A Antonio Tabucchi

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+25/03/2012
25/03/2014

Caro Professor Tabucchi,

sostiene il Di Stefano che quella mattina a Lisbona pioveva.

Era uscito dall’Hotel Borges -classico esempio di contaminazione letteraria in terra lusitana-, non di buon’ora, come gli era solito, e si apprestava a infilare il vicino portone del Café “A Brasileira“, per un pastel de nata e un zumo de laranja (faz favor!), perché la pioggia che gli picchiettava l’anima e il selciato non gli giovava neanche a Lisbona, sostiene il Di Stefano.

Neanche la visita alla libreria Bertrand gli aveva fatto del bene, sostiene il Di Stefano, perché in Portogallo si era cominciato a scrivere poco e male.

Come se ciò non bastasse, si traduceva perfino peggio. Roberto Saviano e Oriana Fallaci in vetrina avevano, se possibile,  peggiorato il suo tradizionale malumore, e decise di investire otto euro (il corrispondente di una razione di bacalhau in Rua da Camará) per alcuni volumi di José Maria Eça de Queiroz che aveva visto rilegati in modo più che decente oltre la Praça Camoes, benché le edizioni non fossero di gran pregio. Avrebbe mangiato una bífana, sostiene.

Ma mentre si digeriva il nervoso fu sviato, sostiene, dalla vista di un signore dimesso, ancora distinto, coi baffi e gli occhiali rotondi, appoggiato distrattamente sulla pagina degli esteri del “Lisboa”, vinho verde nel bicchiere, l’aria stanca e rassegnata mentre la statua di Pessoa lo guardava sorniona e mezza arrugginita.

“Lei è italiano?” chiese il Di Stefano.

Lo sconosciuto alzò lo sguardo e rimase per un istante interdetto e incredulo.

“Sì, come lo ha capito?”

“Ci si riconosce sempre a Lisbona.”

L’altro annuì, spossato e triste come un venditore di Ginginha. E pose di nuovo lo sguardo sul giornale.

La stampa riferiva che in Italia un politico improvvisato era riuscito a togliere di mezzo il Presidente del Consiglio e ad autoeleggersi Capo del Governo in quarantott’ore. Allo sconosciuto l’idea che questo Stenterello buffo e male in arnese fosse riuscito ad ottenere la fiducia di una maggioranza ancor più stenterella metteva un alone di grande mestizia, sostiene il Di Stefano.

“Lei si interessa di letteratura portoghese?” chiese lo sconosciuto.

“L’ho studiata in gioventù, all’Università.”

“Ricorda la cronachistica di Bernardim Ribeiro, a metà tra storia e invenzione? Non trova che un personaggio del genere non sarebbe entrato nemmeno come un paggio di corte in quelle pagine?”

Sostiene il Di Stefano che non poté dargli torto.

“Ma vede, caro amico, per quando tutto questo accadrà io sarò morto. Sono troppo stanco e malato, e non merito di vedere un esperpento del genere neanche da lontano. Venga a trovarmi, la prossima volta. A Prazeres. Quando fioriscono le jacarandas il tragitto con il 28, da qui, è una vera meraviglia.”

Qualcosa che non era pioggia gli scese dagli occhi, e chi avrebbe scritto questa storia ne avrebbe tenuto debitamente conto, sostiene il Di Stefano.

Suo

Francesco Monteiro Rossi

Diffamazione: da Patrizia Moretti Aldrovandi a Renzo Bossi (passando per Tabucchi, Travaglio, Sgarbi e Schifani)

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La diffamazione è uno dei reati più subdoli previsti dal nostro ordinamento giuridico.

Rivestire il ruolo di diffamatori o di diffamati è molto più probabile e, per certi versi, “semplice” di quello che si pensi. Più di quanto sia possibile rivestire il ruolo di ladro e di rapinato.

Patrizia Moretti Aldrovandi, madre di Federico, ha presentato una querela per diffamazione dopo che sul sito web “prima Difesa”, che tutela gratuitamente per cause di servizio tutti gli appartenenti alle Forze dell’Ordine e Forze Armate” alcune persone, che si firmano con i nomi dei quattro poliziotti condannati in via definitiva per l’omicidio colposo del figlio, hanno scritto frasi come: Continua la lettura di “Diffamazione: da Patrizia Moretti Aldrovandi a Renzo Bossi (passando per Tabucchi, Travaglio, Sgarbi e Schifani)”

Renato Schifani indagato, verso la richiesta di archiviazione, col nome di “Schioperatu”

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Il presidente del Senato Schifani è stato indagato.

La pagina on line de “La Stampa” (ultimamente assai lacunosa nel dare le notizie -e me ne dispiace perché Gramellini, quando non si piange addosso mi è simpatico, ma non si può assolvere un modo di fare giornalismo solo perché un giornalista è simpatico-) riporta semplicemente un laconico e secco “Mafia.” che non vuol dire nulla (esistono varie fattispecie di reato di indole mafiosa, qual è quella contestata a Schifani??).

La Procura della Repubblica di Palermo si sta apprestando a chiedere (se non l’ha già chiesta nel frattempo) l’archiviazione per i fatti contestati. Si aspetterà il parere del GUP.

Quello che fa un po’ sorridere è che Schifani non è stato indagato in quanto “Schifani, Renato Maria Giuseppe”, ovvero con il suo nome da privato cittadino, ancorché ricoprente la seconda carica dello Stato. No, è stato indagato come un certo signor “Schioperatu”. Ovvero con un nome falso. Di facciata. Una sorta di pseudonimo in codice. Si sa chi è l’indagato ma lo si chiama con un altro nome.

Per proteggere la riservatezza dell’indagine, probabilmente. O anche quella dell’indagato, forse.

Ma un normale cittadino verrebbe indagato con tanto di nome e cognome, e, alla vigilia della richiesta dell’archiviazione, riceverebbe il bell’avviso di garanzia (o, meglio, di chiusura delle indagini) e sarebbe sputtanato per tutta la vita. Anche se l’archiviazione dovesse essere effettivamente confermata nell’udienza preliminare. Non ci sarebbe nessuna possibiloità per il signor “Mario Rossi” di vedersi, occasionalmente, trasformato in “Mario Schioperatu”. Perché, si sa come la pensa la gente, “sarai stato anche archiviato, non dico di no, ma se ti hanno indagato segno che non sei stato tanto a sgranare il rosario, anche tu…”.

Dunque, quell’avviso di garanzia che serve da scudo al cittadino, diventa una doppia garanzia quando il cittadino ricopre un’alta carica pubblica.

Ripeto, aspetteremo il parere del Giudice per l’Udienza Preliminare.

Renato Schifani è stato autore del lodo che porta il suo nome che sospendeva i processi in corso contro le «cinque più alte cariche dello Stato», giudicato incostituzionale nel gennaio 2004.

Renato Schifani ha citato Antonio Tabucchi, ora defunto, per 1.300.000 euro di danni.

Nas caricias quentes: in morte di Antonio Tabucchi

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Avere avuto la possibilità, anche solo per un’ora, di incrociare Antonio Tabucchi come insegnante è stata una delle esperienze più singolari che potessero accadermi.

L’ho sempre detto e sostenuto: ho avuto la fortuna di avere maestri straordinari. Antonio Tabucchi è stato uno di loro.

Mentre la sua fama di scrittore decollava con “Sostiene Pereira”, io ero uno studente di lingua e letteratura portoghese che scopriva Camoes, Eça de Queiroz e la cronachistica portoghese del trecento, la letteratura di viaggi che si trasformava sempre più in picaresca, ma lasciamo perdere le disquisizioni.

La più grande consolazione che ho, è che Antonio Tabucchi è morto fuori dall’Italia, in un Paese libero e che amava, in quella Lisbona che sfavillava, come all’inizio del romanzo di Pereira.
E lontano da quelle accuse di diffamazione e da quelle richieste di risarcimento milionarie esose che, pure, non ne incresparono l’integrità morale e il rigore intelletyuale neppure di un millimetro.

A Maria José de Lancastre, che non si ricorderà di me, ma poco importa di me, il ringraziamento per averci dato, assieme a Tabucchi, tutti i Pessoa possibili.

Resti con noi, Professor Tabucchi. Nas caricias quentes.

Lisbon Story 04 – Rossio

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Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava (…).

Era il 25 di luglio del 1938, e Lisbona scintillava nell’azzurro di una brezza atlantica, sostiene Pereira.

(Antonio Tabucchi)