La sconfitta a metà di Roberto Saviano

Io non so se sono io che sono pessimista e non so guardare all’essenza delle cose che considero quella di Saviano una sconfitta e anche sonora, o se è lui che, evidentemente più ottimista, dice trattarsi di una “Vittoria a metà”.

Fatto sta che ha intentato una causa di dimensioni enciclopediche per le minacce ricevute dalla criminalità organizzata e i boss dei Casalesi, Bidognetti e Iovine, sono stati assolti con formula piena. E’ stato solo condannato un avvocato, oltretutto a una pena risibile, un anno di reclusione e siamo sempre solo in primo grado. La sentenza, oltre che Saviano, riguarda anche la giornalista Rosaria Capacchione, oggi senatrice del PD, perché nel frattempo ha deciso di non farsi mancare nulla.

Ecco, a dirla tutta a me non sembra tutto questo gran risultato. Voglio dire, non è che c’è da gioire, sia pure a metà, con una sentenza di questo genere, e i “guappi di cartone” saranno anche tali, ma intanto sono stati assolti, sintomo di una impunità che in Italia premia sempre. E di processi-montagna che partoriscono condanne-topolino. Poi, soprattutto, titoli sui giornali a piovere, chè non si dica mai d’aver perso un’opportunità per strillare ai quattro venti che Saviano ha vinto a metà.

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Diffamazione: Saviano e il risarcimento milionario su Benedetto Croce

«Nessun cittadino, sia esso conservatore, liberale, progressista,
può considerare ingiuste delle domande. (…)
Spero che tutti abbiano il desiderio e la voglia
di pretendere che nessuna domanda possa essere inevasa
o peggio tacitata con un’azione giudiziaria.
È proprio attraverso le domande che si può arrivare
a costruire una società in grado di dare risposte»

(Roberto Saviano, Repubblica, 29 agosto 2009)

Allora, vediamo di capirci qualcosa perché su questa cosa mi ci raccapezzo poco anch’io.

Roberto Saviano ha parlato, non so bene dove, ma penso in “Vieni via con me”, di Benedetto Croce. Ha fatto cenno alla circostanza secondo cui il filosofo e critico letterario più insigne del ‘900, in occasione del terremoto di Casamicciola del 1883, avrebbe offerto un risarcimento di centomila lire ai suoi soccorritori. La circostanza sarebbe stata tratta da una citazione di Ugo Pirro, risalente al 1950, e tratta dal settimanale “Oggi”.

Successivamente, Marta Herling, nipote di Croce, sul Corriere del Mezzogiorno, contesta il racconto riferito al suo antenato, riferendo che l’episodio non sarebbe mai stato confermato né dallo stesso Croce, né, tanto meno, da eventuali e non si sa se esistenti testimoni.

La Herling, dunque, scrive “Saviano ha inventato la storia di sana pianta”.

Saviano replica con una richiesta di risarcimento danni da niente, appena quattro milioni e settecentomila euro per un presunto danneggiamento alla propria reputazione.

Colpiscono alcuni aspetti:

a) Saviano si rivolge direttamente al Tribunale Civile e non (anche) a quello penale;

b) L’entità del risarcimento richiesto è enorme;

c) Si tratta solo di una disputa storiografica.

Ma, soprattutto, appare evidente come l’istituto della diffamazione, che dovrebbe servire a tutelare l’interesse del più debole, e non certo quello del più forte (il più forte ha sempre altri stumenti per far valere le proprie posizioni) sia stata applicata a una contrapposizione vero/falso. Croce ha veramente offerto quella somma ai suoi soccorritori? Il fatto è incerto e difficilmente dimostrabile. Lo stesso articolo a cui si riferisce Saviano si rifarebbe a sua volta a fonti anonime. Ora, il fatto che una fonte sia anonima non significa che quello che dice sia necessariamente falso, ma che, forse, questa circostanza rende la tesi difficilmente verificabile e dimostrabile.

La reputazione di una persona, paradossalmente, si misura non più sulle parole effettivamente offensive che le si possono rivolgere, sulle circostanze in cui queste parole vengono profferite, o, peggio, su un sistematico attacco della cosiddetta “macchina del fango”, vòlto a mettere in evidenza delle circostanze (ad esempio “Tizio è indagato dalla magistratura”) e passare in second’ordine fatti altrettanto innegabili (“Tizio, alla fine dell’iter giudiziario, è stato prosciolto da tutte le accuse”), ma addirittura sul fatto che una persona riferisca circostanze difficilmente verificabili a livello di verità storica, su cui esistono varie fonti e interpretazioni.

Oltre a chi mi diffama, allora, d’ora in poi mi metterò a querelare anche chi non la pensa come me o asserisce tesi diverse dalle mie. Con una fiducia incrollabile nelle istituzioni giudiziarie e nel sacrosanto rispetto del principio di libertà di parola e di critica sancito dalla Costituzione.

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Conversazioni in casa Di Stefano: il nuovo movimento politico di Roberto Saviano

VDS: “Roberto Saviano lancerà il suo movimento personale in risposta a quello di Grillo”

Mia moglie: “E come lo chiamerà? ‘A scamorz’?? ‘O fior di latte??? ‘A mozzarella???? No, ecco: LA BUFALA!!

(ragazzi, mia moglie è un genio!!)

 

L’immagine è di piero tasso  ed è rilasciata sotto licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported.

 

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Quello che non ho digerito di Fazio e Saviano

Che magari la gente si chiede anche “Chissà come mai il Di Stefano non ha ancora commentato la nuova trasmissione del duo Fazio-Saviano”…

Vi dirò, non l’ho neanche vista, ne ho ascoltati e visionati qua e là alcuni estratti da YouTube dove non paiono essere particolarmente seguiti. Ma questa è solo una mia impressione (per qualcun altro i clic sui singoli video, moltiplicatisi all’infinito e presenti su YouTube possono essere un numero esorbitante).

E potrei dire molte, molte cose.

Per esempio potrei parlare del nuovo look di Fazio, che si è tolto la cravattina della sera della domenica della Cresima e si mostra in TV un po’ più sbrindellato, al limite dell’easy-going, con un paio di occhialini uguali uguali a quelli di Benigni, segnale, oltre che della presbiopia che prima o poi tutti ci colpisce per via dell’età (non ditelo a me, che sto sempre ad avvicinare e allontanare gli occhiali alla punta del naso!), del fatto che c’è un modo di fare TV che si omologa anche nell’aspetto, ma allora mi chiedo proprio perché la montatura alla Benigni e mi rispondo che è perché fa buonismo, poi me ne pento, perché mi sembra di essere cattivo, e quindi alla fine smetto di pentirmene.

Potrei parlare del titolo della trasmissione. Ancora una volta una canzone, e ancora una volta De André. Certamente non una delle sue migliori, bisogna riconoscerlo. Preferivo “Vieni via con me”, almeno era la canzone di una persona viva.

Potrei parlare, a proposito di De André, di quando Fazio ha salutato Dori Ghezzi e ha detto: “quando io sento Fabrizio mi mette subito gioia e allegria, parole che tu mi ispiri immediatamente”, e chissà che cosa avrà voluto dire!

Potrei parlare, sempre a proposito di De André, di come Fazio abbia abbondantemente retoricheggiato sulla sua musica affermando che “ha il potere di guarire e di fare andare avanti” e di come la tentazione di santificare un cantautore e attribuirgli poteri addirittura taumaturgici sia dietro l’angolo.

Potrei dirvi di quanto sia trita e ritrita la logica dei duelli, per cui “Politica e antipolitica sono parole che in alcuni momenti, e questo è uno di quelli, si fronteggiano più aspramente.” E di come sia una desolazione dell’anima vedere che nello scontro tra politica e anti-politica figurino due giornalisti. E della delusione (l’ennesima) che Marco Travaglio si sia prestato a questi trabocchetti da giocatori di un due tre stella.

Potrei dirvi di quanto poco abbia detto lo stesso Fazio introducendo la Littizzetto quando ha affermato che “Ci sono momenti in cui una parola diventa insostituibile: va detta proprio quella li.” Erano anni che alla RAI cercava di dire una parolaccia e non c’è mai riuscito. E ieri sera, per la prima volta, ha pronunciato la parola “stronzo”. Io l’ho detta a scuola a sette anni.

Potrei parlarvi della Littizzetto che  “Ci sono cose nella vita che si risolvono solo con un vaffanculo!”, e allora uno pensa che tra queste cose ci sia anche la sua ormai consueta ripetitività.

Potrei parlarvi di un Guccini ormai troppo frequentemente in televisione e troppo più frequentemente pubblicato da Mondadori, che più che un cantautore sembra un cantastorie d’antan, e un nonno che racconta ai nipotini le favole del buon tempo che fu, solo che noi non siamo i suoi nipotini e lui non è lo Zio Paperone che cercava l’oro nel Klondike.

Potrei anche dirvi di Saviano che continua a fissare il vuoto, disorientato, come spiritato, si tocca il naso, incrocia le braccia e dondola, dondola e parla, fa pause, e racconta delle mamme di Bezlan, e non fa altro che effettuare un’operazione così frequente da essere prevedibile, raccontare di mamme e di bambini, dell’estremo sacrificio, non più come dramma individuale e collettivo di chi l’ha vissuto, ma come rappresentazione narrativa, una sorta di misto tra il racconto gotico e la cronaca nera, la stessa cosa che fanno “Chi l’ha visto?” o “Quarto Grado”, quando se a sparire è una vecchietta con disturbi mentali le si dedica una scheda, mentre se a sparire o ad essere uccisa è una mamma ci si ricama su un bel senza fine, una neverending story che neanche Michael Ende. Una donna è solo una donna. Ma una mamma fa gola di più, in un programma appiccicoso di caucciù, e il Poeta è servito.

Dicevo che potrei parlarvi di tutto questo. Ma non lo faccio.

Preferisco riporre l’attenzione sul fatto che Saviano, Fazio, Littizzetto, De André, Ghezzi, Guccini, fanno ormai parte di un minestrone che ha sempre lo stesso sapore, come quello del Manuale di Nonna Papera. E, peggio ancora, che non va minimamente messo in discussione. Sono quelle cose che vanno accettate così come sono e applaudite, belle per forza perché spirito di un radical-chic non so quanto di sinistra, belle perché perbeniste, non criticabili perché fatte con buone intenzioni, buoni sentimenti e senso della misura. E infatti nessuno le critica. Nessuno. Tutti le accettano in maniera supina, quasi devozionale.

Ecco il primo commento su YouTube dopo l’immissione del Saviano-Bezlan:

E vogliamo dimenticarci della Littizzetto?

O magari di Guccini…

Ecco come siamo fatti. Diamo il carisma a una storia. Consideriamo grande una che disquisisce sulla parola “stronzo” che va beh, fa anche ridere, mica dico di no, ma alla lunga stufa e neanche poco. Troviamo “assolutamente straordinari” personaggi che trasformano la realtà in narrazione e poi in monologo.

Dovremmo essere solo un po’ disgustati da tutto questo. Ci farebbe bene.

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Il “femminicidio” di Roberto Saviano e il neo-femminismo postumo

Su “Rai News 24”, poco fa, c’era una signora che parlava, e piuttosto animatamente, con sicura passione e partecipazione civile, dell’ennesimo omicidio ai danni di una giovane ragazza da parte dell’uomo che amava. Alcuni aspetti di questo evento sono già stati oggetto di un mio post precedente.

Nel frattempo lo scrittore Roberto Saviano, da parte sua, ha già parlato di “femminicidio”, coniando un neologismo di dubbio gusto ed efficacia. La vittima di un omicidio non viene vista come DONNA, ma come “femmina”. Non come entità autonoma e pensante, dunque, caratterizzata dalla propria diversità e sessualità, ma come genere.
“Omicidio” viene da “homo”. Vuol dire che è stata uccisa una PERSONA. Occasionalmente “homo” ha anche a che fare con l’italiano “uomo”. Se vogliamo sottolineare il fatto che ad essere ammazzata è l’altra parte dell’uomo, bisognerebbe parlare di DONNICIDIO (altrimenti l’omicidio sarebbe un “maschicidio”).
Le donne sono persone, non generi umani, e Saviano dovrebbe saperlo.

E, come sempre, ci si chiede “se non ora quando?”, abusando, e forse in modo poco carino, del titolo di un romanzo di uno dei più grandi scrittori italiani. Sì, è vero, dobbiamo giungere alla visione di una donna non più oggetto di desiderio o di possesso, ma come essere libero e autonomo, ma chi è che ha mai detto il contrario? Quando si dà la colpa ad un sistema politico che ha regolarmente ridotto le donne a persone di serie B non ci si ricorda di figure come Tina Anselmi, Nilde Jotti, o, tanto per fare il nome di una viva, di Emma Bonino.
Ma non ci si ricorda neanche che abbiamo avuto come ministro delle pari opportunità una donna che figurava sui calendari da velinismo spicciolo.
Che quando si sottolinea (come ha fatto l’ospite di Rai News 24) come una conquista l’affermazione delle tre donne sul podio di Sanremo, ci si dimentica che sono due anni che vincono i mariadefilippi che, dopo, vengono regolarmente relegati nel dimenticatoio.

Che 54 omicidi passionali dall’inizio dell’anno sono un dato che dovrebbe gridare indignazione, invece fa spettacolo. Perché le trasmissioni sui delitti e le sparizioni non me lo sono inventate io. E, guarda caso, sono condotte, nella maggior parte dei casi, da donne.

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“Dipende da noi”. Le firme di Saviano e Benigni, ma dipende soprattutto da qualcun altro.

Io, quando mi càpita di leggere che Benigni e Saviano, tanto per fare un esempio, hanno firmato una mozione, un manifesto, una petizione, una protesta, così, sempre tanto per fare un esempio, mi viene una sorta di subitaneo sussulto e m’invade un prudente distacco.

Non perché Benigni e Saviano non siano, beninteso, padroni di firmare quel che a loro maggiormente aggrada, ma perché sento sempre come un qualcosa che mi fa scappare via anni luce dal punto (anche solo ideologico) in cui mi trovo in quel momento.

E vorrei veramente scappare lontano dalla logica del “Dipende da noi”, da queste modalità con cui “Repubblica” è solita presentare le sue raccolte di firme, dal sensazionalismo con cui qualcuno ti dice o ti fa credere che questa è veramente l’ultima occasione per essere in gara, l’ultimo treno disponibile, come se uno che lo perde o non ci sale, sia automaticamente catapultato nella landa degli esclusi a vita (esclusi da che cosa, poi, non si sa).

L’ennesimo manifesto (stavolta il primo firmatario è Gustavo Zagrebelski) sottoscritto dall’attore che entrò a cavallo a Sanremo per filologizzare l’inno di Mameli e dell’autore antiberlusconiano che ha pubblicato svariati titoli per la Mondadori si chiama, appunto “Dipende da noi”. Sulla home page di “Repubblica” qualche giorno fa leggevo: “Non possiamo fermarci a Monti, rinunciare alla politica è un pericolo.”

Ah, e questo dipenderebbe da noi. Interessante, sì. La politica dipenderebbe da noi. Sarebbe tanto bello se fosse VERAMENTE così, ma, ahimé, non è vero.

La politica, quella che si fa in parlamento, dipende dai partiti che attualmente si guardano bene dal mettere in atto una riforma della legge elettorale, i quali NOMINANO chi vogliono loro. Fine.

E poi non si capisce bene perché tutta questa fretta di tornare alla fase partitica della politica (perché di questo si tratta) e sguazzare nel prefigurare quel ritorno alle cose come stavano prima, quando ai ministeri mica ci andavano i tecnici, sapete, no, ci andava gente che non aveva, con ogni probabilità, mai sentito parlare dei problemi di quel settore. La politica non esiste, esiste la gente che va alle elezioni e poi fanno tutto gli altri. E il bello è che “Dipende da noi”. Non dicono, nossignori, no, che dipende da loro. Non dicono che l’ultimo treno, l’ultima opportunità per cambiare il paese, nel bene o nel male che sia, è già partito, e che poi ripiomberemo nella viabilità zero.

Tutti a dire “sbrigàtevi che si parte!!”, ma si parte per dove? Per il ritorno alle origini? Benigni e Saviano hanno firmato per questo?? Loro diritto, per carità, ma propriop per questo non lo sento un mio dovere. O forse dovrei sentirlo come tale e non me ne sono accorto. E allora me lo spieghino. Non importa che abbiano già firmato in 25000 o in 30000 o in 100000. Firmino pure. Ma ci dicano anche perché dovremmo riportare, a titolo di esempio, Fassino, piuttosto che Castelli, Alfano piuttosto che Mastella, Diliberto piuttosto che Palma al Ministero della Giustizia invece di Paola Severino. Ci spieghino perché la politica deve sempre e comunque avere un primato. Così magari firmo anch’io. Ma anche no.

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Di Roberto Saviano e del perseverare dell’apostrofo

Non è che Beppe Severgnini sia, come si suol dire da qualche parte, esattamente "nei miei santi".

Ho un paio di libri suo che ho letto con distrazione ma, tutto sommato, con gusto. Lo stesso gusto che mi dà un sandwich al pollo servito sull’aereo quando ho fame. Si può mangiare e non c’è neanche troppo da fare gli schizzinosi. Anche se dopo si atterra e si va a mangiare qualcos’altro.

Oggi però ho trovato interessante la disamina, un po’ impietosa e un po’ comprensiva, che Severgnini ha fatto del modo di scrivere su Twitter dei più famosi personaggi della cultura e dello spettacolo.

Il "casus belli" è uno svarione, per la verità abbastanza comune, di Roberto Saviano che su Twitter ha lanciato un messaggio che testualmente recitava: «Khadz Kamalov, un giornalista coraggioso, è stato ucciso. 70 giornalisti russi uccisi in Russia. Qual’è il peso specifico della libertà di parola?»

Ora, il problema è che "Qual è" si scrive senza apostrofo. Da sempre.

Invero è un errore piuttosto comune. Specialmente se si scrive al computer o si mandano SMS. Un altro errore frequente è quello di scrivere (appunto!) "un’altro" con l’apostrofo. Certo, non è detto che, siccome l’errore è frequente è diffuso, solo per questo non è un errore. Diciamo che è una di quelle cose che fanno tutti, come copiarsi i CD, mettersi le dita nel naso ai semafori o non rilasciare lo scontrino fiscale. Trova tolleranza nel senso comune ma non lo trova nell’ortografia. E va beh.

Severgnini, a dirla tutta, non si mette nemmeno poi troppo a bacchettare Saviano, anzi, scrive che un errore del genere aggiunge "genuinità" a quello che si scrive. Lo rende più umano, meno asettico.

E, in fondo, appunto, tutti sbagliamo o possiamo sbagliare.

Certo, è vero, tutti sbagliamo o possiamo sbagliare. Io lo faccio continuamente. Ad esempio uno degli errori più frequenti che mi vengono è "telfono" per "telefono". Mi può capitare di ripetere due volte un concetto in una frase. A proposito di un mio post recente qualcuno ebbe a bacchettarmi perché, nel titolo parlai di "rapporto tra alunni e allievi" (quando, evidentemente, dovevo scrivere "rapporto tra insegnanti e allievi"). Oh, per carità, nulla che non si possa correggere, ma il "Crucefige!" è sempre lì, ognuno ha la sua pietra pronta e la scaglia anche perché l’ortografia offende, giustamente, il senso estetico di molti e, per carità, è una questione di stile ("Ah, che disgrazia le questioni di stile!"). Roberto Saviano, poi, ha corretto l’errore e tutto si sarebbe potuto concludere a tarallucci e vino, ovvero, con un articolo sul sociologico-pignolino andante di Severgnini e il "mea culpa" di Saviano. E viandare, voglio dire, gli apostrofi sono importanti ma non se ne può fare una questione di vita o di morte. In fondo Saviano ha scritto solo un intervento su Twitter, mica il discorso di ingresso all’Accademia della Crusca!

Quella che lascia perplessi è la successiva reazione di Saviano (affidata, manco a dirlo, a Twitter): «Ho deciso : - ) continuerò a scrivere qual’è con l’apostrofo come #Pirandello e #Landolfi. r.» [1]
Ora, preso atto della captatio benevolentiae di Saviano e della sua faccina, bisognerebbe ricordargli in primo luogo che non è né Pirandello né Landolfi, ma questo, probabilmente, lo sa già per conto suo.
E, successivamente, fargli presente che ciò che, forse, disorienta il lettore, non è tanto l’errore in sé e per sé, quanto il fatto che venga da uno scrittore e tra i più osannati e riveriti del nostro tempo.
Voglio dire, il minimo che uno si aspetta da uno scrittore di professione e che vende milioni di copie dei suoi libri è che non faccia di questi errori.
Se qualcuno che mi manda una lettera scrive sulla busta "Roseto degli Abbruzzi" (come mi càpita spesso di vedere) ci rido, ma se "Il fatto Quotidiano", come fa spesso, scrive "Abbruzzo" con due "b" un po’ mi incazzo,  perché pago un giornale in cui lavorano giornalisti e tipografi che spero conoscano il loro mestiere.

La fretta, la necessità di mettere in linea tutto e subito, l’intervento magari mandato a Facebook o Twitter dal telefonino mentre si è in movimento costituiscono le attenuanti generiche per tutti. E, proprio per questo, basterebbe dire "E va beh, ho sbagliato…" anziché dichiarare "continerò a scrivere qual’è con l’apostrofo". Adesso aspettiamo anche che Saviano scriva "continuerò a pubblicare per Mondadori".

[1] http://www.valeriodistefano.com/public/savianoapostrofo.png

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Roberto Saviano querela un blogger di Caserta, ma andra’ in tribunale un suo omonimo lombardo

Roberto Saviano ha querelato un blogger di settant’anni.

Che, voglio dire, già detta così la notizia un sorriso lo strappa. Non so cosa abbia fatto questo settuagenario per meritare una querela proposta dall’autore di "Gomorra", ma la cosa più paradossale è che se Saviano ci mette una briscola, gli inquirenti ci mettono il carico da undici.

Secondo quanto riferito dal Corriere del Mezzogiorno, infatti, Saviano avrebbe querelato un certo "F.T." (nell’atto di querela figuravano, comunque, nome e cognome per intero) di Caserta, solo che per un tragico errore di omonimia, ci è andato di mezzo un signore  che ha lo stesso nome e cognome del querelato, ma  che ha 30 anni di età e che vive in Lombardia.

Non c’è che dire, è bella sapere di vivere in un Paese in cui la Giustizia funziona come un orologio, basta non fare mente locale sul fatto che una cosa del genere, a questo punto, può succedere a chiunque di noi. Perché ormai il signor "F.T.", lombardo, è stato citato a comparire davanti al Tribunale, e dovrà pagarsi un avvocato per spiegare che c’è un vizio di forma all’origine (gli inquirenti che hanno preso lucciole per lanterne) ed essere scagionato. Chissà se avrà diritto a un risarcimento.

Tutto questo è successo perché il gigante Saviano ha deciso di querelare un piccolo blogger.

Perché non mi si dica che il signor Roberto Saviano, giornalista e scrittore di grido, con quattro o cinque titoli in poll position pubblicati per la casa editrice di proprietà del Presidente del Consiglio, e qualche altro stampato per i tipi dell’altra casa editrice che appartiene alla casa editrice del Presidente del Consiglio ("Ripeterselo è come passarsi una spugna d’acqua gelata lungo la schiena", direbbe lo stesso Saviano) che lui e un blogger sono sullo stesso piano.
Ora io non so cosa questo blogger abbia scritto di Saviano per provocare questa reazione, e non metto in dubbio che Saviano abbia tutti i diritti di ricorrere dove vuole per vedere riconosciute le proprie ragioni, se ne ha.
Ma è la prova del nove che in rete pesce grosso mangia pesce piccolo.

Tutti si sciacquano la bocca con questa menata della rete libera, della libera critica, del libero accesso alle informazioni e alle opinioni, ma se un blogger querela Saviano quello ci ride, se Saviano querela un blogger quello ci resta spiaccicato come un moscone sul parabrezza della Seicento in un ferragosto degli anni Sessanta.

Su, via, Signor Saviano, ritiri la querela. C’è già andato di mezzo un innocente per via di un’indagine maldestra o, se vuole chiamarla così, per una "stortura del sistema giudiziario".
E poi alle querele si ricorre soltanto quando le idee sono finite e non rimangono che gli insulti. Ci faccia sentire che Lei ne ha ancora, e tante, e che vuole condividerle con tutti accettando gli applausi e i proventi da diritto d’autore, ma anche le critiche di chi ha a disposizione solo una tastiera e un collegamento ADSL e non lo staff editoriale della Mondadori.
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Quelli che fino a ieri mangiavano nel piatto di Berlusconi: Roberto Saviano e la laurea ‘honoris causa’

Roberto Saviano ha, dunque, ricevuto la laurea Honoris Causa in Giurisprudenza dall’Università di Genova.

Non si è limitato a riceverla, a fare la sua Lecto Magistralis e a ricevere gli applausi.

L’ha anche dedicata ai magistrati. Ma non si è limitato a dedicarla solo ai magistrati che quotidianamente compiono il loro dovere, l’ha dedicata a QUEI magistrati di Milano che indagano su Berlusconi e a cui anche lo scrittore, evidentemente, ha delegato, con la logica della rappresentanza più o meno elettiva, il compito di fare piazza pulita della malapolitica.

Quanti soldi ha preso Saviano dalla Mondadori di Berlusconi?

No, cominciamocelo a dire in faccia (io lo sto dicendo già da tempo, invero) che Saviano sia stato una delle firme di punta del regno editoriale di un signore accusato di aver pagato un senzafine di puttane, anche minorenni.

E non è che questo ragazzino con la barbetta incolta, lo sguardo un po’ spento e triste, la morale facile e la pellicchiella d’ermellino (“era elegantissimo!”, diceva Fazio ieri sera, aveva un cappello più grande della sua testa e si vede pure, va beh, non è colpa sua…) una volta che ha saputo che il suo signore e padrone gioca all’infermiera sexy con le sue virginali ancelle (ma c’era bisogno dell’accusa di prostituzione minorile”? Non bastava il Caso Mills??) abbia detto: “Bene, ora ritiro i diritti di “Gomorra” a Mondadori, pago una penale, m’importa assai, lo pubblico per conto mio e lo metto in vendita sul Web a prezzo simbolico, tanto ci ho già preso un bel po’ di soldi”, oppure “Col cazzo che li do alla Mondadori i miei prossimi libri!”

Certo che non li da alla Mondadori. Sapete a chi li dà? Alla Einaudi. Che è della Mondadori.


[lo screenshot dell’ultima pubblicazione di Saviano sul catalogo di BOL]


E di nuovo complimenti ai magistrati, che intanto i quattrini dalla figlia del premier e la laurea se li becca lui.

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Letterine di Natale 1 / Roberto Saviano scrive una lettera aperta agli studenti dopo le manifestazioni del 14 dicembre

Un altro esempio di logica di pensiero da rifiutare è costituito, a mio parere, dalla cosiddetta “lettera aperta” ai dimostranti di Roma che Roberto Saviano ha pubblicato su “Repubblica”.

C’è da rimanere a bocca aperta se uno strenuo difensore della legalità e dei diritti, così come viene percepito Roberto Saviano dall’opinione pubblica, scrive “Poliziotti che si accaniscono in manipolo, sfogando su chi è inciampato rabbia, frustrazione e paura: è una scena che non deve più accadere. Poliziotti isolati sbattuti a terra e pestati da manipoli di violenti: è una scena che non deve più accadere.”

Si badi bene, Saviano condanna la violenza, gli incendi delle auto, dei blindati, il lancio indiscriminato di sampietrini, il sabotaggio dei bancomat, e vorrei vedere chi è che non è d’accordo con lui.

Dove Saviano sbaglia (e sbaglia di brutto), la prospettiva della sua analisi è l’equiparazione tra la condanna degli atti compiuti dai privati cittadini e quelli compiuti dai poliziotti.

Il punto è che il privato cittadino che lancia un sasso contro la polizia e ferisce un agente deve essere sì fermato e successivamente identificato e processato, ma non gli deve essere torto un capello perché in quel momento è nelle mani dello Stato, rappresentato dalle forze dell’ordine.
Se, invece, le forze dell’ordine manganellano ed esercitano violenza sul cittadino che delinque non siamo uno a uno e palla al centro, come Saviano ingenuamente vuol farci credere, ma siamo due a zero a favore del delinquente perché lo Stato non può comportarsi come chi delinque. Viviamo in un ordinamento giuridico per cui chi uccide non può e non deve essere ucciso a sua volta. E questo è quanto.

E’ inutile che Saviano scriva, con evidente eccesso di buonismo egualitario, “non deve più accadere” per gli uni e per gli altri, perché per il cittadino deve mettere in conto che possa anche accadere (triste, grave, esecrabile ma possibile), mentre per lo Stato non deve MAI accadere, perché se accade lo Stato è perdente e sconfitto.

Non siamo nel ’68, quando Pier Paolo Pasolini si schierava apertamente dalla parte dei poliziotti perché erano figli di povera gente mentre gli studenti erano figli di papà abituati ad avere il culo caldo, siamo nel 2010, quando gli studenti, l’istruzione, l’università, la ricerca e il lavoro non hanno un futuro e c’è bisogni di reclamare cultura perché c’è chi dice che con la cultura non si mangia.
Gli studenti sono il frutto della rabbia, della voglia di conoscenza, urlano una disperazione che è viva e tangibile, chiedono spiegazioni allo stato e lo stato è rappresentato dai poliziotti che li menano. I video di YouTube sono sotto gli occhi di tutti, e la vecchia poesia di Pasolini è diventata un ritornello caro solo alla destra, e poi non vogliono che si parli di trasformismi.

Saviano la rabbia degli studenti la conosce bene: “Mi si dirà: e la rabbia dove la metti? La rabbia di tutti i giorni dei precari, la rabbia di chi non arriva a fine mese e aspetta da vent’anni che qualcosa nella propria vita cambi, la rabbia di chi non vede un futuro. Beh quella rabbia, quella vera, è una caldaia piena che ti fa andare avanti, che ti tiene desto, che non ti fa fare stupidaggini ma ti spinge a fare cose serie, scelte importanti.”

Già, ma quali scelte importanti può spingere a fare la disperazione della gente che non arriva a fine mese? Contro chi se la devono prendere queste persone se non contro quello stesso Stato che ha tolto loro la speranza e che oggi, nemmeno tanto metaforicamente, le calpesta e le prende a calci?

Quali sarebbero le “scelte importanti” secondo Saviano, campare coi diritti d’autore delle opere pubblicate per la casa editrice del Cavaliere? Prendere un cachet a serata per condurre un programma come “Vieni via con me” per la Endemol che è di proprietà di Mediaset?

Ma ci faccia il piacere…

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Elenco delle cose che mi hanno fatto girare i coglioni in “Vieni via con me”

– Fabio Fazio che invita (ma per scherzo, sapete?) Milena Gabanelli ad andare a lavorare perché deve pagare tutti i milioni richiesti nelle cause che la sua coraggiosa trasmissione ha ricevuto in tutti questi anni;

Roberto Saviano che racconta le storie commoventi dei morti nella Casa dello Studente de L’Aquila e non denuncia la storia da piangere della mancata ricostruzione e della dignità dei vivi che non hanno più una città che è stata completamente cancellata dalla memoria degli uomini;

Roberto Saviano che continua a pubblicare per la Mondadori e cita l’articolo 34 della Costituzione sulla scuola e le parole di Pietro Calamandrei;

Fabio Fazio che continua a fare la padroncina di casa della RAI nonostante tutto;

Fabrizio De André tirato fuori a sproposito, anche solo con una citazione da "Il Testamento di Tito", perché fa tanto vangelo laico, che, tradotto, significa "cattocomunista";

i balletti su una versione da commento sonoro ai film del muto degli anni venti, suonata con la pianòla scordata, che costano una barcata di quattrini per due o tre minuti di amenità che non si capisce nemmeno cosa vogliano dire;

Domenico Starnone che ci racconta com’è e come deve essere una scuola ideale ma intanto campa coi diritti d’autore delle sue opere e sarebbe bene che tornasse a guadagnare quanto un insegnante che campa solo del suo stipendio, poi lo vedi come gli passano le rùzze da comparsata televisiva;

il Procuratore Nazionale antimafia Piero Grasso che parla di eliminazione di alcune garanzie solo formali per lo snellimento dei processi penali, ignorando che uno stato che  è disposto a eliminare le garanzie a favore di una giustizia penale più veloce probabilmente non si merita né garanzie né giustizia penale più veloce. E anche perché il Dottor Gian Carlo Caselli non direbbe mai una cosa del genere;

don Luigi Ciotti che ha fatto la litania della legalità, che è la stessa cosa che ci permette di dire che Marcello Dell’Utri non può essere ritenuto colpevole del reato di associazione mafiosa perché non è ancora intervenuta una sentenza definitiva passata in giudicato e che Berlusconi è incensurato;

Roberto Saviano che pronuncia "Iòrghe Luis Bòrghes" per "Jorge Luis Borges";

il ringraziamento a Endemol, che fa capo a Berlusconi anche lei.
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L’ultima puntata di “Vieni via con me”

Hanno ragione Cetto La Qualunque e Beppe Grillo.

Cetto la Qualunque ha ragione quando dice che una evento televisivo-culturale è bellissimo alla prima puntata, interessante alla seconda, sopportabile e passabile alla terza, ma alla quarta puntata ti fa spaccare i cogghiùna.

Beppe Grillo ha ragione da vendere quando dice che il format della trasmissione "Vieni via con me" con Fazio e Savio è di proprietà di Endemol, che Endemol è di proprietà di Mediaset e che il banco vince sempre, e l’illusione di avere una TV alternativa a quella di regime è, appunto, un’illusione, perché "Vieni via con me" è una trasmissione di regime, in cui il tornaconto è sempre e comunque quello del Presidente del Consiglio.

Come ogni copia di "Gomorra" venduta, del resto. Almeno finché Saviano continuerà a pubblicare per la Mondadori.

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Maroni contro Saviano: si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignita’

Lo Stato dev’essere sceso a livelli talmente bassi da aver bisogno, più che di calendarizzazioni dell’eutanasia di governo, di un pronto soccorso immediato che limiti gli effetti dell’aneorisma in atto se un Ministro dell’Interno, che in quanto Parlamentare deve rendere conto dell’operato all’intero popolo italiano, e non soltanto ai suoi elettori, se la prende con Roberto Saviano.

E io non volevo più neanche parlarne di "Vieni via con me", trasmissioncina tutto sommato innocua, elencazione sterile di luoghi comuni recitati da ospiti impacciati e inadeguati, condotta da una personcina in abitino marròn, come il tinello di cui parla Paolo Conte, un po’ perché ne ho già parlato abbastanza e uno rischia di diventare ripetitivo, un po’ perché mi pare, in tutta sincerità, che la qualità complessiva del programma non meriti altre parole: hanno cominciato con Cristiano De André che deve per forza fare il verso a suo padre e cantare "Don Raffaè’" e hanno tenuto solo due o tre minuti un monumento vivente come Beppino Englaro, messo accanto a Fini e a Bersani, e ce la gabellano come televisione di qualità sapendo che è così non perché lo sia effettivamente, ma perché la gente è abituata a vedere di peggio.

Le mosse di Maroni contro Saviano e la RAI sono, comunque, inaccettabili e irricevibili.

Un Viminale furioso perché Saviano ha citato un brano tratto da un’intervista a Gianfranco Miglio rilasciata al quotidiano "Il Giornale" (eeeeehhh!…) il 20 marzo 1999. Eccolo qui:

"Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate."

E’ la citazione di una persona a cui è stata intestata una scuola pubblica ad Adro e che viene considerato essere il padre di un movimento politico.

Cos’è, non si può citare Miglio? E’ sacro?? E non si può muovere una critica in televisione a quanto affermato da Miglio più di dieci anni fa???

Certo che no, tant’è che Maroni ha dichiarato: "Come ministro e ancora di più come leghista mi sento offeso e indignato dalle parole infamanti di Roberto Saviano, animate da un evidente pregiudizio contro la Lega".

Senza, peraltro, ricordarsi di quello che lo stesso Umberto Bossi, con una serie di fini francesismi, aveva dichiarato sullo stesso Miglio:

"Poveraccio", "vecchio fuori di testa che fa un putiferio perché non gli han dato la poltrona", "me ne fotto delle minchiate di Miglio", "arteriosclerotico, traditore", "Ideologo? No, panchinaro", "una scoreggia nello spazio" (cit. in: Marco Travaglio, Miglio col bene che ti voglio, l’Espresso 24 aprile 2009)

Cos’è che è di pregiudizio per la Lega, quello che ha detto Saviano o la citazione di Miglio?

Non si sa bene, ma Maroni prosegue imperterrito: "Ho chiesto al Cda della Rai il diritto di replica".

Ma la replica de che? Una critica è tale perché rappresenta il pensiero di chi la muove, non si sa bene che cosa voglia replicare: replica a una frase di Gianfranco Miglio? A una citazione?? A un dato di fatto???

Perché il punto è questo, il governo morente e uscente (che, tuttavia non uscirà e non morirà tanto presto, sarà un’agonia lunga e dolorosa -per il popolo italiano, beninteso-) sta distorcendo la realtà cercando di negare l’innegabile, ovvero che Gianfranco Miglio abbia detto quelle cose. E non pare proprio che la redazione de "il Giornale" le abbia smentite.

Allora: "Chiedo risposta anche a nome dei milioni di leghisti che si sono sentiti indignati dalle insinuazioni gravissime di Saviano e quindi auspico che mi venga concesso lo stesso palcoscenico per replicare ad accuse così infamanti che devono essere smentite"

Non c’è nulla di peggio di chi si renda portavoce del pensiero e della sensibilità altrui. Dove sono le "insinuazioni gravissime"? A quali frasi si riferisce Maroni? Non è dato di saperlo. Quello che è chiaro è che vuole il "palcoscenico", unico strumento mediatico e di propaganda utilizzato anche dal suo Reggente.

Alla RAI gli hanno risposto picche, che non se ne fa di nulla, nessun diritto di replica, nichts, nata, rien de rien, raus, zò i man da la verzüra! Loris Mazzetti ha dichiarato: "Se noi abbiamo detto cose non vere, cose smentibili se lo abbiamo ingiuriato o offeso, che si rivolga direttamente alla magistratura"

E allora lui si è rivolto al capo dello Stato. Che, voglio dire, come ragionamento non fa una piega. "Giro al presidente della Repubblica e ai presidenti di Camera e Senato la questione, se la Rai deciderà di negarmi il diritto di replica a Saviano".

E’ come rivolgersi al tappezziere, alla ferramenta e all’elettrauto perché al banco della salumeria del supermercato si sono rifiutati di darci un etto di prosciutto crudo.

Come replica a Saviano, così ottenuta, varrebbe poco.
Come show probabilmente sarebbe più divertente di Fazio in vestito gessato marrone (così ci è sembrato alla televisione!).

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Fini e Bersani a “Vieni via con me” con Fazio e Saviano

E dunque domani sera, a "Vieni via con me", da Fazio e Saviano andranno Gianfranco Fini e Pierluigi Bersani.

Leggeranno, come fece Vendola, un elenco di luoghi comuni e la gente, pensando si tratti di un confronto democratico tra due leali avversari politici, batterà le mani e, tanto per cambiare, non ci capirà un belino.

Dicono che li hanno chiamati per stilare (e leggere) una serie di punti che costituiscono i valori della destra e quelli della sinistra. Niente "par condicio", ha detto Fazio ieri sera, solo un elencazione dei valori fondanti dell’uno o dell’altro schieramento.

Questo presupporrebbe un dato almeno imbarazzante da sostenere: che la destra italiana sia portatrice di valori.

E questi valori della destra italiana chi li dovrebbe rivendicare? Fini?? Fini che sta creando il terzo polo con Casini e Rutelli (fino a ieri li avrebbe scannati), Fini il delfino di Almirante, quello dei saluti romani a gogò, il co-padre della Bossi-Fini sull’immigrazione (Bossi nel frattempo è diventato l’avversario di turno, chè senza alleati non si può vivere ma senza avversari si muore).

Ma l’altro dato, forse ancor più difficile da sostenere è il dare per scontato che la sinistra italiana ci sia e abbia dei contenuti originali.
E lì, invece, a portare alta la bandiera nel vuoto ideologico del centro-sinistra, finora incapace di opporre contenuti vitali all’azione di governo ci va Pierluigi Bersani, erede diretto di quel centrosinistra che quando è andato al governo tutto ha fatto meno che approvare una legge sul conflitto d’interesse che inchiodasse qualunque Berlusconi fosse andato al governo.

E questa è la televisione dell’opposizione che fa il 25% di share!
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Via con loro e cosi’ sia

Dio mio la trasmissione di Saviano, Fazio & C…

Per carità, non che io sia stato del tutto preconcezionista nei confronti di un programma che avrebbe dovuto essere di denuncia, dare un po’ di respiro a una televisione ripetitiva, in cui la cosa più guardabile resta “Ballarò” perché molte trasmissioni si sono degradate, fino a fermarsi poco più in alto di certi rotocalchi da uno o due euro, poco più in basso del più economico dei principi attivi delle benzodiazepine e dei tranquillanti.

Ci si aspettava molto, dunque, e a ragione.

E il successo è arrivato, puntuale, non perché sia stato molto quello che ci hanno dato, ma perché in confronto a quello a cui siamo abituati anche una trasmissione mediocre è da dieci e lode.

Dice “Ma c’era Benigni”. Sì, e allora? Non si ha certo bisogno dei comici per sapere che Berlusconi ha tutto. Lo sappiamo da soli, però non reagiamo. Perché? Perché siamo dei vigliacchi, ecco perché, perché abbiamo bisogno di qualcuno che le cose le dica per noi, perché noi non abbiamo le parole, perché c’è andato gratis, perché paghiamo il canone, perché la vita è bella e lui ha citato “Era de maggio”, perché ha fatto la rima stanze/depandànze, perché Saviano era imbarazzato e triste, perché noi stavamo nella comodità dei nostri divani morbidi, con i piedi stanchi e puzzolenti dentro le ciabatte di casa dopo aver lavorato un giorno intero o dopo non aver fatto un cazzo perché licenziati o in cassa integrazione, e allora chi ce lo fa fare di metterci a pensare se c’è un comico che lo fa per noi??

Che poi, diciamocela tutta: era roba vecchia di 12 anni fa quella di Benigni, gli ha dato una rispolveratina e via, come nuova, ad acchiappare il pubblico sbadato e smemorato della televisione.

Ecco il testo di allora (1998):

Io sono il boss della coalizione:
Casini, Fini e ultimamente Buttiglione.
Io sono il Leader, il Salvatore,
la Provvidenza, sono l’Unto dal Signore.

La Standa è mia, il Milan è mio
e la Marini, la Cuccarini le cucco io;
Mentana, Fede, Paolo Liguori,
la Fininvest, Publitalia, Mondadori,
Vittorio Feltri, i due Vianelli
e – se obbediva – forse Indro Montanelli.

Ci ho Panorama, Assicurazioni,
Milano Due, Milano Tre, Sorrisi&Canzoni,
ville in Sardegna, palazzi a Milano,
un conto a Hong Kong, due a Singapore e tre a Lugano,
arei, navi, banche, libretti,
sei elicotteri, duecento doppiopetti.

Ci ho Tatarella e Fisichella,
Marco Pannella e Franco Zeffirella,
Clemente Mastellla, la su’ sorella,
Gianfranco Funari e la su’ mortadella.

Carlo Rossella del Tiggì Un
è mio, è mio il tigi due di Mimun.
Gianfranco Fini, oh yes, Paolo Maldini
Letta, Lentini, Alessandra Mussolini,
Pierferdinando Casini, Fiorello e fiorellini,
la Mondaini e Roberto Formighini.

Ci ho Via dell’Umiltà, c’ho la Segreteria
a via Dell’Anima de li mortacci mia.
Mi manca la Fiat, ma me la piglio,
come ho già preso a Miglio e Scognamiglio;
sarà ancora mia la Presidenza del Consiglio.

Checchè si dica, è mio anche mio figlio
il Padre Nostro… è solo mio
e cosa nostra non è vostra, è cosa mia.
Di aziende e banche ho fatto il pieno
basta così, domani compro il mar Tirreno.
Ma io compro tutto, dall’a alla zeta…
ma quanto costa questo cazzo di pianeta?!
Lo compro io, lo voglio adesso
poi compro Dio: sarebbe a dire compro me stesso.


Ecco, e ora? Come ci siete rimasti?

Ma, si sa, it’s uònderful, duddudududù…

Lo stesso Saviano aveva cominciato bene, con la fabbrica di fango. Quello che la gente può farti se parli di lei, se la critichi, se ne scopri le magagne è un tema nobile, che richiederebbe tutta la serata.

Ne ha parlato sì e no cinque minuti. Poi è passato a Falcone e fin lì va bene, ma quando ha recitato l’elenco delle azioni sintomo della condizione omosessuale (tipo pulirsi le orecchie col cotton fioc anziché con lo stuzzicadenti che fa più “uomo”) per fare da contraltare a Nichi Vendola (che, da parte sua, ci ha deliziato con la lettura dell’elenco dei sinonimi della parola “omosessuale”, solo che si è dimenticato il livornese “frustone” e il pantoscano “pigliànculo”) ho pensato che ormai avevo completamente espiato la mia pena media giornaliera.

Claudio Abbado che è un monumento è stato fatto parlare pochissimo. La cultura sta andando in malora, ma nessuno ha detto niente. Lo sappiamo benissimo che in Venezuela ci sono progetti meravigliosi che tolgono bambini e bambini dalle strade per educarli alla musica e al senso dell’orchestra, ma proprio per questo bisognerebbe incazzarsi ancora di più: loro tolgono la possibile prostituzione dalle strade e noi la facciamo entrare nei palazzi del potere.

Tremonti dice “Fatevi un panino con la Divina Commedia”, bravo, bravo, oh no, sei bravo tu, ma io guarda che ho visto il tuo concerto e mi sono commosso, no, mi sono commosso di più io a leggere il tuo libro, Pompei crolla, è una metàfora della vita…

Pompei non crolla perché è una metafora della vita, ma perché è la realtà della nostra incuria e dello stallo dell’ignoranza al potere.

Cibùm cibùm-bùm…

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