Giù le mani da Radio Radicale!

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Radio Radicale rappresenta certamente un “unicum” nel panorama dell’informazione italiana. Da decenni ritrasmette in diretta le sedute del Parlamento, in modo che i cittadini possano avere una informazione diretta e trasparente su ciò che accade nel Palazzo. Senza filtri e senza complesse rielaborazioni. Radio Radicale è l’archivio vocale, sterminato, della storia della Repubblica. Le trasmissioni delle ultime tre settimane sono disponibili sul sito www.radioradicale.it in streaming e per il download con una licenza Creative Commons. Sono inoltre trasmesse tutte le udienze dei processi principali, tra cui il Processo bis per la morte di Stefano Cucchi, a Mario Bo ed altri per il depistaggio dell’inchiesta sulla strage di Via D’Amelio e il processo d’appello per il disastro ambientale avvenuto nella discarica Resit di Giugliano (Napoli).
E a Radio Radicale il governicchio degli intolleranti e degli incompetenti ha tagliato del 50% il contributo pubblico.
Radio Radicale è, senza se senza ma, servizio pubblico a tutti gli effetti. Non ho altre possibilità di assistere alle sedute del Parlamento se non quella di accendere la radio. Sul satellite le dirette della Camera non ci sono più, se voglio i canali della Camera e del Senato devo pagare Sky (col cavolo!), il canale di GR Parlamento non trasmette TUTTO in versione integrale, e io mi perdo in questa offerta formativa frammentaria. Sicché mi collego al sito, clicco sulla diretta radiofonica e me la ascolto in streaming. O sull’FM nazionale, che però da me non prende neanche troppo bene.
Al servizio pubblico non si tagliano i viveri. Giù le mani da Radio Radicale!

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Quando Salvini diceva “La sorella di Stefano Cucchi si deve vergognare”

Immagine tratta da tpi.it
Immagine tratta da tpi.it

Un giorno del 2016, Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, pestato a morte da un gruppo di carabinieri a cui era stato dato in custodia, secondo le rivelazioni fatte dal collega Francesco Tedesco, riprese una foto pubblicata sul profilo del militare (in cui il Tedesco appare in costume da bagno) commentando così:

“Volevo farmi del male, volevo vedere le facce di coloro che si sono vantati di aver pestato mio fratello, coloro che si sono divertiti a farlo. Le facce di coloro che lo hanno ucciso. Ora questa foto è stata tolta dalla pagina. Si vergogna? Fa bene.”

Gli seguì un commento di Salvini a “La Zanzara” di Radio24:

“Ilaria Cucchi? Capisco il dolore di una sorella che ha perso il fratello, ma mi fa schifo. È un post che mi fa schifo. Mi ricorda tanto il documento contro il commissario Calabresi”.

E ancora:

“La sorella di Cucchi  si deve vergognare. La storia dovrebbe insegnare. Qualcuno nel passato fece un documento pubblico, erano intellettuali sdegnati contro un commissario di polizia che poi fu assassinato. I carabinieri possono tranquillamente mettere una foto in costume da bagno sulla pagina di Facebook. O un carabiniere non può andare al mare? E’ assolutamente vergognoso. I legali fanno bene a querelare la signora e lei dovrebbe chiedere scusa”.

“Io sto sempre e comunque con polizia e carabinieri. Se l’un per cento sbaglia deve pagare, anche il doppio. Però mi sembra difficile pensare che ci siano poliziotti o carabinieri che hanno pestato per il gusto di farlo”.

E invece, stavolta, c’è chi ha cantato e ha fatto nomi e cognomi di chi ha preso parte all’aggressione contro Stefano Cucchi. Allora Salvini, ieri, ha corretto il tiro:

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Gli “errori di pochissimi” e i reati (che sono sempre “eventuali”, si noti bene), sono gli errori di chi rappresenta lo Stato, che in quel momento ha in custodia un cittadino contro cui non è stata ancora formalizzata alcuna accusa, e che non devono torcergli un capello, altro che cercargli l’anima a forza di botte, come scrisse il Poeta. L’errore di Stato è sempre un crimine che getta una macchia indelebile su tutta una categoria. Poi è chiarissimo (lo è perfino per Salvini) che la responsabilità penale è personale e paga chi ha commesso il crimine. Ma mai una parola sul fatto che lo Stato non può essere rappresentato da queste persone. Mai. E a questo punto fa bene Ilaria Cucchi a subordinare l’accettazione dell’invito al Viminale da parte di Salvini alle scuse che il ministro dell’interno deve alla famiglia di Stefano. Perché ci sia un modo più chiaro e pulito di vivere e di cercare giustizia.

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La lunga morte di Stefano Cucchi e il ritorno delle parole per dirlo

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Ci sono storie che ritornano ciclicamente e che sembrano non voler mai finire, se non altro per far riposare in pace che non c’è più.

La morte di Stefano Cucchi pesa come un macigno sulla coscienza di una intera società, troppo distratta nel definirne i responsabili, e troppo avara verbalmente da poter usare parole diverse da “di fame e sete” e “per cause ignote alla scienza medica”. Nemmeno un pochino di imbarazzo. Neanche l’ombra della più pudica vergogna. Parole vuote, parole senza senso, che non definiscono un “chi”, ma, casomai, vanno a cercare un “cosa”, che è ben diverso. E non è questo quello che deve fare la giustizia italiana.

Da questa mattina, finalmente, quando si è saputo della nofica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari agli indagati dell’inchiesta bis per la morte di Cucchi le parole hanno ricominciato ad assumere un senso, un valore.
La prima è “omicidio preterintenzionale”: articolo 584 del Codice Penale: “Chiunque, con atti diretti a commettere uno dei delitti preveduti dagli articoli 581 (Percosse) e 582 (Lesione personale), cagiona la morte di un uomo, è punito con la reclusione da dieci a diciotto anni.”
Poi ci sono i nomi, quelli a cui questo reato è stato contestato: Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco. Che, naturalmente, non sono colpevoli solo perché hanno ricevuto un avviso di conclusione delle indagini (che preclude a una richiesta di rinvio a giudizio, come previsto dalle nostre leggi), ma quanto meno la si è smessa di incolpare la fame e la sete e tutto quello che la “scienza medica” non sa o non può spiegare.
Dare i nomi significa formulare delle ipotesi (e, per carità, solo delle ipotesi, allo stato attuale delle cose) a carico di soggetti precisi, e non campare in aria spiegazioni all’acqua di rose. Dare dei nomi significa poter indicare dei presunti responsabili quando si scrive, come i magistrati inquirenti hanno scritto, “Fu colpito dai tre carabinieri che lo avevano arrestato con schiaffi, pugni e calci” (Pignatone e Musarò).

Poi, come sempre, sarà il processo a dire chi, cosa e come, a misurare e bilanciare responsabilità ed eventualmente assolvere, se del caso. Ma da oggi l’orizzonte si fa più chiaro. E’ bello doppo ‘l morir vivere anchora.

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Stefano Cucchi: tutti assolti per insufficienza di Stato

C’era qualcosa che non mi tornava, ieri, nell’apprendere la notizia dell’assoluzione degli imputati al processo d’appello per la morte di Stefano Cucchi. Al di là del comprensibile dolore dei familiari e della stigmatizzazione degli imputati che esibivano allegramente il dito medio alla platea, al di là di questo -dicevo- mi mancava un elemento: se è stata fatta giustizia e se degli imputati sono stati assolti, perché gridare impropriamente contro uno Stato inadeguato e chiedersi “se non sono stati loro allora chi?”, a parte il fatto che in un’aula di giustizia si decide se Tizio è colpevole e non si va a vedere chi possa essere stato nel caso Tizio risultasse innocente?

E la risposta alla chilometrica questione è che l’assoluzione di tutti gli imputati è avvenuta sì, ma per mancanza di prove. Cioè non per non aver commesso il fatto, non perché il fatto non sussiste (ci mancherebbe solo che qualcuno andasse a illazionare sul fatto che Stefano Cucchi non è morto), non perché il fatto non costituisce reato. Solo ed unicamente per mancanza di prove. Il che significa che quand’anche l’assoluzione dovesse andare confermata in Cassazione, finché il reato non va in prescrizione c’è ancora il tempo di raccogliere prove a carico di Lorsignori e di riaprire il processo. E un’assoluzione per mancanza di prove è, sostanzialmente, un rimprovero alla pubblica accusa, che non è stata capace di trovare sufficienti elementi che possano far condannare questi signori.

Quindi, più che di una morte di Stato bisogna parlare di una inerzia dello Stato nel trovare i colpevoli e di inchiodarli al muro delle loro responsabilità. Tutti assolti per insufficienza di Stato, quello Stato che non c’è quando si tratta di cittadini affidati alla sua custodia. E’ uno Stato condannato e additato al pubblico ludibrio da quegli stessi giudici allenati ad accogliere “pedetemptim” tutte le tesi accusatorie che vengono loro proposte. E’ la resa dello stato diritto. Ma almeno avremo la possibilità di sperare in uno Stato di verità.

Signor Giudice noi siamo quel che siamo.

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