Come disabilitare le notifiche di lettura su WhatsApp

A me WhatsApp piace. Mi è utile per comunicare brevemente con le persone, ci mando foto, raramente qualche video, ci rompo spesso le scatole al prossimo, quando sono in Toscana faccio delle videochiamate con mia figlia, insomma, mi ci trovo assai bene.

So altrettanto bene che si tratta di uno strumento tremendamente invasivo per quello che riguarda la privacy. Ma è un prezzo che sono disposto a pagare e quando lo uso non penso che è di proprietà di Zuckerberg o come si scrive. Esattamente come quando mangio la Nutella non penso al fatto che le nocciole possano essere turche, la mangio e basta, butta giù che ti fa bene!

Ma una delle cose che non potevo sopportare, fino a ieri, di WhatsApp, erano i doppi segni di spunta azzurri che mi notificavano l’avvenuta lettura del messaggio da parte del destinatario.

Voglio dire, mi scrivono un messaggio, me lo mandano, a quel punto WhatsApp segnala con un segno di spunta singolo l’avvenuta ricezione del messaggio sui suoi sistemi, e con un segno di spunta doppio (di colore grigio) che quel messaggio è stato inoltrato sul terminale del destinatario (cioè me), perché mai il mittente dovrebbe sapere anche se ho letto quel messaggio o meno? Ma saranno affari miei? Volete anche sapere se mi è piaciuto, se risponderò e quando risponderò. Perché poi la componente psicologica è quella: l’hai letto quindi adesso sei costretto a rispondere. E la gente magari lo fa anche, con una faccina, un dito alzato, un gomito piegato (particolarmente ostile quest’ultimo), il sorrisino che fa vedere che scendono le lacrime, quello che mostra la bocca spalancata (perché ce ne sono di diverse tipologie, uno solo non bastava), cuoricini a gogò, gattini, micetti, felini in fasce, disegnini vari, casine, casette, caselle, orsacchiotti, peluscini, Di Stefano ora basta.

Insomma, perché mai una persona dovrebbe sapere se io ho letto o meno un suo messaggio? E quando l’ha saputo cosa cambia? Mi dà fastidio questa cosa. E allora l’ho tolta. Non pensavo si potesse fare e invece ho trovato il modo. Ve lo trascrivo qui di seguito:

– Si apre l’applicazione.
– Si clicca sui tre puntini verticali in alto a destra.
– Poi si va su “Impostazioni”
– Da qui su Account —> Privacy.
– Sul menu “Privacy” si disattivano le “Conferme di lettura”.

Si tratta di una operazione a doppio binario. Vuol dire che, una volta compiuta, chi vi scrive non saprà se voi avete letto il messaggio, ma se voi scrivete a qualcuno, analogamente sarete voi a non poter avere la conferma di lettura da parte del destinatario. E va beh, pazienza, diamo agli altri quello che pretendiamo per noi e viviamo tutti più leggeri. Meno stress, meno impazienza. Hasta pronto.

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L’Accademia della Crusca violenta i diritti dei verbi intransitivi

L’Accademia della Crusca ha stabilito che, sia pure in contesti informali di linguaggio parlato, magari giovanile e di slang, espressioni come “scendi il cane” o “esci il portafoglio” sono ammissibili. Verbi con accezione intransitiva, cioè, assumono forma transitiva, come se si potesse dire “uscire qualcuno” o “scendere qualcosa” (a parte le scale, ovviamente). A parte il fatto che io in Toscana ho sempre sentito i bimbetti in collo (in collo vuol dire “in braccio”, in Toscana) a su’ mà’ dire “O mamma, mi scendi?”, quindi la cosa non scandalizza più di tanto, c’è da dire che l’Accademia della Crusca stavolta ha preso una cantonata mostruosa. E’ pur vero che la lingua non è di chi la codifica ma di chi la parla, e il prendere atto del cambiamento linguistico, anche se impoverisce l’idioma, è sempre un atto di umiltà scientifica apprezzabile, ma ammettere “Scendeteli!” per “Fateli scendere!!” è semplicemente inconcepibile. Anche perché se è vero come è vero che possono essere utilizzati in modalità transitiva in via informale, è anche vero che l’atteggiamento tipico della gente è quello di rendere nella forma quello che viene detto nell’informalità. Così, la gente si è scandalizzata. Giustamente. Ma fateci caso: le stesse persone che criticano l’Accademia della Crusca per questa alzata d’ingegno sono quelle che su WhatsApp scrivono “xché”, “xò”, “tvttb”, cànnano le maiuscole, fanno un uso smodato degli emoticons, mandano gli auguri di buon Natale e buon anno a tutta la rubrica così non pensano a scrivere qualcosa di originale. E allora la colpa non è neanche tanto dell’Accademia della Crusca, è di tutti noi che ciucciamo le indicazioni e le scambiamo per verità rivelate e norma della vita linguistica di tutti i giorni. Però la Crusca tutto questo se lo poteva risparmiare. E poteva risparmiarlo a noi che non ne possiamo più.

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Ancora due parole sul blog…

Qualcuno di voi mi ha chiesto come mai appaiono le parole linkate in rosso anche sulla home page del blog quando prima apparivano solo nei singoli articoli. Certo che anche voi una bella padellata di affari vostri non ve la fate mai, eh? Va beh, tanto vale che vi confessi che è un sistema che sto sperimentando per vedere di incrementare i clic sulle singole pagine e offrire contemporaneamente la possibilità di accedere velocemente a pagine con tematiche di (potenziale) interesse per l’utente finale. Detto così suona anche bene. Poi c’è la gente che mi dice “Ma si legge male!” Eh, sì, magari non sarà proprio il massimo, ma, sfiga per voi, perché quando andate a consultare Wikipedia vi ritrovate letteralmente pieni di link e controlink azzurri, potete vederne qualcuno anche sulla mia home page ottenendo un effetto ridotto (ma magari, che ne so, vi piacciono le emozioni forti e io non sono ancora in grado di darvele…). Va bene, in questi due giorni ho pubblicato sei articoli, spero siate contenti (e se non siete contenti vi attaccate!), domani parto per la Toscana, dove restero quattro giorni e mi sarà difficile aggiornare, per cui abbiate pazienza che al ritorno, sempre se non mi vado ad ammazzare con la macchina, riprenderò a scrivere qualche stupidaggine. Nel frattempo siate felici.

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Quando c’era (ancora) la festa de l’Unità

da un'opera di Federico Maria Sardelli

Le feste de l’Unità non ci sono più. Fanno parte di quelle cose di una volta che abbiamo completamente perduto. Come il Dolce Forno Harbert. O le palline clic-clac.

Alla Festa de l’Unità c’era il gioco del tappo, quello del maialino d’India (un povero porcellino costretto a rifugiarsi in una casetta numerata, chi aveva quel numero vinceva il premio in palio -solitamente una pianta-), e si entrava tra gli stand accompagnati da un odore di fritto che ti impregnava anche le mutande, frammisto alla fumicaia delle salsicce arrosto e delle bistecche alla brace che venivano cotte lì per lì, con contorno di fagioli all’olio e pepe, perché, si sapeva, il compagno comunista mangiava bene e scorreggiava meglio. Il vino era quello dei fiaschi che veniva messo sul tavolo così alla sans façon e bevuto nei bicchieri di plastica bianchi.

Poi si andava al dibattito della serata con lo stomaco appesantito, la testa brilla e nessuna voglia di discutere, bastava tirare qualche improperio alla Democrazia Cristiana (allora esisteva anche lei), rimpiangere Terradioboiacini o aver qualcosa da ridire su Berlìnguere, che in Toscana quanto ad accenti non siamo secondi a nessuno.

Ma alle feste del PD cosa servono, il sushi??

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Le “‘omuni origini tos’ane” di Francesco Petrarca e Andrea Kerbaker

Andrea Kerbaker è scrittore, docente di Istituzioni e Politiche Culturali all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, collaboratore del Corriere della Sera e del Sole 24 Ore, nonché collezionista universalmente riconosciuto di libri. Ne possiede più di 25000.

Bene. Sto leggendo il suo ultimo libro “Lo scaffale infinito – Storie di uomini pazzi per i libri”. Bello. Si passa da Petrarca a Umberto eco passando per Federigo Borromeo, Madame de Pompadour, Caterina di Russia, Borges e altri.

A pagina 17 c’è un monologo interiore di finzione tra Petrarca e tale Coluccio. Vi si legge:


E qui c’è un errore madornale, che è quell’elisione della “c” (che poi starebbe per il fonema /k/) nella parola *tos’ane.

Non ho voglia di stare qui a spiegarvi la gorgia toscana o il raddoppiamento fonosintattico, vi basti sapere solo che NON E’ VERO che in toscano cadono tutte le c. O si pronunciano aspirate come nel fiorentino. O non si pronunciano proprio come in livornese.

Va bene la “hoha hòla hólla hannuccia hórta horta e una hìna halda” da chiedere al bar. Va bene dire “la mi’ hasa”. Ma NON SI DICE “vado a ‘hasa”. No. Si dice “vado a kkasa”, con la c raddoppiata (come in “accasarsi”, ad esempio).

E non si dice “tos’ane” ma, semplicemente, “toscane”.

E’ un po’ l’effetto che produce chi, non essendo toscano, tenta di imitare la pronuncia toscana. Possono cascarci tutti. Meno i toscani, naturalmente, che, come ricordava Curzio Malaparte, quando gli altri ridono (“La mi’ hagna ha fatto sette hagnolini tutti senza hoda…”, ah ah ah, le rysa!!!) restano imperterriti a gelarti il sangue nelle vene.

E sorridono di buon grado sapendo che è bello correggere Andrea Kerbaker su queste piccole cose.

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Sotto Costa: analisi e disamina della retorica dell'”errore umano”

Ancora una volta il pensiero collettivo, attraverso quello della stampa nazionale, si sta perdendo dietro un groviglio imperdonabile di parole, categorie e banalizzazioni successive.
E’ per questo che come illustrazione per questo pezzo ho scelto un giornale straniero.
Perché non si fa altro che parlare di "errore umano". Che è un modo qualunque per sottovalutare, sviare, confondere, disorientare l’opinione pubblica sul disastro della nave Costa Concordia all’Isola del Giglio (l’Isola del Giglio è in provincia di Livorno, quindi, scusatemi ma sono particolarmente sensibile a questi eventi).
Cribbio, un errore umano è quando una nave va a schiantarsi contro gli scogli perché, si veda il caso, si è sbagliato a calcolare la rotta, oppure perché il timoniere era stanco e ha virato a dritta piuttosto che a mancina, è la colpa in senso strettamente giuridico, è la negligenza, il non mettere, per i più svariati motivi, tutta la attenzione necessaria. Quello è un errore umano.
Ma quando si va sotto costa perché c’è da fare ciao ciao con la manina come i bambini a chi ti guarda dall’altra parte, nemmeno uno si trovasse in diretta sul Grande Fratello, ben sapendo quali sono i rischi di andare a sfracassarsi contro gli scogli quello non è un errore umano.
E’ un atteggiamento psicologico ben diverso, è la sfida al limite, è il forzare a tutti i costi, giusto per vedere di nascosto l’effetto che fa o, ancora peggio, che l’effetto che fa non è poi così pericoloso, che alla fine non succede niente, che è vero, non si dovrebbe, ma si fa, chè tanto siamo tutti qui per farci vedere dagli isolani quanto siamo belli, e allora ciao, mamma, guarda come mi diverto e la gente muore, muore perché qualcuno voleva salutare, muore perché, si dice, uno scoglio non era segnalato sulle carte, quindi la colpa è delle carte, non della mania degli umani a superare sempre i limiti, non del superomismo dilagante, ma certo, la colpa è sempre del tram che non è passato, sempre accusando, sempre cercando il responsabile, non certo io, e chissà se anche la totale stupidità congenita di noi esseri umani sia da annoverarsi tra gli "errori umani" del bosone di Higgs che ci ha creati.
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La Madonna del Terzo Reich di Giuseppe Veneziani e le polemiche di Pietrasanta

A Pietrasanta si sta verificando la solita manifestazione di isteria culturale collettiva di nemmen mezza estate.

Sta per essere inaugurata la mostra "Zeitgeist" del pittore Giuseppe Veneziano, noto, finora, per essere un emerito sconosciuto al grande pubblico, magari un po’ meno sconosciuto agli addetti ai lavori, ma non stiamo mica lì a spaccare il capello in quattro, anzi, per la precisione sarà inaugurata il 17 luglio, tra due giorni.

Tra le opere in esposizione spicca questa "Madonna del Terzo Reich", che raffigura una stilizzatissima Vergine Maria con un Hitler in versione bambinesca, sullo stile delle madonne col bambino di raffaelliana memoria.

Un’opera francamente brutta che è stata tuttavia utilizzata come copertina del catalogo della mostra (a cura di Ivan Quaroni) ed è per questo che, dopo qualche polemica già suscitata nel 2009, ha fatto di nuovo infiammare gli animi dei lucchesi che quando dicono di mettersi di punta su questioni di infimo ordine non si fanno pregare da nessuno, abituati come sono ad essere dipinti dai loro corregionali toscani come assaggiatori di concime organico e conduttori di barrocci.

Il punto della polemica non è che il quadro è obiettivamente brutto, no, è blasfemo, offensivo, turba la sensibilità di chi lo guarda, ma soprattutto quello del parroco di Pietrasanta, Don Stefano D’Atri, che dice di disprezzare il bene effimero (e, in questo caso, mal distribuito) dell’arte e che si scaglia contro l’opera affermando che «La figura di quella Madonna, così rappresentata, offende la nostra sensibilità di credenti ma anche di quelle persone che hanno vissuto momenti tremendi legati al nazismo. E non nascondiamoci dietro l’arte e la questione della censura». E questo lo dice a due giorni dall’inaugurazione della mostra, così, per mettere le mani avanti.

Excusatio non petita quella di Don Stefano D’Atri, perché se ci è venuto vagamente il dubbio che il suo non fosse un intervento critico ma neanche tanto vagamente censorio, ora ne abbiamo una certezza. E perché mai non si dovrebbe invocare la questione della censura? Invece di dire che l’arte, di per sé, è a-morale, ed è costituita solo da opere belle e da opere brutte, e che c’è una tendenza sempre più irrefrenabile a far apparire arte quello che arte non è, si sostituisce alla libera (anche se discutibile) espressione artistica il proprio giudizio morale. Insomma, cazzibus nostris non facimus atque ingeremus.

E poteva essere solo il Parroco a tacciare di blasfemia la "Madonna del Terzo Reich" del sor Veneziani?
Macché, ci si è messo anche il Sindaco con fascia tricolore, Domenico Lombardi, che fa delle affermazioni da schiantare dal ridere: «Mi prendo tutte le responsabilità per aver dato l’ok a quella immagine. Ma non l’avevo vista prima, altrimenti forse ne avrei scelta un’altra».

Ecco, il Lombardi, in quota PD (gli stessi che quando c’è da votare la fiducia sul decreto sulle intercettazioni al Senato se ne escono dall’aula invece di dire no, tanto per intenderci), prima si prende la responsabilità per aver dato l’imprimatur, o il "visto, si stampi" che dir si voglia, poi ha candidamente affermato di non aver nemmeno visto quel (brutto) quadro.
E’ come comprare una macchina senza averla vista, firmando il contratto a occhi chiusi e poi lamentarsi se ti rifilano una Trabbant. Poi però dice che la scelta di invitare Veneziano a Pietrasanta non è stata sua, ma del suo predecessore del PDL, ins breve, "non sono io il custode di mio fratello", e tutto finisce a tarallucci e vino.

Un quadro bruttissimo, dicevo, ma che un messaggio lo dà.
La Madonna, per la Chiesa è Madre dell’umanità. Dunque, perché non potrebbe essere anche madre dello zio Itle’ e/o delle dittature di ogni tempo e paese? Non sono, forse, le dittature, simbolo ed espressione della stessa umanità di cui la Madonna è madre?
O forse vogliamo dimenticare i solenni funerali concessi a personaggi pii, devoti e pacifici come nonno Francisco Franco o la buonanima del Generale Augusto Pinochet? Non offende questo, no, offende un Giuseppe Veneziani qualsiasi…

E’ solo una dimostrazione di quello che sta accadendo nel paese. Se sovrapponiamo l’etica individuale o, peggio, le etiche individuali, allo stato di diritto siamo tutti fottuti.

Il mio avvocato mi direbbe "obbràvo!
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Asilo (o ISOLA, non ricordo): il “Regina Pacis” di Vada

[Fai clic sulla foto per scaricarla nel formato originale]

Da piccino andavo all’asilo "Regina Pacis" di Vada, dove Don Vellutini veniva ogni tanto in bicicletta a far visita a noi pargoli, riempendoci di doni e sacrosante pedate negli stinchi, e dove la Signorina Cianchi ci faceva fare il riposino pomeridiano che io, da bravo rompicoglioni in erba, odiavo più del pasticcio di carciofi, che mi sono sempre restati parecchio sugli attributi, e dove avrei scoperto la mia vocazione musicale accompagnando un’orchestrina di zufoli e un pianofortaccio scordato con due piattacci d’alluminio sbattuti insieme. Eccolo come appare all’ignaro viandante.

La foto è mia, ma voi potete scaricarla nel formato originale e farci ugualmente ciò che vi pare seguendo i dettami della licenza:
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La mailing list di Rifondazione Comunista della Toscana e il mistero di OpenOffice



L’organolettico Baluganti Ampelio (o Caciagli Edo, o financo Repeti Rodolfo vedovo Baneschi, ora non mi sovviene esattamente) mi invia una segnalazione, che, pur còlta in contropiede dalla mia proverbiale solerz… pigrizia, mantiene fresca e imperitvra, tutta la propria efficacia documentaristica.

Nella mailing list toscana di Rifondazione Comunista (si badi bene a non farsi mancar nulla, chè è d’uopo!) qualcuno deve avere segnalato un link, oppure uploadato un file, oppure aver fatto qualsiasi altra cosa che la malasorte gli ha imposto di tentare di condividere.
Orbene, prima Monica gli risponde che "Non si apre" (classica scusa del Menga, come dire "Non funziona" oppure "Non succede niente", tipica di chi scarica sull’oggetto in questione -in questo caso il file- il fatto di non riuscire a farlo funzionare) e poi arriva bel bello Paolo che ricorda ad Alberto, il malcapitato, che non tutti hanno OpenOffice (programma gratuito che apre i documenti per OpenOffice e per Word) per cui è meglio postare un documento in Word che è a pagamento, NON apre i documenti di Open Office (e non si vede perché dovrebbe) ma si vede che tutti ce l’hanno.

Poi uno si chiede come hanno fatto quelli di Rifondazione Comunista a sparire dall’arco costituzionale…
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Monta qui che vedi Lucca!

A Livorno il detto "Monta qui che vedi Lucca!" ha valenze e significati antichi e persino ancestrali, tanto che li capisce solo un livornese.

E a dirla tutta ai livornesi Lucca non è che sia mai piaciuta gran che, con l’atteggiamento quattrinaio, l’innata e inconfondibile abitudine a guidare i barrocci anziché le comuni autovetture, sempre dubbiosi e sospettosi nei confronti di tutti.

Figurarsi se a Livorno la gente non perdeva l’occasione per prenderli per il culo.

Il nuovo regolamento comunale prevede che nel centro storico a Lucca sia proibita l’apertura di locali di ristorazione con cucine e prodotti di etnie diverse da quella locale.

Il testo del regolamento stabilisce che "al fine di salvaguardare la tradizione culinaria e la tipicità architettonica, strutturale, culturale, storica e di arredo non è ammessa l’attivazione di esercizi di somministrazione, la cui attività svolta sia riconducibile ad etnie diverse"

Insomma, nel centro storico di Lucca non si potrà mangiare il Kebab, questo è poco ma sicuro, non troverete gli involtini primavera ma c’è da scommettere che per qualche soldino in più il Comune della solerte cittadina toscana sia disposto a chiudere un occhio su MacDonald’s (i quattrini valgon bene un cheeseburger!)

Non si sa se per "salvaguardare la tradizione culinaria" i lucchesi proporranno la materia organica di cui sono da secoli assaggiatori, il concime (nella Lucchesia per saggiare la bontà del letame destinato alla concimazione dei campi e per verificarne il grado di acidità lo si assaggiava), ma c’è da piangerci la notte. Non si sa se i Wurstel faranno parte o no dell’etnia locale, se lo saranno le patatine fritte (che sono francesi), se sarà possibile sedersi a un caffè e chiedere un Irish Coffee. O, perché no, anche un ponce alla livornese. Eeeeeeh, non è la stessa etnia…
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A Firenze un Giardino per Oriana Fallaci

Firenze è una città strana.

Ha intitolato un giardino a Oriana Fallaci, spero non per merito della defunta scrittrice e giornalista, ma per il fatto che era fiorentina e quindi era, per dirla in giurisprudenziale, un "atto dovuto".

Il "Corriere della sera" di oggi dice che sono pochissime le strade intestate a donne. E’ vero, se ne cerco una vicino a me c’è una via Ave Ninchi (curioso!) a pochi chilometri da qui.

Poca toponomastica femminile, dunque, e per giunta scelta male. Voglio dire, il comune di Firenze non ha intestato una via, che so, a Marie Curie, a Rosa Luxembourg, a Anna Politkovskaja, o, tanto per dire, alle madri della Plaza de Mayo. No, una di quelle pochissime è intestata a Oriana Fallaci, e che cazzo, quella che sputa addosso agli intelettuali che dicevano che l’attentato dell’11 settembre gli americani un po’ se lo sono anche meritato, lei, cicala di lusso che dava delle cicale di lusso ai suoi colleghi.

E’ imbarazzante, ma è soprattutto tetro e financo torbido.

C’è una proporzionalità diretta tra l’innalzamento della retorica e l’abbassamento del livello della memoria. Se qualcuno si ricordasse che cosa scrisse la Fallaci in quell’articolo poi divenuto bieca operazione editoriale con qualche aggiunta, rimaneggiamento e soprattutto con un po’ di caustica cattiveria, forse un gesto così pietosamente sacrilego nei confronti della verità avrebbe potuto essere evitato.

Ecco dunque alcuni estratti significativi da quel testo visionario che tanti danari ha fatto arrivare nelle casse di Rizzoli. Giusto per non dimenticare, perché, grazie al cielo, un po’ di rabbia e di orgoglio ce l’abbiamo anche noi:

«Mi chiedi di parlare, stavolta. Mi chiedi di rompere almeno stavolta il silenzio che ho scelto, che da anni mi impongo per non mischiarmi alle cicale. E lo faccio. Perché ho saputo che anche in Italia alcuni gioiscono come l’altra sera alla Tv gioivano i palestinesi di Gaza. "Vittoria! Vittoria!". Uomini, donne , bambini. Ammesso che chi fa una cosa simile possa essere definito uomo, donna, bambino. Ho saputo che alcune cicale di lusso, politici o cosidetti politici, intellettuali o cosidetti intellettuali, nonché altri individui che non meritano la qualifica di cittadini, si comportano sostanzialmente nello stesso modo. Dicono: "Gli sta bene, agli americani gli sta bene". E sono molto, molto arrabbiata. Arrabbiata d’una rabbia fredda, lucida, razionale. Una rabbia che elimina ogni distacco, ogni indulgenza. Che mi ordina di rispondergli e anzitutto di sputargli addosso. Io gli sputo addosso.»

«Il fatto è che l’America è un Paese speciale, caro mio. Un Paese da invidiare, di cui essere gelosi, per cose che non hanno nulla a che fare con la ricchezza eccetera. Lo è perché è nato da un bisogno dell’anima, il bisogno d’avere una patria, e dall’idea più sublime che l’uomo abbia mai concepito: l’idea della Libertà, anzi l’idea della libertà sposata all’idea di uguaglianza.»

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1500 euro per un libro su Sammezzano

Sono pubblicità che passano sul Web e a cui si stenta quasi a credere.

Ebbene sì, da oggi potete portarvi a casa un volume di cm. 32 x 45 su Sammezzano, un paesino toscano, per un totale di ben 284 pagine al prezzo di puro strozzin… di puro favore di 1500 euro, cioè appena pochi euro di più di quanto non percepisca un insegnante di scuola superiore con almeno 10 anni di servizio (io).

L’offerta è certamente imperdibile, volete mettere? A soli 1500 euro vi aggiudicate il rotulo pergamenaceo (secondo in valore solo alla copia personale del profeta Isaia dell’Antico Testamento) con una fotografia numerata e firmata a mano dal fotografo Massimo Listri che vorrei sapere chi è e chi lo conosce, non è nemmeno su Wikipedia, il che è tutto dire.

Comprate dunque questa convenientissima operazione editoriale ed abbiate sempiterna gloria nell’empireo dei bibliofili!

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Niente più mi lega a questi luoghi

…e allora me ne vado anch’io.
In vacanza, s’intende. Con qualche libro, un costumino nuovo, un breve soggiorno alle terme (fa molto “terza età”), con la sola tecnologia di un paio di telefonini (Nokia 3310 e 3410, capirai…) che saranno spenti per la maggior parte delle ore del giorno, a respirare di nuovo un po’ di Toscana prima di rituffarmi nella follia scolastica.
Non vi darò conto di niente, dunque i fans di questo blog (che ci sono e non ne capisco il perché) si ciuccino le dita almeno per tutto il tempo in cui sarò via.

Non mi perderò per niente al mondo. Ma via, via… via di qui.
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