L’Accademia della Crusca violenta i diritti dei verbi intransitivi

L’Accademia della Crusca ha stabilito che, sia pure in contesti informali di linguaggio parlato, magari giovanile e di slang, espressioni come “scendi il cane” o “esci il portafoglio” sono ammissibili. Verbi con accezione intransitiva, cioè, assumono forma transitiva, come se si potesse dire “uscire qualcuno” o “scendere qualcosa” (a parte le scale, ovviamente). A parte il fatto che io in Toscana ho sempre sentito i bimbetti in collo (in collo vuol dire “in braccio”, in Toscana) a su’ mà’ dire “O mamma, mi scendi?”, quindi la cosa non scandalizza più di tanto, c’è da dire che l’Accademia della Crusca stavolta ha preso una cantonata mostruosa. E’ pur vero che la lingua non è di chi la codifica ma di chi la parla, e il prendere atto del cambiamento linguistico, anche se impoverisce l’idioma, è sempre un atto di umiltà scientifica apprezzabile, ma ammettere “Scendeteli!” per “Fateli scendere!!” è semplicemente inconcepibile. Anche perché se è vero come è vero che possono essere utilizzati in modalità transitiva in via informale, è anche vero che l’atteggiamento tipico della gente è quello di rendere nella forma quello che viene detto nell’informalità. Così, la gente si è scandalizzata. Giustamente. Ma fateci caso: le stesse persone che criticano l’Accademia della Crusca per questa alzata d’ingegno sono quelle che su WhatsApp scrivono “xché”, “xò”, “tvttb”, cànnano le maiuscole, fanno un uso smodato degli emoticons, mandano gli auguri di buon Natale e buon anno a tutta la rubrica così non pensano a scrivere qualcosa di originale. E allora la colpa non è neanche tanto dell’Accademia della Crusca, è di tutti noi che ciucciamo le indicazioni e le scambiamo per verità rivelate e norma della vita linguistica di tutti i giorni. Però la Crusca tutto questo se lo poteva risparmiare. E poteva risparmiarlo a noi che non ne possiamo più.

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Ancora due parole sul blog…

Qualcuno di voi mi ha chiesto come mai appaiono le parole linkate in rosso anche sulla home page del blog quando prima apparivano solo nei singoli articoli. Certo che anche voi una bella padellata di affari vostri non ve la fate mai, eh? Va beh, tanto vale che vi confessi che è un sistema che sto sperimentando per vedere di incrementare i clic sulle singole pagine e offrire contemporaneamente la possibilità di accedere velocemente a pagine con tematiche di (potenziale) interesse per l’utente finale. Detto così suona anche bene. Poi c’è la gente che mi dice “Ma si legge male!” Eh, sì, magari non sarà proprio il massimo, ma, sfiga per voi, perché quando andate a consultare Wikipedia vi ritrovate letteralmente pieni di link e controlink azzurri, potete vederne qualcuno anche sulla mia home page ottenendo un effetto ridotto (ma magari, che ne so, vi piacciono le emozioni forti e io non sono ancora in grado di darvele…). Va bene, in questi due giorni ho pubblicato sei articoli, spero siate contenti (e se non siete contenti vi attaccate!), domani parto per la Toscana, dove restero quattro giorni e mi sarà difficile aggiornare, per cui abbiate pazienza che al ritorno, sempre se non mi vado ad ammazzare con la macchina, riprenderò a scrivere qualche stupidaggine. Nel frattempo siate felici.

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Quando c’era (ancora) la festa de l’Unità

da un'opera di Federico Maria Sardelli

Le feste de l’Unità non ci sono più. Fanno parte di quelle cose di una volta che abbiamo completamente perduto. Come il Dolce Forno Harbert. O le palline clic-clac.

Alla Festa de l’Unità c’era il gioco del tappo, quello del maialino d’India (un povero porcellino costretto a rifugiarsi in una casetta numerata, chi aveva quel numero vinceva il premio in palio -solitamente una pianta-), e si entrava tra gli stand accompagnati da un odore di fritto che ti impregnava anche le mutande, frammisto alla fumicaia delle salsicce arrosto e delle bistecche alla brace che venivano cotte lì per lì, con contorno di fagioli all’olio e pepe, perché, si sapeva, il compagno comunista mangiava bene e scorreggiava meglio. Il vino era quello dei fiaschi che veniva messo sul tavolo così alla sans façon e bevuto nei bicchieri di plastica bianchi.

Poi si andava al dibattito della serata con lo stomaco appesantito, la testa brilla e nessuna voglia di discutere, bastava tirare qualche improperio alla Democrazia Cristiana (allora esisteva anche lei), rimpiangere Terradioboiacini o aver qualcosa da ridire su Berlìnguere, che in Toscana quanto ad accenti non siamo secondi a nessuno.

Ma alle feste del PD cosa servono, il sushi??

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Le “‘omuni origini tos’ane” di Francesco Petrarca e Andrea Kerbaker

Andrea Kerbaker è scrittore, docente di Istituzioni e Politiche Culturali all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, collaboratore del Corriere della Sera e del Sole 24 Ore, nonché collezionista universalmente riconosciuto di libri. Ne possiede più di 25000.

Bene. Sto leggendo il suo ultimo libro “Lo scaffale infinito – Storie di uomini pazzi per i libri”. Bello. Si passa da Petrarca a Umberto eco passando per Federigo Borromeo, Madame de Pompadour, Caterina di Russia, Borges e altri.

A pagina 17 c’è un monologo interiore di finzione tra Petrarca e tale Coluccio. Vi si legge:


E qui c’è un errore madornale, che è quell’elisione della “c” (che poi starebbe per il fonema /k/) nella parola *tos’ane.

Non ho voglia di stare qui a spiegarvi la gorgia toscana o il raddoppiamento fonosintattico, vi basti sapere solo che NON E’ VERO che in toscano cadono tutte le c. O si pronunciano aspirate come nel fiorentino. O non si pronunciano proprio come in livornese.

Va bene la “hoha hòla hólla hannuccia hórta horta e una hìna halda” da chiedere al bar. Va bene dire “la mi’ hasa”. Ma NON SI DICE “vado a ‘hasa”. No. Si dice “vado a kkasa”, con la c raddoppiata (come in “accasarsi”, ad esempio).

E non si dice “tos’ane” ma, semplicemente, “toscane”.

E’ un po’ l’effetto che produce chi, non essendo toscano, tenta di imitare la pronuncia toscana. Possono cascarci tutti. Meno i toscani, naturalmente, che, come ricordava Curzio Malaparte, quando gli altri ridono (“La mi’ hagna ha fatto sette hagnolini tutti senza hoda…”, ah ah ah, le rysa!!!) restano imperterriti a gelarti il sangue nelle vene.

E sorridono di buon grado sapendo che è bello correggere Andrea Kerbaker su queste piccole cose.

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Sotto Costa: analisi e disamina della retorica dell'”errore umano”

Ancora una volta il pensiero collettivo, attraverso quello della stampa nazionale, si sta perdendo dietro un groviglio imperdonabile di parole, categorie e banalizzazioni successive.
E’ per questo che come illustrazione per questo pezzo ho scelto un giornale straniero.
Perché non si fa altro che parlare di "errore umano". Che è un modo qualunque per sottovalutare, sviare, confondere, disorientare l’opinione pubblica sul disastro della nave Costa Concordia all’Isola del Giglio (l’Isola del Giglio è in provincia di Livorno, quindi, scusatemi ma sono particolarmente sensibile a questi eventi).
Cribbio, un errore umano è quando una nave va a schiantarsi contro gli scogli perché, si veda il caso, si è sbagliato a calcolare la rotta, oppure perché il timoniere era stanco e ha virato a dritta piuttosto che a mancina, è la colpa in senso strettamente giuridico, è la negligenza, il non mettere, per i più svariati motivi, tutta la attenzione necessaria. Quello è un errore umano.
Ma quando si va sotto costa perché c’è da fare ciao ciao con la manina come i bambini a chi ti guarda dall’altra parte, nemmeno uno si trovasse in diretta sul Grande Fratello, ben sapendo quali sono i rischi di andare a sfracassarsi contro gli scogli quello non è un errore umano.
E’ un atteggiamento psicologico ben diverso, è la sfida al limite, è il forzare a tutti i costi, giusto per vedere di nascosto l’effetto che fa o, ancora peggio, che l’effetto che fa non è poi così pericoloso, che alla fine non succede niente, che è vero, non si dovrebbe, ma si fa, chè tanto siamo tutti qui per farci vedere dagli isolani quanto siamo belli, e allora ciao, mamma, guarda come mi diverto e la gente muore, muore perché qualcuno voleva salutare, muore perché, si dice, uno scoglio non era segnalato sulle carte, quindi la colpa è delle carte, non della mania degli umani a superare sempre i limiti, non del superomismo dilagante, ma certo, la colpa è sempre del tram che non è passato, sempre accusando, sempre cercando il responsabile, non certo io, e chissà se anche la totale stupidità congenita di noi esseri umani sia da annoverarsi tra gli "errori umani" del bosone di Higgs che ci ha creati.
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La Madonna del Terzo Reich di Giuseppe Veneziani e le polemiche di Pietrasanta

A Pietrasanta si sta verificando la solita manifestazione di isteria culturale collettiva di nemmen mezza estate.

Sta per essere inaugurata la mostra "Zeitgeist" del pittore Giuseppe Veneziano, noto, finora, per essere un emerito sconosciuto al grande pubblico, magari un po’ meno sconosciuto agli addetti ai lavori, ma non stiamo mica lì a spaccare il capello in quattro, anzi, per la precisione sarà inaugurata il 17 luglio, tra due giorni.

Tra le opere in esposizione spicca questa "Madonna del Terzo Reich", che raffigura una stilizzatissima Vergine Maria con un Hitler in versione bambinesca, sullo stile delle madonne col bambino di raffaelliana memoria.

Un’opera francamente brutta che è stata tuttavia utilizzata come copertina del catalogo della mostra (a cura di Ivan Quaroni) ed è per questo che, dopo qualche polemica già suscitata nel 2009, ha fatto di nuovo infiammare gli animi dei lucchesi che quando dicono di mettersi di punta su questioni di infimo ordine non si fanno pregare da nessuno, abituati come sono ad essere dipinti dai loro corregionali toscani come assaggiatori di concime organico e conduttori di barrocci.

Il punto della polemica non è che il quadro è obiettivamente brutto, no, è blasfemo, offensivo, turba la sensibilità di chi lo guarda, ma soprattutto quello del parroco di Pietrasanta, Don Stefano D’Atri, che dice di disprezzare il bene effimero (e, in questo caso, mal distribuito) dell’arte e che si scaglia contro l’opera affermando che «La figura di quella Madonna, così rappresentata, offende la nostra sensibilità di credenti ma anche di quelle persone che hanno vissuto momenti tremendi legati al nazismo. E non nascondiamoci dietro l’arte e la questione della censura». E questo lo dice a due giorni dall’inaugurazione della mostra, così, per mettere le mani avanti.

Excusatio non petita quella di Don Stefano D’Atri, perché se ci è venuto vagamente il dubbio che il suo non fosse un intervento critico ma neanche tanto vagamente censorio, ora ne abbiamo una certezza. E perché mai non si dovrebbe invocare la questione della censura? Invece di dire che l’arte, di per sé, è a-morale, ed è costituita solo da opere belle e da opere brutte, e che c’è una tendenza sempre più irrefrenabile a far apparire arte quello che arte non è, si sostituisce alla libera (anche se discutibile) espressione artistica il proprio giudizio morale. Insomma, cazzibus nostris non facimus atque ingeremus.

E poteva essere solo il Parroco a tacciare di blasfemia la "Madonna del Terzo Reich" del sor Veneziani?
Macché, ci si è messo anche il Sindaco con fascia tricolore, Domenico Lombardi, che fa delle affermazioni da schiantare dal ridere: «Mi prendo tutte le responsabilità per aver dato l’ok a quella immagine. Ma non l’avevo vista prima, altrimenti forse ne avrei scelta un’altra».

Ecco, il Lombardi, in quota PD (gli stessi che quando c’è da votare la fiducia sul decreto sulle intercettazioni al Senato se ne escono dall’aula invece di dire no, tanto per intenderci), prima si prende la responsabilità per aver dato l’imprimatur, o il "visto, si stampi" che dir si voglia, poi ha candidamente affermato di non aver nemmeno visto quel (brutto) quadro.
E’ come comprare una macchina senza averla vista, firmando il contratto a occhi chiusi e poi lamentarsi se ti rifilano una Trabbant. Poi però dice che la scelta di invitare Veneziano a Pietrasanta non è stata sua, ma del suo predecessore del PDL, ins breve, "non sono io il custode di mio fratello", e tutto finisce a tarallucci e vino.

Un quadro bruttissimo, dicevo, ma che un messaggio lo dà.
La Madonna, per la Chiesa è Madre dell’umanità. Dunque, perché non potrebbe essere anche madre dello zio Itle’ e/o delle dittature di ogni tempo e paese? Non sono, forse, le dittature, simbolo ed espressione della stessa umanità di cui la Madonna è madre?
O forse vogliamo dimenticare i solenni funerali concessi a personaggi pii, devoti e pacifici come nonno Francisco Franco o la buonanima del Generale Augusto Pinochet? Non offende questo, no, offende un Giuseppe Veneziani qualsiasi…

E’ solo una dimostrazione di quello che sta accadendo nel paese. Se sovrapponiamo l’etica individuale o, peggio, le etiche individuali, allo stato di diritto siamo tutti fottuti.

Il mio avvocato mi direbbe "obbràvo!
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