Il Governo si costituisce innanzi alla consulta

cappato

Pare non finire più la tintura di fosco che sta assumendo il prosieguo del processo a Marco Cappato per l’accusa di suicidio assistito nel confronti di Dj Fabo. Gli atti, come sapete, sono stati trasmessi alla Consulta (la Corte Costituzionale) che dovrà decidere se la normativa, di origine del periodo fascista, che disciplina il reato in questione, sia ancora compatibile con la Costituzione e con i principi di libertà di cura (e, dunque, anche di libertà di porre fine alle proprie sofferenze in modo dignitoso) che essa sancisce.

Negli ultimi giorni è arrivata la notizia che il Governo Italiano, zitto zitto, tomo tomo, cacchio cacchio, nelle sue piene funzioni di “disbrigo degli affari correnti”, si è costituito nella vicenda. Ma non, come ci si sarebbe aspettato, per la conservazione del diritto a morire quando la propria vita dipende da fattori esterni che non ne garantiscono più la dignità, ma proprio per il contrario. Cioè, il Governo Italiano si è costituito per chiedere che la Consulta dichiari costituzionale la norma e che (quindi) Marco Cappato vada in carcere. Avrebbe potuto tranquillamente rimettersi alla saggezza e al libero arbitrio della Consulta, nel pieno rispetto della diversificazione e separazione dei poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario), invece no, ha voluto mettersi in mezzo con tutti gli assi del piatto della bilancia che si scombinano e che rischiano di rendere ancora più oscuro il cammino che va verso la sentenza.

E’ un pasticciaccio brutto che non avrà fine e su cui pesano fardelli gravissimi che il povero Marco Cappato deve sopportare ogni giorno. Che trovi la forza, per Dio, che trovi la forza.

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Insegnante si suicida dopo una storia d’amore con una alunna sedicenne

Se ne parla ancora, a distanza di mesi e lo faccio anch’io. Ometto i nomi perché non mi pare bello né necessario farne.

Un insegnante si innamora, ricambiato, di una sua alunna di sedici anni. La relazione giunge alle orecchie della dirigenza della scuola che allontana dal servizio il docente che corre a casa, prende una corda e si impicca per la vergogna. Il tutto nello spazio temporale di un’ora e mezza.

Alcune fonti riferiscono che il docente sarebbe stato atteso in aula dove gli sarebbe stato rimproverato il comportamento tenuto di fronte agli alunni (assente, ovviamente, l’alunna sedicenne).

Stando così le cose, nessuno avrebbe commesso reato. Ai sensi del secondo comma dell’articolo 609quater, è reato compiere atti sessuali con soggetti minori degli anni 16 quando il colpevole sia il nonno, il genitore anche adottivo, il tutore o qualunque altra persona a cui il minore sia stato affidato per ragioni di cura, educazione, istruzione, vigilanza o custodia oppure che abbia col minore una relazione di convivenza. E poi sarebbe stato necessario dimostrare la sussistenza di un atto sessuale tra i due. E comunque la ragazza aveva sedici anni al momento dei fatti ed era consenziente.

Sarebbe, eventualmente, da dimostrare che ci sia stato un atteggiamento di coercizione della volontà della minore tale da indurla in soggezione contro le sue stesse inclinazioni naturali, ma non mi pare questo il caso.

Senz’altro, dunque, un procedimento sommario che lascia molte ombre sulle modalità in cui questo insegnante è stato denigrato, con cui gli sono stati contestati degli addebiti.

Si è parlato di “morte sul lavoro”. Lo si può umanamente comprendere quando a formulare questa definizione è il padre del giovane insegnante o la sua famiglia.

Ma resta il fatto che, reato o no che sia, illecito disciplinare o meno, un insegnante non si innamora di una sua alunna. Mai. O, se lo fa, lo fa quando l’alunna non è più sua alunna, quando, cioè, i due soggetti sono maggiorenni (oltre che consenzienti) e non c’è più nessun rapporto di subalternità tra di loro. E dove nessun vicepreside può aspettarlo in piedi per ordinargli di andarsene.

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Intorno al suicidio assistito di Lucio Magri

Davanti alla morte di una persona, l’ho sempre detto, bisognerebbe che calasse la cortina del silenzio, della pietà umana, della cristiana compassione ("compassione" è una bellissima parola, vuol dire "sentire insieme", non ha nulla a che vedere con la sofferenza, il moralismo cattolico ci ha privati anche del significato più autentico e profondo delle parole), del rispetto, magari dell’imbarazzo per l’ineluttabilità dell’evento e per le modalità con cui si è verificato (anche se non si muore mai per incidente stradale, malattia, omicidio o legnate prese in un carcere, io dico sempre che si muore di morte e tanto basti).

La morte di Lucio Magri, intellettuale quanto mai lontano dalla mia esperienza culturale, ma a cui va riconosciuto l’onore della ricerca di una via nuova nella comunicazione delle idee, di un impegno giornalistico generoso e sincero, certo, tutto quello che si vuole, ma la sua morte per "suicidio assistito" non può che lasciarmi perplesso.

Non tanto per il buio della depressione che l’ha determinata e che ha reso a quest’uomo insopportabile la vita, con il gravàme della morte della moglie.
Ma perché proprio nel momento in cui io voglio con tutto me stesso rispettare la scelta di Lucio Magri di farla finita attraverso un ultimo viaggio in Svizzera, non posso pensare a questa migrazione della morte cui lui ha potuto accedere (sia pure nelle condizioni di immane sofferenza psicologica in cui versava) senza farmi venire in mente Mario Monicelli che si è lasciato andare giù senza andare proprio da nessuna parte, anzi, rimanendo lì in un ospedale per malati terminali, beffando il tempo dilatato degli infermieri e dei medici, andandosene facendo pochi passi, pochissimo rumore, e, soprattutto, senza nessuna "assistenza" suicidiaria, perché, come diceva De André, quando si muore si muore soli.

Malati terminali che non hanno neanche la determinazione sufficiente a porre fine ai loro giorni perché rintontiti dalla morfina, che chiedono aiuto con gli occhi, quando riescono a chiederlo, sofferenze indicibili che non passano attraverso viaggi della pietas laica (per quanto ultimi essi siano) in Svizzera, sono facce di una medaglia del dolore che non riesce a farmi pensare che Lucio Magri se ne sia andato esattamente come uno di noi.

Anzi, mi viene da pensare che sia stato un privilegiato. Ha pianificato la sua morte, ha avuto tutto quello che voleva perché lo voleva, ha fatto partecipi del proprio progetto amici, conoscenti e persone che stimava, ha affidato a Luciana Castellina la cura dei suoi scritti, provveduto per le sue esequie, ha ottenuto conforto e assistenza nel momento in cui ci ha lasciati, emigrando in un paese dove tutto questo è possibile e in cui i suoi amici lo hanno seguito.

Ecco, tutto questo riesce a trasmettermi una rabbia profonda. Perché lui almeno è riuscito a morire in Svizzera, mentre in Italia, tutt’al più si crepa.
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Il suicidio di Mario Monicelli (regista), quello di Luca Seidita (diacono) e le esternazioni in vita di Paola Binetti (deputato)

Oggi alla Camera dei Deputati, l’onorevole Paola Binetti (eletta nelle liste del Partito Democratico ma "emigrata" in quelle dell’Unione di Centro di Casini, perché va bene avere le idee chiare, ma qualche volta si esagera) ha commentato la scelta del grande Mario Monicelli di porre fine alla propria vita con queste agghiaccianti parole:

«Basta, per piacere, con spot a favore dell’eutanasia partendo da episodi di uomini disperati, perchè Monicelli era stato lasciato solo da famiglia e amici ed il suo è un gesto tremendo di solitudine non di libertà»

Non si sa con quale diritto la Binetti stigmatizzi il comportamento della famiglia di Monicelli e dei suoi amici, rei, a suo dire, di averlo lasciato solo, inducendo in lui l’istito suicidiario, senza considerare il fatto che Monicelli potrebbe aver agito facendo valere il suo sacrosanto diritto di autodeterminazione in piena lucidità di mente, circostanza di cui nessuno, nemmeno la Binetti, sembra dubitare.

Parrebbe una opinione legittima, ancorché non condivisibile e sicuramente censurabile, quella della Binetti, se non che oggi è arrivata la notizia del suicidio di Luca Seidita, 29 anni, di Lecce, certamente assai meno famoso dell’indiscusso e indiscutibile maestro del cinema italiano.

Luca Seidita voleva fare il sacerdote. Si è ucciso perché il Vaticano glielo ha impedito, giudicandolo non ancora sufficientemente maturo per questo passo.

Dovendo prendere sul serio il ragionamento della Binetti, Luca Seidita è stato lasciato da solo dal Vaticano e ha compiuto un gesto di solitudine perché non poteva essere , per opera di una violontà o di un impiedimento esterni, quello che, semplicemente, desiderava essere, un prete.

Il punto è che sia per un mangiapreti come Monicelli, che se n’è andato non chiedendo neanche un funerale, che per un prete mancato, a cui probabilmente un funerale verrà addirittura negato, in quanto suicida, la vita ha senso quando un uomo riesce ad essere completamente e compiutamente se stesso, regista o seminarista che sia. Quando riesce a vedere realizzate le sue scelte, che i cattolici chiamano "vocazione" e vorrei ancora sapere il perché.



La Binetti è un deputato della Repubblica, ha un sito web la cui home page viene visitata mediamente da 30 persone al giorno. Un po’ come dire gli amici intimi, per una persona che ricopre una così alta carica istituzionale.
Oggi che si fa solo un gran parlare di lei ha toccato quota 75 (i dati sono verificabili da chiunque clicchi sul suo contatore Shinystat).


Capite? Non le dà più retta nessuno.
Neanche Luca Seidita. "Senza il prete e la messa perché di un suicida non hanno pietà". Come non l’ebbero di Piergiorgio Welby, il cui peccato fu sempre il solito, quello di aver scelto per sé.

"E qualcuno una croce col nome e la data su lui pianterà".

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