“Pennivendoli” & “puttane”

titoliraggi

Ci sono dei dati di fatto incostestabili:

-la Raggi è stata assolta dalle accuse che le erano state formulate perché il fatto (ancorché sussistente) non costiutuisce reato;

– la Raggi è stata oggetto, nel periodo in cui è stata indagata, di una sorta di accanimento mediatico senza precedenti che ha riguardato anche la sua sfera personale e privata.

Questi sono i fatti. E non sono minimamente in discussione.

Quello che è in discussione è come certi giornalisti, anche di un certo spessore, abbiano reagito (male!) a quella criutica partita da una parte della politica, che definiva la stampa come gestita da dei “pennivendoli” e da delle “puttane”. Intendendo per “puttane”, naturalmente, non già le donne dedite al meretricio, quanto un’eterogeneità di comportamenti e persone (dunque anche maschi) al servizio dei potenti e degli interessi principali della politica e non di quelli dell’informazione. Il che è vero.

Questi “penivendoli” e queste “puttane” esistono davvero. Titoli come “La vita agrodolce della Raggi, Patata bollente”, o “L’oca del Campidoglio starnazza ancora”, “La bambolina, il vertice farsa e il cazzeggio stampa”, “La Raggi e Roma imbruttite insieme” testimoniano indelebilmente come nel caso Raggi non ci si sia voluti limitare a dare un’informazione sull’andamento del processo, ma si sia voluto sollevare il carico da undici per distruggere l’onorabilità e la funzione istituzionale dell’imputata. Che quello era e quello restava, imputata, nient’altro.

E’ così che il cittadino, con una campagna di stampa a dir poco disgustosa portata avanti a tambur battente, si ritrova diffamato senza avere la possibilità di reagire. O, se reagisce, ha scarsissime possibilità di riuscita dal punto di vista giudiziario.

Cosa c’entra la “patata bollente” della Raggi con le vicende che l’hanno portata davanti al giudice? Saranno cose che si gestirà lei, per suo conto. Questa non è informazione. E’ saltare a pie’ pari le notizie per passare subito e direttamente alle opinioni che, invece, dovrebbero esserne chiaramente separate. E’ ovvio che, come spesso succede in questi casi, nell’impossibilità di esprimere un’opinione sui fatti, si esprimono giudizi sulle persone, e questo è inaccettabile.

Eppure c’è stato subito chi si è indignato. Una giornalista come Lucia Annunziata non ha esitato a togliersi il sassolino dalla scarpa chiedendo al ministro Bonafede se secondo lui era più “pennivendola” o “puttana”. Ma ci teneva proprio tanto? Non avrebbe potuto fare un’intervista al Ministro della Giustizia E BASTA?? Che necessità c’era di rintuzzare il fuoco della polemica e chiedere all’ospite a che categoria appartiene, considerato che le due denominazioni sono state partorite in piena area grillina, ma non sono opera diretta di Bonafede, ma di Di Battista? Nulla da fare, la Annunziata ha fatto di tutta l’erba un fascio, magari pensando che, essendo Bonafede dello stesso partito di Di Battista, ne condividesse anche modi e toni, quando è evidente a chiunque che chiunque (appunto) risponde delle proprie affermazioni.

Tiziana Ferrario, invece ha scritto: “Di Battista, “giornalisti puttane” te lo rispedisco al mittente e fanne buon uso tra le persone a te più care” e continua: “ti sei fatto pagare da il Fatto Quotidiano per i tuoi ridicoli reportage tra gli indios del Guatemala e per fare le tue lunghe vacanze in America Latina come fossi un giovane studente in gap year (anno di viaggio alla scoperta del mondo che si fa di solito a 18 anni) Cresci! e impara un vero lavoro.” L’unica risposta che si potrebbe dare a una affermazione di questo genere è che Tiziana Ferrario è una giornalista del TG1, e questo taglia definitivamente la testa al toro. E, al di là di questo, trovo che Di Battista sia molto più valido come reporter tra gli indios del Guatemala che come politico, ma questa è una opinione personale.

Sono, questi due, esempi di cattiva condotta giornalistica, che assieme alle miriadi di titoli gridati sulla Raggi, pongono in cattiva luce tutto un sistema.

E non se ne capisce il perché.

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Diffamazione: carcere per i giornalisti, multa per i Direttori Responsabili

Che poi uno può chiedersi com’è che in questo blog si parla così spesso di diffamazione e di tutto ciò che ne consegue.

Mah, per esempio perché al Senato è passato un emendamento che punisce il giornalista autore di un articolo considerato diffamatorio con la pena del carcere, mentre il direttore responsabile (che, lo ricordo, ha la responsabilità oggettiva di quello che viene pubblicato su un periodico) soggiace soltanto alla pena della multa.

Una norma chiaramente ad Sallustium che stravolge completamente il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge (del resto chi se ne importa, il giornalista rampantello, specialmente se freelance può anche passare un po’ di tempo tra le sbarre ospite delle patrie galere, fatiscenti simulacri di uno Stato che si disgrega, mentre un Direttore Responsabile facoltoso potrà ben permettersi di pagare una multa).

Proprio mentre l’Unione Europea ci fa notare che la diffamazione, in altri Stati, è un illecito da sanzionare in sede civile e non penale.

Noi siamo in leggera controtendenza.

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I titoli de “Il Tirreno”



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Marco Travaglio

Marco Travaglio sono andato a "vederlo" l’altroieri sera a Pineto (una decina di minuti di auto da casa mia).

Mia moglie mi manda un SMS e mi fa "Andiamo a sentire Travaglio, stasera? Pare che sia al Centro Polifunzionale di Pineto…". Le rispondo, ovviamente, di sì. Un po’ perché Travaglio è una di quelle persone da non perdere, un po’ perché mia moglie mi dice sempre che se non avesse sposato me avrebbe sposato lui che, per inciso, aggiunge, è nato nel 1964 e io non so se questa circostanza dovrebbe consolarmi o farmi incazzare ancora di più.

Per la strada nessun manifesto, nessun cartello, nessun tipo di avviso che faccia da "reminder" all’evento. Men che meno al Centro Polifunzionale. Voglio dire, se vai al cinema o a teatro il minimo che ti possa succedere è ritrovarti il cartellone del film o dello spettacolo fuori o, quanto meno, appiccicato sul vetro delle porta d’ingresso.

Lì invece niente. Che viene Travaglio te ne accorgi solo dal banchettino di libri suoi che sono posti in vendita fuori. Banchetto che, tra l’altro, ti ricorda che non è vero un cazzo che ce li hai tutti i libri di Travaglio, e allora vai a fare lo sborone con i tuoi colleghi, vai…

Travaglio quando arriva attraversa il pubblico. Voglio dire, non è entrato da dietro il palco, non l’hanno fatto passare da un’entratina laterale, no, me lo sono visto a un certo punto sbucare da dietro e ho detto "Buonasera". Mi ha fatto un sorriso che mi è sembrato sincero e ha contraccambiato il saluto. Poi mia moglie gli ha detto: "Salve, Marco, bentornato!" Allora lui le ha fatto un sorriso ancora più sincero e aperto. E’ il potere degli imperativi biologici, nascere femmine, l’ho sempre detto, dà qualche chance in più.

Travaglio è un fiume di parole. Montanelli diceva che la sua arma, formidabile e micidiale al tempo stesso è il suo archivio. Ma il punto non è tanto il fatto che Travaglio sia in possesso di un archivio, per quanto monumentale, no, il punto è che l’archivio è lui. Ha una capacità incredibile di ricordare fatti, eventi, citazioni, e precisa con puntualità millimetrica qualunque argomento gli venga sottoposto.

E così, smonta luoghi comuni (come il fatto che Berlusconi sia sempre stato assolto), e ha il potere di tirar fuori dalla naftalina della memoria tutto quello che ci eravamo, nel frattempo, dimenticati, perché alla memoria prodigiosa del giornalista corrisponde la memoria corta della gente, disposta a farsi prendere per il culo perché si è dimenticata di tutte le volte che ci è stata presa fino a ieri. Siamo così, noi italiani, abbiamo i tempi di prescrizione molto brevi.

Travaglio dal vivo è un po’ più magro di quello che appare in televisione, aveva un raffreddore e un’influenza incipienti che non gli hanno tuttavia impedito di essere brillantissimo, ironico, sferzante e profondo. Cioè quello che tutti i giornalisti dovrebebro essere. E non gli ha impedito nemmeno di firmare un autografo. A mia moglie, naturalmente.



Ho conosciuto, o, anche più semplicemente, incrociato molte persone nella mia vita. Alcune importanti tout-court, altre molto meno o, semplicemente, importanti nei rispettivi campi di indagine e di lavoro. Tutte sono state importanti per me. Credo di essere una persona fortunata. In questa sezione vi parlo di qualcuno di loro.
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