La tavola degli elementi di Mendel (questa sconosciuta)

Il MIUR ha pubblicato una nota relativa al ‘Lancio della XXVIII Settimana della Cultura Scientifica e Tecnologica’ a firma del Ministro Bussetti.

Una volta proposte le tematiche, si legge nella nota che la tavola degli elementi sarebbe stata ideata dal genetista Mendel, mentre è opera di Mendeleev, chimico.

Lo svarione ha fatto il giro del web e, al momento in cui lo metto in linea, non interessa già più nessuno. Il MIUR lo ha corretto ma lo screenshot ha fatto un po’ il giro dei social network. Una gaffe è permessa a tutti, per carità, ma nel caso del MIUR oggi non è la sola.

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La morte dignitosa di Totò Riina

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Un mio amico ha scritto su Facebook che ora va tanto di moda Totò Riina. Non è vero. Non va di moda Totò Riina, va piuttosto di moda il dibattito sempiterno sul primato della pena sulla pietà umana e cristiana o viceversa, sul se un mafioso in quanto mafioso e riconosciuto colpevole di delitti atroci (dalle stragi di Stato agli scioglimenti nell’acido) adesso che si trova alla fine della sua vita con la prospettiva di avere davanti un lasso alquanto limitato di tempo, debba morire come un cane rognoso o possa crepare in condizioni più umane e dignitose. La porta al dibattito (e alla polemica) l’ha aperta una sentenza della Cassazione a cui è stato fatto dire di tutto e di più. Inrealtà il Palazzaccio dice una cosa molto semplice: che della questione deve tornare ad occuparsi il tribunale di sorveglianza di Bologna, annullando con rinvio un’ordinanza dello stesso collegio giudicante. Se ne deve riparlare, insomma, la partita non è ancora chiusa. Ma la Cassazione non ha assolutamente sospeso la pena per Totò Riina, che continua a rimanere detenuto al 41 bis nell’ospedale di Parma, dove mi risulta sia curato. Tutto lì. O, meglio, c’è dell’altro. In verità la Cassazione ha ritenuto contraddittoria la sentenza di Bologna, ma non stiamo lì a ravanare, il punto è che la Cassazione non intendeva certo far sollevare questo vespaio di interventi a favore o contro.

Perché il punto non è se essere buoni e perdonare Riina mandandolo a morire a casa sua nel suo letto anziché su una brandaccia sgangherata oppure essere senza cuore ed augurarsi che Riina muoia il più lentamente possibile espiano a lungo (ma mai sufficientemente) le sue colpe, rendendo allo Stato una briciola di tutto il male che gli ha fatto. Queste sono cose da cattolici. O da giustizialisti (a volte coincidono). A dire il vero c’è una terza scuola di pensiero che sui social network si sta facendo sentire ed è quella di chi vorrebbe che Totò Riina, visto che sarà anche malato, ma è lucido e capace di intendere e di volere, si decida, dietro promessa di concessione di qualche beneficio (noi italiani siamo pur sempre mafiosi dentro), a raccontare tutto quello che sa delle relazioni della mafia con lo Stato, scoperchiando finalmente quel vaso di Pandora che permetterebbe di togliere il velo di nebbia dalla conoscenza dei fatti e che ci restituirebbe dignità di Nazione (ma dove?). Costoro non si preoccupano minimamente di pensare che dovrebbe essere lo Stato quello che dovrebbe ragguagliarci del come e del perché dei suoi rapporti con la mafia, non il contrario. Ma passiamoci sopra. No, dicevo, il punto non è uno di questi, il punto è che, premesso che lo Stato non deve essere vendicativo e che le pene devono tendere alla rieducazione dei condannati, bisogna trovare una soluzione che contempli l’esigenza di Riina con quella dello Stato che ha tutto l’interesse a vederlo scontare la pena. E questa soluzione potrebbe non essere necessariamente la sospensione dell’esecuzione della pena, perché ci sono da contemplare i diritti dei familiari delle vittime (Nando Dalla Chiesa ha scritto delle pagine molto toccanti sul tema, ultimamente). Si potrebbe arrivare alla concessione degli arresti domiciliari (che erano stati richiesti “in secundis” dalla difesa di Riina), così il detenuto continuerebbe a scontare la pena e avrebbe dall’altra parte quella serie di benefici limitati (bisognerebbe comunque garantire una detenzione alternativa sì, ma comunque sicura e similare a quella del 41 bis, e francamente non è certo che ci si possa arrivare). E bisogna farlo in fretta perché c’è un uomo che sta morendo e perché, come diceva la mi’ nonna Angiolina, “davanti alla morte siamo tutti uguali (finalmente!) e ci si tasta debitamente i coglioni” (“debitamente” l’ho aggiunto io).

Ma non si tratta di applicare la pietà. E neanche di mettere in pratica la vendetta. Bisognerebbe sostituire le parole “pietà” e “vendetta” con la parola “diritto” (pare se ne siano dimenticati in troppi che c’è anche quella, ormai parliamo esclusivamente in base a degli impulsi sentimentali personali, non più in base ai codici e ai regolamenti) e tutto quello che rientra nel “diritto”, allora, sarebbe buono e utile, compresa la morte dignitosa di Totò Riina. E se ci rendessimo conto che la Cassazione non ha fatto altro che applicare delle regole sulla base di una sentenza già scritta. Hanno fatto una cosa meravigliosa che si chiama “giurisprudenza”, che vuol dire “direzione”, “orientamento” legislativi. Hanno creato un precedente, stabilendo che se si pone la questione di un detenuto cui dare una morte degna di questo nome (e non c’è mai nulla di degno nel nome ‘morte’) QUANTO MENO ci si può far venire il dubbio, aprire uno spiraglio e andare incontro al detenuto, perché il motto latino recita che “in dubio pro reo”. E che lo Stato non sia mai più carnefice del carnefice che intende punire. Sarebbe, semplicemente, una aberrazione inaccettabile.

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Le balene restino sedute

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E allora non si fa altro che parlare di Blue Whale. La gente è scandalizzata ma non ancora sufficientemente schifata, evidentemente. Non si è ancora arrivati a toccare il fondo di una realtà fin troppo orribile di per sé. La guardiamo, ce ne distacchiamo, rimaniamo orripilati ma ci limitiamo a quello. In fondo ce lo fanno passare solo per un “gioco”. Un gioco, sì, uno di quelli ollàin, di quelli che fanno tendenza, di quelli che fanno figo, inventato da un delinquente che adesso è in galera e che non si pente minimamente del suo gesto, anzi, lui dice di aver ripulito la società dai parassiti (vedi giudizio human come spess’erra?), un gioco che in cinquanta mosse porta i partecipanti minorenni al suicidio, a buttarsi dall’ultimo piano del palazzo più alto della città, attraverso notti insonni passate a guardare film horror, ad ascoltare musica deprimente, a vedersi manipolare il cervello fino a ridurselo in pappa duttile e malleabile, a incidersi sul corpo vari disegni facendosi del male senza nessun altro scopo che arrivare alla soluzione finale, cazzo quello non è un gioco. Quella è una roba che bisogna identificare i responsabili e punirli duramente, non ci son Cristi che tengano. E’ successo a Livorno, mica cazzi, che un ragazzino di 15 anni si sia buttato giù dal grattacielo di piazza Roma (Piazza Matteotti) al culmine del suo percorso di “gioco”.Ti danno una specie di “tutor” che ogni giorno ti rende edotto sulla cazzata che devi fare e tu la fai. Fino ad arrivare al cinquantesimo giorno in cui te ne vai. Semplicemente. Però hai almeno la soddisfazione che qualcuno ti riprende mentre fai il volo finale e pubblica il video su Facebook o su qualche altra baggianata di social networking, vaffanculo, gliela darei io a loro la soddisfazione. C’è una ragazzina che abita nel pescarese che è arrivata a un passo dal cinquantesimo giorno, l’hanno presa per i capelli e ricoverata nel reparto di Neuropsichiatria infantile di un ospedale nell’anconetano. Ha solo 13 anni, cazzo, e allora questi stronzi sì che ci si sanno mettere con i più deboli, con chi aderisce al programma di morte solo perché vuole provare qualcosa di forte, perché vuole sentirsi figo/a e perché la vita di tutti i giorni, evidentemente, non è abbastanza interessante, cazzo ci avranno nella testa anche questi ragazzini lo sa solo il padreterno. Su un sito denominato “cronacheancora.it” leggo che “Non è escluso che parta un’indagine…”. Minchia, “non è escluso”? Ma l’indagine la devono fare e subito, altro che “non è escluso”! E sono storie così, a distrarci schifati ogni giorno. “Sì, è terribile, ma non ci si può far niente, è la tecnologia, questi ragazzini sono malati, stanno sempre accanto al  loro cellulare (e tu tògliglielo, contròllaglielo, fai qualcosa, pirla!), non si sa che cosa ci facciano (e prendersela un po’ con la nonna o con la zia che glielo ha regalato nel giorno della sua prima santa Comunione no, eh??), il mestiere di genitore è difficile (cazzo, ma te ne accorgi se tuo figlio ha dei tagli sulle braccia o sul resto del corpo, o vuoi dirmi che non vedi mai tuo/a figlio/a nudo??), però è certamente orribile, sissì…, ora scusate ma mi è arrivato un tweet!”Perché in fondo in fondo è solo un “gioco”, vero?

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L’educazione digitale spetta alle famiglie

 

Sul sito de “La Stampa” è apparso un commento di Gianluca Nicoletti, giornalista, conduttore radiofonico, scrittore e polemista, sulla necessità di intervenire a livello scolastico sulla mancanza di educazione digitale dei nostri giovani (espresssione che reputo orrenda, ma la uso tanto per capirci).

Il tutto, dopo che tremila persone hanno ridiffuso un filmato hard di una sedicenne di Torino che faceva sesso nel bagno di una discoteca e che a Sestri Levante un’altra minorenne è stata ripresa e “condivisa” sui social network dai coetanei mentre pestava una dodicenne.

Nicoletti afferma che

“Non si potrà veramente parlare di «buona scuola» in Italia fino a quando, per legge, non si formeranno insegnanti specifici di «Educazione alle relazioni digitali».”

e propone di

“introdurre il «social networking» come materia obbligatoria sin dalle classi elementari.”

La scuola come rimedio di ogni male, come pronto soccorso emergenziale quando le emergenze sono già dilagate in tutta la loro gravità, è una concezione senza dubbio comoda, ma che non guarda ai problemi nella loro interezza. Del resto, fateci caso, la scuola dovrebbe occuparsi, si veda il caso, di educazione alla legalità, di educazione alla lotta alla mafia, di educazione alla diversità, di contrasto del bullismo, di sensibilizzazione a una sessualità responsabile, di individuare i casi più problematici e se ne potrebbero aggiungere ancora tante.

In breve, bisognerebbe -secondo Nicoletti- far sì che i “nostri ragazzi” di cui sopra imparassero che riprendere una ragazza che massacra di cazzotti una compagna più piccola di lei e poi far circolare il video è una cosa sbagliata. Ma lo sanno già. Ed è per questo che lo fanno. Perché è sbagliato, perché è proibito, perché non si può, perché non si fa.

E il filmino della sedicenne di Torino è stato “amplificato” da tremila persone, non una. Ora, che queste tremila persone siano state TUTTE dei ragazzi e delle ragazze in età scolare non ci credo. Vuoi che non ci sia stato qualche maggiorenne a farlo circolare su Facebook o su Twitter?? Ma mi ci gioco tranquillamente la testa e spero solo che la polizia postale li abbia individuati e che ora si stiano grattando il capo a ripensare a quel che è successo, e che non è vero che sui social network puoi fare tutto quel che ti pare, no, non puoi.

E’ evidente che questi comportamenti sono dei calchi di modelli familiari, dove, bene che vada, questi ragazzi hanno dei genitori che hanno a loro volta il loro bravo profilo Facebook e lo riempono di emerite stronzate, per un gusto esibizionistico e una pruderie ormai consolidati. Mi si dirà che rimbalzare una clip di sesso in discoteca è brutto, è sbagliato, è male. Ma perché, mettere le foto dei propri figli minorenni (quando non addirittura infanti) sui social, a far vedere al mondo intero che Pierino è sul vasino, che mangia, che sorride, che è imbronciato, che piange, tutto questo invece va bene, sì?

E poi ci dovrebbe rimettere mano la scuola, quando a sei anni i bambini sono abituati ad essere delle vere e proprie star delle reti sociali, protagonisti di scatti e di selfies a profusione (perché anche tu, genitore, non ce lo vuoi far giocare tuo figlio col tuo iPhone del piffero, che ti sei indebitato per trenta mesi per averlo e che se ti compravi uno smartphone ci facevi le stesse cose e risparmiavi pure?) e di commenti al limite del neurodelirio tipo “Bello!!” “Amoreeeeeeee…” “Ma quanto è caro/a!” e diluvi di “Mi piace”, imparando da subito che più sei cliccato più hai visibilità più sei figo.

Eppure per qualcuno non resta che la scuola. Che dovrebbe anche, peraltro, essere un posto dove si insegnano italiano, storia, geografia, matematica, scienze, religione…

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Quando muore qualcuno di Facebook

Quando muore qualcuno di Facebook si scatena il peggio della retorica che la gente possa dare. Un maremagnum di partecipazione vomitevole da parte di chi il morto non lo conosceva nemmeno. E il punto è proprio quello. Nemmeno lo/la conoscevi e già diventa un santo, una persona meravigliosa, che probabilmente ha fatto dei prodigi in vita e che “non condividevo le sue idee ma lo rispettavo”. E va beh, e allora? No, voglio dire, è importante?? No, ma evidentemente a qualcuno tutto questo piace. Piace rimestare nel torbido, piace far vedere il suo nome nella bacheca del caro estinto, è gente che se potesse si farebbe mettere nei manifesti funebri accato alla dicitura “Ne danno il triste annuncio”. E’ la perversione del “caro estinto”. E se mi chiedono “Ma tu non partecipi?” rispondo “No, io NON partecipo.” Perché se invece di una “amicizia” (ah, che parola volgare e putrida hanno trovato quelli del social!) fosse stato uno che si vede tutti i giorni sull’autobus o sul treno probabilmente tanta gente non se se sarebbe nemmeno accorta. E allora di che stiamo parlando? Guardate che non siete per niente divertenti, no, affatto…

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Alla parata militare sputò negli occhi a un innocente

Noi gente del web, noi che teniamo su i blog, che siamo sui Social Network, noi persone più abituate all’http che all’affabulazione da bar, ogni tanto abbiamo idee bislacche e decisamente fuori luogo.

Come quella di annullare la festa del 2 giugno e chiedere che il risparmio sia devoluto alle popolazioni del sisma dell’Emilia, che stanno soffrendo davvero, altro che hashtag di Twitter e “mi piace” di Facebook.

Ci illudiamo, poveri principini dei telecomandi e dell’inutile software di schienza di gucciniana memoria, che i terremotati dell’Emilia siano gli “altri” da aiutare. Come se noi ne fossimo sempre, solo, comunque e definitivamente fuori.
E ci autoconvinciamo di lavarci la coscienza mandando un SMS dal nostro iPhone (perché quello non ce lo facciamo mancare, la parata del 2 giugno la vogliamo annullare, ma guai se ci auto-annulliamo da soli un trespoletto marchiato Steve Jobs da 700 euro e andiamo in giro con un Nokia o un Samsung da 25-30, che funziona lo stesso e allora vaffanculo, e diamo il resto a chi ne ha bisogno) o rinunciando a una festa che regalerebbe ai senza tetto soltanto gli spiccioli, come se la solidarietà fosse dare gli avanzi delle nostre cene luculliane al poveraccio che mendica un po’ di cibo e di sostegno fuori da casa nostra.

Naturalmente, a noi, popolo del web, maniaci del “mi piace”, onanisti del clic forsennato e acritico, non viene neanche in mente che sperperiamo la nostra ricchezza nazionale in una cacchia di missione di guerra in Afghanistan o che, si veda il caso, stiamo per lanciarci nell’avventura più fantasmagorica e nella rivoluzione copernicata delle comunicazioni via terra, la realizzazione della TAV che permetterà a qualche pacchetto di malloreddus sardi, o a una mortadella bolognese, o a una forma di pecorino abruzzese, o a una bottiglia di rhum per ponci alla livornese (così non mi accusate di prendermela sempre con gli altri) di arrivare con mezz’ora di anticipo a Lione, che, notoriamente, è il capolinea del mondo, perché tutto quello che viene prodotto in Italia deve andare a Lione, non ci son santi che tengano.

Siamo noi che stiamo andando giù, inesorabilmente. Se il terremoto de L’Aquila è stato una metafora di quello che stava per accadere il terremoto dell’Emilia è la fotografia implacabile di quello che siamo diventati.

Perché siamo noi quelli lì. Siamo noi i capannoni di cartapesta che vanno giù. Siamo noi le tonnellate e tonnellate di forme di parmigiano reggiano che si accumulano alla sans façon fra tavolacci sgangherati. Siamo noi le torri con gli orologi spaccati a metà, noi che abbiamo perso il senso del tempo, per sempre, e di un’identità nazionale che ha voluto L’Aquila come città da dimenticare mentre il Nord viaggiava in canottiera, sigari, tricolori con cui pulirsi il culo, lavurà, i dané, le lauree comprate in Albania, quell’identità che si era dimenticata che mentre la gente e l’arte sparivano per sempre dai centri storici del paese si continuava ad andare avanti con tonnellate e tonnellate di nipotine di Mubarak.

Siamo noi che ci destiamo increduli da un sonno popolato per troppi decenni da tette e culi di meteorine, per scoprire che L’Aquila o Mirandola sono la stessa cosa, che ci siamo fumati l’impossibile, che abbiamo un territorio da difendere, e senza la sua difesa non esiste più nulla.

E così ci siamo svegliati davanti a tutta questa sofferenza, che è nostra, anche di quanti stasera andranno a dormire nel proprio letto, e pretendiamo di alleviarla con la moratoria della Festa della Repubblica.

Bella idea. Bella idea davvero. Bravi quelli del “popolo del web”! Quando qualcuno penserà di rinunciare al primo maggio per risolvere il problema dell’inflazione non fatemi nessuna anestesia: voglio soffrire fino in fondo.

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Facebook, il Social Network e il Garante per la Privacy


Il Garante della Privacy finalmente si è espresso sul Social Networking, e in particolare sul fenomeno Facebook, in modo chiaro.

A dire il vero le indicazioni c’erano anche nel 2008, ma, considerato che la Giornata Europea della Protezione dei Dati personali del 2009 ha come tema proprio il Social Network, ecco che le osservazioni del Garante cadono proprio come il cacio sui maccheroni.

Mi sembrano particolarmente interessanti le osservazioni di Mauro Paissan secondo cui “nel Regno Unito sarebbero quattro milioni e mezzo i ragazzi tra i 14 e i 21 anni che rischiano di subire ripercussioni negative sul proprio futuro lavorativo determinate dalle tracce lasciate in Internet. E che il 71 % dei ragazzi non vorrebbe mai che un’Università o un eventuale datore di lavoro cercasse informazioni in rete su di loro senza che loro stessi abbiano potuto prima cancellare i contenuti immessi nei Social network” (e ci credo!) mentre per l’Italia “accanto al crescente numero di utenti Facebook, si registra un parallelo aumento delle richieste di uscita dalla rete. Le persone che hanno già una propria visibilità tendono ora a chiamarsi fuori. Il non essere su Facebook diviene oggi segno di distinzione, il contrario di qualche mese fa.”

Insomma, ecco la sintesi dell’intervento del Presidente dell’Autorità Garante per la Protezione dei dati personali Francesco Pizzetti, leggetela che male non vi fa di certo.


Social network: attenzione a non cadere nella rete. Giornata Europea della protezione dei dati personali

Intervento di Francesco Pizzetti
Presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali

(sintesi del’intervento)

Strumenti straordinari, ma attenti alle trappole
Il fenomeno dei social network è oggi in una fase esplosiva. Un numero crescente di utenti mettono il loro profilo su Facebook, MySpace, ASmallWorld e spalancano sul mondo le stanze dei propri ricordi, delle proprie abitudini, dei propri gusti per condividerli con gli altri sulla rete.

I social network sono “piazze virtuali” in cui ci si ritrova portando con sé e condividendo con altri fotografie, filmati, pensieri, indirizzi di amici e tanto altro. Offrono un’incredibile opportunità di incontro e un nuovo modo di sviluppare una vita di relazione senza limiti di spazio.


I social network rappresentano straordinari strumenti di innovazione sociale e contribuiscono a far sì che la rete sia sempre di più oggi il luogo dove si viene elaborando una nuova coscienza collettiva. Tuttavia, essi vengono usati da milioni di persone senza una perfetta conoscenza dei rischi ai quali si espone ed espone gli altri chi mette in rete e condivide informazioni.

Recenti e clamorosi usi inconsapevoli delle possibilità offerte dalle comunità on line e dai social network dimostrano che siamo in presenza di un fenomeno da affrontare con il necessario equilibrio, ma con la dovuta urgenza.

Si pensi al caso del ragazzo francese che ha visto la sua vita – vacanze, amici, dal lavoro dettagli intimi “postati” sul suo social network – pubblicata su un quotidiano. Ma si pensi anche ai veri e propri illeciti, come l’utilizzo di identità altrui per creare “falsi profili”, o il furto di informazioni personali per commettere truffe o soltanto per danneggiare chi queste informazioni ha messo on line.

Spesso è lo stesso termine di “community” a falsare la prospettiva: non sappiamo mai chi è veramente la nostra platea. Quando siamo nel mondo fisico possiamo vedere chi ascolta le nostre conversazioni, chi ci guarda. Nel mondo Internet le nostre informazioni si disseminano e non ne abbiamo più il controllo.

I rischi che è bene conoscere
Una volta messi sulla rete, i dati personali di un utente sono difficilmente cancellabili: un numero enorme di persone può conoscere le vostre confessioni più intime e chiunque

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