Roberto Burioni: “La sicurezza dei vaccini non la stabiliscono i tribunali”

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Giorni fa ho pubblicato un post sul caso di una donna di Pescara che si è bvista risarcire dalla ASL di appartenenza 150.000 euro e un vitalizio di 800 euro mensili per aver contratto la sindrome di Guillain Barré dopo una vaccinazione.

Mi chiedevo, scrivendo quelle poche righe (e ormai di righe ne scrivo davvero poche) che cosa ne avrebbe detto il Dottor Burioni. Se fosse rimasto zitto per rispetto della paziente, se avesse esternato che gli dispiace, se avesse ammesso che sì, in qualche caso i vaccini NON sono sicuri e che bisogna stare attenti nelle somministrazioni, se avesse detto che comunque sia e comunque vada ha sempre ragione lui, se si fosse stracciato le vesti, insomma, una qualche reazione, quale che fosse.

La reazione non ha tardato ad arrivare. L’ho letta su Twitter dove Burioni ha risposto al post di un lettore che riportava la notizia con tanto di riproduzione delle pagine de “il Centro” che io ho solo cercato maldestramente di fotografare. E la reazione è… (sospiro di attesa):

LA SICUREZZA DEI VACCINI NON LA STABILISCONO I TRIBUNALI

Qui siamo al mondo alla rovescia, al teatro dell’assurdo. Qui Ionesco e Beckett impallidirebbero, si tratta di una reazione che lascia sbigottiti, stupefatti. Ma certo, perbacco, che la sicurezza dei vaccini non la stabiliscono i tribunali, ma i tribunali devono ricostruire i fatti, accertare le responsabilità e, nel caso, condannare i colpevoli al carcere, alle multe o al risarcimento dei danni. E in questo caso il fatto è che la signora ha contratto la sindrome di Guillain Barré dopo una vaccinazione (ho scritto “dopo”, non ho scritto “in seguito a”) e che la ASL ha delle responsabilità tali che non ha neanche interposto appello, accettando così che andasse in giudicato la sentenza di primo grado, Ma di che cosa stiamo parlando? Solo perché in un caso un tribunale ha sentenziato tutto questo quello che dice il tribunale è carta straccia solo perché non spetta ai tribunali stabilire se i vaccini sono sicuri o no? Ma a cosa deve ricorrere un cittadino per avere ragione delle sue doglianze, alla scienza medica che gli dice “Non dica cazzate, i vaccini sono sicuri!”??

Siamo ridotti così. Come se i tribunali non avessero consulenti medici specializzati per stabilire i nessi di causa ed effetto che sottendono alle cause che devono dirimere. Siamo arrivati all’apice di ogni umano paradosso.

Io qui l’ho detto e qui lo ripeto: bisognerebbe dirlo a quella povera donna che la dicurezza dei vaccini non la stabiliscono i tribunali, ammesso di avere il coraggio e la mancanza di rispetto di farlo, poi FORSE (ma FORSE) qualche idea preconcetta comincerà a sgretolarsi.

DDL anticorruzione definitivamente approvato alla Camera: lo scandalo della sospensione della prescrizione dopo il primo grado.

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La montagna del governo del rancore ha partorito il topolino del ddl anticorruzione, passato definitivamente alla Camera e in fase di trasformazione in legge con la firma del Presidente della Repubblica, a suggello di un atto che contiene uno dei più solenni attacchi allo stato di diritto degli ultimi anni, quella norma sulla prescrizione, il cui decorso si interrompe dopo il primo grado di processo. La norma entrerà in vigore dal 2020 (nel frattempo qualche processo di qualche politico eccellente dovrà pure andare a sentenza definitiva, e per tutto il 2019 la prescrizione sarà ancora in vigore) e da allora potremo avere processi lunghissimi, praticamente sine die, non importa se il processo di primo grado si sia concluso con una sentenza di assoluzione o di condanna, ma quello che è certo è che il principio della ragionevole durata del processo va a farsi benedire e il cittadino indagato che si è visto assolvere in primo grado dovrà aspettare un tempo indeterminato prima di vedere sancita definitivamente la propria non colpevolezza in merito ai reati ascrittigli, mentre chi è stato condannato dovrà attendere ugualmente un tempo altrettanto indeterminato prima di difendersi ulteriormente dalle accuse.

Così chiunque sia inciampato (casualmente o per espressa volontà) nelle maglie della giustizia, ci resterà a lungo (tanto non c’è fretta, l’unica scadenza è quella richiesta per interporre appello, per il resto non c’è altro), o, quanto meno, ci resterà un tempo sufficiente a farlo disilludere dalla convinzione di poterla fare franca non perché è innocente, ma, si veda il caso, perché lo Stato non è stato capace di assicurarlo alle patrie galere in tempi ragionevolmente accettabili. E allora lì la colpa è dello Stato, non c’entra niente il mariuiolo di turno, qualunque crimine abbia commesso. Ma è comunque un principio di equità che fa parte del nostro ordinamento giuridico: se io Stato, per imperizia o carico di lavoro, non riesco a concludere un procedimento in tre gradi di giudizio entro un tempo prestabilito, devo rinunciare a esercitare l’azione penale. Perché in tutto quel tempo che è passato, il reo può essere totalmente cambiato, e la persona che rischia di andare in carcere anche dopo 7-8 anni non è più la stessa persona che ha commesso quel delitto anni addietro.

E’ stato un regalo, quello della sospensione dei tempi di prescrizione, di un governo che sta dimostrando la sua inefficienza sulla pelle dei cittadini e, sostanzialmente, dei più deboli tra i deboli, quelli “attenzionati” (oggi le persone colte dicono così) dalla giustizia. Per una giustizia ingiusta e senza tempo, che ha deficienze croniche e ormai irrisolvibili.

“Le sentenze vanno rispettate”

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Detto quanto c’era da dire sulla sentenza Fininvest-CIR, nei commenti a caldo dei TG e delle varie testate informative c’è sempre qualcuno che pronuncia la solita, odiosa, inutile frase di circostanza: "Le sentenze si rispettano".

E’ una frase vuota, priva di qualsivoglia significato.

Le sentenze esistono, sono quelle, non sono modificabili, se ne gioisce se ci dànno ragione e ci si dispera se ci dànno torto. Le sentenze non hanno nulla a che vedere con la realtà fattuale, che spesso non viene nemmeno ricostruita, ma con quella processuale, che è un’altra cosa.
La realtà processuale è quella che se ti accusano di aver ammazzato una persona, ma dalle carte non risulta sufficientemente provato, tu sei scagionato anche se quella persona l’hai ammazzata sul serio.

Ci sarebbe da andarlo a dire ai parenti delle vittime della strage di Ustica che le sentenze si "rispettano".

Cosa vuol dire "rispettare una sentenza"? Non vuol dire un accidente di niente. Si rispetta l’autorità che l’ha emessa, la si esegue e se è necessario se ne pagano le conseguenze. Ma questo atteggiamento da falso galateo di Monsignor Giovanni Della Casa mi lascia con una sensazione di estremo fastidio. Perché sottende un significato pericoloso non espresso: "Le sentenze non si criticano".

Cielo, e perché no? Non esiste il diritto di critica in Italia? E perché questo diritto non si può applicare alle sentenze dei giudici? Perché se no se la prendono? E va beh, loro applicano la legge e il loro ruolo finisce lì, all’opinione pubblica compete quello di dire quello che ritiene più opportuno, si chiama "dibattito democratico".

A meno che non vogliano dirci che le sentenze si rispettano col silenzio.

Assolta l’insegnante che aveva costretto un alunno a scrivere cento volte “Sono un deficiente”

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(screenshot da www.repubblica.it)

Allora, si può far scrivere "sei un deficiente" anche cento volte a uno che deficiente lo è davvero.
Non è reato.
Però è un atto professionalmente deficiente usare certi mezzi di correzione, su via.
L’insegnante se ne va in pensione con la fedina penale immacolata e una carriera senza ombre.
A parte quella di essere restata alla scuola che aveva voluto il Ministro Giovanni Gentile.