Ho cambiato gestore telefonico: la vendetta degli SMS pubblicitari a pagamento

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Dall’ultima volta in cui vi ho parlato del mio improvvido cambio di gestore telefonico ne sono successe un paio davvero carine:

– ho ricevuto un messaggio pubblicitario. Quelli del call center del mio nuovo operatore dicono che sono io che devo aver pigiato un OK su qualche bannerino invisibile, ma io sinceramente non mi ricordo nulla di tutto ciò, fatto sta che l’SMS pubblicitario mi è arrivato e mi è anche costato 2,44 euro. Roba dell’altro mondo! Dovrebbero darli a me 2,44 euro per ricevere la loro pubblicità e invece me li fanno pagare. Va beh, ho deciso di far schermare i messaggi pubblicitari in entrata (si può fare, anzi, fàtelo subito, così non perdete tempo) e mi hanno anche restituito i 2,44. Carini.

– Mi ha chiamato un gestore telefonico diverso dal mio per sentire se putacaso volevo passare da loro. No, esenza neanche grazie, se e quando vorrò di nuovo cambiare gestore e farmi sugare un sacco di soldi per i loro servizi li chiamerò personalmente e glielo chiederò, che diàmine.

Vi racconterò di eventuali altre scosse di assestamento man mano che si verificheranno. Intanto il consiglio, tanto per cambiare, è sempre lo stesso: cambiate pure gestore ma con molta, molta, molta cognizione.

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Docenti che “amano” le loro alunne

codiceetico

I quotidiani non fanno che parlare di docenti che “amano” le loro alunne.

Il verbo “amano” si intende in senso puramente sarcastico e distaccato. Non le amano affatto, in realtà. Approfittano del loro ruolo di educatori dei nostri stivali per circuire ragazzine minorenni (ma anche se fossero maggiorenni la cosa non cambierebbe di una virgola), mandare loro SMS e messaggi sconci via WhatsApp quando va bene, o intrattenere laide relazioni sessuali con loro quando proprio si arriva al limite del sopportabile. Vladimir Nabokov aveva descritto tutto questo in “Lolita”, ma quello era un romanzo, mentre questa è realtà quotidiana e, si sa, i giornali amano rimestrare nel torbido.

Intendiamoci bene, per questi individui ci sono il licenziamento in tronco e la galera. Senza attenuanti e senza scuse. Non è che “sentirsi dire micio bello e bamboccione” da una ragazzina, farsi mandare delle fotine in cui l’amata fa delle cosine fuori dalla grazia di Dio, sia una roba che ha costo zero. I rischi ci sono e sono reali anche quelli, non è che sottovalutandoli li esorcizzi, e approfittarsi della fragilità psicologica di un minore è roba da infami.

Ma in sede di rinnovo del contratto di lavoro per gli insegnanti (il precedente contratto è scaduto 9 anni fa, è bello vedere come si agisce con celerità quando si tratta di diritti e doveri da codificare) si è pensato bene di estrarre il classico coniglio dal cilindro, di trovare la figata pazzesca, l’idea che risolve tutti i problemi: aggiungere al contratto una sorta di decalogo per la deontologia professionale, in cui sia inserita una norma che impedisca agli insegnanti di avere contatti via SMS, Facebook, WhatsApp, Instagram e chissà quante altre diavolerie, che non siano strettamente necessari per la didattica. Cioè praticamente tutti.

Non so se questi signori addetti alla compilazione delle nuove norme, con una sfilza di prèsidi lancia in resta, hanno mai avuto a che fare da vicino con i fanciulli di oggi, ma è certo che la trovata istrionica di vietare contatti telematici dimostra la scarza aderenza delle norme con la realtà scolastica. I ragazzi ti guardano dappertutto. Sul telefonino (possono avere il tuo numero di telefono per decine di migliaia di motivi, io un anno lo diedi per gestirmi la mia ora di ricevimento settimanale e ogni tanto mi arrivavano messaggi per la buonanotte, Forza Juve, prof ma domani abbiamo il kompito?, ennò che non ho studiato), su Facebook (conosco decine di insegnanti che hanno tra le loro “amicizie” di Facebook decine e decine di alunni minorenni che “sì, ma io lo faccio solo per farmi mandare le faccine, i gattini, i bacini, le stelline”, sì però intanto ce li hai e lì restano), su WhatsApp (così ti mandano i messaggi e, stronzetti, controllano anche se e quando li leggi, poi non contenti si incazzano anche se non gli rispondi), su Twitter (ho un alunno che mi mette i cuoricini su tutti i post che faccio, anche su quelli di cui non capisce nulla, poi viene in classe e mi chiede chi era Peppino Impastato, eh, ci vorrebbero delle mezze giornate per spiegarlo, altro che un’oretta striminzita in cui, comunque, dovrei fare anche altro), su Instagram (e qui mi fermo perché non ho Instagram e non mi interessa averlo, ma so che di danni ne fa abbastanza anche lui). Coi ragazzi puoi avere un rapporto simpatico e cordiale. Ti può capitare di dire loro per quale squadra tifi e loro, implacabili con i loro telefoni mezzi sgangherati, ti scrivono per dirti “Ahahahahahahah, oggi avete perso” -ah sì? E dire che io non me ne ero nemmeno accorto-). E poi ci sono le cose più delicate. Un insegnante non è una persona che si limita a entrare in un’aula, fare un’ora di lezione, uscire e resettare i sentimenti, spesso è una sorta di confessore, di psicologo ambulante, le ragazzine (soprattutto loro, ma anche i ragazzi ultimamente sono più aperti da questo punto di vista) ti parlano di loro, dei loro amori, delle loro speranze, delle loro illusioni. “Aiuto, Profe, mi ha mandato un messaggio che non vuole vedermi più, che faccio??”

Tutto questo, se venisse approvata la soluzione proposta, costerà fino al licenziamento, in barba alla libertà di corrispondenza garantita a ogni cittadino, e senza minimamente passare per un giudice ordinario (del lavoro o no che sia). I reati sono reati, e per quelli ci sono la magistratura e il carcere (anche preventivo). Ma se io non commetto nessun reato io comunico con chi mi pare. Minorenne o maggiorenne che sia. Senza limitazioni di sorta. E invece tutti colpevoli potenziali per colpa di qualche colpevole reale. E poi ce li voglio vedere i prèsidi a comminare sanzioni ai loro professori perché si sono scambiati la schedina con i loro alunni e questo non rientra nel novero del didactically correct.

Disgusto.

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Le e-mail e gli SMS dalla Costa d’Avorio non vengono dalla Madonna (davvero?)

vergine

Sul sito lamadredellachiesa.it (dice: “O cosa guardi?” Lo so, o allora…) è apparsa, ripresa dall’Agenzia Fides la notizia per cui in Costa d’Avorio si diffonderebbero in forma immaginiamo virale (in senso puramente info-telematico) e tramite e-mail o sms dei messaggi attribuiti alla Vergine.

I Vescovi di Abidjan, durante la quaresima, hanno deciso di dire che no, quei messaggi non sono autentici.

Ma va? Ma davvero?? Guardate, non lo avrei mai detto. Avrei invece scommesso che si trattasse della Madonna in persona ad inviarli, invece che quattro o cinque psicotici che siccome pensano di aver visto la Beata Vergine e averne raccolto il messaggio, si improvvisano latori di contenuti il più possibile portatori di profezie di sciagure e disgrazie (come se la Costa d’Avorio non ne avesse abbastanza) ai danni della povera gente che magari ci crede.

Che poi uno dice: “Ma siamo in Africa, in un paese arretrato, dove la superstizione e l’ignoranza fanno sì che queste comunicazioni dilaghino stile catena di Sant’Antonio!” Beh, forse è vero, ma in Italia ci sono centinaia di persone che diffondono i messaggi di sedicenti veggenti che sostengono di aver parlato con la Madonna a Medjugorie. Magari non usano l’e-mail e gli SMS, magari utilizzano la stampa, che è e rimane il mezzo di comunicazione più pervasivo ed efficace, ma il sistema è quello.

Noi dovremmo solo fare attenzione a tutto questo. E non smettere mai di denunciare, denunciare, denunciare…

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Ho vinto un milione alle quattro di notte

Maledetti loro. Ora ti rompono i coglioni anche alle quattro di notte con gli SMS (che tanto ormai non li usa più nessuno, tutti a uozzappàre) che ti dicono che hai vinto un milione, che gli è andata bene a loro che io la suoneria dei semmèssi la tengo regolarmente spenta, ma ti può venire anche un infarto, così, in piena notte, a sentire squillare il telefono che uno pensa chi può essere a quell’ora (cospettone!). E’ spamming estremo, hard-spam, roba che avrebbe mandato in sollucchero il Marchese De Sade. Uno si sveglia di soprassalto e si vede recapitare un coso che gli dice che deve mandare i suoi dati a una casella di posta elettronica (su Gmail, poi, ma chi è che crede a queste stronzate??) per avere un milione di euro. E poi, magari, qualcuno mezzo rincoglionito dal sonno glieli manda pure: un milione di calci in culo.

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What’s App e la ricevuta di ritorno: quel doppio segno di spunta blu che ammazza la privacy

E’ deciso. WhatsApp implementerà la ricevuta di ritorno” obbligatoria. Da qui a breve gli utenti che inviano un messaggio visualizzeranno un doppio segno di spunta colorato di blu che indicherà l’ora in cui quel messaggio è stato letto.

Fino ad ora si poteva contare su un segno di spunta singolo di colore grigio quando il messaggio veniva mandato al server, e un doppio segno di spunta, sempre grigio, quando il messaggio veniva inviato dal server al telefono del destinatario. Che non voleva dire “il messaggio è stato letto” ma, appunto, “guarda, coglione, che il tuo messaggio non è più residente sul server”. Punto. Finita lì.

Ora, invece, chi manda un messaggio saprà con esattezza quando il destinatario lo ha letto. E ‘sti cazzi?
No, voglio dire, cosa gliene frega a chi mi scrive di quando lo leggo e, soprattutto, SE lo leggo? Ma saranno affari miei?
Chi mi manda una raccomandata può sapere, tutt’al più, quando il postino me la consegna, non quando io ne ho preso visione.

E’ la fine di un’era. Fino ad ora gli innamorati potevano contare sul fatto che “Gli ho mandato un messaggio, sarà già un quarto d’ora (eh, un tempo eonico, notoriamente) e lui non mi risponde, tu cosa ne dici?” e l’amica “Mah, magari non l’ha letto!” Che, voglio dire, era un consiglio saggio, che rifletteva una possibilità reale.

Ora invece tutti sapranno tutto di cosa leggi e cosa no, e gli stalker avranno vita facile con le loro vittime (ormai gli SMS non si usano più). Sapranno in tempo reale se la loro azione persecutoria sia andata o meno a buon fine e continueranno con ancora più veemenza (vadano a dare via il culo, altro che messaggini persecutori!).

Dunque, tutti, tra poco, avremo su WhatsApp questa opzione senza averla espressamente chiesta e, soprattutto, senza la possibilità di disattivarla (seeeeeh, sarebbe troppo semplice!), il che è assai antipatico soprattutto per chi WhatsApp lo paga e lo paga perché gli sta bene così com’è ora.

Soluzioni: si può NON usare WhatsApp e affidarsi a delle alternative meno invasive come Viber. Oppure si può continuare a usare WhatsApp e quando ci dicono “Ma come mai non mi hai risposto? Eppure hai ricevuto il mio messaggio alle XX.YY!” controbattere con un plateale “Non ti ho risposto perché non ti ho VOLUTO rispondere, e non sono sono tenuto a spiegare a TE se ero in bagno o se stavo per andare sotto la doccia, problemi?”

E gliele farei passa’ io le ruzze!

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Non stai bene se non hai WhatsApp

Ieri ho divorziato da WhatsApp.

Oh, per carità, nulla di grave, non è una cosa che fa male, è come quando due persone che sono state insieme solo per sesso (cioè per puro e reciproco interesse) decidono che è venuto il momento di allontanarsi. Magari lì per lì ci si rimane anche un po’ malino, ma si sopravvive.

Semplicemente trovo che WhatsApp non faccia (più) per me. L’ho usato per più di un anno, ne ho sfruttato le potenzialità, ho anche pagato 0,89 euro alla neoproprietaria Microsoft, e infine ho stabilito che non ne ho (più) bisogno.

Eccola, non ne ho bisogno. E il non aver bisogno di qualcosa è un sentimento assai rivoluzionario, a quanto pare.

Per cui ho disiscritto il mio account. Poi ho disinstallato l’applicazione. Tempo totale dell’operazione: due minuti

Mia moglie mi ha chiesto subito se fosse per caso “successo qualcosa”. Forse aveva ragione, nel senso che qualcosa era effettivamente successo: mi sono reso conto che non c’è nulla che io facessi con WhatsApp che non possa fare con quello che avevo prima ancor prima dell’avvento di WhatsApp e che continuo, sia detto per inciso, ancora ad avere.

Poi mi è arrivato un SMS inquietante: “Non ti vedo più su WhatsApp, ti senti bene?”. Ora voi come cazzo lo leggete un messaggio del genere? “Siccome non ti vedo più su WhatsApp sono preoccupato per la tua salute (sottinteso anche mentale)“? E cosa si dovrebbe rispondere? Che so “In effetti ieri ho disinstallato WhatsApp e ho cominciato a soffrire di una fastidiosa forma di reflusso gastroesofageo“, oppure “No, sai, avevo un po’ di febbricola ieri sera, giusto 37,5 allora ho deciso di non fare più uso di WhatsApp”??

Perché, è ovvio, se non sei parte dell’immenso esercito che uso l’applicazioncina per mandarsi i selfies, come minimo ti senti male.

E poi c’è sempre chi ti dice che “Così ti precludi la possibilità di contattare più amici che possono raggiungerti ‘gratis‘”. Ora, se è gente che non è nemmeno disposta a spendere pochi centesimi per mandarmi un SMS vorrei sapere di che razza di “amici” si tratta. E poi una volta Arbore cantava “meno siamo meglio stiamo e ne siamo fieri” e io sono d’accordo con lui.

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Tim e Vodafone: ora gli “avvisi” si pagano

La mi’ nonna Angiolina, requiescat in pace, le chiamava “chiapparelle”.

Il mi’ nonno Armando, bonànima anche lui, che usava un toscano arcaico, forte e gentile come una roncolata su’ ‘ piedi, li chiamava “miràoli” (miracoli).

Si trattava, in entrambi i casi, non già di fregature vere e proprie, ma piuttosto di trucchetti, di escamotages, di piccoli espedienti per sbarcare il lunario, per concludere la giornata con non dico tanto, ma almeno qualche centesimino in più (ai tempi del mi’ nonno Armando e della mi’ nonna Angiolina i centesimi c’erano, ma della lira, quella con l’effigie di quell’altro de cuius di Vittorio Emanuele III).

Da oggi (o era ieri? Mah, non importa) se avete Tim o Vodafone pagate gli avvisi che prima non pagavate.

Gli “avvisi” sono quei messaggi (solitamente sotto forma di SMS ma non necessariamente) che vi informano se un numero che avete trovato occupato o spento (perché la gente giustamente un po’ di cazzi suoi ogni tanto se li fa) è tornato raggiungibile e, soprattutto, chi vi ha chiamato quando eravate voi occupati o spenti.

Ci sono diverse modalità di pagamento e di prezzi, si va dal costo infinitesimale per ogni singolo messaggio a un costo a forfait per tutti i messaggi ricevuti in una giornata (però pagate dopo il ricevimento del primo messaggio, non dopo l’ultimo, e che diàmine!).

Bellino, eh? Per cui, se avete Tim o Vodafone sbrigatevi a disattivare queste opzioni (si può farlo, sissignori) perché se tenete il telefono spento un giorno, appena lo riaccendete, se solo vi ha cercato qualcuno, pagate.

Ora, io, voi, chi ci legge di sottecchi, siamo tutti personcine intelligentine che si rendono conto di quello che succede e, soprattutto, siamo in grado di fare qualcosa per prevenire lo sgocciolamento salassale. Se non altro siamo in grado di chiedere informazioni ed indignarci.
Ma penso alla mi’ mamma, per esempio, alla Pieranna, la figliòla più piccina dei suddetti Angiolina e Armando, piccina sì, ma cià 72 anni. Il cellulare è un suo nemico dichiarato, non lo può vedere, se squilla va in tilt, proprio “non ci se la dice”. Però ce l’ha. Ed ha un numero TIM. Finora riceveva i messaggi di chi l’aveva chiamata anche a telefono spento, ma tanto era come se non li ricevesse, perché non li sa nemmen guardare. Però da oggi li paga.

E come lei ci sono fior di anziani che usano il cellulare per necessità o comodità, ma sanno accedere solo alle funzioni di base, adolescenti disinformati che navigano, navigano, navigano, cazzo navigano, andassero un po’ a studiare, almeno. E viandare.

Per l’amor del cielo, son cifre irrisorie, che non buttano sul lastrico nessuno, ma stanno meglio in tasca a noi che in tasca a loro. E in tasca ce lo buttano, che poi ci si lamenta che la gente si tuffa su Uozzàpp!!

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WhatsApp va in tilt per quattro ore e i fan delirano

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WhatsApp è andato in panne per quattro ore. Ha forato, non funzionava, un faceva. È stato il panico fra gli users del sistema di messaggistica più amato dagli italiani ma non solo.

Twitter è stato subissato da messaggi di persone che stavano per fare Hara Hiri perché erano tre ore che avevano spedito un “ci vediamo tra 40 minuti al solito posto e te la do” ed era loro saltata la trombatina, oh, son disgrazie.

Inutile dirvi che la maggior parte di voi sta usufruendo del periodo di prova gratuito di un anno.
Il resto paga la botrionissima cifra di 0,89 euro l’anno. Quattro ore di disservizio corrispondono a 4 centesimi di centesimo di danno, e poi ti credo che ci sono gli imprenditori che si tolgono la vita, con questi salassi!

Fareste meglio a starvene zittini e a frugarvi per spendere qualche centesimino in un tradizionale SMS. Oltretutto comprate telefoni cari asserpentati per dare i vostri danari a CosoPhone, sicché vuol dire che ce li avete.

Ora che WhatsApp è passata nelle mani di Zuckermann, lì, vi diete sentiti tremare la terra sotto i piedi.
O come ci siete rimasti?

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E vogl’essere chi vogl’io, ascite fora d’a casa mia!

Ci son momenti in cui uno non ne può più e dice basta.

A me è successo così, con una mail un po’ più pesantuccia delle tante altre ricevute. Me la mandava una  OnLus. Non ve ne dico il nome tanto non ve ne importa niente e le cose importanti sono ben altre (vivaddìo, un po’ di benaltrismo spicciolo me lo consento anch’io ogni tanto).

Mi dicevano che loro hanno in corso una iniziativa (e va beh, sono in tanti a farne di  iniziative…) soprattutto in collaborazione con un gioco da ricevitoria.

Mi è salito il sangue alla testa. Ma come, collaborate con un gioco di cui è concessionario lo stato, e per cui la gente si dissangua e ci si rovina la vita e venite a occupare la mia  casellina di posta elettronica con 170 Kb. di presentazioni, inviti, e soprattutto dati  postali, bancari o numeri di telefono della solidarietà a cui mandare un SMS “comodamente seduto nella mia poltrona”??

Io non voglio stare comodamente seduto nella mia poltrona. Io non voglio più che queste  organizzazioni grandi e piccole mi scrivano un’e-mail o mi mandino la loro propaganda cartacea del piffero. Se sono interessato alla loro causa li cercherò io, se no se ne stiano lontane.

Tra poco (cioè non troppo poco) sarà Natale e cominceranno a tempestarmi fraticelli, suorine, poverelli, mense caritatevoli, dovrò ricordarmi dei canguri dell’Australia, delle bambine abbandonate nello Zambia, delle vaccinazioni, dell’abbandono degli animali trattati a calci in culo, di mandare un obolo a quelli che dipingono con l’orecchio, a quelli che  suonano il pianoforte con i piedi, alle ragazze sordomute e al fondo di solidarietà “Dona anche tu un catetere a Valerio Di Stefano”.

No, non ci sto più, mi dispiace. Indurisco il cuore e gli faccio un mazzo così. Non mi  lascio più intenerire dalla faccia degli attori in televisione che sponsorizzano questa o  quella associazione. Non ne posso più delle stesse associazioni che mettono sullo spot televisivo gli stessi bambini che dicono di volere aiutare. Sono come quelli che li usano, o usano i cuccioli di cane, per impietosire i passanti, né più né meno.

Ci deve pensare lo Stato a questi bisogni. E se non ci pensa e crea questo vortice di denaro tra cinque per mille, otto per mille e donazioni volontarie vuol dire che qualcosa non funziona a monte.

Quindi io mi armo di firma digitale, di PEC ma soprattutto di rabbia e indignazione.

Voglio sapere dove e da chi hanno ricevuto i miei dati. E se non me lo dicono li segnalo al Garante della Privacy. Perché non è che se il frate è indovino io sono stupido!

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Il pulsante antimolestie di Twitter

Twitter è qualcosa di meraviglioso, peccato che l’ho scoperto troppo tardi.

140 caratteri, praticamente un palpito. Un blogghettino minimale e, soprattutto, niente ansia di avere tanto “follower” (si chiamano così i fans su Twitter) perché, tanto, tutto è pubblico e chiunque può leggere tutto di chiunque altro.

Insomma, semplice, immediato, veloce, accessibile da quasi qualunque piattaforma (esistono blogger come Yoani Sánchez che aggiornano il proprio blog attraverso gli SMS), trasparente, ma soprattutto arma di discussione e di critica nei confronti dei politici (io ho risposto a Laura Puppato e Matteo Renzi). Su Twitter, molto più che su Facebook, ognuno si ritrova davanti al popolo del web.

Al punto che, tempo fa, la deputata laburista Stella Creasy e la blogger Caroline Criado-Pérez, oltre a tre giornaliste, sono state molestate su Twitter nel Regno Unito con l’invio di tweet volgari, offensivi e denigratori, e addirittura alcune minacce di morte.

Sono cose che fanno male. Molto male.

E così, svariate migliaia di utenti ha pensato di chiedere a Twitter di inserire un pulsante antimoltestia. Che non si sa bene come funzionerà dal punto di vista pratico. Cioè, io ritengo di essere stato molestato da qualcuno, clicco sul pulsantino e Twitter mi rimuove il contenuto suppostamente denigratorio e fa tottò all’utente? Sarebbe terribile.

Comunque sia, il direttore generale di Twitter Tony Wang ha commentato: «Mi scuso personalmente con le donne che sono state insultate su Twitter e per quello che hanno sopportato»
Di che si scusa? Non è colpa sua. Non le ha mica scritte lui quelle minacce. Può sentirsi colpito perché la sua piattaforma è stata usata per scopi non propriamente umanitari, ma da qui a scusarsi c’è una bel salto!
Esiste un principio giuridico ormai vigente in tutto il mondo (tranne in Italia, dove, si sa, siamo in leggera controtendenza, specialmente con la sentenza Google) per cui il provider non è responsabile dei contenuti immessi dall’utente. Cioè YouTube non risponde del copyright eventualmente violato dai suoi iscritti.

E poi aggiunge: «La gente merita di sentirsi al sicuro su Twitter».
E certo. Ma se una persona può segnalarmi così, just for, io non mi sento affatto al sicuro.
Io, come tutti gli altri, saremo alla mercè di qualche buontempone, o di qualche integralista, o di qualche personaggio con la sensibilità alle stelle, che se io scrivo “Chi non mangia la Golia o è un ladro o è una spia” e quello/a non mangia la Golia e si sente offeso/a perché non è né un ladro né una spia (si veda il caso), mi sbottoncina e poi, se mi va bene, devo riferire a Twitter il perché e il percome (il mio inglese scritto è pessimo, abbiate pietà!).

Saremo l’uno il Grande Fratello dell’altro, basterà un clic per cancellare pensieri, parole, opere e omissioni. Per la colpa degli altri.

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Le Istituzioni hanno paura di internet

La rete, questa sconosciuta. Questo mezzo di comunicazione che produce paura, come tutto quello che non si può fermare, come tutto quello che vorremmo non ci fosse, come tutto quello che permette alla gente di sfuggire ai controlli tradizionalmente intesi. E se la rete è sconosciuta, la rete diventa, automaticamente (e non potenzialmente) dannosa.
Non esiste ancora, soprattutto ai più alti vertici dello Stato e, più in generale, nella visione del legislatore, l’immagine della rete come società, per cui le leggi che valgono nella società sono trasferibili perfettamente anche nella rete, no, la rete è diventata, nell’immaginario politico prima ancora che in quello dell’opinione pubblica, luogo privilegiato di interesse per i comportamenti del singolo. Tutto ciò che è fatto in rete assume una valenza amplificata, come se fosse più grave di ciò che succede nella vita quotidiana.

Una precisazione: io non ce l’ho affatto con la presidente della Camera Boldrini, come la frequenza di post su di lei potrebbe far credere. Molto semplicemente non condiviso una virgola di quel che dice, fa, pensa. Lei ha tanti mezzi per diffondere il suo pensiero, io ho solo il mio blog. Abbiate pazienza.

Laura Boldrini, dunque, ha scritto sulla sua pagina Facebook queste osservazioni che riporto, integralmente, evidenziandole in grassetto.

La violenza contro le donne continua a mietere vittime. In questi giorni altri due casi di femminicidio: Cristina Biagi uccisa il 28 luglio, Erika Ciurlia il giorno dopo. Una violenza che non ha confine e che passa anche attraverso la rete, non solo in Italia.

La violenza a cui si riferisce la Boldrini, probabilmente, è da cercare in alcuni interventi pubblicati prima dei delitti dai presunti assassini su Facebook. Interventi che facevano chiaramente presagire quello che sarebbe avvenuto di lì a poco e che nessuno è stato in grado di scongiurare (ci sarà ben stato qualcuno che avrà visto quei post tre ore prima dell’omicidio, no? Macché, tutti zitti, tutti facebookianamente omertosi). Ma il punto non è la rete, evidentemente, quanto, piuttosto, tutte le modalità di comunicazione possibili tra un assassino e la sua vittima designata. Quante telefonate, quanti SMS avrà ricevuto la donna prima di morire? Ma, ecco, del telefonino non parla più nessuno, quello non fa paura. Eppure è lo strumento preferito dagli stalker. Una volta si usavano le lettere anonime di minaccia. Si usano ancora, non so quante ne riceveranno i deputati della Camera, ma se ne parla pochissimo. Facebook, dunque, come quintessenza del pericolo in internet, ma non solo.

In Inghilterra, ben 60mila persone hanno firmato una petizione on line perché su Twitter venga inserito un ‘tasto’ per segnalare abusi …e violenze verbali. Dopo la mobilitazione di massa, il social network si è impegnato a provvedere. A portare avanti questa battaglia è stata Caroline Criado- Perez, una nota attivista per i diritti delle donne, vittima di pesantissime minacce sul suo profilo.

La rete fa quello che l’Italia non riesce nemmeno a recepire. Sono bastate 60.000 persone perché Twitter facesse suo uno slancio di indignazione fortissimo, e tutto questo in pochissimi giorni.
In Italia “Il fatto quotidiano” sta portando avanti una raccolta di firme contro lo sfregio della Costituzione perpetrato da parte dei partiti di Governo. Le firme raccolte ad oggi sono 160.000. Eppure non c’è stata nessuna risposta a livello istituzionale. Che cosa avrebbe da dire la presidente Boldrini su questo?


Per quale motivo non viene inserito un “tasto” legislativo che permetta di mantenere inalterato il senso della nostra carta?
Sono 160.000 persone, dicevo, e il loro numero è destinato ad aumentare. Eppure è come se non ci fossero. La rete, attraverso la quale hanno manifestato la loro adesione, è “virtuale”. E’ come se non esistessero. E il problema è Twitter??

Anche nel nostro Paese, molti, specialmente donne, subiscono minacce on line e alcuni giovani sono arrivati a togliersi la vita a causa del dileggio in rete.
La mobilitazione collettiva, in Inghilterra, ha aiutato ad ottenere risultati per aumentare la tutela sul web. In Italia questo tema viene percepito, da alcuni, come un tentativo di censura.
Cosa ne pensate dell’esperienza inglese?

Sarebbe stato confortante avere i dati che riguardano le persecuzioni di reati come l’istigazione al suicidio (che mi pare ancora perfettamente contemplato nel nostro codice penale), sapere cioè quante persone, dopo un giusto e regolare processo, sono stati riconosciuti colpevoli di crimini come quelli richiamati dalla Presidente Boldrini.
Ma questi dati non ci vengono proposti. Come mai?
E perché la cosiddetta “tutela del web” viene vista come un tentativo di censura? Perché diventerà troppo facile per chi usa Twitter segnalare qualcuno per una parola fuori posto o, ancor meno, per una opinione non gradita. Si premerà il bottoncino e quello sparirà, non avrà più la possibilità di esprimersi su quella piattaforma. Non è uno strumento di tutela, è uno strumento di delazione e di giustizia sommaria. Ecco cosa penso dell’esperienza inglese.

Abbiamo leggi per tutelarci e magistrati per applicarle. Adesso.

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Accenti, punti e virgole sono importanti!

Male, male, scriviamo male, e se scriviamo male parliamo male, e se parliamo male pensiamo male, aveva ragione Nanni Moretti. Con questi cacchi di telefonini che implementano vocabolari e software da delirio ci stiamo avviandoverso l’autodistruzione. La gente comincia a scrivere “è” per “e”, il verbo per la congiunzione, soprattuttoin maiuscolo, soprattutto a inizio frase. “E’ il naufragar m’è dolce in questo mare”, perfetto, un T9 e anche Leopardi è sistemato. Cazzo, la e chiusa e la e aperta non sono suoni, sono fonemi dell’italiano, vuol dire che in una sequenza uguale se usi l’uno o l’altro il significato di una parola cambia. Come tra pésca e pèsca, massì vallo a spiegare al Cretinetti che si è comprato l’ultima chiapparella elettronica e che è convinto che tanto pensa a tutto lui, anche a trascrivere automaticamente i pensieri, ammesso di averne. Virgole, cazzo, le virgole sono sparite. Tutti scrivono come il Telegrafo Morse, frasi secche, lapidare, senza respiro, senza cuore. “Ci vediamo. Alle sei. In piazza. Ti amo. Amore mio.” Una che riceve un SMS così si deve sentire odiata, non amata (ma chi li manda più gli SMS oggi, ora si usa WhatsApp -che, voglio dire, fa anche risparmiare una bella paccata di soldi ma i problemi stilistici rimangono, si rispetti il portafoglio, ma si rispettino anche le forme, vivaddio). Tutto perché sulle tastiere mettono il punto a portata di polpastrello (lì, in basso, sulla destra) mentre la virgola è in un sottomenù e per raggiungerla bisogna fare un giro panoramico dell’applicazione. Il telefonino è un po’ come Dio, i suoi pensieri non sono i nostri pensieri, ma guarda caso li accettiamo lo stesso. Visto che facciamo così fatica, almeno che qualcuno pensi per noi.

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Valentina Furlanetto for President!

In Italia chiunque, con la partecipazione di amici, conoscenti o prestanome, può recarsi da un notaio a far redigere l’atto di costituzione di una Onlus, di una associazione di volontariato o di beneficenza.

Se si è un privato si possono versare dei fondi a titolo di donazione alla nostra Onlus. Quei fondi potranno essere detratti dalla dichiarazione dei redditi (quindi non ci si pagano le tasse). Se si è presidenti o direttori di azienda si possono raddoppiare i benefici fiscali facendo, comunque, sempre confluire il denaro nell’amministrazione delle proprie tasche.

Inoltre le OnLus possono ricevere donazioni da altri privati e aziende o partecipare alla redistribuzione del tetto massimo stabilito per legge del 5 per 1000 dell’Irpef versato dai cittadini.

Sono piccoli trucchetti legali che rendono palese come la nostra sia l’Italietta dei furbetti del centesimino.

La beneficenza, comunque, è ben altro. Cela pieghe se non incredibili almento insperate. Quanto denaro viene effettivamente elargito alle associazioni? Valentina Furlanetto, che è giornalista attenta e spietata, ce le rivela nel suo eccellente “L’industria della carità” (Edizioni Chiarelettere).

Comprarlo e leggerlo è in investimento vero che ci insegnerà almeno a non fare più il gesto automatico dell’invio dell’SMS “solidale”. O a farlo con maggiore consapevolezza.

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Yoani Sánchez e la dittatura capitalista degli sms

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Yoani Sánchez, blogger e dissidente cubana ha sottolineato ieri, attraverso il suo account Twitter (sia detto per inciso, detesto espressioni volgarmente di moda come “il suo Twitter” o “il mio Facebook”) che non può postare i propri messaggi con caratteri estesi perché altrimenti il suo gestore telefonico cubano, attraverso il quale accede a Twitter in scrittura via sms, le farebbe pagare il doppio.
Si tratta delle parole accentate, ad esempio. La lingua castigliana ne è piena ed è praticamente impossibile non trovarne neanche uno in un testo correttamente scritto di 160 caratteri.
La possibilità di inviare un testo di 160 caratteri è subordinata dunque all’uso dei caratteri base. Viceversa il costo di una comunicazione potrebbe lievitare in maniera preoccupante se si considera che alcuni gestori latino americani per ogni accentata utilizzata decurtano un monte-caratteri considerevole (circa una novantina per un semplice “sí”).
Normale che attivisti come la Sánchez (sì, anche il suo cognome si scrive con l’accento) ripieghino su un uso maggiormente semplificato dell’ortografia. Ma pensare ai milioni di adolescenti sudamericani che comunicano con gli sms e che massacrano l’abitudine di scrivere in modo corretto fa pensare a un deperimento delle conoscenze delle regole della scrittura a vantaggio di un risparmio economico.
È il costo della revolución, bellezze!

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Non spedirò mai più un SMS della solidarietà

L’ultima volta che NON ho spedito un SMS della solidarietà è stato quando un caro amico mi ha segnalato una iniziativa indubbiamente meritoria che si appoggiava a questi numeri di cinque cifre che tu mandi un messaggio vuoto e loro pensano a dare a quella associazione che ci si appoggia i due euro scalati dal credito. Dicevo che non l’ho fatto nemmeno in quella occasione, preferendo fare la mia donazione per bonifico bancario.

Non l’ho spedito l’ultima volta e non voglio spedirne mai più.

E’ una decisione che ho preso guardando certe storture delle gare di solidarietà che si sono moltiplicate in occasione del tragico terremoto in Emilia. Troppo tragico perfino per aver voglia di fare iniziative di questo genere.

Il “manda-un-messaggio-e-ti-scarichi-la-coscienza” sa tanto di déjà vu. E’ la monetina che diamo alla mendicante fuori dal supermercato porgendole uno sguardo, magari toccandole la mano che la riceve per distogliere mano e sguardo subito dopo e cancellare dalla memoria quello che si è vissuto fino a quel momento.

I fondi vengono scalati da un credito telefonico che è stato GIA’ versato al gestore precedentemente. Dunque al gestore generano interessi. Ammettiamo che quando viene disposto l’SMS i fondi vengano IMMEDIATAMENTE trasferiti all’ente che gestisce la raccolta: quei fondi genereranno interessi almeno finché non verranno investiti in beni (acquistati magari con fatture a 90 giorni) o trasferiti a chi ne ha veramente bisogno.

Esiste un vantaggio pecuniario per ogni gradino della scala intermedia che va da chi dona a chi, materialmente, riceve, e più questo intervallo si allunga nel tempo più il vantaggio economico si fa consistente. Non è un concetto molto dissimile da quello che caratterizza il giochino della “valuta” nelle banche.

E nessuno potrà dedurre la propia donazione (sì, lo so cosa pensate, “ma cosa vuoi dedurre, due euro per un’iniziativa benefica?” la risposta è: “Perché, non si può??”). Quindi lo Stato non rimborsa i cittadini. Che a suon di due euro per volta fanno un bel volume di soldi, a cui vanno ad aggiungersi quelli del 20% sugli interessi bancari di cui sopra.

Conviene tornare, a questo punto, alla logica monetina in mano alla mendicante. Con la differenza che se conosci qualcuno che ha bisogno veramente e lo aiuti con quello di cui ha VERAMENTE bisogno (che sia denaro, o un po’ di affetto), poi non te ne scordi più.

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