Il coraggio di Nicoletta Dosio

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Nicoletta Dosio è finita in carcere dopo essere stata condannata a un anno di reclusione dopo un episodio di protesta del 2012 in cui un gruppo di manifestanti No-Tav aveva aperto le sbarre di un casello del”autostrada Torino-Bardonecchia. La Dosio è stata condannata con le accuse di violenza privata e interruzione di pubblico servizio. Ha rifiutato qualsiasi misura alternativa al carcere. Una donna con un coraggio senza precedenti. Impossibile non essere con lei.

 

Illegittimo impedimento

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Salvini avrebbe dovuto presentarsi il 10 dicembre scorso presso il Tribunale di Torino, dove lo aspettavano schiere di fans preghieranti per la sua sorte giudiziaria. L’imputazione era quella di vilipendio alla magistratura. Il 14 febbraio, Salvini aveva dichiarato:

“Se so che qualcuno nella Lega sbaglia sono il primo a prenderlo a calci nel culo e a sbatterlo fuori. Ma Rixi è un fratello e lo difenderò fino all’ultimo da quella schifezza che è la magistratura italiana

Successivamente aveva chiarito che

“Ci sono tanti giudici che fanno benissimo il loro lavoro. Penso a chi è in prima linea contro mafia, camorra e ‘ndrangheta. Purtroppo è anche vero che ci sono giudici che lavorano molto di meno, che fanno politica, che indagano a senso unico e che rilasciano in 24 ore pericolosi delinquenti. Finché la magistratura italiana non farà pulizia e chiarezza al suo interno, l’Italia non sarà mai un paese normale”

Ma Salvini non si è presentato. Il suo avvocato Claudia Eccher ha eccepito che il suo cliente era impegnato in Senato per una riunione di capigruppo per la legge di Bilancio. Dopo una brevissima camera di consiglio, il giudice di Torino Roberto Ruscello ha respinto la richiesta della difesa, avendo constatato la modifica del calendario dei lavori della capigruppo del Senato e ha dichiarato irricevibili le argomentazioni dell’avvocato Eccher.

La solidarietà a Matteo Renzi #siamotuttiMatteoRenzi?

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Ieri è successo che, mentre stavamo aspettando il responso del popolino della rete che ha messo al sicuro le chiappe del Ministro dell’Interno, sono stati arrestati i genitori dell’ex Primo Ministro Matteo Renzi. Una volta posti ai domiciliari con l’accusa di bancarotta fraudolenta e false fatturazioni, la notizia è diventata subito, come si dice in questi casi, “virale”. Talmente virale che su Twitter si è scatenata una vera e propria gara di solidarietà nei confronti dell’ex capo del governo. Come se l’arrestato fosse lui. Ora, voglio dire, io capisco l’empatia che può nascere da una notizia del genere, ma che le colpe dei padri possano in qualche modo ricadere sui figli è un Dio che è morto da quel dì. Mi sono immerso in questo sciropposo liquame buonista e ho trovato il commento di uno che diceva che era vergognoso che i genitoria siano stati arrestati nel momento in cui il figlio si trovava a più di 600 Km. di distanza per lavorare. Non era andato a lavorare, Matteo Renzi, ma a presentare il suo libro a Torino (appuntamento poi annullato) e la presentazione di un libro, fino a prova contraria, è propaganda (a se stessi o al libro, si veda il caso), non lavoro. Anche se i suoi soldini se li sarà senz’altro guadagnati. L’ho fatto presente e mi hanno detto che non ho presente che cosa sia un lavoro intellettuale. Cioè, lo hanno detto a me! E va beh, così sia. Nessuno ha detto, come si dovrebbe dire in questi casi, che c’è il Tribunale del Riesame, e che i coniugi Renzi possono far valere le proprie opposizioni al provvedimento del GIP in quella sede, magari, se proprio ci tiene, augurando loro miglior fortuna. No, c’è gente che ha persino insinuato (come ha fatto lo stesso Renzi su Facebook) che la singolare coincidenza temporale dell’arresto dei genitori di Renzi e del processo di piazza con assoluzione piena a Salvini non sia poi una coincidenza vera e propria, rimestando nel torbido e riportando alla luce quella giustizia ad orologeria tanto cara al berlusconismo d’antan, cosa che non si addice affatto a tutto ciò che ha a che fare con Matteo Renzi. O magari sì, si veda il caso. Fatto è che ovunque si leggono hashtag deliranti tipo #siamotuttiMatteoRenzi (parlino per sé, i miei genitori non sono mai stati posti agli arresti domiciliari!) oltre all’inevitabile #iostoconMatteoRenzi (ma non si sa che cosa abbia fatto Matteo Renzi o quale sia il suo ruolo in questa vicenda). Forse qualcuno pensa che hanno colpito i genitori per colpire il figlio, una sorta di giustizia che, come una scheggia impazzita, prescinde da un concetto fondamentale: la responsabilità penale è personale (cioè, nessuno paga al posto di un altro). E il piagnisteo continua. gli hashtag sono i più utilizzati su Twitter, di Salvini salvo ormai non si ricorda più nessuno e il piagnisteo continua. Non c’è nessuna gogna né ingiusta né aberrante per Matteo Renzi, rendiamocene conto. Forse così facendo potremmo ricominciare a parlarne a mente serena.

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“Le ricerche è ancora in corso”

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Vi ho fornito il testo con cui la Procura della Repubblica ha risposto ai tweet di Salvini senza commentarlo.

C’è un errore di grammatica: al terzo punto dell’elenco puntato si legge: “le ricerche di coloro che non sono stati arrestati è (sic!) ancora in corso.”

Naturalmente è “le ricerche (…) sono ancora in corso”

E’ bello correggere la Procura di Torino su queste cose di piccolo o piccolissimo conto e rinnovarle la fiducia contro un ministro della Repubblica che non ha altro da dire al Procuratore Spataro sen non augurargli una serenza pensione. Senza mai entrare nel merito dei contenuti, ma sempre criticando, criticando e criticando personalmente.

“Questo lo dice lei”

Reading Time: 2 minutes“Questo lo dice lei” è diventata la parola d’ordine degli arrivisti incompetenti o degli incompetenti tout-court, il grimaldello per le neo prepotenze di un neofascismo che si sta insinuando nella coscienza degli italiani.

Lo ha detto il vice ministro del MEF Laura Castelli a Padoan durante una puntata di “Porta a porta” ed è diventato subito virale. Adesso tutti sapranno che se vai dal medico che ti fa una diagnosi che non accetti ti basterà dirgli “Lo dice lei che ho questa malattia!” per scardinarne l’autorità o l’autorevolezza.

In fondo è semplice. Lui, Carlo Padoan, economista di fama mondiale, docente in varie università in Italia e all’Estero, ex direttore per l’Italia del Fondo monetario internazionale, capo economista dell’OCSE, due volte ministro dell’Economia ha detto:  «Ora le spiego una cosa, che forse non le è chiara. Se aumenta lo spread, diminuisce il valore capitale degli attivi delle banche e, quindi, le banche si devono rifare alzando il costo del finanziamento»

La Castelli (M5S, mi ero dimenticato), sottosegretaria del ministero dell’Economia, diploma di ragioneria, laurea triennale in Economia aziendale, titolare di un Caf, ex addetta alla sicurezza dello stadio di Torino, ha risposto “Questo lo dice lei”.

E lì il tuo interlocutore può essere un luminare dell’economia, o di qualunque altra materia dello scibile umano, ma lo smonti, lo mandi in tilt, lo delegittimi e, con lui, tutto quello che dice. E’ ovvio che, contestualmente, ti sputtani (perché per contraddire Padoan ci vuole ben più di un vice ministra dell’Economia e Finanze con la laurea triennale in economia aziendale) e anche di brutto, però intanto hai fatto un gesto di dissacrazione. Chi è questa persona che solo per aver studiato e per insegnare economia nelle università più prestigiose d’Italia e del mondo pretende anche di aver ragione?? Ma come si permette??? E così si dà il via alla delegittimazione.
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Lavinia Flavia Cassaro: oltraggio a pubblico ufficiale

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Qualcuno mi ha chiesto che cosa io ne pensi del caso di Lavinia Flavia Cassaro, l’insegnante di Torino che ha insultato i poliziotti posti a guardia della manifestazione di Casapound. Cosa volete che vi dica? Che credo nello stato di diritto, per cui se ci sono reati deve essere indagata (e lo è già), i fatti accertati e perseguiti, condannata se colpevole, assolta se i fatti non costituiscono reato. Quanto al licenziamento ci sono leggi e regole precise, se il caso ci ricade va allontanata, se no deve essere mantenuta, anche se non ci piace quello che ha detto.

E’ talmente lampante che mi vergogno persino a scriverlo. Eppure si dà il caso che ieri, sul periodico online torinotoday.it sia apparsa la notizia dell’esistenza di una petizione a favore del licenziamento della Cassaro, lanciata su Facebook.

Non ho voglia di andare su Facebook a vedere cosa sia successo (“non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade”, diceva il poeta) ma mi preoccupa non poco questo linciaggio telematico, questa voglia di darle addosso a tutti i costi e di decidere al posto di chi deve decidere. Leggo sigle di partitini (la cui esistenza mi sconvolge un po’ l’animo) a sostegno di questa iniziativa e no, non si viene licenziati perché lo vuole la gente, altrimenti il web sarebbe pieno di petizioni. E una volta che uno ha “firmato”, lasciando un segno digitale sulla home page dell’iniziativa, a chi vanno consegnate le firme? Ai magistrati?? Una strategia che fa acqua da tutte le parti. Eppure è così, si viene giudicati prima ancora di essere giudicati. E qualcuno dirà che c’è un modo migliore.

Trattatello in lode ed onore di Benedetta Parodi

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Mi piace Benedetta Parodi.

Oh, ecco, l’ho detto, sono riuscito a fare outing davanti a migliaia di persone senza minimamente vergognarmene. Credo che sia la stessa sensazione che provano a raccontare la propria condizione gli omosessuali. O i cattolici.

Mi piace lei, mi piacciono i suoi programmi di cucina e il modo che ha di condurli. E’ sempre stata (ingiustamente!) trattata da divulgatrice di una cucina da supermercato (come se i suoi detrattori la spesa la facessero dall’ortolano tutti i giorni a chilometri zero, o se la pasta andassero a comprarla allo spaccio del pastificio sotto casa!), da metropoli del nord (ma perché, a Torino, Milano e Venezia non si mangia?? E in quelle del sud si sta a stecchetto???), una cucina prete-à-manger, con spreco di padelle antiaderenti, surgelati (qualcosa contro i surgelati?) e idee quattrosaltimpadellistiche. Nulla di più falso. La Parodi è brava, ma, soprattutto, come dice mia moglie, è imperfetta. Si brucia le dita mentre scola l’acqua della pasta, dice “Oh, santa polenta!”, quando va a “impiattare” (termine orribile ma glielo perdoniamo) impiastriccia la presentazione, scivola, intràmpola, méstola e buca letteralmente lo schermo.

Soprattutto, la Parodi riesce a non farti sentire in colpa. In colpa di aver fatto un brodo con il granulare alle verdure solo perché non ti sei alzato all’alba per andare a cercare un bouquet garni per preparare il court bouillon. In colpa di esserti andato a prendere il Misto Benessere della Orogel anziché aver passato il pomeriggio a storzolare i cavolini di Bruxelles (eh, son già pronti…). In colpa per non aver comprato il pollo ruspante del contadino e riuscire a sostituirlo con un petto di pollo di quelli impacchettati nel cellophàn (con l’accento sull’ultima, come lo direbbe Paolo Conte) e nel polistirolo, che tagliato a bocconcini va bene lo stesso per fare una ricetta di nove minuti, chè la gente ha anche da vivere e di tempo ne ha sempre meno. Ecco, la Parodi ti aiuta a vedere il prodotto industriale (che so, il miele Ambrosoli anziché quello dell’apicoltore, che sarà migliore ma non ce l’ho sottomano un apicoltore, che faccio, mi ammazzo? La passata di pomodoro della De Rica, che va beh che son più buoni i San Marzano maturati al sole cocente delle Puglie, ma intanto ho questa e si fa prima, e poi chissà se esiste ancora la De Rica e viandare) come una cosa assolutamente normale nella tua vita culinaria. E a sentirti bene.
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Grida “Erdogan è un ladro!” Viene condannata a undici mesi di carcere

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Elifhan Kose, docente universitaria turca, ha gridato, durante una manifestazione, lo slogan “Erdogan ladro”. Per questo è stata condannata a undici mesi di reclusione.

In Italia vari quotidiani, tra cui La Stampa di Torino, si sono profondamente indignati per questa sproporzione tra il fatto commesso e la pena comminata. Dimenticando che in Italia lo stesso fatto avrebbe potuto essere punito ben più gravemente: chiunque nel territorio dello Stato offende l’onore o il prestigio del Capo di uno Stato estero è punito con la reclusione da uno a tre anni (art. 297 c.p.). Voi mi direte: “Ma è stato abrogato nel 1999!” Vero. Però per diffamazione si rischia lo stesso un massimo di tre anni di reclusione,  sicché c’è poco da scaldarsi, la Turchia è un paese molto più libero e tollerante del nostro.

I furbetti della prescrizione

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Noi italiani abbiamo un retto senso della giustizia. Buon sangue non mente, giacché precede dalle ceneri del Verri e del Beccaria.

Per noi una persona è colpevole quando viene pronunciata la sentenza definitiva, ma se una donna muore siamo lieti di trattare da assassino il marito prima ancora della sentenza definitiva di cui sopra, perché tanto uno che ha quella faccia lì non ci piace. Per noi una circostanza non significa necessariamente responsabilità penale: uno che tradisce la moglie non è necessariamente il suo assassino, ma se lo fosse saremmo tanto, ma tanto più contenti.
Noi italiani, se veniamo raggiunti da un avviso di garanzia non facciamo altro che dichiararci “sereni”, dimentichi del fatto che la serenità è il vizio dei colpevoli e che quando hai un procedimento penale pendente sul capo sei tutto meno che sereno. Noi italiani abbiamo una cieca fiducia nell’operato della magistratura e siamo sicuri che in qualsivoglia frangent  saprà fare del proprio meglio per accertare la verità e ristabilire la giustizia. Ma ci incazziamo se alla fine di un processo qualcuno viene assolto.

Dunque il processo cosiddetto “Eternit” si è concluso con la prescrizione e, quindi, senza che gli imputati venissero condannati. Tuttavia è stata riconosciuta la loro responsabilità oggettiva rispetto ai fatti che venivano loro contestati.
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Entrò nell’area, tirò senza guardare ed il portiere lo fece passare

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Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin, Dino Ballarin, Émile Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti, Julius Schubert.

Non è un elenco, è un mantra. E’ il Grande Torino, quello della tragedia di Superga del 1949, di cui oggi ricorre l’anniversario.

E noi, invece di pensare a questi atleti, a questi campioni veri ed autentici, guardiamo senza dire una parola quello che succede fuori e dentro a uno stadio dove qualcuno imbraccia un’arma da fuoco e si mette a sparare prima di una cacchia di finale di Coppa Italia che, voglio dire, a chi gliene frega qualcosa della Coppa Italia? Sarà importante la Coppa Italia?? No, proprio per niente. Però la Questura ha dovuto trattare con i tifosi per vedere se la partita si poteva giocare o meno. Lo Stato che patteggia sotto gli occhi del Presidente del Senato e del Presidente del Consiglio, presente in tribuna assieme ai suoi figli (bello spettacolo per dei bambini, nevvero?), e che non ha detto una sola parola (neanche su Twitter da quel che mi risulta, eppure è un mezzo che Renzi ama tanto) sull’accaduto è un’immagine di degrado che non andrebbe mai più ripetuta.
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Mostro per un giorno

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Lui è andato in vacanza con la fidanzata. Si fa qualche foto con lei poi rientra.

Al rientro scopre che gli hanno sterminato la famiglia. Madre, padre e nonnina.

Naturalmente viene ascoltato come “persona informata sui fatti” dalle forze dell’ordine. Che poi non si sa su quali fatti debba essere informato. Su quelli che si sono svolti quando lui non c’era?

Lo interrogano per sette ore. Poi lo rilasciano. Senza che la sua posizione giuridica cambi. Per rilassarsi un po’ porta i cani a fare una passeggiata. In un campo trova alcune tazzine di un servizio appartenuto ai genitori. Dice “Perbacco, ma questo è un elemento nuovo! Devo subito andare a parlare con gli inquirenti perché questo è un ulteriore elemento di indagine.”

Lo trattengono altre cinque ore. Lo rilasciano senza che la sua posizione cambi minimamente. Ma intanto il sospetto serpeggia. Perché se l’hanno interrogato, e per dodici ore in totale in due giorni, “qualche ragione ci sarà”.
Si fa assistere da un legale. Non è tenuto a farlo, anzi, proprio non deve, esssendo un testimone. Però il suo avvocato va lo stesso. Non può entrare nella stanza dell’interogatorio, quindi si ferma a parlare coi giornalisti che gli chiedono se non gli sembri inusuale la sua presenza in quel luogo.
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La dieta vegetariana sbarca a scuola

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Il primo ottobre è la giornata mondiale della dieta vegetariana.

Non è un gran che come notizia, se altro non fosse che a Milano nelle mense scolastiche saranno serviti circa 8000 pasti vegetarian-vegani a base di crema di zucchine, sesamo, bistecchine di soia, spezzatino di soia, salsa di soia, fagioli di soia, hamburger di soia, tofu di latte di soia, germogli di soia, formaggio di soia, pane ai cereali (perché ogni tanto basta soia!), tutto rigorosamente senza proteine animali (senza uova o latte o loro derivati, tanto per intenderci).

Il veganismo e il vegetarianesimo, inutile negarlo, sono diventati una moda e hanno trovato una loro visibilità anche nel mondo della scuola. Intendiamoci, se per un pasto i nostri ragazzi mangiano vegano male non fa loro di certo.

Ma il punto è che invece di trattarsi di una moda dovrebbe trattarsi di una scelta di vita responsabile e consapevole dettata non certo dalla curiosità di un momento di assaporare l’hamburgerino alternativo, magari affogato dal solito mare di ketchup di sempre perché “anche il ketchup è vegetariano!” ma perché, si veda il caso, lo si fa per motivi legati alla propria salute, per il proprio gusto personale, o perché si amano veramente gli animali.
E per maturare queste consapevolezze occorrono tempo, maturità e informazione.
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Monòpoli di Stato

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Che uno si sveglia la mattina e pensa “Chissà che cos’avrà fatto il PD ieri? Beh, senz’altro avrà equilibrato la linea del partito con quella della giunta per le elezioni sulla decadenza di Berlusconi dal Senato.”

Macché. Sette parlamentari dl PD (nella fattispecie Michele Anzaldi, Marina Berlinghieri, Matteo Biffoni, Luigi Bobba, Lorenza Bonaccorsi, Federico Gelli ed Ernesto Magorno) si sono occupati, in nome e per conto di TUTTI gli elettori cui devono rendere conto (non solo quelli che hanno votato il loro partito) e di coloro che, pagando regolarmente le tasse (al contrario di quello che ha fatto il loro alleato di governo più prezioso) contibuiscono alla loro lauta retribuzione, si sono indignati per la nuova versione del Monopoli direttamente con l’ambasciatore USA.

Non si andrà più in prigione senza passare dal via, perché la casella della prigione sarà abolita. Non lo so, magari se ti arrestano in Parco della Vittoria tiri i dadi e se ti esce un numero dispari, o se becchi una probabilità o un imprevisto, ti dànno i domiciliari o l’affidamento in prova ai servizi sociali.

E poi saranno sostituite “le tradizionali proprietà immobiliari con pacchetti azionari di grandi multinazionali” (sarà dunque pieno di pre-adolescenti che si comprano la Apple in Vicolo Stretto!). Inoltre, “si passa dall’acquisto di immobili alla speculazione in Borsa“ eh no, non si può mica, il Monte dei Paschi di Siena e l’Unipol possono comprarli solo loro.
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Tutti quanti, tutti quanti, tutti quanti voglion fare e-book!

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Non si fa altro che sentir parlare di e-book.

Sarà il Salone Internazionale del Libro di Torino, sarà lo slogan della “Primavera digitale”, sarà che oggi se non hai un tablet o un lettore dedicato non sei più nessuno, sarà che, ultima notizia (pubblicata su Repubblica.it) in ordine di tempo, le donne acquistano libri digitali a contenuto erotico (e capirai!), sarà che c’è Amazon, sarà che li vendono, sarà quello che volete ma di e-book non si fa altro che parlare. E spesso a sproposito.

Mi occupo di e-book da dieci anni. Prima me ne interessavo da altrettanto tempo. Fanno vent’anni in tutto. Qualcosa penso di essere in grado di dire.

La prima cosa è che dovunque si tenti di fare un minimo di dibattito la domanda, tanto per cambiare, è sempre la stessa: riuscirà l’e-book a soppiantare il libro di carta?

E se le domande sono sempre le stesse lo saranno, automaticamente, anche le risposte. Quella standard è quella del feticista che risponde più o meno con un “Nessuno potrà mai togliermi il piacere del tatto di un libro e del profumo della carta, gli e-book non vinceranno mai sul caro vecchio libro di carta!”. Dimenticando che ci sono intere biblioteche da sniffare a suo piacimento e che nessuno le chiuderà di certo.
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“Alla sbarra!” La macchina del fango contro Beppe Grillo

Reading Time: 5 minutesPremetto che questo post del blog è a totale difesa di Beppe Grillo.

Non della sua figura politica (cosiderato che Beppe Grillo non è un politico, non mi risulta sia mai stato canditato né sia mai risultato eletto in nessuna competizione elettorale), ma della sua persona che, come quella di chiunque altro, può e deve essere difesa dalla macchina del fango messa in atto da un giornalismo ormai vendicativo (anche se non si sa nei confronti di che cosa, probabilmente + vendicativo perché Grillo esiste ed esprime le sue opinioni -che potrebbero essere, peraltro, ribattute-).

Questa mattina si è aperto a Torino il processo a carico di Grillo (che compare davanti al Giudice Monocratico con l’accusa di violazione di sigilli giudiziari) e di altri 21 imputati.

I titoli sulle Home Page dei principali quotidiani italiani sono agghiaccianti. Quelli di “La Stampa”, “Corriere” e “il Giornale” si assomigliano. Tutti ricalcano l’odiosissima espressione “Grillo alla sbarra”.

Ora, che mi risulti, il cittadino Grillo Giuseppe, si trova davanti a una prima udienza di primo grado in cui è imputato (e non mi risulta che lo stato di “imputato” coincida con quello di “condannato in via definitiva” o “detenuto”, certamente non nel suo caso). E’ in stato di libertà quindi non è “alla sbarra”. E’ un libero cittadino.
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…e Cesare, perduto nella pioggia, sta aspettando da sei ore il suo amore Ballerina

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Il 27 agosto del 1950 era una domenica molto calda.

Nella sua stanza d’albergo di Torino, Cesare Pavese, scrittore, assunto l’equivalente di 20 bustine di sonnifero, si congedava dal mondo come tutte le persone perbene, senza fare rumore.

Il poeta, l’intellettuale, il fine traduttore, l’innamorato perennemente respinto, immortalato nei versi criptici di De Gregori (un De Gregori in vena di indovinelli, evidentemente), chiese persino scusa per il disturbo.

Fu talmente educato e gentile nel suicidarsi che la sua morte, oggi, non se la ricorda praticamente nessuno. Del resto sui giornali c’è da scrivere che Prodi dà la sua benedizione alla rinascita dell’Ulivo, gl’importassai a "Repubblica" di un morto, per di più comunista, confinato, antifascista, che voleva solo insegnare latino e greco.

Scrisse poesie e romanzi entrati a buon e pieno diritto a far parte della storia della letteratura del nostro paese.

Le sue traduzioni sono lezioni di stile su Melville, Dos Passos, Faulkner, Defoe, Joyce, Dickens…

Lasciò scritte poche frasi quando decise di andarsene. L’ultima fu: "Non fate pettegolezzi." Una lezione.

Logico che nella scuola italiana nessuno lo spieghi più.