Uber alles

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Screenshot tratto da “La Stampa”

Il Tribunale di Milano ha inibito le attività connesse all’utilizzo dell’applicazione UberPop su tutto il territorio nazionale per concorrenza sleale.

La cosa più buffa di tutta questa pantomima, è che nella trasmissione di “Report” dello scorso 24 maggio veniva indicato come modello virtuoso della cosiddetta “sharing economy“.

Come funziona/funzionava? Semplice, si scarica l’applicazione e ci si connette a una rete di utenti dando la disponibilità di offrire un passaggio in macchina a chi lo richiede. Per esempio, io ho un’ora di tempo in cui percorro il tragitto che mi separa dal luogo di lavoro, decido di metterla a disposizione, assieme alla mia auto, a chi ne ha bisogno. Arriva una chiamata di una persona che chiede un passaggio per la mia stessa destinazione. Lo faccio salire ed ecco che sono divise le spese. Perché Uber riscuote il costo del passaggio per intero e destina una parte al conducente.

La gorgheggiante Gabanelli diceva, introducendo la sua trasmissione sulla “sharing economy”: “sta nascendo un mondo parallelo che sembra riportarci indietro, ma crea valore proprio in senso economico.” E poi “Invece vediamo, nel mondo, oltre agli Stati Uniti, il calo di patenti nei giovani fino ai 34 anni. In quali paesi, oltre agli Stati Uniti, appunto Svezia, Norvegia, Gran Bretagna, Germania, Canada, Giappone, Sud Corea. E quindi, come si muovono? Con il trasporto pubblico ovviamente ma sta crescendo la cultura della condivisione, dell’auto, dell’appartamento, delle competenze.” E infine “Cose che si sono sempre fatte solo che si fermavano al cortile di casa adesso esplodono in rete e diventano impresa alla portata di tutti. E questo non c’entra niente con la crisi, è proprio un mondo che si sta riorganizzando.” Poi è arrivata la mannaia del tribunale.

Quindi, tutto questo giochino sembra una gran figata ma non lo è. Qualcuno si era già illuso di farne una fonte di reddito per arrotondare o risparmiare, ma l'”Effetto dirompente” di cui parla “Report” (è il titolo del servizio di Michele Buono introdotto con toni entusiastici dalla Gabanelli) si è sgonfiato con la prescrizione di cessare le attività entro 15 giorni, pena una multa di 20.000 euro per ogni giorno di ritardo.

Eppure sembrava la quadratura del cerchio, la scoperta del Sacro Graal, l’elisir di lunga vita: soldini per tutti, basta avere una macchina non più vecchia di 10 anni (io non potrei mai farlo, la mia Punto è del 1999) e avere la fedina penale pulita (in India, recentemente una 26enne è stata oggetto di stupro da parte del suo autista). E’ francamente pochino come offerta di garanzie, pochino davvero. Lo stato di efficienza del veicolo non lo si misura certamente dall’età, io posso avere un rudere che parte alla prima e un nuovo modello che ha dei problemi. Ci vorrebbero, come minimo, dei controlli al mezzo certificati da chi offre il servizio (come succede con i nostri taxi, ad esempio), e non è che un autista non pregiudicato sia migliore di uno che ha avuto problemi con la legge. Non è che me lo garantisce il casellario giudiziale che chi conduce il veicolo sia una persona in salute e con 10/10 di vista.

Verso la fine dello scorso anno, inoltre si sono susseguiti in rete articoli e approfondimenti che segnalavano come l’app di Uber acceda a determinati servizi allo scopo di offrire dei servizi migliori. In effetti non è affatto dimostrato che ci sia da parte dell’applicazione un accesso a servizi SMS, chat, e-mail e quant’altro, ma quella di chi la scarica e la installa è una inquietudine più che legittima (“cosa fa questa applicazione sul MIO telefono e sui MIEI dati”?)

Eppure, nonostante tutto questo, c’è ancora chi pensa di aver trovato l’America installando un programmino sullo smartphone e mettendosi lì ad aspettare che qualcuno lo chiami per tirar su un po’ di palanche. E c’è anche chi ha sacrificato qualche migliaio di euro per comperare una macchina usata da utilizzare nella attività parallela di “driver” ma a Torino , nello scorso dicembre, i vigili hanno sequestrato patente e libretto di circolazione a tre autisti Uber che si sono visti anche confiscare l’automobile (una Lancia Delta, una Fiat Scudo e una Suzuki Vitara) . In realtà una sentenza favorevole agli Uber Driver c’è: il Giudice di Pace di Torino, proprio deliberando sulla confisca dell’auto diuno degli autisti segnalati a dicembre, ha sottolineato che il servizio non è regolato dalla legislazione italiana e che occorre che il legislatore adegui le norme a quanto previsto dalle nuove tecnologie). E’ passato solo un mese e questa sentenza è stata spazzata via dal Tribunale di Milano che ha imposto un provvedimento di censura addirittura a livello nazionale.

Ma quanto si guadagna con Uber? Difficile dirlo, dipende, essenzialmente, da quanto tempo pensate di dedicare all’iniziativa. Ho trovato un articolo de “La Stampa” intitolato “Nove corse e 61 euro, la mia giornata da autista Uber”: dalle 9 alle 18, con due pause di mezz’ora. Undici chiamate di cui due annullate, nove corse effettuate, un centinaio di chilometri percorsi. 61 euro di incasso: 11 vanno a Uber e altri 11 se ne sono andati di gasolio (l’auto è una Alfa Romeo Giulietta). Sono 39 euro in 9 ore. A cui va detratta l’usura del mezzo secondo le tabelle ACI. Ancora tremendamente poco, anche se mi rendo conto perfettamente che ci sono persone per le quali 39 euro in più al giorno fanno una bella differenza. Al mese sono 1170 euro, all’incirca quanto guadagna un precario. Ma non penso proprio che a tutti vada così “di lusso”. In una città in cui ci sono stazioni ferroviarie e un aeroporto forse è più facile raccogliere un numero di chiamate maggiore: difficile avere questi risultati nei piccoli centri. Ma tutto può darsi. E comunque sul guadagno netto grava comunque la scure del fisco italiano.

Tornando alla sentenza, vedremo cosa accadrà tra qualche giorno (Uber ha annunciato di voler presentare appello), ma sia che siate passeggeri che autisti state dimolto attentini, sì?

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L’Ecuador accorda l’asilo politico a Julian Assange

Screenshot da www.corriere.it

L’Ecuador, l’Ecuador, si fa presto a dire l’Ecuador, uno non sapeva neanche che esistesse l’Ecuador, capitale Quito, per l’esattezza, e adesso eccolo lì sulle prime pagine di tutti i giornali.

Sissignori, l’Ecuador, che è uno Stato sovrano, la cui indipendenza è regolarmente riconosciuta, ha fatto una cosa che ogni Stato sovrano dovrebbe essere in grado di fare (se no che sovranità ha??): ha concesso discrezionalmente asilo politico a una persona.

Nobile intento, si dirà, ma quando questa persona è Julian Assange, la gente comincia a storcere un po’ la bocca da una parte. Sì, è vero, esiste il diritto alla libera autodeterminazione dei popoli, ma questo Ecuador adesso cosa c’entra? Perché non si fa un po’ gli affari suoi invece di andare a rompere le scatole a mezzo mondo e concedere rifugio per motivi politici a uno che deve rispondere di reati di tipo sessuale in Svezia e che potrebbe essere estradato lì da Londra, ma poi lo vogliono gli Stati Uniti e allora le cose si complicano.

E allora si cominciano ad arrestare i suoi supporter che protestano, si comincia a dire che Assange non sarà estradato in Ecuador da uomo libero. Ora i casi sono due, o Assange ì in stato di libertà o non lo è. Se lo è bisognarebbe che qualcuno ci spiegasse cortesemente com’è che non può essere estradato o andare dove vuole, ad esempio all’ambasciata ecuadoregna; se invece non lo è, allora ci spieghino cortesemente com’è che è riuscito a raggiungere una sede diplomatica straniera in territorio britannico senza che nessuno se ne accorgesse.

E qualcuno dirà che oggi ci mancava solo l’Ecuador!

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I diritti delle donne e il 9 marzo di Geppi Cucciari

E’ il giorno successivo all’otto marzo, quello in cui si fanno bilanci, analisi, riflessioni, previsioni, si esprimono speranze, si pospettano auspìci, il tutto riguardo al tema del “ruolo della donna nella società”, come se le donne avessero un ruolo nella società solo l’otto marzo, come se le donne potessero far sentire la loro voce solo in quella data, come se l’anniversario di una tragedia sia di per sé una festa in cui regalare chicchi di mimosa che hanno ormai perduto ogni odore.

Il “Corriere della Sera”, oggi, pubblica un intervento di Geppi Cucciari. Che non ho mai capito bene chi sia o che cosa faccia nella vita. Cioè, so di per certo che fa l’attrice comica, e che recentemente ha “salvato” lo share della serata finale del Festival di Sanremo, ma mi è sempre sfuggito il motivo della sua popolarità. Non importa, non devo capirlo io, dev’essercene pur uno. Ogni tanto la vedo far pubblicità a uno di questi yogurt che sgonfiano la pancia grazie a un particolare fermento lattico, ma nient’altro.

Diciamo che il suo articolo sul “Corriere” di oggi è quanto di più compiuto io abbia letto o fruito della produzione di questa artista, e tanto sia.

L’articolo si intitola “Buon 9 marzo a tutte (e a tutti)”. Bene, la sfera maschile viene messa tra parentesi. E’ decisamente un buon inizio. Oh, per carità, mi sta benissimo anche essere messo tra parentesi, ma in un clima in cui si invoca tanta parità ed equità di diritti, una bella parentesi è proprio quello che ci vuole.

Il testo non mi entusiasma. E’ una comicità che non mi pare abbia elementi di particolare originalità, quella della Cucciari. E’ uno stile lellacostiano con punte neo-littizzettiane (“Com’è andata, donne? Avete ceduto alle lusinghe della cena con le colleghe, del conto alla romana, dello strip alla californiana? Come avete mostrato il vostro orgoglio uterino? Abbeverandovi di sapere gratuito in un museo, oppure di mojito pagato in un capannone di periferia, magari infilando monete da due euro nella canottiera di uomini dall’incarnato caramellato e muniti di sopracciglia depilate ad ali di gabbiano?”).

Il senso dello scritto ruota intorno al luogo comune (che, in quanto luogo comune, corrisponde a una perfetta verità) del “guarda che democrazia e che diritti hanno all’estero mentre noi in Italia siamo più indietro delle ruote dell’ultimo vagone di un Eurostar”.
Sì, lo sappiamo che all’estero stanno meglio di noi. O, magari, per certi versi, anche peggio. Solo che noi siamo portati a vedere quello che più ci fa bene vedere. Forse perché effettivamente stiamo così male, e siamo messi perfino peggio, che basta veramente poco a superarci.

E dov’è che si sta meglio? Ma in Spagna, naturalmente. Terra di mille diritti (sacrosanti, aggiungo) riconosciuti (giustamente, aggiungo) e legittimati. Ci si può perfino sposare tra gay in Spagna. Non è l’unico paese in cui i matrimoni omosessuali sono riconosciuti, naturalmente, ma è quello in cui il dato in questione salta subito all’occhio, chissà mai perché.
E infatti: “Per dire: cos’ha la Spagna più di noi? A parte Messi, intendo. Di sicuro una legge sulla procreazione assistita degna di questo nome, ad esempio. Che non si mette a contare gli ovuli come fossero «gratta e vinci» e permette persino la fecondazione eterologa. Forse ho sbagliato esempio, ma un viaggetto, Barcellona, lo vale comunque. Bocadillo, sangria e fiocco azzurro. O rosa, se sperate che sia femmina e volete chiamarla come vostra madre.”

E’ bella questa visione della Spagna. Il “bocadillo” (come se in Spagna non si mangiassero anche delle meravigliose ‘tapas’, tradizione gastronomica che ci dà tonnellate di polvere, il faut le dire…), la “sangria” (roba da turisti, su riconosciamolo… Oh, mica che gli spagnoli non la bevono, ma sanno di poter bere molte più cose, e, già che ci sono, lo fanno -magari chi va a Barcellona si degusta anche una “copa” di anisetta, di quelle che ti fanno gridare al miracolo-) e… il fiocco azzurro o rosa.
Sembra un pacchetto turistico. E, per certi versi, lo è. E’ triste che sia una comica a segnalarlo. Certo, i matrimoni gay e la fecondazione eterologa sono diritti incontestati in Spagna, ma c’è il rovescio della medaglia, ovvero che le coppie, spagnole o straniere che siano, per avere un figlio, sborsano una barca di quattrini a una sanità di tipo privato che smuove una quantità di denaro incredibile.

Sono i diritti che si trasformano in industria, dove quello della maternità e della paternità non è solo un diritto, ma è anche, e per inciso, un business.
E’ il business del “bimbo in braccio”, che è un’espressione molto infelice e scoraggiante che dovrebbe essere l’equivalente di “chiavi in mano”, solo che non si parla di automobili, ma di bambini, di madri, di padri, di donatrici di ovociti e di donatori di spermatozoi, tutto pronto, tutto subito, basta farsi un giro in Internet per vedere i siti delle cliniche spagnole e i relativi prezzi di fornitura di n. 1 embrione con garanzia di successo, analisi cliniche relative, cure ormonali per le donatrici, accuratamente selezionate, però, perché non ti salti fuori un bambino coi capelli rossi se la futura mamma e il futuro papà sono mori. O biondi. Vale anche per le coppie omosessuali, ça va sans dire.
Barcellona è lì con la sua movida. Fare un figlio sembra facile almeno come andare a bere un cocktail. Un “Mojito”, naturalmente. Perché fa molto “movida”, el ritmo de la noche, salsa, fiesta, vamos a la playa, ma intanto chi non ha i soldi alle libertà degli spagnoli non può accedere e sono tragedie marginali perché non possono essere narrate come postille alle pagine del Corriere della Sera da una attrice comica che si sgonfia con l’Acidophylus.
Perché nella perfetta Milano-da-bere del Corriere, anche un testo suppostamente comico va calibrato su una serie di stereòtipi duri a morire. Mancavano solo “corrida”, “olé”, “una mano en la cintura”, “un movimiento sexy” e “baila guapa”.

Poi è la volta della Svezia: “Riproviamo: cos’ha la Svezia più di noi? Una legge sulla maternità degna di questo nome, giusto per non scomodare solo gli Abba. E infatti il tasso di disoccupazione femminile è più basso di quello maschile e il papà ha l’obbligo (sì, l’obbligo) di prendersi il congedo di paternità. E anche la differenza tra salari maschili e femminili è tra le più basse al mondo. Forse per quello le donne sono più fertili e a Barcellona ci vanno solo a vedere la Sagrada Familia.”
La legge sulla maternità (e sulla paternità, aggiungerei, ma sempre tra parentesi, così anche la Cucciari è contenta) ce l’abbiamo anche noi, e, comunque, sì, in Svezia la legge è senz’altro migliore. Con buona pace degli Abba, dell’Ikea (citata poco dopo), di Filippa Lagerback (lasciata, per fortuna, fuori dai giochi dell’articolo) e di Stieg Larsson (non citato, forse perché non sta bene tirare in ballo le persone defunte).
Quindi sì, possiamo annunciare trionfanti, addobbando festosi i nostri veroni, che in Svezia la maternità è molto ben tutelata. Per chi ci arriva alla maternità, perché la Svezia è uno dei paesi europei con la più alta incidenza di suicidi tra la popolazione femminile. Depressione, pare. Che sommata alla depressione “post-partum” (tanto sempre di maternità si parla) è un cocktail davvero micidiale, altro che “mojito”.
E, si sa, le svedesi non sono tutte Lisbeth Salander.

E in Romania non vogliamo andare? “Cosa ci sarà mai a Bucarest che non si trovi a Roma, la città più bella del mondo? Una legge sul divorzio degna di questo nome, per dire. Mettiamo che il marito ti scaldi, certo, ma meno di una volta. Mettiamo che tu voglia cambiare elettrodomestico e che il medesimo sia d’accordo. In Italia per divorziare servono il pil del Belgio, avvocati acrobatici e soprattutto anni di attesa, che a una certa età valgono sette volte tanto, come gli anni dei cani.”
In Romania, dunque, si divorzia. Se hai un calo della libido, una prostatite o un principio di impotenza, reversibili o no che siano queste patologie, tua moglie può chiedere il divorzio e ottenerlo in tempi rapidi e efficaci.
Bello! Poi magari viene in Italia a fare la badante perché, dopo aver divorziato, non trova lavoro nel suo paese che, guarda caso, ha un tasso di disoccupazione molto preoccupante.

Ma voi fatevi ingravidare pure a Barcellona, prendete il vostro sacrosanto permesso di maternità a Stoccolma e mandate pure a fare in culo il partner a Bucarest. Sarete delle donne perfette.

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Julian Assange e il neo-proibizionismo degli Stati Uniti

Stanno portando all’altezza dell’importanza di un mito una persona come Julian Assange.

Lo paragonano a Osama Bin Laden, ma è riuscito solo a fare lo sgambetto all’intelligence degli Stati Uniti che se la prende con lui non tanto per quello che la sua creatura Wikileaks ha messo a disposizione dell’opinione pubblica, ma perché, appunto, lo sgambetto ha fatto "intrampolàre" l’austera nazione americana sul piano del gossip e del chiacchiericcio fortuito, del guardare da dietro il buco della serratura e poter essere legittimati a chiamare "segreti" quelli che segreti non sono.

Assange ha semplicemente fotografato una situazione che esiste, e che non ha o non dovrebbe avere misteri per nessuno: Berlusconi è una persona che assiste a festini più o meno selvaggi, è amico di Putin e che risulta un po’ antipatico ai più.
Dov’è la novità? Qual è lo scandalo?? E’ forse il fatto che questo tipo di informazione venga rilasciata dai vari ambasciatori e diplomatici statunitensi in giro per il mondo?? Ma gli atti diplomatici dovrebbero essere caratterizzati da trasparenza e onestà, dalla pubblicità, dal rispetto nei confronti dei cittadini.

E così lo vogliono morto, di più, incarcerato, condannato all’ergastolo, estradato in Svezia dove è accusato di un reato noiosetto come quello di aver stuprato due donne che all’inizio erano consenzienti al rapporto sessuale con il Nostro (chissà chi le ha convinte a dichiarare di non essere state poi tanto consenzienti, da un momento all’altro dell’amplesso, e con quali mezzi!), ma NON di aver divulgato materiale "top secret", talmente "top secret" che dice perfino che Berlusconi sarebbe visto dagli Stati Uniti come una persona "inaffidabile", figuràtevi voi…

Lo vogliono semplicemente far fuori. E, come tutti quelli che vogliono far fuori qualcun altro, la motivazione addotta non sarà e non potrà mai essere quella vera. Diventerà una scusa, un pretesto, un incidente di percorso, uno sgraffietto, una bruciatura, o anche smplicemente una caratteristica sgradevole.
Come, appunto, il fatto di aver forzato due donne a fare delle cosine che loro non volevano fare.

Gli Stati Uniti usarono gli stessi metodi con Al Capone. A cui, beninteso, non riuscirono mai ad addebitare tutti gli omicidi che aveva commesso, ma solo l’imputazione di evasione fiscale. Se Al Capone fosse stato in Italia se la sarebbe cavata con una multa fastidiosa e un patteggiamento fiscale tuttosommato vantaggioso per lui. In ogni caso non avrebbe mai scontato un solo minuto di carcere.

Assange lo vogliono come il simbolo della rivincita della ragion di stato sulle libertà dei cittadini.

Cambiano le persone, non i proibizionismi.
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Gli Abba contro la destra danese: “Non usate la nostra musica a scopi politici!”

Dopo Famiglia Cristiana, uno dei baluardi della resistenza democratica in Europa sono gli Abba.

Gli Abba, gruppo musicale svedese che si fece conoscere all’Eurofestival del 1974 con "Waterloo" (no, non l’ho guardato su Wikipedia, me lo ricordo, perché io davanti alla teolevisione c’ero, posso sbagliarmi di un anno ma siamo lì…), sono sempre stati l’emblema del Kitsch nord-europeo, della melodia facile, dei brani di consumo, di quelli che si sentono così volentieri presso qualche stazione radiofonica tedesca quando tieni la radio accesa nei giorni di pioggia.

Gli Abba, quelli di "Chiquitita", "Fernando", "SOS", si sono visti plagiare, in Danimarca, una delle loro canzoni più famose (quindi, non necessariamente, una delle più belle).

Certa destra xenofoba ha creato una parodia di "Mamma mia" e l’ha utilizzata per un inno di parte, dedicandola alla loro leader.

Questi quattro signori ("signori" in senso di "portatori naturali di nobiltà") sono intervenuti per impedire l’ulteriore uso della canzone a scopi di propaganda politica.

Hanno detto: "Smettetela, e subito, con questa pagliacciata!". Sono tornati dall’oblio o dalla memoria sommersa della gente per rivendicare, oltre a quella del loro lavoro, la loro dignità personale.

Se gli Abba ci insegnano la democrazia vogliamo i Ricchi e Poveri alla presidenza del consiglio (oh, qualcosa di meglio di Berlusconi faranno!…)

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Le ultime lettere di Stieg Larsson

Confesso di essere un ammiratore totale di Stieg Larsson e di adorare la Trilogia “Millennium”.

Sono, come è evidente, perdutamente innamorato di Lisbeth Salander, specialmente adesso che, giunto all’inizio del secondo romanzo (“La ragazza che giocava col fuoco”) ho scoperto che si è rifatta le tette.

Trovo che Larsson sia una delle pochissime persone che siano state in grado di parlare con garbo anche degli eventi più truci.

Andando in libreria, tempo fa, mi sono imbattuto in un libriccino che la casa editrice Marsilio ha distribuito nelle librerie in forma totalmente gratuita (tanto, cosa volete, con le traduzioni dei romanzi di Stieg Larsson cià fatto i vaìni a sfà’…) e che contiene le ultime lettere di Stieg Larsson alla casa editrice svedese (con le relative risposte) per la pubblicazione della Trilogia.

Ne emerge una personcina calma, pulita, quieta, come solo i nordici sanno esserlo (noi, si sa, siamo “sudici” e per questo siamo piuttosto incazzati) che, purtroppo, non avrebbe mai visto il successo della sua opera, considerato che è morto di infarto qualche tempo prima della pubblicazione della saga di Lisbeth.

In breve, se andate in libreria prendetelo, e leggete anche i romanzi, peccatori!

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I lettori chiedono, L’Esperto risponde: le elezioni europee

"Cinghiale Mannaro", uno dei nostri più affezionati lettori, delizioso nickname dietro al quale si cela, timidamente, il carissimo nonché veneratissimo Botrioni Marisa, mi incita e mi prega di commentare le elezioni europee.

Ma cosa volete che commenti? Che Bossi sbava che le elezioni europee non servono a niente e che, quindi, è arrivato al 10% di una cosa che non serve a niente? L’ho già scritto, il succitato Botrioni Marisa (o Lampredotti Argìa, ora non ricordo…) legga ammodino, perpiacere.

A sentirli "tengono" tutti.

Il PDL tiene, se si considera, naturalmente, che il vero trionfatore è stato l’astensionismo, quindi riguardando le percentuali alla luce di questa acuta analisi, se paradossalmente tutti gli astensionisti avessero votato Berlusconi, ora avrebbe ragione lui a profetizzare il 45%, che è come dire che se la mi’ nonna aveva le ruote era un carretto.

Il PD tiene anche lui, certo, è riuscito ad arginare l’Italia evitando che andasse alla deriva con un unico padrone, il loro (a cui, comunque, non sono stati capaci di opporre una legge sul conflitto d’interessi che fosse anche solo fatta di un solo articolo, uno solo, malidetti loro…). Mia moglie mi ha scritto che "A Livorno in Partito Democratico tiene!" Tiene?? Come sarebbe a dire "tiene"??? Se "tiene" vuol dire che anche lì si sgretola, di dissolve, che sono rimasti solo i comunisti ad avere il nome (solo il nome, eh??) in due listine piccine picciò che non sono riuscite a sfondare, altro che "tenere".

In Svezia, invece, il Partito Pirata, che è contro i brevetti e il copyright in rete (questa è una emerita cazzata e lo sanno anche loro!) ma è a favore della protezione della privacy (e questa non è una cazzata, così Berlusconi a casa sua potrà finalmente ospitare tutte le tette e tutti i culi che vuole, e nessuno potrà dire neanche che si tratta di uno scostumatello un po’ screanzato!) ha guadagnato un seggio.

Cioè, il rappresentante svedese va a Strasburgo, e quando si tratta di approvare la legge che allunga a 95 anni la protezione sul copyright delle interpretazioni, chiederà la parola, il presidente gliela concederà per un minuto, passato il quale "Zitto lei, ha finito!" poi si vota, lo buttano in minoranza e viandare.

Mi pare che sia, tutto sommato, la notizia migliore di queste ore.
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Pazza Ikea

Dopo tre anni che ci limava sordo, mia moglie, oggi, è riuscita a trascinarmi all’IKEA.

Ho una naturale idiosincrasia verso tutto quello che è centro commerciale e, in genere, superficie espositiva enorme con tanto di visitatori assatanati che non sanno dove andare e accettano di parcheggiarsi per pomeriggi interi in queste IperCoop dell’alienazione mentale, magari per andarsene con una radiosveglia.

Ikea è indubbiamente diverso, anche se dopo ti fanno ugualmente male i piedi.

Ikea è una cosa svedese che ci tiene a rimanere svedese in (quasi) tutto. E’ un respiro nordico, una finestra sulle cose fatte (quasi sempre) bene, una sorta di ambasciata di Stoccolma in terra italica.

Tutti gli articoli hanno regolarmente nomi svedesi. Trovate armadi che si chiamano Våkka, materassi in lattice chiamati Bestiå e utensili da cucina dall’esotico nome di Kåkkådymukkå.

Entri e ti danno un lapis minimale in puro legno, perfettamente temperato su cui puoi scrivere il nome di quello che vuoi su un fogliettino che poi ti serve come pro-memoria per quando esci. Così fai un po’ di pratica con il tuo neonato svedese scritto.

La cosa più interessante e positiva di IKEA è il ristorante. La gente mangia piatti svedesi di polpettine e patate bollite con salsa di mirtilli senza dire nulla, anzi, mostrando vivo apprezzamento (allora è vero che si può sopravvvere anche senza mangiare spaghetti, pizza, chitarra, mandolino, mafia, ‘o sole mio) se volete ci sono anche cose italiane (poche, però) e per i bambini c’è un menu con pasta al pomodoro, un succo di frutta biologico e uno yoghurt che costa solo un euro. Tutti mangiano di gusto, nessuno protesta. Soprattutto, in questo modello di efficienza nordica, nessuno si lamenta, butta cartacce per terra o alza la voce.

Mi sono comprato una sedia transessuale da ufficio che si chiama Verner, un portaburro, una serie di pentole e pentolami cari asserpentati, ma la cosa di cui vado più fiero è un fantasmino in plastichina molliccia trasparente con una luce verde interna. Gli dài un colpo in testa e quello si accende. L’ho pagato 12 euro e 50. Praticamente un investimento per il futuro. Sono anche il fortunatissimo possessore di una casseruola di terracotta per cuocere. Son soddisfazioni.

Oltre a una libreria da montare, vari accessori per la libreria da montare, altri ripiani per la libreria da montare, ma le matite dell’entrata me le sono fregate (un po’ di "italian style" in Svezia, che diamine!).

Alla cassa ho pagato 355 e rotti euro. Per un Akkydendtekevispåkkå!
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