Letterine di Natale 1 / Roberto Saviano scrive una lettera aperta agli studenti dopo le manifestazioni del 14 dicembre

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Un altro esempio di logica di pensiero da rifiutare è costituito, a mio parere, dalla cosiddetta “lettera aperta” ai dimostranti di Roma che Roberto Saviano ha pubblicato su “Repubblica”.

C’è da rimanere a bocca aperta se uno strenuo difensore della legalità e dei diritti, così come viene percepito Roberto Saviano dall’opinione pubblica, scrive “Poliziotti che si accaniscono in manipolo, sfogando su chi è inciampato rabbia, frustrazione e paura: è una scena che non deve più accadere. Poliziotti isolati sbattuti a terra e pestati da manipoli di violenti: è una scena che non deve più accadere.”

Si badi bene, Saviano condanna la violenza, gli incendi delle auto, dei blindati, il lancio indiscriminato di sampietrini, il sabotaggio dei bancomat, e vorrei vedere chi è che non è d’accordo con lui.

Dove Saviano sbaglia (e sbaglia di brutto), la prospettiva della sua analisi è l’equiparazione tra la condanna degli atti compiuti dai privati cittadini e quelli compiuti dai poliziotti.

Il punto è che il privato cittadino che lancia un sasso contro la polizia e ferisce un agente deve essere sì fermato e successivamente identificato e processato, ma non gli deve essere torto un capello perché in quel momento è nelle mani dello Stato, rappresentato dalle forze dell’ordine.
Se, invece, le forze dell’ordine manganellano ed esercitano violenza sul cittadino che delinque non siamo uno a uno e palla al centro, come Saviano ingenuamente vuol farci credere, ma siamo due a zero a favore del delinquente perché lo Stato non può comportarsi come chi delinque. Viviamo in un ordinamento giuridico per cui chi uccide non può e non deve essere ucciso a sua volta. E questo è quanto.

E’ inutile che Saviano scriva, con evidente eccesso di buonismo egualitario, “non deve più accadere” per gli uni e per gli altri, perché per il cittadino deve mettere in conto che possa anche accadere (triste, grave, esecrabile ma possibile), mentre per lo Stato non deve MAI accadere, perché se accade lo Stato è perdente e sconfitto.

Non siamo nel ’68, quando Pier Paolo Pasolini si schierava apertamente dalla parte dei poliziotti perché erano figli di povera gente mentre gli studenti erano figli di papà abituati ad avere il culo caldo, siamo nel 2010, quando gli studenti, l’istruzione, l’università, la ricerca e il lavoro non hanno un futuro e c’è bisogni di reclamare cultura perché c’è chi dice che con la cultura non si mangia.
Gli studenti sono il frutto della rabbia, della voglia di conoscenza, urlano una disperazione che è viva e tangibile, chiedono spiegazioni allo stato e lo stato è rappresentato dai poliziotti che li menano. I video di YouTube sono sotto gli occhi di tutti, e la vecchia poesia di Pasolini è diventata un ritornello caro solo alla destra, e poi non vogliono che si parli di trasformismi.

Saviano la rabbia degli studenti la conosce bene: “Mi si dirà: e la rabbia dove la metti? La rabbia di tutti i giorni dei precari, la rabbia di chi non arriva a fine mese e aspetta da vent’anni che qualcosa nella propria vita cambi, la rabbia di chi non vede un futuro. Beh quella rabbia, quella vera, è una caldaia piena che ti fa andare avanti, che ti tiene desto, che non ti fa fare stupidaggini ma ti spinge a fare cose serie, scelte importanti.”

Già, ma quali scelte importanti può spingere a fare la disperazione della gente che non arriva a fine mese? Contro chi se la devono prendere queste persone se non contro quello stesso Stato che ha tolto loro la speranza e che oggi, nemmeno tanto metaforicamente, le calpesta e le prende a calci?

Quali sarebbero le “scelte importanti” secondo Saviano, campare coi diritti d’autore delle opere pubblicate per la casa editrice del Cavaliere? Prendere un cachet a serata per condurre un programma come “Vieni via con me” per la Endemol che è di proprietà di Mediaset?

Ma ci faccia il piacere…

Studenti: irruzione e lancio di uova al Senato

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Dio benedica gli studenti, che sono quanto di più pulito e sincero abbiamo in Italia.

Molto più avanti intellettualmente e a livello di consapevolezza di sé e degli altri di quanto non lo siano i loro insegnanti, professori, politici e di quanto non lo siano le stesse istituzioni del paese.

Vittime consapevoli (vivaddio!) del taglio alla cultura operato sull’istruzione di qualunque ordinamento e grado, chè con la cultura non si mangia, ma senza la conoscenza (che è, appunto, cultura e non nozionismo) non si vive.

Talmente consapevoli da lanciare delle uova contro la sede di Palazzo Madama al grido di "Dimissioni, dimissioni!"

Sono loro il risveglio di un’opinione pubblica dormiente e tollerante. Sono loro il contraltare di genitori che oggi si metteranno le mani nei capelli pensando che "oddìo cosa ha fatto mio/a figlio/a, ma non poteva starsene a casa a guardare Uomini e Donne con la De Filippi come tutti gli altri?"

E invece no. I nostri figli affrontano gli scudi della polizia antisommossa con i titoli delle opere dei classici della letteratura e del pensiero di ogni tempo e di ogni paese.

Vogliono questo e lo Stato non è in grado di darglielo. Lo sanno, e sono profondamente, giustamente, unanimemente, inequivocabilmente e ineccepibilmente incazzati.

Il Ministro Gelmini ha dichiarato: "Difendono i baroni".

Ora, immagino che chiunque voglia e debba portare rispetto verso la figura istituzionale di chi si occupa della Pubblica Istruzione, ma non per questo si deve rinunciare al naturale dissenso critico nei confronti degli atti di un governo che ha portato questi giovani all’esasperazione, che avvilisce il senso della cultura e che toglie la prospettiva verso un futuro fatto di studi e di ricerche.

Non difendono affatto i baroni, no, non credo. Stanno difendendo il loro diritto all’accesso del sapere, hanno inquadrato l’istituzione del legislatore come principale responsabile della mancanza di qualità in cui versa l’istituzione pubblica, e probabilmente l’accusa di favorire il baronaggio dei luminari dell’insegnamento (attività a cui, da quello che mi risulta, il Ministro Gelmini non si è mai dedicato) da parte di chi apostrofa come "cagna" un altro ministro donna, suo pari, può anche apparire ai loro occhi come un’osservazione di scarsissimo pregio.

Fini ha parlato di "inaccettabile violenza". Quella degli studenti, certo.
Qualche uovo tirato al Senato, si sa, è di una violenza inaccettabile, è un atto gravissimo che ripugna la sensibilità dei cittadini onesti che vanno a lavorare ogni giorno e che la sera non chiedono altro che potersi rilassare guardando il "Grande Fratello" o applaudire le incursioni del Presidente del Consiglio nella TV pubblica, non ci sono dubbi.
Dobbiamo stigmatizzare profondamente questi atti vandalici, perché solo così facendo potremo stigmatizzare altrettanto fermamente chi ha ridotto scuole e università a non avere più nulla e a poter offrire agli utenti solo la fatiscenza delle strutture e l’inefficienza dei servizi.

Schifani, dal canto suo, ha detto che "Prima o poi ci scappa il morto".
Che nessuno si azzardi a torcere un capello agli studenti.
Se commettono reati si dia loro la possibilità di difendersi in un’aula di  giustizia, come la si dà a qualsiasi cittadino che non sia il Presidente del Consiglio, sono certo che loro apprezzeranno molto questa opportunità di sentirsi uguali davanti alla legge in mezzo a diseguali che possono ancora usufruire del Lodo Schifani.
Saranno loro a dare una lezione di cittadinanza democratica alle istituzioni, non il contrario.
Ma non si evochino i morti, perché lo sappiamo tutti benissimo che quando uno studente con un libro incontra un poliziotto con la pistola lo studente con il libro è un uomo morto.
Il Presidente Schifani farebbe bene, prima di evocare i morti, a dire al paese come è stato possibile che il cordone della sicurezza delle Stato sia stato così facilmente bucato da studenti armati, tutt’al più, solo della loro incazzatura.

Bersani non sapeva che fare ed è salito sul tetto a manifestare con i ricercatori universitari.
Onorevole Bersani, la smetta di mescolarsi con l’opposizione vera e sana del Paese, nel maldestro tentativo di celare l’incapacità del Suo partito di crearne una originale.
Queste persone hanno delle idee, proprie, personali, irripetibili, non omologabili. Non hanno bisogno di aderire alle idee di nessun altro. Abbia rispetto di loro, onorevole Bersani, e pietà di noi che siamo costretti a vederla mentre ci guarda da lassù e pensa anche di aver fatto qualcosa di buono, equo e solidale.

Paolo Magagnoli, il piu’ bravo studente d’Italia

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Paolo Magagnoli è il più bravo studente d’Italia, con la media del 9,93, ed è andato a prendersi la sua nomina di Alfiere del lavoro al Quirinale, direttamente dalle mani del Presidente della Repubblica.

Bello! Bravo!

Ha i capelli ricci ricci, la barbetta di quelle che negli anni ’70 facevano tanto “impegno”. Frequenta il liceo scientifico Majorana di Latina e in italiano e scienze ha solo 9. Per il resto tutti 10.

Bello! Bravo!

Si è iscritto a matematica alla Sapienza di Roma, e dice che dopo la laurea vorrebbe andare a loavorare all’estero, preferibilmente in Spagna.

Bello! Bravo!

Il quotidiano semi-ufficiale della Chiesa Cattolica “Repubblica” ha scritto di lui: “Paolo, in effetti, è lo studente che tutti i prof vorrebbero in classe.”

A parte il fatto che io ce l’ho avuta una alunna che andava anche meglio di lui, si chiamava e si chiama ancora Giulia Cerardi, alla maturità le abbiamo dato 100 perché non potevamo darle di più, la lode non esisteva, fece un figurone e la commissione d’esame, me compreso, che piangeva a vita tagliata.

E poi no, io non ce lo vorrei uno così in una delle mie classi. Per carità, sono un insegnante e insegno a chiunque io abbia tra i miei alunni, nessuno escluso, se ha voglia di imparare qualcosina. Ma dire che lo vorrei, elettivamente, in una delle mie classi, proprio no.

Insegno a ragazzi semplici, che hanno e che continuano a dimostrare molte difficoltà nell’apprendere una lingua straniera. Un po’ perché sono svogliati, un po’ perché non ci arrivano, un po’ perché alle scuole medie di disastri se ne fanno tanti, ma tanti.

Così la fatica inizia a settembre e finisce a maggio.

Dove però qualche frutto si vede. Come un alunno, l’anno scorso, che me lo misi seduto accanto alla cattedra e, programma svolto alla mano, lo interrogai su tutti gli argomenti, anche sulle virgole. E lui mi disse anche le virgole. Senza un errore, senza una sbavatura. Aveva e continua ad avere una faccia che sorride sempre. Quel giorno gli diedi 10 sul registro, sembravo il buon maestro del libro “Cuore” di Edmondo De Amicis e dissi agli altri “Sì, è così che si studia!”.

Quell’alunno al 10 finale ci arrivò facendo i salti mortali.

Paolo Magagnoli è quello che Massimo Troisi in “Ricomincio da tre” avrebbe assimilato al suo vicino di casa Angelo, definendolo “‘nu mostro!” Quello che “sapeva ‘e tabbelline a memoria, conosceva ‘e ‘ccapitali di tutto ‘o munno, sapeva fa’ l’addizione, ‘a divisione, ‘a sottrazione ‘a moltiplicazione e sonava pure ‘o pianoforte!”

La scuola non è un “Alfiere” sono anche tanti pedoncini che vengono sacrificati durante la partita a scacchi della vita, sono i cazzoncelli presuntuosi che ti guardano e non si tolgono nemmeno gli occhiali da sole, che li ammazzeresti, sono le mamme che vengono da te e ti dicono “Io mio figlio non lo riconosco più!”, sono quelli che spieghi l’accusativo personale e ti guardano con gli occhi spalancati come se tu avessi parlato del bosone di Higgs.

Bravo Paolo Magagnoli, siamo tutti orgogliosi di te. Ora però lasciateci lavorare.

(…e riascoltiamo Massimo Troisi nel monologo di Angelo dal lettore virtuale di MP3, che male non fa a nessuno…)

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E tu, ti “6 connesso”?

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Esiste un sito, che risponde all’indirizzo www.tiseiconnesso.it.
Lo ha realizzato il Ministero delle Comunicazioni (miga bàe!) con i soldi pubblici (e con quali, se no?) e si rivolge a bambini, genitori e insegnanti (cioè quelli che dovrebbero insegnare ai bambini, ma che vengono visti per l’ennesima volta come l’esercito di ignoranti di turno) per educarli all’uso migliore del cellulare e delle “nuove tecnologie” (quelli che non le sanno usare le chiamano così).

La home page recita testualmente:

Probabilmente sai già tutto sul tuo cellulare e su Internet, e le nuove tecnologie sono il tuo pane quotidiano. Ma 6 anche sicuro di saperle usare al meglio? Prova a dare un’occhiata a questo sito: abbiamo raccolto un po’ di consigli e qualche trucco per farti evitare i rischi che, a volte, non si riescono a vedere nemmeno con la webcam…

E’ davvero straordinario vedere come il Ministero, per accattivarsi le simpatie dei giovani utenti, scriva “sei”, voce del verbo essere con il 6 tipico delle abbreviazioni del linguaggio da SMS che gli insegnanti fanno sempre tanta fatica a estirpare (avete idea di quanti “xché” circolino nei compiti di italiano?).

Fa figo, è una delizioseria della visione educativa, costa un tot di $oldi e i nostri figli potranno crescere ancora felici e incerti nell’ortografia perché tanto se l’ha scritto il Ministero della Comunicazione dev’essere giusto per forza.