La scriminante del diritto di critica colpisce ancora

 

sindaco

A Furci Siculo, un comune del Messinese, sono stati affissi dei manifesti da parte dell’opposizione in consiglio comunale, contro l’allora sindaco. Tra gli epiteti che vi figuravano, «Falso! Bugiardo! Ipocrita! Malvagio!».

Gli autori degli scritti sono stati condannati in primo grado, ma assolti in appello. Giorni fa la Cassazione, come si suol dire, ci ha messo una pietra sopra confermando l’assoluzione per tutti. Motivazione: si trattava di una critica circoscritta all’ambito strettamente politico 8l’uso di quelle espressioni «riguardava specificamente le scelte politiche ed amministrative»), non era una polemica gratuita ad personam, ma soprattutto non si trattava di espressioni che «siano generiche e non collegabili a specifici episodi, risolvendosi in frasi gratuitamente espressive di sentimenti ostili».

Insomma, se il sindaco non compie quello che ha promesso in campagna elettorale, può essere criticato anche perché la critica di per sé ha «carattere congetturale, che non può, per definizione, pretendersi rigorosamente obiettiva ed asettica».

Quindi, quegli epiteti non erano diretti alla persona, ma al politico e al suo operato («gli epiteti rivolti alla parte offesa presentavano una stretta attinenza alle vicende che avevano visto l’opposizione contrapporsi al sindaco in merito alla erogazione dell’indennità di funzione, a cui il primo cittadino aveva dichiarato di voler rinunciare in campagna elettorale»). Dunque, a chiunque svolga una funzione specifica, si potranno rivolgere degli insulti sotto forma di critica. Si potrà tranquillamente dare del’incompetente a un insegnante purché l’epiteto venga pronunciato per criticare il suo operato (che so, magari l’insegnante in questione aveva dato un voto troppo basso in un compito o in una interrogazione), si potrà insultare liberamente il vigile urbano che ci fa la multa dandogli del “malvagio” solo perché non ha voluto ascoltare le nostre ragioni. Oppure potremo continuare serenamente a dare del “cornuto” all’arbitro perché non ne condividiamo le scelte decisionali.

Mi piace pensare che la diffamazione sia ben altro.

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I cannoli della Famiglia Di Stefano

Io e la mia Signora abbiamo avuto la sanissima e felicissima idea di sfrusciarci (teramano per "sputtanarci") qualcosa come 35 euro in pasticceria siciliana, presso un (bel) banchetto al mercatino natalizio, là dove la pasta di mandorle viene aromatizzata con qualunque cosa, dall’arancia al pistacchio (sì, esiste la pasta di mandorle al pistacchio!), dal cioccolato al cocco, ai fichi secchi, in un amalgama senza fine (avete poco da fare quella faccia, "un amalgama" si scrive senza apostrofo perché "amalgama" è maschile, sapete?) di sapori e prelibatezze, roba da perdere la testa, e già che ci eravamo ci abbiamo messo anche cinque cannoli tradizionalissimi alla ricotta, friabili nella cialda e cremosi nell’impasto, che al Di Stefano ci vinni una panza tanta e so’ mugghieri ci dissi di andare a passiare strada strada a mari ma lui se ne stracatafottiu e dissi bonasira alla panza e bonanotte al colesterolo.
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Il dipinto della Madonna che piange di Licata

Uno dei canti più conosciuti delle sonnacchiose messe mattutine della domenica recita: "Vogliamo vivere come Maria/l’irraggiungibile la madre amata".

Ecco, io non ho mai capito cosa voglia dire "irraggiungibile". E neanche il senso di quella canzone osannata da file di fedeli ordinatamente dirette verso l’Eucarestia, e suonata da ragazzi con la chitarra seduti al lato dell’altare.
Da ateo felice quale sono, credo di poter supporre che significhi che il suo esempio non ha nulla a che vedere con la condizione umana. Che nessuno potra’ mai essere come lei. E allora perché vorremmo vivere esattamente come la ragazzina visitata dall’Onnipotente? Non possiamo. Non potremmo neanche se lo volessimo.

Se la punizione divina per la donna nei confronti peccato originale è quella di partorire con dolore, l’annuncio dell’Arcangelo Gabriele secondo cui Maria avrebbe partorito un figlio non doveva avere poi molto a che fare con la "buona nuova" di cui si parla. Insomma, la donna deve soffrire.

Del resto, se non dovesse soffrire, che senso avrebbe andare alla ricerca di madonne che piangono a cui offrire sempiterna e incondizionata devozione?
Massimo Troisi nel ruolo del giovane Vincenzo in "Scusate il ritardo" durante una crisi amorosa viene invitato dalla madre a distrarsi e ad accompagnarla a vedere la Madonna che piange. Vincenzo si sente depresso e dice di voler vedere gente un po’ più allegra: "Se rideva ci venivo…".

Ecco, abbiamo sempre bisogno di madonne che piangono. Dobbiamo per forza essere tristi. E siccome la pena femminile per il peccato di Eva è la sofferenza con dolore, almeno che le madonne piangano, perdinci! Almeno che questi dipinti ci diano la soddisfazione di trasudare e di darci la possibilità di gridare "al miracolo!", invece di starsene lì inerti a costituire il patrimonio artistico del paese. E che ci facciano sprofondare nell’autunno accaldato di un nuovo, esaltante, indispensabile medioevo.
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Terremoto alle Isole Eolie (Lipari): illeso il Presidente del Senato Schifani

Giunge notizia di un terremoto di magnitudo 4,5 della scala Richter alle Isole Eolie, grandi quantità di materiale roccioso si sarebbero staccate cadendo in mare, deturpando il paesaggio, creando molta paura tra la popolazione residente e i turisti e determinando comprensibile pànico oltre che alcuni feriti, oltre che l’intervento della Protezione Civile.

Il Presidente del Senato della Repubblica Renato Schifani che si trovava in zona con la sua barca è rimasto miracolosamente e provvidenzialmente illeso.
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La morte letteraria di Elvira Sellerio

Era lei, Elvira Sellerio, in questa fotografia, che più che altro è un ritratto, quasi un quadro del Pollaiolo, donna di nerbo, di tratti nitidi e definiti, asciutta, essenziale, che riusciva ad evocare e riunire in sé la Sicilia odorosa di mandorle e sangue del “fin-de-siècle” di Giovanni Verga e quella jazzata dei romanzi di Santo Piazzese, l’unica a pubblicare portoghesi del calibro di José Maria E

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E’ in linea Radio 100 Passi, sul cammino di Peppino Impastato

Mentre vi scrivo sto ascoltando Radio 100 Passi.

Il prossimo che mi dice che Internet non sostituirà mai la “cara vecchia radio” si prende uno sputo in un occhio.

Radio 100 Passi ha cominciato le trasmissioni, solo su Internet, il 5 gennaio scorso, il giorno in cui Peppino Impastato avrebbe compiuto 62 anni.

Buona musica, programmi interessanti, sulle tracce di Radio aut, la radio di Peppino, quella vera.

E’ quanto di più vicino alle radio degli anni ’70 io abbia mai ascoltato. Ruspante, autentica e sanguigna. Magari con qualche piccolo problema di connessione.

La trovate su www.radio100passi.net.

Questi sono i recapiti e-mail e di telefonia mobile:

info@radio100passi.net
redazione@radio100passi.net adesioni@radio100passi.net
soci@radio100passi.net
335 8087476

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Roberto Scaglione

Roberto Scaglione è un caro amico di Palermo.

Per 25 anni ha lavorato per la radio, per i mezzi di comunicazione, per un’informazione vera, diretta, dal basso.

Un lavoratore instancabile che ha saputo creare un archivio immenso di suoni, immagini, parole, carta stampata, impegno per la passione per la radio e coraggio di metterci sempre la faccia in prima persona.

A causa delle gravi conseguenze degli allagamenti dovuti ai nubifragi in corso in Sicilia, i 25 anni del suo lavoro sono stati cancellati in poche ore.

Questo è certamente un messaggio per i pochi che hanno avuto e hanno la fortuna di conoscere Roberto grazie ai comuni interessi.

Per coloro che lo conoscono solo oggi attraverso questo blog, mi auguro che il senso della solidarietà, quella vera e non retorica, sia sempre più vivo e presente per chi non ha perso semplicemente degli oggetti ma la memoria collettiva che questo archivio conteneva e che, con ogni probabilità, è andato perduto per sempre.

Coraggio, Roberto.

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Di scuola si muore: docente palermitana precaria ricoverata in seguito allo sciopero della fame

Ringrazio Roberto Scaglione di Palermo che mi segnala la pagina di “Sicilia Informazioni” secondo cui una docente precaria, arrivata a protestare con lo strumento dello sciopero della fame, davanti all’Ufficio Scolastico Provinciale di Palermo, è stata ricoverata in seguito a un malore.

La protesta dei precari non è l’inizativa di pochi estremisti, magari disperati, neopannelliani della scuola, è il segno che il marciume della scuola pubblica sta mandando in cancrena la stessa società civile.

E’ vero che il precariato della scuola è stato per anni una sorta di ammortizzatore sociale a basso costo per lo stato e a reddito accettabile per chi veniva assunto per incarichi a tempo determinato. Ma ora la gente è disperata davvero, ed è solo adesso che si guarda ai mali della scuola pubblica, che finché c’era un tozzo di pane per tutti nessuno denunciava niente.

Finché alcune cattedre erano regolarmente a 14 ore più 4 di disposizione le cose stavano bene a tutti. Ma oggi di scuola si muore, e non è più il caso di recriminare o guardare troppo per il sottile.
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L’ora delle decisioni irrevocabili

Cuffaro alla fine ha fatto il “gran rifiuto”.

Si è dimesso (una “decisione irrevocabile”, come l’ha definita lui, ignaro, probabilmente, di aver fatto una citazione d’antan) dalla carica di Presidente della Regione Sicilia per la condanna inflittagli in primo grado a cinque anni di reclusione e interdizione perpetua dai pubblici uffici dai soliti “giudici giustizialisti” (beh, certo, se no che giudici sarebbero?).

Dice che lo ha fatto per un impulso personale interiore (lo stesso che, probabilmente, lo aveva spinto ad offrire cannoli all’indomani della sentenza).

Casini e la sua UDC hanno già deciso che una persona condannata in primo grado non se la lasciano scappare: candideranno Cuffaro alla Camera o al Senato (adesso, non lo sanno, vedremo..) e stanno già pensando che sì, si può andare alle urne anche subito, altro che riscrivere le regole.

E ci andremo, come sempre in una “domenica di sole” (come diceva Gaber). E Berlusconi al governo non ci farà poi così tanto male.

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Cinque anni a Cuffaro (e ci sta largo!)

Salvatore Cuffaro, Presidente della Regione Sicilia, che qui vediamo ritratto in una posa di rara intimità elettoral-familiare, è stato condannato a cinque anni di reclusione per favoreggiamento e violazione del segreto d’ufficio.Aveva sempre affermato che in caso di conferma dei capi di imputazione si sarebbe dimesso.Siccome i capi di imputazione ipotizzavano che Cuffaro avrebbe favorito Cosa Nostra, dato che è stato condannato per un favoreggiamento a un non mafioso, ha pensato bene di non andarsene, nonostante il tribunale abbia applicato anche la pena accesoria della interdizione perpetua dai pubblici uffici.

E’ stato benedetto e difeso da Pierferdinando Casini, che facendo eco all’UdeUR di Mastella, ha tuonato contro i giudici cattivi e malvagi che colpiscono i politici buoni e virtuosi con azioni cronometriche, a orologeria e con precisione giudiziaria chirurgica, dimenticando -o forse non sapendo proprio per niente- che il processo a Cuffaro è andato avanti per tre anni.

Tutti e due avrebbero potuto invocare la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva passata in giudicato. Il problema per Cuffaro è che l’interdizione perpetua dai pubblici uffici scatta dopo il processo di appello.

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