Biblioterapia

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Ora va tanto di moda la “biblioterapia”.

E’, appunto, un afflato modaiolo e trendy, l’ultima soluzione prête-à-porter dell’atelier della psicologia da quattro soldi.

Non ho mai visto nessuno guarire con la lettura (e intendo da una vera e propria patologia, non dalla tristezza per essere state abbandonate dal fidanzato, per quella più che “Cime tempestose” basta una passeggiata lungo il mare). Tutt’al più si tratta di una inversione di terapia. Vi ricordate il fulminante incipit de “La Coscienza di Zeno”, quando il dottor S. raccomanda al suo paziente “Scriva, scriva… vedrà come arriverà a vedersi intero!”

Ecco, non si scrive più. E’ in arrivo un assalto di strizzacervelli pronti a sostenere che leggere fa bene. Ma non avevo bisogno che arrivassero loro a dirmelo. La mia maestra delle elementari, la Laura del Quaglierini, non faceva altro che ripeterlo: bisognava leggere, e libri seri, non i giornalini. Ampliava la mente ed educava al bello scrivere. Ecco, non sarebbe abbastanza ancora adesso?

I libri, va detto subito, NON curano. In quanto oggetto fisico (di carta stampata), non hanno alcun effetto terapeutico, men che meno per le parole che vi sono scritte dentro. Siamo noi che li carichiamo di simboli e di aspettative. Nient’altro.

Conosco un tale che in uno dei momenti più oscuri della sua vita si è letto svariati titoli di Erich Fromm. Io probabilmente non riuscirei a fare altrettanto neanche nei momenti in cui sprizzo gioia da tutti i pori. Fromm probabilmente lo ha aiutato a uscire dal pantano in cui si trovava, ma chi l’ha detto che aiuterebbe anche me se mi trovassi in una situazione analoga? Eppure i volumi sono gli stessi, e i contenuti perfettamente identici.

Da giovane non mi piacevano gran che i romanzi di Agatha Christie. Ne lessi un paio senza particolari entusiasmi (eccezion fatt per “Assassinio sull’Orient Express”, che è il giallo dei gialli). Adesso, a 50 anni, ne sono entusiasta. Ma gli scritti della Christie sono sempre stati quelli, non è che siano entusiasmanti adesso o che fossero noiosi allora, no, sono io che, caso mai, ho sviluppato un gusto che mi ha permesso di apprezzarli. Leggere “Poirot sul Nilo” a 50 anni? E sia.

Una volta, quando vivevo da solo, passai tre giorni a casa con una piccola influenza. Antibiotici, Tachipirina, sudare come un finlandese nella sauna e, dulcis in fundo, una notte di tuoni, lampi e pioggia. Compagnia insostituibile un romanzo di Camilleri con Montalbano e relativa ghenga. Dopo tre giorni la febbre era sparita. Ma è stato certamente per merito degli antibiotici, non del pur pregevole libro di Camilleri, anche se febbre, nottata persa (e figlia femmina!), temporale notturno e giallo alla mano fanno molto atmosfera.

Tra i libri di culto della biblioterapia, figura il classico volume di Robin Norwood, “Donne che amano troppo”, autentico manuale del do-it-yourself dedicato alle donne che hanno sviluppato una dipendenza da relazione. Non c’è dubbio che si tratti di un libro molto completo, ma non abbastanza da voler spiegare, tra le sue parti, anche come si possano evitare le donne che amano troppo e perché siano un male.

Insomma, c’è sempre questa deriva buonista a farla da padrona, ma nessuno dice che se è vero (ammesso e non concesso) che i libri curano, la scuola è la prima clinica riabilitativa della società. Con questo suo ostinarsi a far leggere e studiare Dante Alighieri e “i Promessi Sposi”. Con questa testardaggine ossessiva con cui ci propina il Verga. Con queste professoresse antiquate e annoiate che da giovani hanno sognato dietro i romanzi di Carlo Cassola e che spiegano con metodo e costanza (“nello stesso, sullo stesso libro, con le stesse parole”) qualche novella di Pirandello e le poesie di Leopardi.

A meno che, tra i cultori della biblioterapia, non venga fuori qualche omeòpata della materia con la mania che il simile cura il simile, e pretenda di curare il disturbo bipolare con manie suicide a colpi di “Madame Bovary” di Flaubert. Sarebbe troppo.

Se le cose vanno bene il merito è degli alunni. Se le cose vanno male la colpa è degli insegnanti

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A scuola si dice sempre “Se le cose vanno bene il merito è dei ragazzi, se le cose vanno male la colpa è degli insegnanti”.

E’ un ritornello che ricorre spesso nel parlare dei genitori. Talmente spesso che anche i docenti lo fanno loro.
Con tutto quello che ne segue. Sensi di colpa (“Sono un insegnante fallito. Oggi Asinelli non ha recuperato l’insufficienza!”), frustrazioni (“La mia carriera è un fallimento, oggi la Fanfaroni mi ha chiamato “vecchio porco”), convocazioni dei genitori (“L’insegnante è lei, faccia qualcosa per promuovere mio figlio, in nome del cielo, se no la denuncio, verodìo!”), analisi del contesto familiare (i genitori sbattono il figlio davanti alla Playstation dalla mattina alla sera), sedute dall’analista da parte dell’insegnante (“Mio Dio, sono una carogna, ho messo due a un alunno che mi ha consegnato il compito in bianco e da allora tremo all’idea di tornare in classe”), manie di persecuzione (“Mio figlio dopo il suo quattro non mi mangia più, è depresso, sta tutto il giorno rinchiuso nel bagno con dei giornali che io non so cosa sono!”)

Mai nessuno che dica che se un alunno si è beccato un quattro forse è perché se lo meritava. FORSE, intendo dire.

Ora, un ragazzino di tredici anni ha aggredito un docente in classe. Non so cosa sia successo, non conosco quali siano state le dinamiche alla base di questo atto, ma come si può anche solo pensare lontanamente che se un pre-adolescente si è comportato in questo modo nei confronti del suo insegnante è stato perché questi non è stato abbastanza bravo da calibrare il suo intervento educativo affiché ciò non accadesse? O non ha saputo trovare il canale di comunicazione adeguato? Quale canale di comunicazione e di empatia si attiva con un bambino che manifesta un atteggiamento aggressivo??

Adesso che cosa succederà? Tecnicamente i responsabili sono i genitori perché il fanciullo è minorenne. Ma è ben difficile che senza una querela del docente succeda qualcosa, ed è altrettanto ben difficile che il docente abbia sporto querela (ma sarei molto felice di essere smentito).

E comunque, prima o poi, qualche psicologo andrà in qualche scuola perché “bisogna insegnare ai docenti a riconoscere i segnali di un possibile atteggiamento bullistico per prevenirlo“.

Cittadella: con la compagna disabile la gita a Parigi costa troppo

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Cittadella - Veduta aerea - Kromatica - Questo file è licenziato in base ai termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported

Io non lo so se la vita a Cittadella era bella perché stavo bene io o se vivevo effettivamente in un luogo in cui le cose più stravaganti accadevano proprio lì. Fatto sta che mi manca infinitamente.

Poi, certo, Cittadella ogni tanto si è ricordata di me e si è fatta sentire. Con la triste storia del ragazzo arrestato per reati connessi a una accusa di terrorismo, con quella ancor più triste dell’ordinanza del sindaco Massimo Bitonci che prevedeva una soglia minima di reddito per i cittadini extracomunitari che volessero risiedere nel comune, come l’avviso di garanzia allo stesso Bitonci per l’ordinanza suddetta, come il divieto di vendere il kebab nel prezioso centro storico -le mura di Cittadella sono vecchie di secoli e secoli, hanno visto cose ben peggiori delle persone che vanno a mangiare un panino e di quelle che lo vendono!-, fino a una poliziotta che si è rivolta con le parole “Io sono un ispettore di polizia e lei non è nessuno” a una cittadina che stava proteggendo un minore.

Ma leggo sulla rivista “San Francesco Patrono d’Italia” (non sono solito leggere quelle cose, ci sono arrivato grazie alla segnatazione di Daniela Q. su Facebook) che al Fanoli (il Liceo Artistico di Cittadella) una quinta voleva andare in gita a Parigi. Sì, sì, dài, dài, figo, si va a Parigi. Ma di quella classe fa parte anche una ragazza disabile. Che per quattro anni ha rinunciato alla gita scolastica, quest’anno proprio no. Ci vuole andare anche lei a Parigi. Giustamente.
Solo che se viene anche lei bisogna andare in aereo anziché in autobus. E l’aereo cosa. E i schéi xé schéi.
Troppi 600 euro per una gita, sì. Sono poco più di 100 euro al giorno per viaggiare (andata e ritorno), soggiornare in albergo e passare un po’ di tempo insieme. Si può mica, no, no, scherziamo. Passi l’autobus che ci metti il quintuplo di tempo se ti va bene e ti rintroni il cervello a forza di chitarre scordate, puzza di piedi, sudore, rutti e odore di mela Golden, ma l’aereo, che tutto sommato quando arrivi hai solo bisogno di farti una doccia, quello proprio no.

Gira un messaggio su WhatsApp: “Non siamo né martiri né ricchi. Nessuno da noi si aspetta che abbiamo tutto questo buon cuore di accettare la spesa pur di portare la compagna disabile in Francia”.
Ora, va benissimo che uno non sia ricco. Ma se uno non è ricco a Cittadella ci vive male perché i prezzi sono alti, senza bisogno di andare a Parigi, basta guardare il prezzo di una pallina di gelato. Ma “màrtiri”? Perché condividere un viaggio di istruzione con una compagna disabile sarebbe un martirio?? Non si sa. Fatto sta che il messaggio giunge a conoscenza dell’interessata e si scatena il sacrosanto putiferio sui social network e nell’opinione pubblica.

Si trova un accordo: una meta più vicina e meno cara. E si va tutti.

Fossi un loro insegnante col cavolo che li accompagnerei (gratis, oltretutto!) alla nuova meta prescelta o da qualunque altra parte.
Cinque giorni possono essere anche impiegati a studiare un po’ di tolleranza a scuola, se proprio non la si ha nel corredo genetico.

Atto dovuto

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Sono stato per lungo tempo indeciso se parlare di questi argomenti. Oggi penso che ne sia giunto il momento adeguato.

a) A seguito della mia malattia, la mia dirigente scolastica ha ritenuto opportuno disporre nei miei confronti una visita collegiale. La motivazione, un po’ generica, invero, è che sono assente dal lavoro ininterrottamente dal 10 dicembre 2012. Da notare, inoltre, che la visita collegiale è stata disposta MENTRE la mia malattia era in essere. Quindi non potevano esserci dubbi che io fossi malato (circostanza, questa, attestata anche dal certificato del mio medico curante). Beh, certo che sono assente ininterrottamente dal 10 dicembre. Sono stato ricoverato fino al 19 giugno 2013, quindi per un periodo superiore ai sei mesi. Attualmente sono in convalescenza e sto usufruendo del secondo ciclo di fisioterapia. Ho alcune difficoltà di deambulazione. E il mio medico curante non ritiene opportuno che io ricominci a lavorare. Io, per la verità, la penso diversamente e vorrei rientrare subito. Opinioni.

Fatto sta che questa cosa della visita collegiale non mi è andata giù. COSA ne ha determinato VERAMENTE la richiesta, a parte il fatto che sono stato assente? Avrei potuto interrompere la continuità della malattia prendendomi le ferie durante il mese di agosto, oltretutto avrei risparmiato un mese sulle trattenute di legge, ma in agosto non ero in ferie, ero malato e non mi va di sottostare a questi giochini da sindacalista d’assalto.

Ne ho parlato con colleghi e personale di segreteria. TUTTI (o quasi, a dire il vero) mi hanno detto che si è trattato di un ATTO DOVUTO. Ecco, “atto dobuto” è la formula burocratica che tappa la bocca a tutti.

“Atto dovuto” è un atto obbligatorio per legge. E mandare una visita collegiale no, non è un atto obbligatorio per legge, ma una FACOLTA’ del docente e del dirigente scolastico. Può disporla come non disporla. E nel mio caso ha deciso fosse opportuno disporla, dov’è l'”atto dovuto”? Non è mica il pubblico ministero che se indaga qualcuno glielo deve comunicare mediante un avviso di garanzia o mediante un avviso di conclusione delle indagini preliminari se no commette a sua volta un illecito.

Qui si scambia la nozione di “Atto dovuto” (=obbligatorio) con “atto doveroso” (=opportuno, utile).

Già, ma opportuno per chi? Per il dirigente e per la scuola, indubbiamente. Altrimenti non avrebbe alcun senso disporla. Si passa la palla a un organo superiore, ma pur sempre di parte (il giudizio della commissione medica è appellabile davanti al TAR, visto che è e rimane un giudizio di parte, quello della pubblica amministrazione). “Atto dovuto”? No davvero.
b) L’amico Pasquale Bruno Avolio mi segnala questo scritto di un docente di matematica di scuola superiore alla redazione di “Orizzonte scuola”:

Carissimi, sono un insegnate di matematica di un piccolo liceo di periferia alla soglia dei 55 anni e dopo 27 anni d’insegnamento devo ammettere, prima a me stesso, che non credo più all’art 33 della Costituzione. Perchè? Ho ricevuto l’altra settimana una lettera di censura da parte del mio dirigente scolastico.

Nella lettera di censura il Dirigente esprime preoccupazione perchè più della metà degli studenti viene valutato negativamente e vengo invitato a produrre in nota riservata relazione e chiarimento. Si renderà pertanto necessario richiedere un ispettore tecnico proprio della classe di concorso A049, al al fine di ripristinare un clima scolastico piu’ costruttivo così come richiesto da numerosi genitori ed alunni.

Dopo aver ricevuto questa sanzione disciplinare rimango per qualche giorno sconcertato, eppure a scuola ci metto l’anima: mi prendo tre giorni di malattia per riprendermi. Consulto il mio sindacalista, il quale la prima cosa che mi dice, il tuo dirigente è proprio uno str….o , che facciamo apriamo un contenzioso legale? Penso tra me e me, per fare cosa? Per far applicare la Costituzione? No, non ci credo più all’art 33.Stamani torno a scuola e vado al protocollo, presento il certificato medico, e metto al protocollo la seguente lettera.

“Oggetto: rinuncia agli incarichi aggiuntivi.

Il sottoscritto xxxxxxxxx
per motivi personali
rinuncia, con effetto immediato, ai seguenti incarichi aggiuntivi:
-collaboratore di classe 5 A
-responsabile di laboratorio di fisica
-referente Olimpiadi della matematica
-accompagnatore gita scolastica della 5A a Praga
-referente ECDL
-ore eccedenti colleghi assenti
-responsabile plico telematico maturità

Distinti saluti.”

Alla prima ora, sono in seconda, i ragazzi mi vedono un po’ contrariato, dovevo interrogare, non ho proprio la serenità di giudizio, penso e ripenso alla lettera del dirigente e come da un momento all’altro possa spuntare un ispettore da dietro la porta. Mi domando: forse non sono piu’ l’insegnante di una volta…. Spieghiamo: sistemi lineari, il metodo di Kramer, matrici e determinanti.

Alla seconda ora, bussa alla porta il collaboratore scolastico: “il dirigente la convoca in presidenza” Dico io: e la classe chi la guarda? Risponde il collaboratore: ci penso io

Vado in Presidenza. Il dirigente mi fa la seguente domanda: “professore perchè ‘ ha presentato queste rinunce? Io rimango un po’ perplesso e poi prendendomi una pausa dico: “e Voi Preside perchè mi avete fatto quella lettera di censura?” . Dice il preside: “Ma quella lettera è un atto dovuto.” Rispondo io: Anche la mia lettera di rinuncia è un atto dovuto.” Saluto e ritorno in classe.

La classe è un po’ scalmanata, mi ricordo che sta per suonare e devo ancora aggiornare il registro elettronico che è vincolato all’orario…. sbaglio a cliccare e metto verifica orale e clicco impulsivamente ok ok. O no adesso non posso fare piu’ niente devo solo interrogare che faccio?

Il menu’ a tendina inesorabilmente, non se ne va…….. Allora che faccio ?

Sette politico e vai………
Anche qui si parla di “atto dovuto”. Per come sono state riferite le cose, la lettera di censura è una sanzione disciplinare. Che viene o dovrebbe venire irrogata, come tutte le sanzioni, a seguito di un adeguato contraddittorio. Il dirigente contesta un addebito al docente, che propone le sue controdeduzioni e adduce tutto l’adducibile a sua difesa. Dopodiché, il dirigente commina la sanzione che può essere appellata agli organi superiori. E’ così che funziona. E spero che abbia funzionato così anche nel caso del docente di matematica che scrive. Se no ci sarebbe assoluta libertà di lettera di censura da parte di chiunque. Non si commina una pena senza prima aver sentito la persona cui si addebitano delle inadempienze.

Curioso il fatto che il docente riferisca di aver ricevuto l’invito a produrre, in nota riservata, elementi difdensivi e opportune relazioni DOPO che la censura è stata emessa. Quindi i casi qui sono due, o la lettera del dirigente era una lettera di richiamo e non di censura, oppure, se era di censura, è un atto nullo, dovutamente nullo, perché non si può applicare una sanzione e POI chiedere le motivazioni.

Carinissimo anche “il dirigente la convoca in presidenza”. Uno sta svolgendo un pubblico servizio, viene interrotto da un collaboratore scolastico che gli dice che c’è il suo superiore che deve parlargli. Allora, visto che il docente ha la responsabilità della classe, il dirigente faccia il favore di convocarlo PER SCRITTO e di sollevarlo, contestualmente, dall’obbligo di vigilanza, se vuole parlarci. Se no gli parli fuori dall’orario di servizio.

Il sopruso, nella scuola, è un “atto dovuto”.

Genitore 1 e genitore 2: Presentate il vostro nuovo partner in segreteria!

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Una volta, sui libretti delle giustificazioni scolastici, c’era lo spazio riservato alla “firma del padre o chi ne fa le veci”.

Formula austera, fondamentalmente seriosa, ma assai democratica.

Voleva dire che se avevi preso l’influenza e quella sera tuo padre lavorava o era stanco morto poteva firmare tua madre. E se nemmeno lei era disponibile, ci potevano pensare i tuoi zii, i tuoi nonni, tuo fratello maggiorenne. Insomma, chi faceva le veci del padre all’interno della famiglia, ecco.

Che poi “fare le veci” poteva essere anche una azione temporanea. Voleva dire: adesso i tuoi non ci sono, ti ho in custodia io, ergo ti firmo la giustificazione. Oppure: sei stato malato, i tuoi lavoravano ti ho curato io  (nonna, zia, sorella,) e nessuno meglio di me sa perché non sei andato a scuola.

Adesso una scuola romana, il Liceo Mamiani, ha fatto stampare i nuovi libretti delle giustificazioni con la scritta “Genitore 1” e “Genitore 2”. Per non non discriminare i genitori omosessuali, dicono.

Già. Ma i membri delle coppie omosessuali non possono sentirsi GENITORI e basta, senza numerazione cardinale o, peggio ancora, ordinale??

Genitori non in quanto madre e padre, o uno e due, evidentemente, ma per il ruolo di responsabilità individuale e sociale che hanno nei confronti di un minore.

Qualcuno ha fatto notare che “l’importante, stando al regolamento scolastico, è che la firma riportata nella giustificazione sia la stessa depositata in segreteria”. E c’era bisogno di ristampare tutti i libretti? Bastava controllare un po’ meglio. E perché, poi, da una parte basta una sola firma (in pratica quella del genitore che è venuto a ritirare il libretto quella mattina) mentre dall’altra si numerano addirittura i genitori??

La Dirigente Scolastica, dichiara al Corriere della Sera: «Se un genitore presenta in segreteria il nuovo compagno/a e spiega che è il nuovo genitore acquisito, che si prende cura del ragazzo e che ne condivide la responsabilità, non vedo perché opporsi o creare difficoltà»

Ma questo caso è assai diverso. Prima di tutto non si vede perché un genitore debba andare in segreteria a presentare il nuovo partner. Una persona della propria vita affettiva non deve proprio niente a nessuno.
Una volta ci si fidanzava in casa, oggi ci si rifà una vita nella segreteria della scuola del figlio di uno dei due?
Eh, no, questo non torna.
Se il nuovo compagno volenteroso e partecipe della crescita dell’alunno va a parlare al ricevimento con un insegnante e questi gli sbatte lo liquida con un “Caro signore, cara signora, io non sono proprio tenuto/a a dirle un bel niente!” fa solo bene e solo il suo dovere.
Che poi “nuovo genitore acquisito” ma sulla base di cosa? C’è una sentenza del tribunale (come nel caso delle coppie affidatarie etero- e omosessuali) che stabilisce che quello è il “nuovo genitore” o è “acquisito” sulla base degli sconvolgimenti ormonali? O del fatto che fanno la nanna insieme?? Ma questi sono affari loro che non hanno nessuna attinenza con l’educazione allo studio del figlio di uno dei due.
Bisognerebbe prevedere una figura in segreteria addetta alle presentazioni. Una sorta di burocrate un po’ sessuologo, psicologo, sacerdote, possibilmente iscritto a SEL, che curi il reparto separazioni e riaccasamenti.
Ma ce lo vedere il professore a dire “No, io questa giustificazione non l’accetto perché è firmata da un’altra persona” e quello/a lì a ribattere “Ma no, professore, guardi che il signore è già stato presentato alla segreteria della scuola, è il nuovo compagno della signora Promiscui, che sostituisce il padre attualmente recluso nelle patrie galere per mazzette, ma mi raccomando massima pràivassi!”

E sticazzi??

Baby Doll

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Hanno cominciato a limarci sordo da ieri con questa storia delle due “baby” prostitute dei Parioli, di quanto il mondo dei giovani sia inaccessibile agli adulti, di quanto siamo incapaci di interfacciarci con l’adolescenza proiettata in Internet.

Hanno scoperto che esiste un sito che si chiama “Bakeca Incontri” (sì, scritto così, con la k perché fa più figo) e che la gente ci va. Ma che strano, eh?? Mettono in linea un sito per incontri e la gente lo usa anche. Chissà cosa si credevano, che gli internauti lo lasciassero lì a marcire e a ricoprirsi di uno strato di muffa grigio-verdastra??

Hanno scoperto che gli adolescenti hanno un rapporto con la loro sessualità che non passa per il filtro dei genitori. Insomma, fanno un po’ quello che vogliono. Che è quello che abbiamo fatto tutti appena abbiamo avuto il barlume della ragione, impadronirci del nostro corpo e dire “ecco, è mio!”
Certo, prostituirsi è un po’ tanto, troppo, decisamente. Ma tra coloro che le aiutavano a inserirsi nei giri giusti c’era la madre di una di loro. Quindi il modello femminile e genitoriale c’era. Solo che era quello sbagliato.

Hanno scoperto che esiste la prostituzione anche a meno di 18 anni. Strano, anche quando qualcuno aveva parlato della nipotina di Mubarak da affidare a Nicole Minetti non se n’era accorto nessuno. Perché era un sistema, e adesso, appena il sistema comincia a sgretolarsi, si comincia a prendere coscienza di quello che era già consolidato. Ti si spalancano gli occhi e ti si sgonfia il cervello.

Hanno scoperto che la scuola è deficitaria nell’insegnamento della sessualità. Come se fosse colpa sua e degli insegnanti se, poi, le ragazzine si prostituiscono.

Hanno scoperto che i ragazzini vanno su Facebook (ma va’??) e che, proprio per questo, non si sa per quale imperscrutabile disegno del destino, sono incontrollabili. Cioè, siccome sono i genitori che non li sanno controllare, allora la colpa è di Facebook, è di Internet, è del computer, è di quell’attrezzo che però fa comodo a padri e madri perché intanto ti bada i ragazzi mentre tu vai fuori a lavorare e poi rientri stanco morto che c’è tua figlia che ti fa “Ciao Papi, Ciao Mami, come va?? Tutto bene??? Un mare di fatica per una cinquantina di euro scarsi, nevvero??? Pensate un po’ che io oggi ne ho guadagnati centoventi senza fare troppa fatica, anzi, è anche quasi divertente, ma tanto è colpa della scuola, vero???…

Ai quattro ragazzi del Liceo Socrate

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Ma cosa cazzo vi è venuto in mente di dare fuoco alla scuola, non siete nemmeno maggiorenni, anzi, due di voi sì, ma non potevate lasciare i cosiddetti grandi sulla subodorazione della posta politica o omofobica, almeno c’era qualche speranza che il vostro gesto sconsiderato venisse ascritto a qualcosa che avesse una qualche vaga attinenza con l’esercizio di un’opinione, sia pur bacata come quella omofobica o sia pur pericolosa come quella politica, no, invece no, dovete averlo fatto per forza perché vi hanno bocciato, chè poi uno di voi è stato promosso, cazzo gli è passato per la testa di partecipare alla pirlata del secolo di giocare a Nerone, voglio dire, ma perché, non si può bocciare? Ma se tutto il consiglio di classe era d’accordo nel mandarvi a ripetere l’anno qualche piccola ragione forse c’era, e invece no, tanica di benzina e via, chè poi me lo spiegate cosa vuol dire che volevate solo bruciare alcuni banchi e che non credevate che le fiamme diventassero così alto e si propagassero in un baleno, chissà per cosa servirà mai la benzina, per prepararci i coctails o per nebulizzarla in bocca ai mangiatori di fuoco, ma certo è stato un gesto contro la società e contro gli insegnanti che sono stati cattivi a bocciarvi mentre voi avete studiato diligentemente tutto l’anno, avete 18 anni e chissà a chi credete di raccontarla…

Claudio Magris e l’analisi del testo dell’Esame di Stato

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Claudio Magris - da www.wikipedia.org

La polemica sul testo di Claudio Magris proposto per l’analisi all’Esame di Stato non si placa.
E, francamente, sta cominciando ad essere noiosetta e retorica, considerato che ciascuno, sull’annoso tema, vorrebbe dire la sua.
E’ buffo ascoltarli questi insegnanti che difendono ora le scelte del Ministero, ora le criticano, ma sempre con argomenti che potrebbero essere anche condivisi se solo trovassero una loro conferma nella realtà.

Claudio Magris, dunque. Personalmente non mi piace, ma è lui l’autore del brano proposto, che si deve fare?

Prima obiezione della gente: “I ragazzi non hanno studiato Magris, non sanno chi sia, quindi non possono svolgere correttamente e compiutamente le consegne della traccia.”

Questa obiezione è sbagliata nel principio ma è corretta nel caso del testo di Magris.

Lo scopo principale della tipologia A (l’analisi del testo, appunto) è quello di avvicinare uno studente a un testo, solitamente letterario, e verificare la sua sua capacità di comprenderlo, elaborarlo, e creare interconnessioni logiche con altri testi conosciuti.
Non ci deve essere bisogno di conoscere l’opera o l’autore del testo per compiere questa operazione. Il candidato dovrebbe essere abituato a riconoscere gli elementi portanti di un testo a prescidere dall’autore e dal contesto storico-socio-culturale in cui è stato scritto.

MA nel caso del testo di Magris, il punto 3 prevedeva che il candidato POTESSE far riferimento ad altre opere dello stesso autore “e/o” di altri autori del Novecento. Poteva anche far riferimento alla sua esperienza personale.

Ora, se un candidato, al punto 3 fa riferimento SIA alle opere di Magris, SIA alla produzione letteraria del ‘900, SIA alla propria esperienza personale, a parità di condizioni avrà un punteggio maggiore rispetto a chi farà riferimento SOLO alla propria esperienza personale. Su questo non ci piove.

Quindi conoscere Magris non era indispensabile ma era molto utile, tanto che veniva espressamente richiesto.

Di Magris domani non parlerà più nessuno. Oggi è uscito Quintiliano al classico.

La sfortuna di vivere adesso questo tempo sbandato

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Dire che “Ha vinto la democrazia”, durante i cortei e le proteste di insegnanti e studenti a Roma è un po’ come tirare un sospiro di sollievo, dare un contentino ai manifestanti e rallegrarsi che non sia successo nulla di grave.

Forse ha vinto un po’ anche la scuola italiana, ma questo non lo dice nessuno.

Però questa mattina i quotidiani on line titolavano in modo più che allarmistico: “Roma blindata, Inviolabili Camera e Senato, Paura a Roma, Allarme cortei”.

Avevano paura degli studenti e degli insegnanti. Avevano paura dell’istruzione, della cultura, della voglia di apprendere e di dare sapere.

Categorie sociali al margine, trattate alla stregua di potenziali black-bloc, pronti ad impossessarsi dei luoghi sacri della democrazia, in cui si stanno discutendo normative essenziali per il nostro paese, come la salva-Sallusti, o la infratta-Porcellum.

Chissà cosa avrebbero potuto fare questi insegnanti e questi studenti, magari mettere a ferro e a fuoco la città, loro che sono arrivati “già menati”.

E invece neanche una macchina divelta, una vetrina rotta, un motorino dato alle fiamme, un cassonetto centrato da una Molotov. Macché, niente di niente.

Certo che è proprio strana questa gente.

Il testo del DDL Aprea in discussione al Senato

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Norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche statali (C. 953 Aprea e abbinate, C. 806, C. 808 e C. 813 Angela Napoli, C. 1199 Frassinetti, C. 1262 De Torre, C. 1468 De Pasquale, C. 1710 Cota, C. 4202 Carlucci e C. 4896 Capitanio Santolini).

TESTO UNIFICATO APPROVATO DALLA COMMISSIONE, RISULTANTE DAGLI
EMENDAMENTI APPROVATI
Capo I.
AUTONOMIA STATUTARIA DELLE ISTITUZIONI SCOLASTICHE STATALI

Art. 1.
(L’autonomia scolastica e le autonomie territoriali).

1. L’autonomia delle istituzioni scolastiche, sancita dall’articolo 117 della Costituzione, è riconosciuta sulla base di quanto stabilito dall’articolo 21 della legge 15 marzo 1997, n. 59, e successive modificazioni, e dal decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 275.
2. Ogni istituzione scolastica autonoma, che è parte del sistema nazionale di istruzione, concorre ad elevare il livello di competenza dei cittadini della Repubblica e costituisce per la comunità locale di riferimento un luogo aperto di cultura, di sviluppo e di crescita, di formazione alla cittadinanza e di apprendimento lungo tutto il corso della vita. Lo Stato, le Regioni e le autonomie locali contribuiscono al perseguimento delle finalità educative delle istituzioni scolastiche esercitando le funzioni previste dal decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, e successive modificazioni. Vi contribuiscono, altresì, le realtà culturali, sociali, produttive, professionali e dei servizi, ciascuna secondo i propri compiti e le proprie attribuzioni.
3. Alle istituzioni scolastiche è riconosciuta autonomia statutaria, nel rispetto delle norme generali di cui alla presente legge.
4. Gli statuti delle istituzioni scolastiche regolano l’istituzione, la composizione e il funzionamento degli organi interni nonché le forme e le modalità di partecipazione della comunità scolastica.
5. Gli organi di governo delle istituzioni scolastiche promuovono il patto educativo tra scuola, studenti, famiglia e comunità locale, valorizzando:
a) il diritto all’apprendimento e alla partecipazione degli alunni alla vita della scuola;
b) il dialogo costante tra la professionalità della funzione docente e la libertà e responsabilità delle scelte educative delle famiglie;
c) le azioni formative ed educative in rete nel territorio, quali piani formativi territoriali.

Art. 2.
(Organi delle istituzioni scolastiche).

1. Gli organi delle istituzioni scolastiche sono organizzati sulla base del principio della distinzione tra funzioni di indirizzo, funzioni di gestione e funzioni tecniche secondo quanto previsto al presente articolo. Sono organi delle istituzioni scolastiche:
a) il consiglio dell’autonomia, di cui agli articoli 3 e 4;
b) il dirigente, di cui all’articolo 5, con funzioni di gestione;
c) il consiglio dei docenti con le sue articolazioni: consigli di classe, commissioni e dipartimenti di cui all’articolo 6;
d) il nucleo di autovalutazione di cui all’articolo 8.

2. Nel rispetto delle competenze degli organi di cui ai commi precedenti, lo Statuto prevede forme e modalità per la partecipazione di tutte le componenti della comunità scolastica.

Art. 3.
(Consiglio dell’autonomia).

1. Il consiglio dell’autonomia ha compiti di indirizzo generale dell’attività scolastica. In particolare:
a) adotta lo statuto;
b) delibera il regolamento relativo al proprio funzionamento;
c) adotta il piano dell’offerta formativa elaborato dal consiglio dei docenti ai sensi dell’articolo 3 del decreto del Presidente della Repubblica n. 275 del 1999;
d) approva il programma annuale e, nel rispetto della normativa vigente in materia di contabilità di Stato, anche il bilancio pluriennale di previsione;
e) approva il conto consuntivo;
f) delibera il regolamento di istituto;
g) designa i componenti del nucleo di autovalutazione, di cui all’articolo 8;
h) approva accordi e convenzioni con soggetti esterni e definisce la partecipazione ai soggetti di cui all’articolo 10.
i) modifica, con la maggioranza dei due terzi dei suoi componenti, lo statuto dell’istituzione scolastica, comprese le modalità di elezione, sostituzione e designazione dei propri membri.

2. Per l’esercizio dei compiti di cui alle lettere da c) a g) è necessaria la proposta del dirigente scolastico.
3. Il consiglio dell’autonomia dura in carica tre anni scolastici ed è rinnovato entro il 30 settembre successivo alla sua scadenza.
4. In sede di prima attuazione della presente legge, lo Statuto e il regolamento di cui al comma 1, lettera a), sono deliberati dal consiglio di circolo o di istituto uscenti, entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge. Decorsi sei mesi dall’insediamento, il consiglio dell’autonomia può modificare lo Statuto e il regolamento deliberato ai sensi del presente comma.
5. Lo statuto deliberato dal consiglio dell’autonomia non è soggetto ad approvazione o convalida da parte di alcuna autorità esterna, salvo il controllo formale da parte dell’organismo istituzionalmente competente.
6. Nel caso di persistenti e gravi irregolarità o di impossibilità di funzionamento o di continuata inattività del consiglio dell’autonomia, l’organismo istituzionalmente competente provvede al suo scioglimento, nominando un commissario straordinario che resta in carica fino alla costituzione del nuovo consiglio.

Art. 4.
(Composizione del Consiglio dell’autonomia).

1. Il Consiglio dell’autonomia è composto da un numero di membri compreso fra nove e tredici. La sua composizione è fissata dallo Statuto, nel rispetto dei seguenti criteri:
a) il dirigente scolastico è membro di diritto;
b) la rappresentanza dei genitori e dei docenti è paritetica;
c) nelle scuole secondarie di secondo grado è assicurata la rappresentanza degli studenti;
d) del consiglio fanno parte membri esterni, scelti fra le realtà di cui all’articolo 1 comma 2, in numero non superiore a due;
e) un rappresentante dei soggetti di cui all’articolo 10, su invito, può partecipare alle riunioni che riguardano le attività di loro competenza, senza diritto di voto.

2. Le modalità di costituzione delle rappresentanze dei docenti, dei genitori e degli studenti sono stabilite dal regolamento di cui all’articolo 3, comma 1, lettera b). I membri esterni sono scelti dal consiglio secondo modalità stabilite dal suddetto regolamento.
3. Il consiglio dell’autonomia è presieduto da un genitore, eletto nel suo seno. Il presidente lo convoca e ne fissa l’ordine del giorno. Il consiglio si riunisce, altresì, su richiesta di almeno due terzi dei suoi componenti.
4. Il direttore dei servizi generali e amministrativi fa parte del Consiglio dell’autonomia senza diritto di voto e svolge le funzioni di segretario del consiglio.
5. Gli studenti minorenni che fanno parte del consiglio dell’autonomia non hanno diritto di voto per quanto riguarda il programma annuale e il conto consuntivo. Il voto dei membri studenti non maggiorenni è in ogni caso consultivo per le deliberazioni di rilevanza contabile.
6. In sede di prima attuazione, le elezioni del consiglio dell’autonomia si svolgono entro il 30 settembre dell’anno scolastico successivo all’approvazione dello Statuto.

Art. 5.
(Dirigente scolastico).

1. Il dirigente scolastico ha la legale rappresentanza dell’istituzione e, sotto la propria responsabilità, gestisce le risorse umane, finanziarie e strumentali e risponde dei risultati del servizio agli organismi istituzionalmente e statutariamente competenti.

Art. 6.
(Consiglio dei docenti e sue articolazioni).

1. Al fine di programmare le attività didattiche e di valutazione collegiale degli alunni, lo Statuto disciplina l’attività del Consiglio dei docenti e delle sue articolazioni, secondo quanto previsto dai commi successivi del presente articolo.
2. La programmazione dell’attività didattica compete al consiglio dei docenti, presieduto dal dirigente scolastico e composto da tutti i docenti. Il Consiglio dei docenti opera anche per commissioni e dipartimenti, consigli di classe e, ai fini dell’elaborazione del piano dell’offerta formativa, mantiene un collegamento costante con gli organi che esprimono le posizioni degli alunni, dei genitori e della comunità locale.
3. L’attività didattica di ogni classe è programmata e attuata dai docenti che ne sono responsabili, nella piena responsabilità e libertà di docenza e nel quadro delle linee educative e culturali della scuola e delle indicazioni e standard nazionali per il curricolo.
4. Lo statuto disciplina la composizione, le modalità della necessaria partecipazione degli alunni e dei genitori alla definizione e raggiungimento degli obiettivi educativi di ogni singola classe.
5. I docenti, nell’esercizio della propria funzione, valutano in sede collegiale, secondo la normativa e le Indicazioni nazionali vigenti, i livelli di apprendimento degli alunni, periodicamente e alla fine dell’anno scolastico, e ne certificano le competenze, in coerenza con i profili formativi ed i requisiti in uscita relativi ai singoli percorsi di studio e con il Piano dell’offerta formativa dell’istituzione scolastica, presentato alle famiglie, e sulla base delle linee didattiche, educative e valutative definite dal consiglio dei docenti.

Art. 7.
(Partecipazione e diritti degli studenti e delle famiglie).

1. Le istituzioni scolastiche, nell’ambito dell’autonomia organizzativa e didattica riconosciuta dalla legge, valorizzano la partecipazione alle attività della scuola degli studenti e delle famiglie, di cui garantiscono l’esercizio dei diritti di riunione, di associazione e di rappresentanza.

Art. 8.
(Nuclei di autovalutazione del funzionamento dell’istituto).

1. Ciascuna istituzione scolastica costituisce, in raccordo con l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione (INVALSI), di cui al decreto legislativo 19 novembre 2004, n. 286, e successive modificazioni, un nucleo di autovalutazione dell’efficienza, dell’efficacia e della qualità complessive del servizio scolastico. Il regolamento interno dell’istituzione disciplina il funzionamento del nucleo di autovalutazione, la cui composizione è determinata dallo statuto da un minimo di tre fino a un massimo di sette componenti, assicurando in ogni caso la presenza di almeno un soggetto esterno, individuato dal consiglio dell’autonomia sulla base di criteri di competenza, e almeno un rappresentante delle famiglie.
2. Il Nucleo di autovalutazione, coinvolgendo gli operatori scolastici, gli studenti, le famiglie, predispone un rapporto annuale di autovalutazione, anche sulla base dei criteri, degli indicatori nazionali e degli altri strumenti di rilevazione forniti dall’INVALSI. Tale Rapporto è assunto come parametro di riferimento per l’elaborazione del piano dell’offerta formativa e del programma annuale delle attività, nonché della valutazione esterna della scuola realizzata secondo le modalità che saranno previste dallo sviluppo del sistema nazionale di valutazione. Il rapporto viene reso pubblico secondo modalità definite dal regolamento della scuola.

Art. 9.
(Conferenza di rendicontazione).

1. Sulle materie devolute alla sua competenza e, in particolare, sulle procedure e gli esiti dell’autovalutazione di istituto, il consiglio dell’autonomia, di cui all’articolo 1, promuove annualmente una conferenza di rendicontazione, aperta a tutte le componenti scolastiche ed ai rappresentanti degli enti locali e delle realtà sociali, economiche e culturali del territorio ed invia una relazione all’Ufficio scolastico regionale.

Art. 10.
(Costituzione di Reti e Consorzi a sostegno dell’autonomia scolastica).

1. Le istituzioni scolastiche autonome, nel rispetto dei requisiti, delle modalità e dei criteri fissati con regolamento adottato ai sensi dell’articolo 17, comma 1, della legge 23 agosto 1988, n. 400, e successive modificazioni, e di quanto indicato nel decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999 n. 275, articolo 7, possono promuovere o partecipare alla costituzione di reti, consorzi e associazioni di scuole autonome che si costituiscono per esercitare un migliore coordinamento delle stesse. Le Autonomie scolastiche possono altresì ricevere contributi da fondazioni finalizzati al sostegno economico della loro attività, per il raggiungimento degli obiettivi strategici indicati nel piano dell’offerta formativa e per l’innalzamento degli standard di competenza dei singoli studenti e della qualità complessiva dell’istituzione scolastica, ferme restando le competenze degli organi di cui all’articolo 11 della presente legge.
2. I partner previsti dal comma 1 possono essere soggetti pubblici e privati, fondazioni, associazioni di genitori o di cittadini, organizzazioni non profit.
3. A tutela della trasparenza e delle finalità indicate al comma 1, le istituzioni scolastiche devono definire annualmente, nell’ambito della propria autonomia, gli obbiettivi di intervento e i capitoli di spesa relativi alle azioni educative cofinanziate attraverso il contributo economico ricevuto dai soggetti pubblici e privati, fondazioni, associazioni e organizzazioni non profit di cui al precedente comma. Contributi superiori a 5000 euro potranno provenire soltanto da enti che per legge o per statuto hanno l’obbligo di rendere pubblico il proprio bilancio.

Capo II.
RAPPRESENTANZA ISTITUZIONALE DELLE SCUOLE AUTONOME

Art. 11.
(Consiglio delle autonomie scolastiche).

1. Con proprio regolamento adottato ai sensi dell’articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, sentite le Commissioni parlamentari, il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca provvede ad istituire il Consiglio Nazionale delle Autonomie Scolastiche, composto da rappresentanti eletti rispettivamente dai dirigenti, dai docenti e dai presidenti dei consigli delle istituzioni scolastiche autonome, e ne fissa le modalità di costituzione e di funzionamento. Il Consiglio è presieduto dal Ministro o da un suo delegato e vede la partecipazione anche di rappresentanti della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, delle Associazioni delle Province e dei Comuni e del Presidente dell’INVALSI.
2. Il Consiglio Nazionale delle Autonomie Scolastiche è un organo di partecipazione e di corresponsabilità tra Stato, Regioni, Enti Locali ed Autonomie Scolastiche nel governo del sistema nazionale di istruzione. È altresì organo di tutela della libertà di insegnamento, della qualità della scuola italiana e di garanzia della piena attuazione dell’autonomia delle istituzioni scolastiche. In questa funzione esprime l’autonomia dell’intero sistema formativo a tutti i suoi livelli.
3. Le regioni, in attuazione degli articoli 117, 118 e 119 della Costituzione ed in relazione a quanto indicato nell’articolo 1 della presente legge, definiscono strumenti, modalità ed ambiti territoriali delle relazioni con le autonomie scolastiche e per la loro rappresentanza in quanto soggetti imprescindibili nell’organizzazione e nella gestione dell’offerta formativa regionale, in integrazione con i servizi educativi per l’infanzia, la formazione professionale e permanente, in costante confronto con le politiche scolastiche nazionali e prevedendo ogni possibile collegamento con gli altri sistemi scolastici regionali.
4. Le Regioni istituiscono la Conferenza regionale del sistema educativo, scolastico e formativo, ne stabiliscono la composizione e la durata. La Conferenza esprime parere sugli atti regionali d’indirizzo e di programmazione in materia di:
a) autonomia delle istituzioni scolastiche e formative;
b) attuazione delle innovazioni ordinamentali;
c) piano regionale per il sistema educativo e distribuzione dell’offerta formativa, anche in relazione a percorsi d’integrazione tra istruzione e formazione professionale;
d) educazione permanente;
e) criteri per la definizione degli organici delle istituzioni scolastiche e formative regionali.
f) piani di organizzazione della rete scolastica, istituzione, aggregazione, fusione soppressione di istituzioni scolastiche.

5. La conferenza svolge attività consultiva e di supporto nelle materie di competenza delle regioni, o su richiesta di queste, esprimendo pareri sui disegni di legge attinenti il sistema regionale.
6. Le Regioni istituiscono Conferenze di ambito territoriale che sono il luogo del coordinamento tra le istituzioni scolastiche, gli Enti locali, i rappresentanti del mondo della cultura, del lavoro e dell’impresa di un determinato territorio.
7. Le Regioni, d’intesa con gli Enti Locali e le autonomie scolastiche definiscono gli ambiti territoriali e stabiliscono la composizione delle Conferenze e la loro durata. Alle Conferenze partecipano i Comuni, singoli o associati, l’amministrazione scolastica regionale, le Università, le istituzioni scolastiche, singole o in rete, rappresentanti delle realtà professionali, culturali e dell’impresa.
8. Le Conferenze esprimono pareri sui piani di organizzazione della rete scolastica, esprimono, altresí, proposte e pareri sulla programmazione dell’offerta formativa, sugli accordi a livello territoriale, sulle reti di scuole e sui consorzi, sulla continuità tra i vari cicli dell’istruzione, sull’integrazione degli alunni diversamente abili, sull’adempimento dell’obbligo di istruzione e formazione.

Art. 12.
(Abrogazioni).

1. Le disposizioni di cui agli articoli 5, da 7 a 10, 44, 46 e 47 del decreto legislativo del 16 aprile 1994, n. 297, e successive modificazioni, cessano di avere efficacia in ogni istituzione scolastica a decorrere dalla data di costituzione degli organi di cui all’articolo 2 della presente legge. Resta in ogni caso in vigore il comma 1-bis dell’articolo 5 del citato decreto legislativo n. 297 del 1994.
2. Le disposizioni di cui agli articoli da 16 a 22 del decreto legislativo del 16 aprile 1994, n. 297, e successive modificazioni, cessano di avere efficacia in ogni regione a decorrere dalla data di costituzione degli organi di cui all’articolo 11, commi da 3 a 6 della presente legge.
3. Le disposizioni di cui agli articoli da 12 a 15 e da 30 a 43 del citato decreto legislativo n. 297 del 1994, e successive modificazioni, cessano di avere efficacia in ogni istituzione scolastica a decorrere dalla data di entrata in vigore dello statuto di cui all’articolo 1, comma 4, della presente legge.
4. Gli articoli da 23 a 25 del citato decreto legislativo n. 297 del 1994, e successive modificazioni, sono abrogati a decorrere dalla data di insediamento del Consiglio nazionale delle autonomie scolastiche, di cui all’articolo 11 della presente legge.

Art. 13.
(Norma transitoria).

1. Fino alla completa attuazione del Titolo V della Costituzione l’Ufficio scolastico regionale esercita i compiti di organo competente di cui all’articolo 3, commi 5 e 6.

Art. 14.
(Clausola di neutralità finanziaria).

1. Le amministrazioni competenti provvedono all’attuazione della presente legge nell’ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Il testo del bando di concorso per docenti nelle scuole dell’infanzia, primaria, secondaria di I e II grado

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Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca
Dipartimento per l’Istruzione
Direzione Generale per il Personale Scolastico
IL DIRETTORE GENERALE

Vista la legge 7 agosto 1990, n. 241, recante nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi, e successive modifiche, nonché il decreto del Presidente della Repubblica 12 aprile 2006, n. 184, regolamento recante disciplina in materia di accesso ai documenti amministrativi;
Vista la legge 19 novembre 1990, n. 341, recante riforma degli ordinamenti didattici universitari;
Vista la legge 28 marzo 1991, n. 120, concernente norme a favore dei privi della vista per l’ammissione ai concorsi;
Vista la legge 5 febbraio 1992, n. 104, e successive modifiche, recante la legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate;
Visto il decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, e successive modifiche, con il quale è stato approvato il testo unico delle disposizioni legislative in materia di istruzione, e in particolare gli articoli 399 e ss. concernenti il reclutamento di personale docente ed educativo nelle scuole di ogni ordine e grado;
Vista la legge 15 maggio 1997 n. 127, e successive modifiche, recante misure urgenti per lo snellimento dell’attività amministrativa e dei procedimenti di decisione e di controllo; Continua la lettura di “Il testo del bando di concorso per docenti nelle scuole dell’infanzia, primaria, secondaria di I e II grado”

Insegnante si suicida dopo una storia d’amore con una alunna sedicenne

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Se ne parla ancora, a distanza di mesi e lo faccio anch’io. Ometto i nomi perché non mi pare bello né necessario farne.

Un insegnante si innamora, ricambiato, di una sua alunna di sedici anni. La relazione giunge alle orecchie della dirigenza della scuola che allontana dal servizio il docente che corre a casa, prende una corda e si impicca per la vergogna. Il tutto nello spazio temporale di un’ora e mezza.

Alcune fonti riferiscono che il docente sarebbe stato atteso in aula dove gli sarebbe stato rimproverato il comportamento tenuto di fronte agli alunni (assente, ovviamente, l’alunna sedicenne).

Stando così le cose, nessuno avrebbe commesso reato. Ai sensi del secondo comma dell’articolo 609quater, è reato compiere atti sessuali con soggetti minori degli anni 16 quando il colpevole sia il nonno, il genitore anche adottivo, il tutore o qualunque altra persona a cui il minore sia stato affidato per ragioni di cura, educazione, istruzione, vigilanza o custodia oppure che abbia col minore una relazione di convivenza. E poi sarebbe stato necessario dimostrare la sussistenza di un atto sessuale tra i due. E comunque la ragazza aveva sedici anni al momento dei fatti ed era consenziente.

Sarebbe, eventualmente, da dimostrare che ci sia stato un atteggiamento di coercizione della volontà della minore tale da indurla in soggezione contro le sue stesse inclinazioni naturali, ma non mi pare questo il caso.

Senz’altro, dunque, un procedimento sommario che lascia molte ombre sulle modalità in cui questo insegnante è stato denigrato, con cui gli sono stati contestati degli addebiti.

Si è parlato di “morte sul lavoro”. Lo si può umanamente comprendere quando a formulare questa definizione è il padre del giovane insegnante o la sua famiglia.

Ma resta il fatto che, reato o no che sia, illecito disciplinare o meno, un insegnante non si innamora di una sua alunna. Mai. O, se lo fa, lo fa quando l’alunna non è più sua alunna, quando, cioè, i due soggetti sono maggiorenni (oltre che consenzienti) e non c’è più nessun rapporto di subalternità tra di loro. E dove nessun vicepreside può aspettarlo in piedi per ordinargli di andarsene.

“Sono un deficiente!” Condannata la professoressa

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Qualcuno mi ha chiesto che cosa io pensi della condanna definitiva, ormai passata in giudicato, inflitta dalla Corte di Cassazione a una docente di scuola media (scusate, io continuo a dire “scuola media” e non “scuola superiore di primo grado”) che aveva fatto scrivere cento volte a un alunno la frase “sono un deficiente” (però, pare, senza la “i”), per essersi approfittato della debolezza di un compagno di classe. In breve, per aver usato la prevaricazione e aver commesso un atto di cosiddetto “bullismo”.

Volevo tacere in merito, perché non mi diverto (più) a parlare di scuola. Ma di questa storia avevo già parlato nel 2006, quando la docente fu incriminata e, successivamente, quando arrivò la sentenza di primo grado in cui fu assolta dalle accuse.

In questi giorni la Cassazione ha definitivamente sentenziato che la professoressa è colpevole e condannata a 15 giorni di reclusione. Reclusione che non sconterà mai, potendo usufruire dell’indulto e, naturalmente, data l’esiguità della pena comminata, della sospensione condizionale della pena.

Si possono dire tante cose. Ad esempio ci si può chiedere quali siano gli strumenti che gli insegnanti hanno a disposizione per proteggere gli allievi più deboli dalle vessazioni dei prepotenti, di quelli che chiamano “Jonathan” un bambino solo perché ha atteggiamenti un po’ effemminati. Intanto, per esempio, non si obbliga il bulletto di turno a scrivere cento volte una frase che contiene un vero e proprio autoinsulto (anche se va detto che l’insegnante aveva precedentemente spiegato al bambino che “deficiente” è colui che è manchevole di qualcosa, ma dovrebbe spiegarlo anche al senso comune, che legge in questa parola un giudizio sulle sue facoltà mentali).

Voglio dire, si trovano altri metodi. Si può, burocraticamente, annotare sul registro e riferire tutto al dirigente. Magari per scritto. Poi, se il dirigente non convoca chi di dovere e le sanzioni non vengono applicate, a quel punto non è più colpa dell’insegnante.
Quella della “nota sul registro” è mera burocrazia, nient’altro che questo. Ma anche la burocrazia ha un suo perché, non è solo scartoffie. Perché è vero che i “provvedimenti” (soprattutto per un fatto così grave) non li prende certo il singolo docente, ma sono sempre affidati a un organo collegiale.

L’insegnante ha voluto fare un po’ di giustizia sommaria, applicare il principio dell'”occhio per occhio”, perché visto che un ragazzino debole era stato umiliato, allora che si umìli anche il bulletto. E non funziona così, che diàmine, non funziona così. Non funzionava così nemmeno ai tempi del codice di Hammurabi.

Intanto però l’insegnante, oggi 60enne, è andata in pensione. Ha evitato il procedimento disciplinare e un eventuale licenziamento e NON mi risulta sia stata interdetta dai pubblici uffici, circostanza di cui nessuno ha parlato. Si è detta amareggiata della sentenza, questo è umanamente comprensibile. Ma se fosse successo a un suo collega più giovane in età o in servizio le conseguenze avrebbero potuto essere ben più pesanti.

Questa vicenda non è la dimostrazione del fatto che i bulli hanno sempre ragione, ma, casomai, del fatto che gli atti di soverchiante prepotenza e di temporanea dimostrazione di chi detiene il potere non pagano, chiunque sia a metterli in atto.

E ora, per favore, parliamo d’altro.

Scuola: le raccomandazioni del Garante della Privacy

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Mancano pochi giorni all’apertura delle scuole e il Garante per la protezione dei dati personali ritiene utile fornire a professori, genitori e studenti, sulla base dei  provvedimenti adottati e dei pareri resi, alcune indicazioni generali in materia di tutela della privacy.

Temi in classe
Non lede la privacy l’insegnante che assegna ai propri alunni lo svolgimento di temi in classe riguardanti il loro mondo personale. Sta invece nella sensibilità dell’insegnante, nel momento in cui gli elaborati vengono letti in classe, trovare l’equilibrio tra esigenze didattiche e tutela della riservatezza, specialmente se si tratta di argomenti delicati.

Cellulari e tablet
L’uso di cellulari e smartphone è in genere consentito per fini strettamente personali, ad esempio per registrare le lezioni, e sempre nel rispetto delle persone. Spetta comunque agli istituti scolastici decidere nella loro autonomia come regolamentare o se vietare del tutto l’uso dei cellulari. Non si possono diffondere immagini, video o foto sul web se non con il consenso delle persone riprese. E’ bene ricordare che la diffusione di filmati e foto che ledono la riservatezza e la dignità delle persone  può far incorrere lo studente in sanzioni disciplinari e pecuniarie o perfino in veri e propri reati.

Stesse cautele vanno previste per l’uso dei tablet, se usati a fini di registrazione e non soltanto per fini didattici o per consultare in classe libri elettronici e testi on line.

Recite e gite scolastiche
Non violano la privacy le riprese video e le fotografie raccolte dai genitori durante le recite, le gite e i saggi scolastici. Le immagini in questi casi sono raccolte a fini personali e destinati ad un ambito familiare o amicale. Nel caso si intendesse pubblicarle e diffonderle in rete, anche sui social network, è necessario ottenere il consenso delle persone presenti nei video o nelle foto.

Retta e servizio mensa
É illecito pubblicare sul sito della scuola il nome e cognome degli studenti i cui genitori sono in ritardo nel pagamento della retta o del servizio mensa. Lo stesso vale per gli studenti che usufruiscono gratuitamente del servizio mensa in quanto appartenenti a famiglie con reddito minimo o a fasce deboli. Gli avvisi messi on line devono avere carattere generale, mentre alle singole persone ci si deve rivolgere con comunicazioni di carattere individuale. A salvaguardia della trasparenza sulla gestione delle risorse scolastiche, restano ferme le regole sull’accesso ai documenti amministrativi da parte delle persone interessate.

Telecamere
Si possono in generale installare telecamere all’interno degli istituti scolastici, ma devono funzionare solo negli orari di chiusura degli istituti e la loro presenza deve essere segnalata con cartelli. Se le riprese riguardano l’esterno della scuola, l’angolo visuale delle telecamere deve essere opportunamente delimitato. Le immagini registrare devono essere cancellate in generale dopo 24 ore.

Inserimento professionale
Al fine di agevolare l’orientamento, la formazione e l’inserimento professionale le scuole, su richiesta degli studenti, possono comunicare e diffondere alle aziende private e alle pubbliche amministrazioni i dati personali dei ragazzi.

Questionari per attività di ricerca
L’attività di ricerca con la raccolta di informazioni personali tramite questionari da sottoporre agli studenti è consentita solo se ragazzi e genitori sono stati prima informati sugli scopi delle ricerca, le modalità del trattamento e le misure di sicurezza adottate. Gli studenti e i genitori devono essere lasciati liberi di non aderire all’iniziativa.

Iscrizione e registri on line, pagella elettronica
In attesa di poter esprimere il previsto parere sui provvedimenti attuativi del Ministero dell’istruzione riguardo all’iscrizione on line degli studenti, all’adozione dei registri on line e alla consultazione della pagella via web, il Garante auspica l’adozione di adeguate misure di sicurezza a protezione dei dati.

Voti, scrutini, esami di Stato
I voti dei compiti in classe e delle interrogazioni, gli esiti degli scrutini o degli esami di Stato sono pubblici. Le informazioni sul rendimento scolastico sono soggette ad un regime di trasparenza e il regime della loro conoscibilità è stabilito dal Ministero dell’istruzione. E’ necessario però, nel pubblicare voti degli scrutini e degli esami nei tabelloni, che l’istituto eviti di fornire, anche indirettamente, informazioni sulle condizioni di salute degli studenti: il riferimento alle “prove differenziate” sostenute dagli studenti portatori di handicap, ad esempio, non va inserito nei tabelloni, ma deve essere indicato solamente nell’attestazione da rilasciare allo studente.

Trattamento dei dati personali
Le scuole devono rendere noto alle famiglie e ai ragazzi, attraverso un’adeguata informativa, quali dati raccolgono e come li utilizzano. Spesso le scuole utilizzano nella loro attività quotidiana dati delicati  – come quelli riguardanti le origini etniche, le convinzioni religiose, lo stato di salute – anche per fornire semplici servizi, come ad esempio la mensa. E’ bene ricordare che nel trattare  queste categorie di informazioni gli istituti scolastici devono porre estrema cautela, in conformità al regolamento sui dati sensibili adottato dal Ministero dell’istruzione. Famiglie e studenti hanno diritto di conoscere quali informazioni sono trattate dall’istituto scolastico, farle rettificare se inesatte, incomplete o non aggiornate.

Roma, 6 settembre 2012

Silvia Avallone lascia la scuola

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Screenshot da corriere.it

La signora Silvia Avallone ha annunciato oggi sul Corriere della Sera la sua volontà di rinunciare all’insegnamento perché, a suo dire, l’Italia non sarebbe più un paese per insegnanti.

Ci sarebbe da eccepire, di rimando, che vorremmo proprio sapere quando mai lo è stato. Ma questa è una domanda retorica, evidentemente.

La signora Avallone, dunque, lascia la scuola. Bene, ne prendiamo atto.

Così come prendiamo atto che la signora Avallone, in quanto autrice di un romanzo di successo (che a me non è piaciuto, personalmente non lo consiglierei, ma si tratta di una opinione squisitamente personale), ha tutte le risorse economiche per poter prendere in piena libertà una decisione di questo genere.

Si dà il caso, però, che la maggior parte della classe insegnante di ruolo o precaria che  sia, non faccia la romanziera. Forse perché troppo impegnata a gestire il romanzo più grande che è la propria vita personale e familiare. O quella Comédie Humaine che è la scuola  pubblica, narrazione quotidiana di ben più ampio respiro.

La signora Avallone si goda, dunque, i proventi delle vendite dei suoi scritti.

A scuola restano i precari da pochi euro al mese. O gli insegnanti di ruolo che non è che  vengano trattati poi tanto meglio sul piano economico e della considerazione sociale.
A scuola restano quelli che rischiano la galera ogni giorno.
A scuola restano quelli che ci credono.

Esame di Stato: esce Aristotele alla seconda prova scritta del classico. Stupore e meraviglia.

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All’Esame di Stato, che una volta si chiamava “maturità”, è uscito Aristotele alla seconda prova scritta del classico.

Ed è subito notizia. Il “Corriere” nella versione on line parla di “sorpresa”, e aggiunge che Aristotele mancava dalla prova scritta dell’esame di Stato dal 1978. Dunque c’erano alte possibilità che uscisse, prima o poi. E, comunque, gli studenti lo avevano “ampiamente previsto”.
Con la notizia ha aperto, alle 11, anche la quotidiana puntata del programma “Radio Tre Scienza”. Naturalmente era un “la” da intonare per poi parlae d’altro. Ma intanto Aristotele c’era.

E’ incredibile questa visione dell’Esame di Stato come una sorta di càbala probabilistica, come risultato di una serie di previsioni, come se si trattasse di azzeccare una ambata pluriritardataria su una determinata ruota del gioco del lotto.

“Aristotele che esce al classico?” Eh, sì, è uscito greco scritto, Aristotele scriveva in greco, qual è la “sorpresa”? Dov’è la “straordinarietà”? In che cosa risiede la “notizia”? Suppongo che allo scritto di spagnolo per il liceo linguistico sia uscito un brano di un autore o giornalista di lingua spagnola. Eppure nessuno scrive “che sorpresa!!”, “ma tu guarda!!!”, “non ce lo aspettavamo proprio…”.

In Italia si cade dal pero sull’ovvio. Forse perché l’ovvio non lo prende mai in considerazione nessuno.

Collegio! (Uno stream-of-consciousness)

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Sonno. Sonno che ti trascini fino all’aulamagna e che fai finta di star benissimo.

Caldo. Caldo e odor di polvere, odor di chiuso, odor di caldo. Polvere bagascia calda, che s’infila nei polmoni, che ti vibra nelle ossa, che ti entra nella pelle, caldo che cominci a sudare, di un sudoriccio leggero e insistente, che tarderà molto a puzzare, ma quando puzzerà sarà la morte dell’anima, chè il tuo sarà solo un sudore fra centoventi, e allora cominci a guardarti intorno per vedere se a puzzare sei proprio tu, ma puzza tutto un sistema e non puoi porci rimedio. Annusare e subire.

Complimenti. Sei stata bravissima. No, sei stata più brava tu. No, guarda, tu sei stata veramente eccezionale. No, guarda, lo dico davvero col cuore, sei stata più eccezionale tu. Il tuo progetto è stato mitico. Il tuo invece è stato stellare.

Appello. Abate, Abbatangelo… e chi lo sa se sarai pronto e sferzante di energia quando arriverà il tuo turno a gridare “presente!” o se ti accascerai sulla sedia, sedia scomoda, sedia di plastica, sedia che ti ci appiccichi sopra col sudore, e il sudore puzza, e puzza il sudore di tutti e via che si ricomincia.

Si vota. C’è da votare? Su cosa? Sull’ordine del giorno? Non lo sapevo… Tu cos’hai votato? Massì, voto favorevole anch’io, tanto cosa vuoi che sia, poi mi tocca far vedere che non la penso come gli altri, e non sia mai, già mi evàporano i pensieri.

Astio. E come ti permetti di dire questo? E tu invece com’è che hai detto quest’altro? Guarda che io l’anno scorso ho lavorato a Busto Arsizio!! Sì, figùrati, io sono stato sette anni a Brescia, e allora? Tu non ti puoi permettere di trattarmi così. Io mi permetto e come. Tu puoi dire quello che vuoi ma non attentare alla mia dignità professionale,s e no mi metto a piangere qui…

Tempo. tempo che non passa mai, aveva ragione Bergson che un’ora è un’ora ma dipende come la vivi dentro, ma qui si esagera. Non passa, non passa mai, tra sorrisi, buone maniere, maniere cattive, voglia di caffè, chissà che ha il caffè della macchinetta che attira tutti, il caffè della macchinetta puzza, e non parliamo di puzza, che se no ricomincio col sudore e con la polvere.

Varie ed eventuali. Ci sarà mica nessuno che dopo tre ore ha anche il coraggio di presentare le varie ed eventuali, no, davvero, la gente non può essere così carogna e accanirsi come una iena sulle povere vittime, non è possibile che ci sia ancora che “Scusate ma io volevo dire”, chè quando basta basta, cosa stai lì ad avere da dire che cosa, chè difatti quello lì che voleva dire una cosa lo eliminano di lupara bianca seduta stante ed è subito FINIS.

Riflessioni sui cinque bocciati in una scuola elementare di Pontremoli

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Le notizie e le tematiche di discussione hanno il potere di ripetersi a cadenza più o meno annuale.

E siccome le lezioni scolastiche sono terminate (che è ben altro dal dire “è finita la scuola!”) si ricomincia a parlare di bocciature. Ricomincia, cioè, quel carosello trito e ritrito di contrapposizioni ideologiche e dibattiti radiotelevisivi, per cui ci si chiede se la bocciatura scolastica sia o no un sinomimo di fallimento della scuola, della società civile (mai della famiglia o dell’alunno, sia chiaro!) e che senso abbia bocciare degli alunni in un clima di integrazione, convivenza, accettazione del diverso, multietnicità, pluralità di modalità operative, integrazione con il territorio, analisi delle dinamiche comportamentali, frizzi, frazzi, triccheballàcche, ricchi premi e cotillons.

A Pontremoli, all’istituto “Giorgio Tifoni” sono stati bocciati cinque alunni in una stessa classe. Una prima elementare.

Tre sono stranieri, uno è un disabile.

Sul “Giornale” un articolo di Giordano Bruno Guerri titola: “Bocciare i bimbi di sei anni? Orrore che segna per la vita.” E aggiunge: “Ricevere un rifiuto in prima classe segna per sempre. Ed è un fallimento per il sistema scolastico”

Ora, si dovrebbe quanto meno dimostrare, già dal titolo:

a) che bocciare un alunno in prima elementare sia necessariamente un “orrore“;
b) che questo “orrore” debba per forza segnare, e per giunta per sempre;
c) che questo “orrore” sia la sintomatologica del fallimento dell’intero sistema scolastico addirittura.

La tesi sociale che sottende a queste suggestioni è nota.  Si tratta di una mentalità diffusa ma, non per questo, incriticabile: i bambini, in quanto bambini, non devono essere bocciati.

Perché c’è questa visione del bambino come di qualcosa di puro, di incontaminato, da proteggere a tutti i costi. Di più, da giustificare a tutti i costi.

A sei anni anche mio padre (che adesso ha 73 anni) e mio nonno (che oggi ne avrebbe 111, poveròmo) sono entrati in una scuola elementare. Per uscirne definitivamente dopo due anni. Cioè quando ne avevano otto o nove al massimo. Ed essere avviati al lavoro. Dei campi, per inciso. Non hanno mai avuto nessuna difficoltà a dire, anche in età matura, “Io ho la terza elementare”. Oppure “Quando andavo a scuola la maestra mi puniva” (anche perché il mi’ babbo, che si chiama Sergio, alla maestra tirava delle sacrosante borsate in faccia). Quando hanno lasciato la scuola elementare non erano tanto più grandi dei bambini di sei anni di oggi. Eppure hanno abbandonato gli studi senza sentirlo come un orrore, e non si sono mai sentiti inferiori a nessuno. Mio nonno (poveròmo) amava leggere libri di storia. Per inciso ne ha letto anche uno scritto da Giordano Bruno Guerri. Con la terza elementare.

Il “trauma”, probabilmente, lo diamo noi, che pretendiamo di formare la società cosiddetta “civile” quando diamo per scontato che un bambino è bravo per forza, comunque vadano le cose, perché è un bambino. Quando diciamo che “bocciare” significa essere giudicati e puniti ingiustamente e non, ad esempio, avere una seconda possibilità.

Ci indignamo per forza davanti alla bocciatura di cinque bambini di sei anni. Senza considerare il fatto che, ad esempio, il mondo è pieno di genitori di bambini extracomunitari o, comunque, stranieri, che iscrivono il bambino direttamente in prima elementare anzitempo per evitare di pagare la retta dell’asilo (non per cattiveria o spilorceria, ma magari perché non hanno i soldi). E allora per la formazione del bambino è importante, magari, ripetere quell’anno perché, si veda il caso, non è stata raggiunta quella maturazione e non sono state acquisite quelle abilità che si richiedono per la prima elementare. Per esempio la conoscenza della lingua. Invece di dire “Riproviamoci, abbiamo tutto il tempo, ci sono nuove opportunità per imparare” si dice “Poverino, ti hanno voluto bocciare perché sei povero e straniero!” (come se uno dei bocciati non sia italiano, normodotato e non so se e quanto ricco). “Uno di loro è disabile”, scrive Guerri nel suo articolo. Non usa il termine “diversamente abile”, di sinistra e buonista matrice. Perché se l’alunno fosse “diversamente abile”, vorrebbe dire che avrebbe comunque delle abilità diverse da quelle che gli vengono richieste. Scrive proprio “disabile”. E la bocciatura di un “disabile” può suonare come uno schiaffo dato intenzionalmente a quel bambino. Non, si badi bene, il segnale che anche quel bambino, per disabile che sia, possa essere bocciato se, si veda il caso, non raggiunge gli obiettivi minimi che i suoi insegnanti si sono prefissi in un Piano Educativo Individualizzato (cioè scritto ed elaborato apposta per lui). Perché può succedere. E per mille motivi. E tutti validi.

Ogni atto amministrativo, e quindi anche la bocciatura di un alunno, deve essere adeguatamente motivata. Perché a quelle motivazioni ci si può appellare (nei Tribunali Amministrativi Regionali, sia chiaro, e non nei chiacchiericci di paese, o, peggio ancora, in quelli dei social network) se si ritengono ingiuste. E un consiglio di classe prima di essere attaccabile sotto questo punto di vista ci pensa bene almeno dieci volte.

Prosegue ancora Giordano Bruno Guerri:

“Bocciato in prima elementare significa che il piccolo fa il suo ingresso nel mondo degli adulti (questo è la scuola) ricevendo un ceffone; gli viene detto – non dai compagni, ma dai Grandi – che non è abbastanza bravo in quella cosa che gli hanno spiegato essere la più importante; significa che rimarrà in quella scuola, ma con i bambini più piccoli, mentre i suoi compagni abituali, ormai una classe avanti, lo prenderanno in giro «per sempre»; che neppure i suoi genitori sono in grado di proteggerlo da una decisione tanto grave degli insegnanti, e che quindi i genitori sono deboli e impotenti, mentre gli insegnanti che non lo stimano sono forti e hanno ragione.”

Allora: il mondo della scuola non è il mondo degli adulti (il mondo degli adulti a sei anni?), il mondo degli adulti il bambino lo ha già sperimentato, con la famiglia e con le esperienze della scuola materna (gli adulti sono anche lì). No, il bambino entra nel mondo della conoscenza, dell’insegnamento, della cultura, dell’educazione, dell’acvquisizione degli strumenti che lo renderanno indipendente, capace e riflessivo. La scuola è una palestra, non un battesimo o un rito di ingresso. E in una palestra si può anche non essere abbastanza allenati da raggiungere un determinato obiettivo. Si può anche dire, o sentirsi dire che non ce la si fa a sollevare quel peso che sollevano tutti gli altri, tanto vale provarci e riprovarci finché non ci si riesce. Non è un disonore. Non è un ceffone. E’ un aiuto.

E perché un bambino dovrebbe rimanere nella stessa scuola? Può cambiarla, se i genitori pensano sia stato fatto loro un torto ingiusto. L’Italia è piena di scuole private e pubbliche pronte ad accogliere chiunque voglia far modificare a un bambino il proprio percorso di studi. E la scuola è proprio quel luogo in cui il “per sempre” ha un valore incommensurabile. Perché non afferisce alle prese in giro dei compagni più grandi (a quel punto potrebbe addirittura costituire un punto d’onore non far parte del gruppo dei “promossi” se i “promossi” sono dei bulletti in erba pronti a prendersela con il più debole solo perché gli adulti hanno stabilito fosse bene per lui ripetere l’anno), ma alle possibilità che una persona ha di crescere.

E perché mai i genitori dovrebbero “proteggere” un bambino da una decisione “grave” degli insegnanti, se è la scuola stessa ad essere un coacervo di sinergie (Dio, quanto odio la parola “sinergie”! Ma una volta tanto si può usare anche quello che si odia) che comprende l’istituzione, gli insegnanti e le famiglie? Le famiglie non sono avulse dalla scuola. Ci sono, devono svolgere il loro ruolo e il loro compito. Che non è quello di proteggere i propri figli da insegnanti cattivi e implacabili, ma quello di contribuire alla loro crescita nel rispetto dell’autonomia educativa dei ruoli. E’ troppo facile pensare che se le cose vanno bene il merito sia del bambino (perché è bambino) e se le cose vanno male la colpa sia dell’insegnante (perché è adulto, ma soprattutto insegnante). Perché, detto sia per inciso, non è mai il singolo insegnante a bocciare un alunno, ma la decisione è sempre e comunque collegiale. C’è un Dirigente Scolastico che garantisce della sua regolarità e che controfirma un verbale. O una pagella. Non sono sogni o illusioni, semplicemente le cose funzionano così.

“Gli insegnanti (…) sono forti.” Con lo stipendio che prendono? Non credo proprio.

E’ solo l’inizio. Tra un po’ rifletteremo sugli Esami di Stato e sul perché gli insegnanti siano così cattivi che non permetteranno nemmeno agli studenti di telefonare a casa con il proprio telefono (risposta: perché per i casi di emergenza c’è quello della scuola), che, anzi, viene addirittura SEQUESTRATO (perché si usano questi participi passati con rimembraze da strategia del terrore o stato di polizia) e che non permette nemmeno al povero candidato ormai preda del terrore e dell’emozione, di potersi collegare a Internet quel tanto che basta per fare un copia e incolla da Wikipedia e “prendere uno spunto”, per un “piccolo aiuto”.

Ma cosa vorranno mai dai “nostri ragazzi” queste commissioni così severe degli esami di maturità, che siano anche maturi?

A scuola si muore

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E’ già cominciato l’orrendo cannibalismo mediatico sulla povera ragazza che ha perso la vita questa mattina nell’attentato di matrice si-dice-mafiosa davanti a un Istituto Tecnico, a Brindisi.

E alla stampa nazionale si aggiunge il popolo di Facebook che ne ha saccheggiato il profilo, ripubblicato foto, moltiplicato l’iconografia in uno sciacallaggio senza fine, che non si ferma neanche davanti alla tragedia più evidente e sconfortante: tutti a ravanare nella vita privata di chi non ha più una vita, non importa se era una ragazza minorenne.

Anzi, su Facebook sta girando insistentemente, in queste ore, una frase attribuita ad Antonino Caponnetto, secondo cui la mafia avrebbe molta più paura della scuola che della giustizia.

Ora, io spero vivamente che anche questo sia una trovata dei soliti primadonnisti della rete, e che abbiano attribuito a Caponnetto una frase che non ha detto o, se l’ha detta, almeno che sia stato in un contesto profondamente diverso. Perché anche quello delle citazioni a vànvera sarebbe un capitolo da approfondire a parte.

E comunque una cosa è certa: alla mafia della scuola non gliene frega un bel niente.

E allora a chi è che importa DAVVERO qualcosa della scuola? Ai Governi, naturalmente. Allo Stato. Infatti l’istruzione pubblica e l’Università sono state le prime istituzioni a essere messe in ginocchio dalle politiche dei tagli sulla formazione dei futuri cittadini.

Non è solo un problema di ridenominazione dei corsi di studio (per cui dalla “Ragioneria” si è passati all'”IGEA” e poi alla “Amministrazione Finanza e Marketing”), è un problema di ore tagliate con l’illusione che se si studia di meno si studia in modo più efficace (ma quando mai si è visto?), sono precari che non lavorano, sono insegnanti di ruolo che devono assorbire il lavoro degli altri (si veda la compresenza con gli insegnanti di madrelingua per i docenti di lingue straniere), sono progressioni di carriera e posizioni stipendiali bloccate, sono pensionamenti rimandati, neo-assunzioni col contagocce, sono le scuole che sono costrette a chiedere delle “donazioni obbligatorie” per le fotocopie e la carta igienica, (la scuola è arrivata agli ossimori!) è un’Università allo sbando, è la logica del “con la cultura non si mangia”.

E se con la cultura non si mangia, senza mangiare si muore.

A scuola si muore un po’ ogni giorno perché alla scuola hanno staccato la spina. L’istruzione vive di energia residua e non rinnovabile.

E ci destreggiamo tra le affermazioni del Capo della Polizia Manganelli che dice che i responsabili saranno presi (lo speriamo bene!) e che avranno l’ergastolo. Ora, in uno stato di diritto se un imputato prende l’ergastolo o meno, se è responsabile dei reati che gli vengono contestati lo decide la magistratura, non una dichiarazione di intenti o un auspicio personale rilasciati alla stampa.

Avremo ancora bare bianche, palloncini colorati, striscioni, applausi ai funerali, parole retoriche e presenze contrite di circostanza.
Ma non avremo risposte. Saremo muti davanti al gorgo in cui stiamo scendendo (come i più bei versi di Cesare Pavese ci hanno insegnato), e avremo un solo filo di fiato quando, tornando alle nostre case, penseremo all’unisono: “E’ tutta colpa di Beppe Grillo e dei grillini!”

Perché non è possibile che sia colpa nostra, vero?

 

La colpa è degli insegnanti!

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Nella concezione comune, nella “vulgata” della scuola italiana c’è sempre la classica litania che tutto quello che accadee sia colpa degli insegnanti.

O, meglio, se le cose vanno male è colpa degli insegnanti, mentre se le cose vanno bene è segno che gli alunni sono bravi, educati, e ci sono arrivati con le loro forze. Come se nessuno li avesse guidati per gl’intricati sentieri del sapere e del saper fare.

La colpa, comunque, in caso di insuccesso e di manifesta brutta figura da parte dello studente, non può essere sua, ma di qualcun altro. Se non dell’insegnante che non è stato abbastanza bravo, almeno della scuola che non ha saputo capire. E quando non attacca nemmeno con la scuola, la colpa è sempre e comunque della società. Ripeto, mai dello studente o della famiglia.

A Manfredonia un gruppo di ragazzini di tredici anni ha trattato in maniera pesantemente vessatoria un docente reo soltanto di essere un disabile, di essere una persona fragile e di vivere il suo handicap con profondo disagio. Lo hanno minacciato di tutto, compreso di bruciargli la macchina con i comandi speciali se solo si fosse azzardato a non sottostare alle loro piccole e misere angherie, o se si fosse deciso di rivelare le vessazioni alle forze dell’ordine, cosa che il docente ha trovato il coraggio di fare. Ma loro niente, pare che continuassero a sbeffeggiarlo anche quando la polizia provvedeva a fermarli. Della serie: “Mi arresteranno pure, ma io la soddisfazione di lasciarti in pace non te la lascio”.


A Teramo, invece, due ragazze maggiorenni sono state indagate per diffamazione per aver immesso su Facebook una pagina web con insulti pesanti a una docente che aveva avuto il solo torto di bocciarle, senza minimamente pensare che non è UNA docente che può bocciare un alunno, ma l’intero consiglio di classe. C’è di mezzo anche un’altra ragazza, minorenne.

Questo è il terreno di coltura della cultura. Non c’entra niente il non aver saputo interessare una classe o non essere stati particolarmente bravi a toglòiere i bambini dalla strada o non essere stati in grado di trasmettere a delle ragazze dei concetti elementari come quello che in rete non è vero che si è anonimi o che non ti vede nessuno, anzi, lo fanno apposta perché si sentono strafighe, perché così tutti le vedono, perché, si sa, se non c’è la luce della ribalta dello spettacolo e della pubblicità, non si esiste.

Perché la colpa è degli insegnanti.

Il Movimento Genitori: “Facebook non tutela i nostri figli. Pronti ad azioni legali.”

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Il MOIGE è il “Movimento Genitori”.

Il suo sito web risponde all’indirizzo http://www.genitori.it.

Il suo scopo è condivisibilissimo: aiutare i genitori in una educazione chiara e responsabile dei figli, nella tutela dei minori, soprattutto dalle inside dei media, porre “attenzione a norme e prassi relative ad alcool, fumo, giochi con vincita in denaro, pornografia e videogiochi inadatti”.

Accetta donazioni liberali ed è possibile destinare il 5 per mille sull’IRPEF a sostegno delle proprie attività. Cose che io non farò.

Perché se da un lato sono condivisibilissime le finalità sociali e di prevenzione di questo organismo (chi non vorrebbe vedere i bambini più preservati nell’approccio con le tecnologie, e più difesi dalla possibilità di sviluppare dipendenze da alcool, droghe e gioco d’azzardo?) sono  i contenuti che mi lasciano profondamente perplesso.

Comincio con una dichiarazione di Maria Rita Munizzi, Presidente del MOIGE, che riguarda Facebook, all’indomani della notizia (assai preoccupante) dell’adescamento di una tredicenne da parte di alcuni suoi coetanei:

“Facebook non tutela i nostri figli ed è gravissimo che continui a consentire l’iscrizione senza imporre nessun tipo di controllo. Siamo pronti ad azioni legali contro il social network se non si provvederà ad adottare forme di tutela più efficaci che impediscano ai nostri figli di incorrere in tali pericoli”.

E’ chiaro che è l’approccio iniziale ad essere sbagliato perché non è Facebook (o qualsiasi altro social network) a dover non consentire l’iscrizione di un minore, per il semplice fatto che non ha gli strumenti materiali (e non li avrebbe nessuno, in rete, non solo Facebook) per verificare se la persona che si collega e si iscrive sia minorenne o meno. Come faccio io a stabilire da un indirizzo IP se chi siede davanti al computer e guarda il mio blog sia una persona minorenne o no, e se sì, se scriva dal computer di casa o da un internet point (che, normalmente, dovrebbe chiedere la carta d’identità ai suoi avventori, ma di solito non lo fa mai), o da una biblioteca pubblica (“scusi, è libera la postazione internet n. 4??”  E come fai a dire di no? Rifiuti un servizio pubblico?), o dalla postazione di un amichetto compiacente? Non lo può sapere Facebook, e non lo può sapere NESSUNO.

L’unica entità che può prevenire il pericolo che una persona minorenne si iscriva a Facebook (e per il regolamento di Facebook possono iscriversi anche i minori) è la FAMIGLIA, basta, non ce ne sono altre.

Cosa dovrebbe controllare, Facebook, che tu sei tu? E quali azioni legali possono venire portate avanti nei confronti di Facebook? Facebook risponde alla normativa degli Stati Uniti, non a quella italiana. I dati vengono conferiti in un altro Stato. Ritengo che il movimento “genitori.it” sia abbastanza abbiente da potersi permettere assistenza legale negli Stati Uniti, dove gli avvocati costano, e costano molto, ma le uniche “forme di tutela più efficaci che impediscano ai nostri figli di incorrere in tali pericoli” sono quelle che impediscono ai nostri figli di andare su Facebook. Sono il controllo, l’educazione e la prevenzione.

Ma controllo, educazione e prevenzione non bastano. Ci vuole la conoscenza.

E’ su questo che si basa la sfida educativa. I genitori devono conoscere meglio dei loro figli quelle che si ostinano a chiamare le “nuove tecnologie”, altrimenti è finita. Altrimenti si correrà sempre il rischio non solo che i bambini vengano adescati (come se fuori dai social network tutto questo non esistesse), ma anche, ad esempio, di vedersi querelati perché il figlio adolescente ha schiaffato su Facebook la foto di un maestro, di un professore, di un compagno, del giornalaio, dello scemo del villaggio, di una persona qualsiasi e l’ha magari insultato, sbeffeggiato, offeso, diffamato, e quello a un certo punto ha deciso di non fargliela passare liscia.

Ci sono concetti nel nostro sistema giuridico come quello della “culpa in vigilando” e della “culpa in educando”, che non possono essere scaricati su Facebook che diventa l’orco, il cattivo di turno, il lupo che ti mangia, il babàu che ti assale mentre percorri il bosco con il cestino sotto il braccio per andare a fare visita alla nonna.

Ma perché, un bambino o un adolescente devono per forza avere Facebook? E’ chiaro, “perché ce l’hanno tutti” (i nostri figli non sono “tutti”, sia chiaro), “perché lo vogliono”, “perché se no ci fanno due palle così”, “perché sono bambini e tutto è concesso e concedibile”, “perché così passano un po’ di tempo a chiacchierare con gli amici” (già, e vederli al parco per una partita di pallone no, eh??)…

Termina Minuzzi: “noi saremo sempre in prima linea per sensibilizzare ed educare  i ragazzi all’uso del web, ma è assolutamente necessario che ognuno faccia la sua parte, a partire da chi come Facebook lucra milioni di euro sulla sua piattaforma sociale”. E certo che Facebook lucra, chissà cosa pensa la gente che sia, una associazione a scopo benefico? Non c’è nulla di nuovo sotto il sole, e tutti sottoscriviamo che ognuno deve fare la propria parte, ma i primi a dover fare la propria parte sono proprio i genitori. Facebook non è che la punta dell’iceberg, prima c’erano i vari sistemi di messaggistica istantanea, le chatline, e giù giù fino alla stratificazione dei ghiacci dei newsgroup o delle mailing-list. Che esistono ancora, sapete, mica sono spariti dalla circolazione. Semplicemente, nessuno ne parla. Se questi genitori sapessero come è semplice scaricarsi delle foto pornografiche collegandosi con i newsgroup binari smetterebbero subito di prendersela con Facebook. E sono cose che può fare chiunque. Io, voi che mi leggete, il presidente del MOIGE o chi per noi. Certo, bisogna saperlo fare e avere gli strumenti per farlo. E’ per questo che la conoscenza della rete è importante, perché ci permette di esercitare quel controllo sui minori che è alla base della loro educazione.

Se sia i genitori che i figli NON sanno una cosa non succede nulla. Se la sanno SOLO i genitori possono insegnarla ai figli, ma se la sanno SOLO i figli tengono inevitabilmente sotto scacco i genitori.

Ma c’è molto di più su genitori.it.

C’è, ad esempio, un “promo” in cui si vede Milly Carlucci che si presta (nobile gesto!) a promuovere la campagna “Dite ai vostri figli di non accettare sms dagli sconosciuti”.

Santo cielo, ma un SMS, fino a prova contraria NON E’ una caramella, che si può rifiutare. Un SMS arriva. E NON SI PUO’ EVITARE. Gli SMS sono la tecnologia più invasiva che esista al mondo. Perché il telefonino lo porti sempre con te (guai a non averlo, essere sempre raggiungibili è un obbligo!!) e un SMS può arrivarti a qualunque ora del giorno e della notte. E non lo puoi evitare. Sia che sia l’amichetto o la amichetta del cuore a scriverti, sia che si tratti del pedofilo di turno che chiede una foto oscena in cambio di pochi euro di ricarica telefonica.

Fa bene la Carlucci a terminare lo spot con un preoccupato “Che vergogna, ragazzi!”, perché questo indica la sua partecipazione emotiva al problema.

Ma siamo sicuri che la vergogna siano SOLTANTO i pedofili che chiedono materiale osceno in cambio di un po’ di credito? O forse non è altrettanto vergognoso che ragazzini di 13-14 anni vadano in giro con lo SmartPhone ultimo modello, magari regalato dai nonni (perché, poverini, han fatto la Comunione, sono stati promossi, è il loro compleanno, no, anzi, è Natale e se lo meritano…), e lo usano con il benestare implicito dei genitori, i quali si fanno intestare una SIMcard con cui un minore fa tutto quello che vuole, perché lo sa che è difficilmente rintracciabile e punibile?

Regaliamo ai nostri figli cellulari con cui si fanno facilmente foto, video, con cui si registrano conversazioni di nascosto, e queste informazioni possono viaggiare in tempi rapidissimi. Lo sappiamo, buon Dio, lo sappiamo tutti. E allora perché facciamo finta di non saperlo e li riempiamo di roba che costa 600-700 euro??

La tecnologia che ci aiuta c’è. Eccolo qui:

E’ un telefonino cellulare prodotto e messo in commercio dalla ITT. E’ roba di casa nostra, fatta dagli italiani.  Non lo importiamo dalla Svezia. Di più, è uno dei valori aggiunti al PIL. Non serve solo per i bambini, va benissimo anche per gli anziani. Ha cinque tasti su cui si possono prememorizzare altrettanti numeri. Mamma, papà, casa, fratello o sorella e nonni. A chi cavolo deve telefonare un bambino o un adolescente? All’amico o all’amica del cuore per raccontarsi le loro cose? Va benissimo, lo abbiamo fatto tutti, non c’è NIENTE DI MALE, ma allora telefoni dal cellulare di mamma o di papà. Che non devono stare lì ad ascoltare quello che dici. Ma almeno SANNO a CHI telefoni.

E con un cellulare così basta mettere una scheda SIM che sia registrata sul sito internet del gestore (e ovviamente intestata al genitore), cosa che TUTTI I GESTORI ITALIANI OFFRONO. Così si vede se il minore, magari, in un lampo di genio, si è fatto prestare il cellulare da un compagno, ci ha inserito la sua scheda e ci ha fatti fessi.

E’ poco, forse, ma è già qualcosa di più e di meglio che comprare loro l’I-Phone.

E quando sono i nonni a spingere per il cellulare ultimo modello, un bel “Mamma, papà, i miei figli li educo come voglio io, voi ne siete fuori!” male non fa.

Perché è troppo semplice dire che è tutta colpa di Facebook.

Fanno sesso nel bagno della scuola: quattro giorni di sospensione a Lei e uno solo a Lui

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Li hanno sorpresi a fare le loro cosine in un bagno dei maschi dell’Istituto per Geometri “Einaudi” di Bassano del Grappa (già, è successo di nuovo lì).

Due ragazzini quindicenni, Lui e Lei, sono stati sorpresi e sospesi, rispettivamente a un solo giorno Lui e a quattro giorni Lei. Si noti bene che il sesso lo si fa, solitamente, in due e in maniera consenziente. E che, in genere, si è corresponsabili quanod lo si fa in un luogo in cui non dovrebbe essere fatto.

Alcune fonti riferiscono che il motivo della disparità del trattamento risieda nel fatto che Lei per andare consumare si sia recata nel bagno dei maschi, dove non poteva entrare, mentre Lui si trovava già in un luogo di sua copulatoria pertinenza.

Altri ancora dicono che Lei è una ragazza un po’ inquieta e che è stata già raggiunta da provvedimenti disciplinari.

In ogni caso sono spiegazioni che non reggono.

Nella prima ipotesi perché non è possibile che entrare nel bagno degli uomini, per una ragazza costituisca una circostanza aggravante più grave del fatto stesso (la sospensione è data per aver fatto sesso a scuola, il fatto che l’atto sia avvenuto nel bagno dei maschi non ha nessuna rilevanza, poteva accadere in aula magna, in un laboratorio, per le scale, sull’uscita di sicurezza, in un corridoio. Quindi debbo arguire che se fosse accaduto in un luogo della scuola a cui la signorina avesse avuto libero accesso, avrebbe avuto una sanzione più lieve. Come dire che fare sesso nello stanzino delle scope della scuola NON E’ come fare sesso nel bagno dei maschi, o delle femmine.
E poi che c’entra se la ragazzina ha avuto altri richiami e provvedimenti disciplinari? Li avrà avuti perché, magari, faccio un’ipotesi, sarà arrivata spesso, in ritardo, non si sarà comportata in modo impeccabile, magari avrà disturbato le lezioni, non perché fosse recidiva a fare sesso a scuola. Voglio dire, il concetto della “recidiva” è specifico e riguarda un singolo e determinato comportamento. Per cui, perché far pagare un “cumulo” ingiusto di comportamenti discutibili?

Comunque c’è di più. “Repubblica” riporta il commento di Vincenza Morena Martini, assessore della provincia di Vicenza:
“Conosco troppo bene il preside, è una persona che non si lascia trascinare dall’emotività per questo penso che nella diversa punizione inflitta ai due ragazzini si sia tenuto conto anche di altre cose.”
Peccato che un provvedimento di sospensione non sia un atto autonomo di pertinenza del Dirigente Scolastico, ma del Consiglio di Classe nella sua componente più ampia (devono essere convocati anche i rappresentanti dei genitori e degli alunni, gli insegnanti di religione e/o quelli di materia alternativa, eventuali insegnanti di sostegno -che sono di sostegno alla classe e non agli alunni-, almeno per la fase della discussione).

Brutta pagina di storia di costume scolastico, di cui tutti si dimenticheranno domattina.

Breaking news – Roseto degli Abruzzi: Chiuse anche mercoledì 15 febbraio le scuole di ogni ordine e grado e gli asili nido

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Le scuole di ogni ordine e grado e gli asili nido, nonostante le dichiarazioni del Sindaco Enio Pavone, secondo cui “La situazione è tornata abbastanza normale dovunque”, rilasciate con un comunciato stampa di domenica scorsa, alle ore 20:48, saranno chiuse ANCHE mercoledì 15 (con buona pace della situazione “abbastanza normale” dopo tre giorni).

Per il momento l’annuncio è stato dato sull’account Facebook del Comune. A breve, secondo quel che dicono, sarà pubblicata anche l’ordinanza “sindacale” (“sindacale” perché del sindaco, non del sindacato).

Corte di Cassazione: la scuola è responsabile anche per gli incidenti occorsi durante il viaggio d’istruzione

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Una sentenza della Terza Sezione Civile della Cassazione in materia scolastica stabilisce, accogliendo parzialmente il ricorso di una ragazza rimasta totalmente invalida dopo essere caduta dal parapetto della terrazza dell’albergo che ospitava la classe in viaggio di istruzione.

Sussiste infatti “l’obbligazione contrattuale di garantire l’incolumita’ dell’alunno dinanzi alla scelta di una struttura alberghiera” e, dunque, il personale accompagnatore avrebbe dovuto controllare, “con un accesso alle camere stesse, il rischio della facile accessibilita'” alle fonti di pericolo, “per poi adottare misure in concreto idonee alle circostanze.”

In breve: “poiche’ l’iscrizione a scuola e l’ammissione ad una gita scolastica determinano l’instaurazione di un vincolo negoziale, dal quale sorge a carico dell’istituto l’obbligazione di vigilare sulla sicurezza e l’incolumita’ dell’allievo nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni all’allievo compete la dimostrazione di aver subito un evento lesivo durante quest’ultima, mentre incombe all’istituto la prova liberatoria, consistente nella riconducibilita’ dell’evento lesivo ad una sequenza casuale non evitabile e comunque imprevedibile, neppure mediante l’adozione di ogni misura idonea, in relazione alle circostanze, a scongiurare il pericolo di lesioni derivanti dall’uso delle strutture prescelte per lo svolgimento della gita scolastica e tenuto conto delle loro oggettive caratteristiche.”

O mettéteci un toppino, ora…

Scuole chiuse a Roseto degli Abruzzi anche venerdì 10 e sabato 11

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L’attività didattica nelle scuole di ogni ordine e grado a Roseto degli Abruzzi è sospesa anche venerdì 10 e sabato 11 febbraio 2012, su ordinanza del Sindaco.

Insisto a dire che “chiusura dell’attività ditattica” non significa “chiusura delle scuole”. Gli uffici amministrativi e di dirigenza restano comunque aperti per assicurare i servizi minimi.

Il dibattito sull’opportunità o meno di sospendere le lezioni e chiudere le scuole per un totale di otto giorni resta ancora aperto.

Ecco l’ordinanza del Sindaco in formato PDF:

nuovaproproga

Roseto degli Abruzzi – Scuole chiuse limitatamente alle attività didattiche nei giorni 8 e 9 febbraio

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Il Sindaco di Roseto degli Abruzzi Enio Pavone ha disposto la sospensione dell’attività didattica per mercoledì 8 e giovedì 9 febbraio prossimi.

Si noti bene che “sospensione dell’attività didattica” non significa “chiusura delle suole”.

Comunque ecco il comunicato in formato PDF:

https://www.valeriodistefano.com/wp-content/uploads/2012/02/nuovaordinanza.pdf

Roseto degli Abruzzi: scuole chiuse anche il 6 e il 7 febbraio

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A Roseto degli Abruzzi (scusate il ritardo nella notizia, dovuto ai concomitanti lavori di ristrutturazione del blog) per ordinanza del Sindaco le scuole resteranno chiuse anche lunedì 6 e martedì 7 febbraio. Stavolta l’informazione è stata tempestiva.

Ecco il testo in PDF del documento

https://www.valeriodistefano.com/?attachment_id=3098