David Puente e il “caso” Bencivelli

Questo articolo -un po’ lunghetto, per la verità- viene pubblicato volutamente SENZA materiale iconografico. Leggendolo con pazienza e un pochino di attenzione vi renderete conto del perché.

Ritengo che il caso del procedimento penale che ha portato alla vittoria della giornalista Silvia Bencivelli per episodi di diffamazione, dopo cinque anni di iter giudiziario, non sia stato doverosamente e compiutamente riportato e trattato come si dovrebbe (e come avrebbe meritato) dai cosiddetti “debunker di stato” (definizione felice proveniente, purtroppo, da ambienti poco altrettanto “felici” dal punto di vista delle verità scientifiche delle tesi che portano avanti).

E’ stato un procedimento importante, perché ha visto vincere una donna, una brava giornalista, una persona che non ha portato la causa alle vette delle più alte risonanze del web (come avrebbe potuto, se lo avesse voluto, e come sarebbe stato anche suo preciso diritto) ma lo ha mantenuto all’interno delle aule giudiziarie fino al pronunciamento favorevole in primo grado con la condanna a otto mesi di reclusione dell’imputato. Ha comportato molta sofferenza da parte della persona offesa e tutti questi elementi certamente meritavano di essere analizzati con maggiore dovizia di particolari.

Sui blog di Paolo Attivissimo e David Puente non è apparso assolutamente nulla. Nessuna analisi dei fatti, non uno scritto che riportasse solidarietà alla Bencivelli (eppure ce n’era tanto, ma tanto bisogno!), nessuna “cronaca” dell’andamento del processo, nessun cenno alla sentenza finale. Arringhe difensive e requisitorie dei PM, manco a parlarne. Eppure, per precedenti condanne allo stesso imputato, Paolo Attivissimo aveva trionfeggiato, mentre per David Puente, la lotta contro l’imputato è diventata ormai un vessillo da portare con onore, quasi una questione di tipo personale. Sul suo blog è apparso, questo sì, un articolo intitolato “XY accusa Silvia Bencivelli tagliando un video a piacere“. Ma della notizia non c’è traccia.

Ho provato a far presente tutto questo a David Puente (visto che, come è noto, Paolo Attivissimo mi ha bannato dal suo account Twitter che, comunque, riesco a leggere ugualmente) ma mi ha risposto con due link per farmi notare che non era vero quello che dicevo, e cioè che lui e il Superlativo non avessero scritto nemmeno una riga sul caso (e il “neppure una riga” non era da prendersi in senso letterale, è chiaro, ma per il debunker medio la parola scritta è ferma, immodificabile e priva di possibilità di interpretazione, come la Bibbia per i Testimoni di Geova e hai voglia te a insistere su questo punto), ma che c’erano, addirittura, ascoltate bene, udite udite, due tweet. Sissignori, due interventi su Twitter, nientemeno. Tutto lì. Sofferenza, coraggio, tenacia, la paura di vivere l’incubo della persecuzione ogni volta che si apre il proprio profilo Facebook o la propria casella di posta elettronica, valgono due commentini di 240 caratteri al massimo, uno dei quali (quello di Paolo Attivissimo) con il link all’articolo di Repubblica (giornale nel mirino di *.issimo per sovrabbondanza di notizie suppostamente farlocche e errori di ortografia) in cui la Bencivelli racconta la sua storia. Della serie “se volete saperne di più andate a guardare questo”. E’ un po’ la logica perdente e supponente con cui i linuxari ti dicevano “Read the Fucked Manual!” quando avevi bisogno di un aiuto (e Dio sa di quanto aiuto si può aver bisogno avendo a che fare con Linux!). Risultato: con 240 caratteri non scrivi nulla, neanche un messaggio di solidarietà (un messaggio di solidarietà che abbia un senso compiuto e che tenga presente tutti gli aspetti della vicenda, perché per scrivere “Evviva evviva!!” 240 caratteri bastano e come). Ovvio che c’è stato un apprezzabile batter di manine da parte degli adepti degli stessi “debunker”, ma tutto è finito lì, in una mestizia e in una tristezza senza precedenti: c’era chi aveva pagato un prezzo altissimo (in denaro e risorse emotive personali) per vedere condannato il proprio diffamatore, che si era impegnato come non mai per veder riconosciute le proprie ragioni e il pubblico dei 240caratteristi era lì a dare bella mostra di sé, neanche l’avvocato della Bencivelli lo avessero pagato loro.

Ed ho avuto l’impressione (ma, appunto, si tratta di una sensazione personale) che i debunker e i debunker-fan più incalliti fossero contenti più per la condanna dell’imputato che per la vittoria della Bencivelli. Che uno potrebbe anche chiedermi “che differenza c’è?” Molta, ve lo assicuro.

Poi è successa una cosa particolare. Dopo la sentenza, su una pagina Facebook è apparsa una foto che ritrae la Bencivelli in una posa imbarazzante, ma indubbiamente involontaria. La foto era corredata da un estratto testuale da un articolo de “La Valigia Blu”. David Puente ne ha dato notizia con un altro tweet (neanche a voler ipotizzare una soluzione diversa!) che riporta la foto in questione “ritoccata” e “censurata” nella parte più delicata. Un pensiero gentile, non c’è che dire, ma che non ha fatto altro che riverberare un contenuto (poco importa se privato della sua parte più “sensibile”) che avrebbe potuto (e forse anche dovuto) essere lasciato abbandonato al proprio destino, lì nell’ambiente in cui era stata postata. Perché il diritto all’oblio in rete esiste, deve e può essere garantito. Non è vero che (come afferma ad esempio lo stesso Paolo Attivissimo) Internet conserva tutto, mantiene tutto, non perdona niente. Se non si possono cancellare i contenuti si può almeno fare in modo che quei contenuti siano dimenticati, che perdano di interesse e di attualità. E in genere lo si fa ignorandoli. Invece David Puente non solo ha ripubblicato l’immagine fotoscioppata, ma ha addirittura fornito il link alla risorsa originale dove la fotografia veniva pubblicata integralmente. Col risultato di facilitare un numero indefinito di clic a quella pagina, quelli di chi, incuriosito, è andato a ravanare nel torbido pur di rendersi conto di che cosa si trattasse. Magari per poi chiudere il collegamento pochi secondi più tardi, schifato. Ma, disgraziatamente, non abbiamo ancora nessun accrocchio info-telematico che permetta di registrare il gradimento del lettore finale.

Avrebbe potuto fare diversamente David Puente? Sì, certo. Avrebbe, per esempio, potuto evitare questa eco di clic di “ritorno” sul sito originale limitandosi a descrivere i fatti. E poi avrebbe potuto porsi una domanda: quella foto della Bencivelli è vera o è falsa? E’ lui il debunker. E’ lui che smonta notizie, prove, commenti, fotografie, filmati. Non credo che gli sia così difficile debunkare un fotoritocco. Ma il punto è un altro, ossia che riportare su Twitter che qualcuno ha pubblicato una foto della giornalista non è una notizia. E’ esattamente poco più che riportare il link a un articolo di giornale o a un evento in particolare su Facebook (o su Twitter, si veda il caso), è solo fare pubblicità e amplificare quello che non è. Non c’è nessuna informazione né nell’evento in sé, né nel riverberarlo a tutti i costi ai propri lettori. Qual è, dunque, il valore aggiunto in termini di conoscenza delle cose? Ve lo dico io, non c’è niente, è un gesto sterile, che non porta a nulla se non all’autoreferenzialità. Altra cosa sarebbe stato intervenire dicendo che: “Tizio ha pubblicato la tale foto nella tale pagina, ma quella foto è falsa perché etc… etc…“.

Una cosa è certa: chi ha pubblicato quella foto voleva colpire direttamente la giornalista, “rea” di aver vinto una causa per diffamazione e di aver portato il suo presunto diffamatore nelle sedi opportune che le hanno dato ragione. La segnalazione di David Puente non porta nessun sollievo al peso di questa azione, anzi, lo aggrava dandole visibilità e solo visibilità. Avrebbe pututo, David Puente (ma non lo ha fatto), esprimere la propria indignazione per una azione certamente vigliacca e codarda, ma sa benissimo che l’indignazione non basta, che bisogna agire soprattutto se si è e si vuole rimanere un “debunker di stato”.

E tutto questo costa molto più di un tweet.

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Silvia Bencivelli vince il processo contro il capo dei complottisti delle scie chimiche

benci

Silvia Bencivelli è una (bravissima) giornalista scientifica. E’ anche scrittrice (non so se altrettanto brava perché non ho letto il suo romanzo pubblicato per Einaudi), conduce svariate trasmissioni radiofoniche e televisive e ha, come tutti, anche qualche difetto: se la tira un po’ ed è pisana (che per un livornese come me non è esattamente un buon viatico), ma non è ancora proibito tirarsela né, purtroppo, essere pisani.

Giorni fa ha raccontato la sua storia su “Repubblica”. Dopo aver scritto e pubblicato un suo articolo in cui in quattro e quattr’otto smonta la teoria delle scie chimiche (ripeto, la ragazza è veramente brava e c’è poco da mordere, fidatevi!). Da quel momento, la sua vita è stata dominata dalla paura perché ha cominciato a ricevere messaggi di insulti e di minacce sui social (spesso a sfondo sessuale). Di parla di decine, forse centinaia di comunicazioni di questo tipo. “Troietta in calore”. “Puttanella da quattro soldi”. Facili e scontati appellativi che fanno male. Molto male. Non si può essere trattati così per qualcosa che si è scritto. Non è normale, è fuori da ogni logica etica e morale. Soprattutto se si tiene in debita considerazione il fatto che ci sia stata una sorta di capobranco a dirigere l’orchestrazione delle minacce e degli insulti alla Bencivelli. Ma si sa, “i muri vanno giù al soffio di un’idea”, come dice una vecchia canzone, e a qualcuno dovranno pur girare le palle. Da qui la decisione di Silvia Bencivelli di portare in giudizio i suoi persecutori, il cui “capo” è stato condannato l’altro giorno per diffamazione, mentre il tribunale ha anche ravvisato il reato di minaccia da discutere in separato giudizio.

E’ stata coraggiosa Silvia Bencivelli a querelare i suoi persecutori (spero TUTTI, uno per uno)? Certamente sì. Ma il coraggio non è stato solo quello. Lì si trattava del coraggio che ti dà la paura di avere a che fare con gente che potrebbe presentarsi sotto il portone di casa tua e farti del male. Ma c’è un secondo coraggio, ben più grande, quello dell’affrontare la magistratura e pretendere l’accoglimento di una querela per diffamazione e il riconoscimento del danno (ovvero lo stabilirsi giuridicamente che quel fatto si è verificato e che sì, il signor Nomen Nescio ha offeso la reputazione della signorina Tal De’ Tali). Non può avere idea la Bencivelli di quante querele per diffamazione vengono archiviate dalle procure anche se nel frattempo ci si è costituiti con un atto di formale opposizione. Rischiava di vedersi ferita dai suoi persecutori fanatici delle scie chimiche e anche da un sistema giudiziario che avrebbe potuto risponderle picche. Perché il fatto è di tenue entità (col cavolo!), perché così fan tutti (col cavolo!), perché quelle espressioni sono ormai entrate nel linguaggio comune assumendo una connotazione certamente volgare e disdicevole, ma non tanto da ledere l’onore (col cavolo!). Insomma, non è che le procure siano poi quei luoghi così accoglienti e confortevoli dove ti dicono “Ma sì, venga, venga, Lei ritiene di essere stato diffamato? Adesso ci pensiamo noi, non si preoccupi.” Tutt’al più prendono la tua querela, la sbattono in un cassetto e quando si avvicinano i tempi della prescrizione chiedono l’archiviazione. E allora sarebbe stata ferita doppiamente, triplamente, sarebbe stato un dolore immenso, ancora più grande della paura, del senso di non poter respirare, del terrore che si può provare ogni volta che si aprono i social per farsi gli affari propri e ritrovarsi sommersi di insulti.

La Bencivelli, nel citato articolo di “Repubblica”, tra le altre cose, osserva “qualcuno penserà che il mio processo è un femminile privilegio.” Sì, lo è stato. So di espressioni come “pompinara” tranquillamente derubricate a entità poco più che bagatellari, ma sempre e comunque niente per cui valga la pena di imbastire un procedimento. E non si sa più che cosa debba fare un cristiano per vedersi riconosciuta la ragione e lo status di vittima di un reato, probabilmente essere ucciso.

Ha vinto, Silvia Bencivelli, ha vinto due volte. Gli altri rimangono al palo.

 

AGGIORNAMENTI DEL 27/04

Silvia Bencivelli, a poche ore dalla pubblicazione del post mi ha lasciato un “like” su Twitter. La ringrazio per avere trovato il tempo di farlo.
sbenci

Paolo Attivissimo, dal canto suo, da brava persona attenta ai complottisti, sempre impegnato a smascherare le scie chimiche, sensibile a gongolare quando arriva loro qualche condanna, non ha scritto una sola riga sul caso Bencivelli. C’è giornalismo e giornalismo, quello che senza urlare va a chiedere di avere giustizia nelle sedi competenti e quello che pretende di rivelare la verità a tutti i costi. Noi scegliamo il primo.

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