.

Voglio dire, sono cazzi miei e di chi mi offre il servizio. Sì, insomma, il giornale. ed, eventualmente, del vettore che me lo recapita (in questo caso le Poste italiane, che dopo una prima narcosi sembrano essersi decise a volermi recapitare il quotidiano tutti i giorni, e nel giorno d’uscita, piccoli miracoli crescono…).

Ma che il giornale di Padellaro e di Travaglio, a pagina sette dell’edizione di oggi scrivesse “Abbruzzo” con due “b”, cazzo, questo proprio no.

Vivo in una regione terremotata dall’ignoranza ma non ignorata dal terremoto, adesso ci si mettono anche loro…


PS: “Il Fatto quotidiano” è un bel giornale.

Tra Costituzione e poteri deviati

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Nell’ambito del 4° Incontro Nazionale dell’Italia dei Valori dal titolo: "L’alternativa di governo" (in programma dal 18 al 20 settembre 2009).

da: Radio Radicale
Licenza: Creative Commons

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Marco Travaglio – Il delirio della legge

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Buongiorno a tutti, ci sono stati da poco i funerali dei nostri caduti nella guerra dell’Afghanistan, personalmente, per quello che può valere, mi associo al lutto. Vorrei anche associarmi al lutto di tutti gli afgani che sono stati uccisi in questi anni dalle truppe di occupazione militare americane, inglesi, italiane etc. etc., dei quali invece ci dimentichiamo sempre: non esistono morti più morti degli altri, ma sicuramente le morti più ingiustificate sono proprio quelle degli afgani che, in Afghanistan, sono a casa loro, mentre, purtroppo, noi siamo a casa di altri. Chiudo questa parentesi e vi preannuncio che tra un po’ vi farò una sorpresa: vi farò vedere la prima pagina del numero zero de Il Fatto quotidiano; so che molti di voi sono abbonati o saranno comunque lettori in edicola e quindi magari gradiranno questa sorpresa, perché ormai siamo agli sgoccioli: oggi è lunedì, mercoledì usciremo con il primo numero e, chi si è abbonato on- line, già martedì sera a mezzanotte, alle 23: 59, se tutto va bene, potrà trovare in versione PDF sul suo computer il nostro giornale, libero e senza padroni. Però partiamo subito, prima di questa primizia, da un paio di notizie della settimana che non mi pare siano state analizzate: sono state date, ma non sono state analizzate, quello che manca in Italia non è neanche il giornalismo d’inchiesta, è il giornalismo di analisi, un giornalismo che faccia capire che cosa sta succedendo, che colleghi i puntini dell’enigma, per fare venire fuori la figura completa. Le due notizie sono due decisioni prese da due organismi dello Stato, di cui uno è la Corte d’Appello di Palermo, che sta processando Marcello Dell’Utri e l’altro è l’avvocatura dello Stato; sono funzionari pubblici, sia i magistrati che gli Avvocati dello Stato, che paghiamo per fare giustizia: i magistrati debbono valutare le prove e decidere, nel caso in cui siano giudici di Corte d’Appello, se l’imputato è colpevole o innocente, gli Avvocati dello Stato – lo dice il loro stesso sito Internet- hanno il compito di difendere la Pubblica amministrazione nei processi, compresi naturalmente quei procedimenti che finiscono davanti alla Corte Costituzionale, dove la Pubblica amministrazione, ossia il Parlamento e il governo, deve andare a difendere la legittimità costituzionale delle leggi o dei decreti che approva. Quindi sono persone pagate da noi per fare giustizia per rappresentare gli interessi collettivi: lo dico perché, in realtà, le due decisioni, le due posizione prese dalla Corte d’Appello di Palermo (Presidente Dall’Acqua) e dall’Avvocato dello Stato Glauco Nori non mi pare che rappresentino i cittadini, le esigenze della giustizia e l’interesse pubblico: è una mia opinione, io non mi sento rappresentato né dalla decisione presa dalla Corte d’Appello di Palermo, né tantomeno dalla posizione assunta dall’avvocatura dello Stato. Andiamo con ordine: che cosa doveva decidere la Corte d’Appello di Palermo? La Corte d’Appello di Palermo è quella di fronte alla quale Marcello Dell’Utri è imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, dopo che in primo grado era stato condannato, in Tribunale, a nove anni di reclusione; ha fatto ricorso lui contro la condanna, ha fatto ricorso la Procura di Palermo, sostenendo che la pena era troppo lieve, sebbene fosse abbastanza consistente, ma stiamo parlando di mafia, se l’accusa viene confermata anche in appello e quindi processo di appello. Al processo di appello si è lavorato per tre anni, dal 2006 al 2009; nel corso di questo processo d’appello la pubblica accusa ha chiesto di depositare nuovi elementi di prova e la Corte d’Appello li ha respinti quasi tutti, anche nell’ultima udienza ha respinto i nuovi elementi di prova, o indiziari, come si dice, portati dal Procuratore Generale Antonino Gatto. Che elementi erano? Erano gli elementi di cui abbiamo parlato molte volte quest’estate, ovvero le novità emerse dal fronte Ciancimino, figlio dell’ex Sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. (…)

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Informazione: l’Italia e’ al 74.o posto

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Moderatore: Marco Travaglio (Giornalista). Relatori: Pancho Pardi (Senatore Italia dei Valori); Nicola Tranfaglia (Storico), Vittorio Occorsio (Presidente associazione "Giovani e cultura"), Antonio Di Bella (Direttore del TG3), Concita De Gregorio (Direttrice de l’Unità), Francesca Fornari (Giornalista e vignettista).

Vasto, 18 settembre 2009

da: http://www.radioradicale.it/scheda/287154
Licenza: http://creativecommons.org/licenses/by/2.5/it/

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Marco Travaglio – La mafia fa le pentole ma non i coperchi

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Buongiorno a tutti, oggi ci riguardiamo di nuovo in faccia, sono felice, parliamo di quello che è successo negli ultimi giorni brevemente nel campo politico, avete visto, Fini tenta un’altra volta di smarcarsi come aveva tentato di fare due anni fa, poi due anni fa ci fu il precipitare del Governo Prodi con le elezioni anticipate e dovette rinculare indietro, questa volta sembra fare sul serio e sta cominciando anche a esplicitare i temi del suo dissenso dalla leadership di Berlusconi. […]

Ascolta l’intervento di Marco Travaglio direttamente dal nostro lettore di MP3

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Marco Travaglio – L’informazione delle denunce anonime

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Buongiorno a tutti.
Io penso che quando si assume un picchiatore poi non ci si può meravigliare se quello picchia e domandarsi se il picchiatore assunto ha avuto un mandato diretto sugli obiettivi da picchiare, oppure se se li sceglie lui pensando di compiacere il padrone, penso sia abbastanza indifferente.
Vittorio Feltri è stato riassunto da Silvio Berlusconi, non da Paolo Berlusconi che è l’editore finto, l’editore pro forma per aggirare la legge Mammì: voi sapete che se dovesse essere vero che Silvio è il vero… il mero proprietario, come direbbe la legge Frattini, del Giornale dovrebbe perdere tutte le concessioni televisive perché la legge Mammì punisce ogni violazione di sé medesima con la revoca e lo spegnimento delle televisioni. Ecco perché l’escamotage di Paolo Berlusconi, ma ancora una volta come già ai tempi della cacciata di Montanelli e dell’assunzione di Feltri pure stavolta il direttore del Giornale è stato deciso da Silvio e non da Paolo, come lo stesso Feltri ha confessato bellamente

Paolo Guzzanti e le intercettazioni distrutte di Berlusconi

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Paolo Guzzanti mi sta sulle palle, come sua figlia.

Solo che il destino ha voluto che facessero percorsi di vita diversi e che lui, Paoletto, si sia buttato tra le braccia di Berlusconi (un po’ come Noemi, o la D’Addario, se volete…), lei, la Sabina, si è fatta trascinare dal Popolo della Rete.

Tutti e due hanno un blog. E va beh, ognuno le sue frustrazioni dovrà pur scriverle da qualche parte.

Solo che Paolo Guzzanti, dal suo "Rivoluzione Italiana", esagera.

Di Berlusconi scrive che "Quest’uomo ai miei occhi corrompe la gioventù e  mina le basi della società minando il rispetto nei confronti della donna." E va beh, poi però ci spiega chi è che si è candidato nelle file del PDL, o di Forza Italia, o di quello che è, se lui o noi, perché noi lo abbiamo capito da un pezzo, ma lui sembra non essersene ancora accorto.

Continua dicendo: "Ciò è avvenuto in concomitanza delle voci, che io ho potuto verificare come purtroppo attendibili (non prove, ovviamente, altrimenti le avrei presentate io), secondo cui un famoso direttore ha mostrato e fatto leggere a un numero imprecisato di persone (deputati e deputate di Forza Italia per lo più) i verbali che tutti i direttori di giornale hanno, ma che avrebbero deciso di non usare su sollecitazione del Presidente Napolitano. Si tratta di trascrizioni da intercettazioni avvenute nell’ambito dell’inchiesta di Napoli e poi fatte distruggere da Roma, in cui persone che ora ricoprono cariche altissime si raccontano fra di loro cose terribili che la decenza e la carità di patria mi proibiscono di scrivere, anche se purtroppo sono sulla bocca di coloro che hanno letto i verbali. Io ne conosco almeno tre. Dunque io non ho molti dubbi su qua[n]to è accaduto ed accade."

Quindi, ci sarebbero delle voci che secondo lui sono attendibili, ma che non assurgono il valore della cosiddetta "prova provata", secondo le quali sarebbero stati mostrati dei verbali così compromettenti, ma così compromettenti, ma così compromettenti che lo stesso Capo dello Stato sarebbe intervenuto per perorare la causa della loro inutilizzabilità.

Un Napolitano mosso a umana pietà avrebbe messo una pietra tombale sulle intercettazioni di Napoli che sarebbero state poi distrutte.

Ma bene. Nei verbali dunque, "cose terribili" che uno non rivela per "decenza" e "carità" di Patria.

E’ evidente che per Guzzanti la "carità di patria" è superiore al servizio che potrebbe fare alla gente rivelando i particolari di quest’uso sempiterno del condizionale che gli permette agilmente di tirare il sasso e ritirare la mano.

Poi si mette ad attaccare Marco Travaglio "Io con Marco Travaglio ho un rapporto soltanto giudiziario. Per ora lui è rinviato a giudizio su mia querela per quel che ha scritto sul mio conto, affermando il falso. Dunque io non sono un fan di Travaglio. Ma sto leggendo accuratamente il terribile libro “Papi”, scritto in team con Gomez ed altri, ed è un libro terribile perché espone soltanto documenti, articoli, trascrizioni di dichiarazioni di tutti i protagonisti, senza alcuna concessione retorica e propagandistica. Quel libro dovreste leggerlo tutti sotto l’ombrellone (…)"

E ora io non so più se comprare "Papi" perché l’ha scritto Marco Travaglio o se non comprarlo perché me l’ha consigliato Paolo Guzzanti.

Voi capirete che si tratta di travagli interiori mica da ridere, ora vado sulla cima di una montagna, mi spoglio nudo, mi offro al mondo (come il personaggio dell’hippy di "Un sacco bello" interpretato da Verdone) in atteggiamento di pura espiazione e poi, come decido qualcosa, ve lo faccio sapere, vaffanculo, mi ci mancava solo Guzzanti oggi a rompere i coglioni…