Della Concordia e della metafora del paese

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Screenshot da www.repubblica.it

Questa storia del raddrizzamento della Concordia all’Isola del Giglio non convince nessuno. Enrico Letta dice che è un “grande orgoglio italiano”.

Lo scrittore Roberto Saviano, su Facebook, quanto meno si pone il dubbio, legittimo ma radicalmente dissentibile, se questa remissione “in asse” sia o non sia un simbolo evidente e parlante di un desiderio della collettività di uscire dalle acque e riprendere la posizione eretta.

La Concordia che è venuta fuori dall’acqua del Tirreno è storta, melmosa, tetra, rotta. Ecco il grande orgoglio italiano. Eccola la metafora del paese. Fa paura e la terranno lì ancora per non si sa quanto tempo.

E il catetere da adulti imposto (per sbaglio o per imperizia) a una bambina di due anni provocandone la morte, il carabiniere che ruba il bancomat di una donna per andare a giocarsi i soldi alle slot machines, l’arresto del cantante Zuccherino che ha partecipato a una sparatoria, il videomessaggio di Berlusconi che stamattina presto c’era e poi non c’è più, Ligabue che cade al concerto all’Arena di Verona, un commando di vegani che assalta una festa degli arrosticini, queste non sono metafore dell’Italia, questa E’ l’Italia.

Nessuno ci rimetterà mai più in asse.

I titoli de “Il Tirreno”

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E’ morto Monsignor Alberto Ablondi, vescovo “storico” di Livorno

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Livorno, dunque, saluta il suo vescovo “secolare” (nel senso di “di lunga durata”), Alberto Ablondi, milanese, cittadino onorario della città, dunque, livornese per intinzione nelle acque battesimali dello spirito della città.

“Secolare” nel senso di “al secolo”, Monsignor Ablondi, che era prima di tutto un uomo DELLA Chiesa, oltre che DI Chiesa, non lo fu mai.

Indubbiamente ironico, intelligente, brillante, plurilaureato, Ablondi fu a capo della Diocesi di Livorno fin dal 1970.

Fu dalla parte dei lavoratori portuali di Livorno nella difficile crisi del 1989 (idea eccellente) e si offrì come ostaggio per le Brigate Rosse in cambio della vita e dell’inclumità di Aldo Moro (idea pessima, che fu, poi, scartata perfino dai vertici del Vaticano).

Essendo vescovo di una città “ciacciona” e “pillaccherona”, nel 1997 fu al centro di uno scandalo, dopo che una diocesana rivelò al settimanale “Oggi” di aver avuto addirittura una relazione con lui. Naturalmente nessuno, Ablondi per primo, la prese sul serio, e la cosa finì lì.

Nel 2000 investì, uccidendola, mentre guidava la sua auto in zona pedonale, una livornese che passava di lì.

In fondo, è stato solo un uomo.

Lo ha amato, questo sì, la Livorno di sempre, quella rossa nell’anima ma dal segno della croce facile, incline alla commozione e alla lacrima.

Quella che oggi lo piange in Duomo è una Livorno un po’ diversa, in cui il PDL, con l’appoggio della Lega Nord ha piazzato almeno 8 consiglieri, e in cui i comunisti hanno ceduto il passo alla creatura più imbarazzante di Berlusconi, il Partito Democratico.

Non è un buon viàtico per Monsignor Ablondi.