Lolite a Teramo

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un breve viaggio di tre passi sul palato per andare a bussare, al terzo, contro i denti. Lo-li-ta. Era Lo, null’altro che Lo, al mattino, diritta nella sua statura di un metro e cinquantotto, con un calzino soltanto. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea punteggiata dei documenti. Ma nelle mie braccia fu sempre Lolita.”

Vladimir Nabokov, Lolita
E così anche nel teramano le hanno beccate.

Ragazzine minorenni, con ogni probabilità “di buona famiglia” (si dice sempre così quando si vuol distaccare il frutto marcio dall’albero che lo ha generato e che si suppone sano), insospettabili, che si dà per scontato che debbano pensare alla scuola, allo studio, ai turbamenti segreti per qualche ragazzino, a uscire con le amiche e invece schiaffano le loro foto per nulla caste su ask.fm.

Nude su richiesta, dunque, o, come si dice con anglicismo improponibile, on demand, contando da una parte sulla complicità dei mezzi (puoi farti una foto nuda da sola e farla circolare senza che nessuno ti veda) e sull’ignoranza dei loro limiti (nessuno è veramente anonimo su internet).

Ignoro come sia andata. Chissà, magari qualche genitore ha scoperto il “giro” e ha interessato la polizia postale per vedere fino a che livelo da girone dantesco sia profondo (“cignesi con la coda tante volte/quantunque gradi vuol che giù sia messa”), qualcuno che non ci sta a definirla una ragazzata, un qualcosa che possa essere risolto “tra galantuomini“, perché, si sa, è da “galantuomini” mettere sempre tutto a tacere quando i figli fanno le pirlate. Oppure quelle fotografie sono cadute nel calderone di una inchiesta più ampia.

Ma il senso del pudore ce l’hanno anche le minorenni, queste ragazzine che se il padre entra per sbaglio in camera loro mentre si cambiano saltano in aria e sbattono la porta, ma poi si fanno i “selfie” alle tette  perché è tanto figo.

E allora perché lo fanno? E’ semplice, lo fanno perché lo vogliono fare, perché è una loro scelta. E i genitori sempre lì a dare la colpa a internet, alla rete, ai social network, “a questo Facebook che io non so nemmeno cosa sia“. Però regalano alle loro figlie telefonini da 500 euro che si collegano perfino ai dischi volanti, perché loro vogliono WhatsApp. O, semplicemente, permettono loro di usarli solo perché qualche zia o nonna ringoglionita regala loro dei soldi perché hanno preso un bel voto in religione e quelle ci si sono comprate la quintessenza della telefonia compatibile con il pensiero neoputtanista dilagante (perché, si sa, “se no non sei nessuno“).

E non “tradiscono” solo la fiducia dei genitori. Tradiscono anche il loro portafoglio (è intestata a loro la connessione internet di casa, e loro pagano la bolletta anche perché la figlia ha voglia di farsi due cosine via webcam) e li pongono a rischio di procedimento penale (è a loro che è intestata la SIM con cui fanno mostra di sé sulla rete, e, comunque, esiste sempre la “culpa in vigilando”, ossia, se hai una figlia che zoccoleggia in rete la colpa è tua che non hai saputo vigilare sui suoi comportamenti).

Sì, lo so che questa non è certo la vita che ho sognato un giorno per (tutti) noi.

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Giù le mani dall’INPS!

Ci sono andato, poi, all’INPS di Teramo, come vi avevo detto.

Sono arrivato lì alle 12,40 circa. Ero convocato per le 13,15. Voglio dire, orari in cui gli uffici pubblici (e, soprattutto QUEL tipo di uffici pubblici) sono aperti.

Invece il portone di ingresso era chiuso. Sprangato.

Ecco, io ho delle difficoltà di deambulazione, clàudico. Siete VOI che mi convocate. Fosse per me, me ne starei volentieri su una chaise-longue a fumarmi un sigaro. Per le 13,15. Sono le 12,45, ormai, come cazzo faccio a entrare?

Zoppica zoppica faccio il giro del palazzo, pronta alla bisogna la fida stampella, a cercare eventuali altre entrate. Niente. Uscite ce ne sono tante, di sicurezza o di periglio che siano.

Alla fine sfrutto l’uscita accanto al portone chiuso, approfittando di una coppia di fidanzati che si è mossa a compassione contemplando la mia menomazione e il mio stato d’invalido.

Adesso è il momento di chiedersi per andare dove dovevo andare per dove devo andare. Ah, sì, per di là. Ora il “per di là” passa da una stanza in cui c’è il riscaldamento a tutta e in cui sono accatastati (anche in bidoni apparentemente per l’immondizia) fascicoli, carte, archivi. Immagino che, soprattutto di questi tempi, una vecchia pratica pensionistica abbia un freddo cane, quindi, per non farla soffrire troppo, le si accendono i termosifoni a manetta, mi sembra giusto, tanto pagano i contribuenti. Un giorno anche la mia andrà a finire lì dentro, e ora so che non si buscherà il raffreddore.

Aspetto pochissimo. Non c’è praticamente nessuno. Solo un cartello in fondo allo stanzone: “Giù le mani dall’INPS”. Che è un po’ come dire “Giù le mani dalla mia 124!!”

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Comunicato sanitario ospedaliero n. 3

Carissimi tutti,

eccomi  a darvi mie notizie in modo più dettagliato. In realtà sto biecamente sfruttando una connessione internet altrui, quindi posso permettermi di scrivere qualche parola e qualche riga in più.

Dal 10 dicembre sono ricoverato all’Ospedale di Teramo (reparto Ortopedia), terzo piano, letto 21. Non posso alzarmi, quidi passo le mie giornate in posizione supina. Nel frattempo ho subito due interventi chirurgici (sarebbero stati tre ma visto il caso mi hanno fatto lo sconto, due interventi in uno).

A giorni dovrei essere trasferito in un’altra clinica per iniziare il lungo processo di riabilitazione e fisioterapia che dovrebbe portarmi a riprendermi e ad essere di nuovo più o meno quello che ero prima. Almeno nelle intenzioni migliori.

Questo per tutti coloro che mi hanno contattato o che hanno a cuore le mie notizie. Sono tanti e sono riusciti tutti a farmi commuovere.

Se posso, vorrei ringraziare con voi il personale infermieristico, medico, la caposala e il primario del reparto in cui mi trovo. Hanno fatto il possibile e l’impossibile per farmi stare un po’ meglio.

Continuerò, naturalmente, a darvi informazioni sulla mia salute. Ma penso che sia giunto il momento di parlare ANCHE di altro. Non so esattamente di cosa o in quale forma. Magari in modo più stringato e senza immagini. Ma bisogna farlo, non voglio traformare il blog in una lamentazione generale. Si è vivi quando si è vivi e finché lo si é. E finché si è vivi si pensa, si agisce, si è “connessi”. Anche quando si è costretti a vivere in un letto di ospedale.

Salud. amor y dinero

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Salvatore Parolisi è colpevole. Condannato all’ergastolo per l’omicidio di Melania Rea

Dunque era lui il “mostro”.
Era lui l’assassino.
La proiezione dell’immaginario collettivo sulla belva di turno, perché qualcuno Melania Rea doveva per forza averla ammazzata, ci ha azzeccato. E non poteva essere che lui, il piagnucoloso, il traditore, quello che aveva una relazione con Ludovica, quello la cui vita è stata messa a soqquadro, quello che doveva pagare perché era andato a fare l’amore proprio lì. Quello del DNA lasciato nella bocca della povera vittima.
Quello che non era degno di occuparsi di una bambina che, adesso, non lo riconoscerà più.
Il pericoloso assassino è stato assicurato alla giustizia.
Noi possiamo dormire sonni tranquilli e guardare la TV che ne riempirà l’etere, dimenticandosi, una volta tanto, che oggi è stato condannato anche Berlusconi.

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Teramo: licenziata per aver consumato un panino e una bibita in orario di lavoro

Screenshot tratto dal sito www.abruzzoweb.it

Guardate, ci sono notizie che fanno venire i brividi. E che vengono pubblicate quasi a mo’ di curiosità estiva, in una fine agosto di un’estate che non finirà mai, mentre la tanto annunciata Beatrice tarda ad arrivare e si schiatta di caldo e di licenziamenti per aver mangiato un panino.

Sì, perché una signora di Teramo che lavorava da oltre 15 anni in un supermercato si è vista licenziare per aver mangiato un panino e bevuto una bibita prelevati dal supermercato stesso (e regolarmente pagati, da quel che risulta) durante l’orario di lavoro.

Un panino e una bibita.

Si perde il lavoro per questo. Per dei generi di conforto. In piena estate. In piena crisi. Naturalmente nessun giornale dice quale sia il supermercato in cui si è svolto l’increscioso episodio. Perché, per esempio, io, in quel supermercato, indipendentemente dalla validità o meno del ricorso sporto dalla signora attraverso il suo legale, non andrei a farci più la spesa. Così, tanto per dire…

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Roseto degli Abruzzi: 142 persone e 17 vigili indagati

A Roseto degli Abruzzi è una bella giornata di primavera.

L’arrivo dell’ora legale ha accolto, sonnacchioso, quello della notizia dell’indagine a carico di 159 (centocinquantanove!) soggetti, di cui 17 vigili urbani.

L’avviso di conclusione delle indagini (che preclude a una successiva richiesta di rinvio a giudizio, o, a seconda dei reati contestati, della citazione diretta a giudizio) è stato firmato dal Pubblico Ministero della Procura della Repubblica per il Tribunale di Teramo Laura Colica, a partire da una denuncia del comandante dei Vigili Emiliano Laraia.

Nel capo di accusa per i vigili si legge che avrebbero agito «formando false quietanze di pagamento» (…) «per contravvenzioni e sanzioni diverse e inferiori rispetto a quelle indicate nei verbali di accertamento, alterando il preavviso di accertamento e applicando a favore dei contravventori sanzioni diverse a quelle di legge, procurando loro intenzionalmente un ingiusto vantaggio patrimoniale consistito nel pagare sanzioni inferiori al dovuto».

Indagati anche i cittadini rosetani multati perché «concorrevano tutti, come estranei, nel reato commesso dal pubblico ufficiale, in quanto soggetti contravventori che hanno conseguito l’ingiusto vantaggio patrimoniale pari alla differenza di quanto dovuto e quanto pagato».

Fin qui i fatti.

Lo tsunami, a Roseto, si è avuto non tanto all’arrivo della notizia (si sapeva da tempo, e probabilmente svariati avvisi di garanzia erano già stati emessi dall’autorità inquirente con la solita formula dell'”atto dovuto”) quanto in conseguenza alla pubblicazione dei nomi e cognomi di tutti e 159 gli indagati sull’edizione cartacea de “Il Centro”, il quotidiano abruzzese.

159 nomi sciorinati uno per uno al centro della pagina che contiene l’articolo di cui vi do conto in edizione telematica.

Al di là dei vari casi di omonimia che indubbiamente ci saranno, e che consentiranno a più di una persona innocente di essere additata al pubblico ludibrio, al di là delle responsabilità individuali accertate che dovranno adesso essere giudicate da un giudice terzo e indipendente, al di là di chi, aggrappandosi a un cavillo burocratico, dirà di non aver ricevuto (ancora per quanto?) nessuna comunicazione dal Tribunale, al di là di chi approfitterà della situazione per chiedere i danni perché ha lo stesso nome di un indagato, al di là di tutto questo, dicevo, mi chiedo se davvero valeva la pena pubblicare i nomi di tutti, e che cosa, eventualmente, possa aggiungere alla notizia il rivelare nomi e cognomi.
Non solo quelli dei vigili urbani coinvolti, ma anche quelli di persone di ogni estrazione ed età. Giovani, anziani, madri di famiglia, ragazzi, rosetani, stranieri, regolari, irregolari, pregiudicati, incensurati. E’ tutto un calderone.

E’ vero, per TUTTE queste persone sono state chiuse le indagini preliminari. Sono atti pubblici nel momento in cui vengono a conoscenza dell’indagato/a e quindi si possono pubblicare ulteriormente. Nulla da dire.

Il punto non è se sia lecito o non lecito fare i nomi degli indagati (perché è evidente che lo è), il punto è chiedersi se è OPPORTUNO. O, meglio, se non sarà opportuno, nel momento in cui ANCHE UNO SOLO degli attuali avvisati dovesse essere assolto, dedicare lo stesso spazio e la stessa enfasi della notizia che oggi lo vede in prima pagina?

E’ un cruccio, uno scrupolo. Perché se per una volta il sensazionalismo da paese ha messo a nudo un malcostume diffuso, dall’altra rischia di fare di ogni erba un fascio e di gettare via il bambino insieme all’acqua sporca.

Niente nomi su questo blog, quindi.

Ma i fatti così come ipotizzati hanno rivelato comportamenti che, così capillari come sono, offrono una fotografia impietosa di mentalità e modi di fare che, al di là delle singole responsabilità individuali, sono ben radicati nel territorio.

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Oggi per Salvatore Parolisi non ci sarà nessuna verità (mettetevi l’animo in pace!)

Il “Corriere della Sera” on line oggi intitola: “Delitto Rea: è il giorno della verità per Salvatore Parolisi. Oggi il gup decide.”

Cosa capisce una persona che legge questo titolo? Che oggi un giudice stabilirà la verità, e cioè se Salvatore Parolisi è colpevole o innocente al di là di ogni ragionevole dubbio dell’omicidio della moglie, per cui è accusato.

Niente di tutto questo. Oggi il GUP (Giudice dell’Udienza Preliminare) deciderà SOLAMENTE se Parolisi potrà accedere al rito abbreviato condizionato, così come ha chiesto tramite i suoi legali, e cioè se il processo si farà sulle carte finora raccolte (allora il GUP darà il via agli interventi di accusa, difesa e parte civile), oppure se la sua richiesta verrà respinta e dovrà, dunque, andare a un dibattimento in cui saranno ammessi testimoni, ci sarà un contraddittorio tra accusa, difesa e parte civile e si formerà la “prova provata” che dovrà incastrarlo, se mai. Se non si formerà verrà assolto.

L’unica cosa di effettivo interesse in questa notizia è che se il GUP deciderà per il rito abbreviato, Parolisi avrà diritto allo sconto di un terzo della pena. In pratica non rischierà l’ergastolo ma “solo” trent’anni di reclusione. Se, invece, si va con il rito ordinario, allora sì, ci può essere anche l’ipotesi che Parolisi, se condannato, debba scontare l’ergastolo. Naturalmente alla fine di tutti e tre i gradi di giudizio.

E’ tutto lì. Non è il giorno della verità, è il giorno della legge. La verità dei fatti in un processo penale non esiste. Esiste solo quello che emerge dalle carte e dalle indagini.

Non m’importa niente sapere con quale rito verrà giudicato Parolisi, da cittadino voglio sapere se ha ucciso o no sua moglie e sulle risultanze di che cosa.

Ma, come sempre, l’informazione gridata è sempre più forte di quella sommessa. Peccato che sia molto meno efficace.

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Teramo: dimentica la bambina di 18 mesi in auto per sei ore al sole

…ecco, sei contento, sì? Sei contento di aver lasciato una bambina, dico una bambina di 18 mesi in una macchina al sole ad arrostire per sei ore in una Teramo mangiata da questo cazzo di caldo che deve aver mietuto la prima vittima se te ne vai in giro a dire che ti sei dimenticato la bambina in uno scatolotto di lamiera, ma come cazzo si fa a dimenticarsi di una figlia? Scommetto che il cellulare lo portavi dietro tranquillamente, no, dico, mica un quarto d’ora, ore sotto il sole, dice ma la dovevo portare all’asilo, appunto, cazzo, cosa ha uno nel cervello, a cosa pensa mentre si scorazza un essere umano che non si può difendere e la pianta lì da una parte e se ne va a fare sei ore di servizio in ufficio, cosa prova quando ritorna e la vede priva di sensi lì dove l’aveva lasciata, come ci si sente davanti all’impotenza del proprio operato, cazzo si dice alla madre della bambina, che per colpa tua vostra figlia è in ospedale, come si sta a vedere le tue iniziali scritte sui giornali che la gente fa subito due più due e ti individua magari vedendoti abbassare lo sguardo quando ti chiede “E la bambina?” e allora pàff, è lui, sì. Male ci si sente e nella maggior parte delle volte non è neanche giusto sbattere il mostro in prima pagina in questo modo…
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Chi ha ucciso Melania? (eh, son domande difficili, sa?…)

Sappiamo che hanno ritrovato l’anello di Melania, che il marito è stato interrogato tre volte, che forse gli sono state sequestrate le scarpe, anzi no, che l’assassino o gli assassini sono tornati sicuramente sul luogo del delitto per dare un’altra serie di coltellate post-mortem al cadavere della vittima, sappiamo che Melania aveva due schede sim e che suo marito stava con una che si chiamava Ludovica P. e che le aveva promesso di lasciare la moglie, sappiamo che Melania voleva tornare dalla madre, no, invece non era vero, sappiamo che l’amica del cuore ha fatto mettere a verbale una frase del tipo «Come posto più strano dove aveva fatto l’amore mi aveva indicato la camera da letto» (un gesto fine e rispettoso), sappiamo che forse Melania e il marito avevano fatto l’amore proprio lì dove è stata uccisa qualche giorno prima, ci hanno detto che il marito dopo essere stato interrogato per tre volte in un giorno aveva l’aria stanca, le coltellate erano 23, e lei aveva solo 29 anni, nel video lei camminava sempre avanti a lui, e lui camminava dietro, e come mai, e chi era la donna che ha visto il gestore del chiosco, e quello che ha telefonato, e com’è che la telecamera al centro di Teramo era fuori uso quando hanno telefonato dalla cabina, ma quando ce lo dicono chi l’ha ammazzata?
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Le notizie e l’informazione sull’omicidio di Melania Rea

E poi c’è ancora da parlare delle reazioni dell’opinione pubblica sull’omicidio di  Carmela Rea, detta Melania.

Non perché non se ne sia parlato abbastanza, ma perché pare essere il fatto di cronaca che maggiormente risulta interessante per la quantità di morbosa concentrazione ed attenzione da parte della gente. E’ l’ennesimo "caso" montato dai media (non perché la vittima non sia stata effettivamente assassinata in modo efferato, ma perché le "notizie" che sono state costruite dietro a questo crimine sono tutto meno che notizie) e pompato fino all’inverosimile, finché una nuova Avetrana o un nuovo Garlasco non verranno fuori a sostituirne il ricordo.

C’è tutto in questo copione ripetuto, comprese familiari e amiche intime della vittima che approfittano dell’occasione per godersi i propri cinque minuti di notorietà televisiva.  L’uso sproporzionato dei media era un elemento del delitto di Avetrana, a Garlasco le cugine di Chiara Poggi avevano approfittato dell’occasione per farsi vedere con un fotomontaggio ed essere avvicinate dall’ennesimo paparazzo di turno. Un presenzialismo almeno inquietante.

E ci sono i soliti stereotipi a cui ci piace tanto abbeverarci: la coppia perfetta, lei che era un angelo, sempre innamoratissima, sempre splendidi, mai una litigata, sempre insieme, un uso pauroso di superlativi, sorrisi davanti alle telecamere.

In TV sono dunque andate l’amica del cuore, la vicina, la conoscente, quella che pretendeva di conoscere tutto, ma proprio tutto della vittima e poi, regolarmente, non sapeva un tubo di nulla, e perfino quella che ha mandato gli ultimi segnali al telefono della vittima prima che morisse.

Sono cose di una banalità lapalissiana e disarmante, se ci si pensa: una persona viene uccisa e qualcuno deve per forza averle telefonato o scritto per ultima, se la vittima aveva un telefono con sé.
E invece pare che questo dato di fatto, di per sé ovvio, venga preso a pretesto per andare non solo dagli inquirenti, ma anche e soprattutto in prima serata, dal salottino di casa, con un trucco fatto alla bene e meglio.

Se ne sono sentite tante, troppe.

La seconda scheda SIM (come se il solo fatto di avere due SIM fosse di per sé un delitto), il bagno mai raggiunto, la posizione del corpo al ritrovamento, l’uomo che avrebbe telefonato da una cabina del centro di Teramo per segnalare il cadavere e che non è mai stato identificato, la donna che forse correva un po’ in fretta e in stato ansioso, lui che non la racconta giusta, ma forse sì, le donne allieve del marito che sembrava tanto innamorato ma che poi non lo era poi troppo,  le scappatelle (già, ma all’inizio doveva essere lei ad avere una doppia vita), il bagno sporco, l’altalena, la bambina di 18 mesi affidata ai nonni, no, forse a dei parenti, lui che non può essere stato perché facente parte dell’esercito, la siringa, il trolley, il DNA di due persone, un uomo e una donna, poi potrebbe essere stata solo una donna, alla fine perfino il fatto che la vittima non avesse mai percorso quel sentiero, e che non fosse mai stata in quei luoghi, già, ma allora le celle del telefono mobile agganciate in quei orari??

E’ un cumulo di notizie-immondizia che non aiutano l’opinione pubblica a farsi un’idea dei fatti. Di che cosa me ne faccio io, maledizione, di una informazione come quella per cui il marito avrebbe avuto in passato relazioni extraconiugali?
Perché i casi sono due, o questa notizia è utile per le indagini e per individuare un movente, o questa notizia non lo è. Se non lo è non mi serve.
Mi serve per una curiosità morbosa, mi serve perché mi voglio fare i cazzi degli altri, perché se non fosse stato né il marito né la vecchia amante ad uccidere una ragazzona di un metro e ottanta cosa me ne faccio? Per poter dire che non sono stati loro ad ammazzarla ma tanto buoni non erano comunque? E chi se ne frega?

E chi se ne frega di sapere quanti cuoricini aveva comprato la vittima per festeggiare il San Valentino con il marito? E se sia stata una persona ordinata piuttosto che disordinata, se si metteva lo smalto ai piedi tutte le mattine o se non avesse mai litigato con nessuno?

Sono cose perfettamente inutili. Ma c’è sempre un giornalista pronto a montare un caso su un granello di polvere e una talpa in procura pronta a dare notizie che nel 99% i pubblici ministeri scarteranno. Carne fresca per l’opinione pubblica affamata di sangue giudiziario.
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I soliti ignoti e la posta elettronica certificata del Tribunale

La notte scorsa i “soliti ignoti” hanno forzato la portiera della mia macchina, si sono accoccolati nell’abitacolo, e siccome non c’era una mazza da rubare si sono accontentati di un vecchio dispositivo “viva voce” di quelli della Nokia che si attaccano all’accendisigari e del libretto di circolazione. Della serie: “Ti facciamo un dispetto” visto che stavolta l’autoradio non te l’abbiamo potuta ciulare.

Passi per il viva voce (era ancora nuovo, pagato 20.000 lire di terza mano quando cercavo l’oro nel Klondike…) ma il libretto di circolazione, capirete, mi secca assai.

Va bene, penso, sono un cittadino tecnologico. Dispongo di un meraviglioso e provvidenziale indirizzo di posta elettronica certificata e di un dispositivo di firma digitale, redigo la denuncia, la firmo digitalmente, la spedisco direttamente in Tribunale, non spreco carta e in un attimo ho la ricevuta di ritorno, che bella cosa il progresso, che meraviglia la PEC, cosa non faremmo senza la tecnologia

Col cavolo. Intanto mi manca l’indirizzo di posta elettronica certificata del Tribunale di Teramo. Poco male, penso, vado sul suo sito e lo trovo subito.

Del resto, l

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Una gita al Santuario di San Gabriele dell’Addolorata

Che uno poi sente la radio che dice “Vento forte tra Assergi e Colledara San Gabriele (generalmente è Marina Flaivani dell’ACI che lo annuncia a “Onda Verde”), io ci passo abbastanza spesso e vi assicuro che non è che ci sia poi tutto questo macello, oddio, proprio a ridosso del traforo del Gran Sasso non è che ci sia un gran che da star bene, perché d’inverno la neve fiocca lenta lenta lenta e quando piove altro che tamerici salmastre ed arse e favole belle che l’anima schiude, però non è nemmeno gran che, su…

Che vicino all’uscita di Colledara-Isola del Gran Sasso c’è il Santuario dedicato a San Gabriele dell’Addolorata, Patrono d’Abruzzo, miga bàe!

Che dice la mi’ moglie dài che si va a fa’ una girata, cosa si sta sempre qui in casa ad ammuffire, ma sì, in fondo anche per uno scettico come me magari è un bel posto. C’ero già stato anni e anni fa, ma conservavo della visita di allora un ricordo tenue e vago (sto scrivendo come il Manzoni, ma ve ne rendete conto?), di quelli che paion più esser sottesi alla memoria per obbligo che per giusta rimembranza (già che sono in stile manzoniano almeno finisco il periodo).

E allora dài  che si va, piove, come di prammatica, da le nuvole sparse, o Ermione, ma che ci si sta a formalizzare per du’ goccioline d’acqua…

Giunti al Santuario, la prima cosa che si vede è che la Chiesa che sorse sul luogo in cui fu sepolto il Santo (che, per la verità, si chiamava Francesco Possenti, figliòlo di Sante e della su’ mamma) che non sarà un gran che, capirete, Franceschino passò a miglior vita nel 1862, non è proprio un romanico puro, ma ognuno fa quello che può, è occultata alla vista dei più. E’ coperta, su un enorme piazzale, dal nuovo Santuario sorto so un tubo io quando, una costruzione postmoderna piena di panche, vetrate, mosaici che non ci si capisce una sega, amboni post-moderni, suorine infreddolite con il golfino di lana, e un giovinotto che accompagna le funzioni liturgiche alla chitarra e canta (però, sembra essere bravino, almeno ha tecnica e impostazione). Il terremoto ha fatto danni alla chiesa antica e ha lasciato intatto il casermone di cemento armato. Come dire che agli zoppi calci negli stinchi (ma tanto chi se ne frega, la vecchia chiesa nemmeno si vedeva…)

Il culto principale è quello del corpo del Santo. Che è stato trasportato dopo una traslazione intermedia nella cripta del rifugio antiatomico di cui sopra, e che mostra il sarcofago con la figura del Santo che però è la solita e sempiterna statua di cera con dentro le ossa, illuminata da faretti giorno e notte, una sorta di effetto-teatro.

Trovo orrendo che si continuino a venerare queste cose. Voglio dire, che ci si ostini a ossequiare un mucchietto d’ossa dentro una coreografia faraonica, esponendo il tutto alla morbosità dei fedeli (che vogliono vedere “il morto”, poi, magari pregano anche il Santo) e io che mi chiedevo che senso avesse tutto questo, poi ho visto il bidone per le offerte e ho cominciato a capire.

I frati passionisti, dell’ordine di San Gabriele, hanno il saio completamente nero e sono inquietanti da vedere.

Uno si fa anche degli scrupoli. Per esempio “Non si può giudicare (ah no?? E perché??) bisogna conoscere la biografia del Nostro per poter capire il perché e il percome, il busillis e il conquibus, e allora sì, Wikipedia ci aiuta. Clìcchete, clìcchete, ecco che salta fuori una voce apposita (cos’è il progresso, eh? Vedete cosa vuol dire la conoscenza condivisa??) che dice, tra l’altro, a proposito di San Gabriele dell’Addolorata:

“Egli conduceva una vita normale per un ragazzo della sua età e della sua epoca.”
“Come un normale ragazzo della sua età Francesco attirava l’attenzione delle ragazze di Spoleto”

Ma va’? Davvero?? In nemmeno due righe si ripeta la parola “normale” come se fosse un dato essenziale sapere he da giovane il sor Possenti aveva una notevole capacità di attrarre le ragazze della sue età. E che viveva “normalmente”, appunto.

Ecco dov’è il Kern, il nòcciolo: è la normalità che viene assunta allo stato di santità. Non c’è altro, nulla di diverso. Un ragazzo “normale” che muore giovanissimo. Anche dopo aver letto Manzoni e Tommaseo ed essersi dato alla bella vita.

Tra bancarelle piene di ricordini, souvenirs, palle di cristallo con la neve da agitare, penne con il gruppo dei pellegrini che fa su e giù (una volta le facevano con la gondoletta di Venezia), bambole, chitarrine finte, pistole giocattolo (si sa, non devono mai mancare in un luogo di devozione), la visita si conclude con gelato diaccio marmato.

Al ritorno, per l’umidità, comincerà a venirmi il torcicollo. Siano rese le grazie a San Gabriele!

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L’avvocato famosetto

Sul sito di "Repubblica" oggi è apparsa la notizia di un giovane teramano di 27 anni, impiegato, che, durante un periodo di malattia, si è esibito in un locale come "Drag Queen" (ovviamente in orari al di fuori della normale reperibilità per malattia) ed è stato licenziato.

L’avvocato è uno dei miei (due) avvocati di fiducia, oggi ho dato una lettura al sito di "Repubblica" e me lo sono ritrovato in Home Page, con una bòtta di fama nazionale che mi sa che mi conviene non avviare nessuna causa legale o lavorativa perché le sue quotazioni stanno salendo a vista d’occhio, e anche le sue parcelle, mi sa…
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