Consulta: “Inammissibile il referendum elettorale. Il quesito è eccessivamente manipolativo”

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La Corte costituzionale si è riunita oggi in camera di consiglio per discutere la richiesta di ammissibilità del referendum elettorale “Abolizione del metodo proporzionale nell’attribuzione dei seggi in collegi plurinominali nel sistema elettorale della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”, presentata da otto Consigli regionali (Veneto, Piemonte, Lombardia, Friuli Venezia Giulia,Sardegna, Abruzzo, Basilicata, Liguria).
Oggetto della richiesta referendaria erano, in primo luogo, le due leggi elettorali del Senato e della Camera con l’obiettivo di eliminare la quota proporzionale, trasformando così il sistema elettorale interamente in un maggioritario a collegi uninominali.
Per garantire l’autoapplicatività della “normativa di risulta” – richiesta dalla costante giurisprudenza costituzionale come condizione di ammissibilità dei referendum in materia elettorale – il quesito investiva anche la delega conferita al Governo con la legge n. 51/2019 per la ridefinizione dei collegi in attuazione della riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari.
In attesa del deposito della sentenza entro il 10 febbraio, l’Ufficio stampa della Corte costituzionale fa sapere che a conclusione della discussione la richiesta è stata dichiarata inammissibile per l’assorbente ragione dell’eccessiva manipolatività del quesito referendario nella parte che riguarda la delega al Governo, ovvero proprio nella parte che, secondo le intenzioni dei promotori, avrebbe consentito l’autoapplicatività della “normativa di risulta”.
Preliminarmente, la Corte ha esaminato, sempre in camera di consiglio, il conflitto fra poteri proposto da cinque degli stessi Consigli regionali promotori e lo ha giudicato inammissibile perché, fra l’altro, la norma oggetto del conflitto avrebbe
potuto essere contestata in via incidentale, come in effetti avvenuto nel giudizio di ammissibilità del referendum.

Roma, 16 gennaio 2020

Quelli che se la tirano la crisi

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Sarà perché sto leggendo “Pane e Bugie” di Dario Bressanini, ma espressioni come “DOC”, “DOCG”, “Bio”, “Chilometri zero” mi stanno sempre più indigeste.

Soprattutto “bio”. Ma “bio-” cosa? “Biodegradabile”? “Biocompatibile”? “Biologico”, no? Allora usiamole per intero le parole.

“Bio”, “DOC”, “DOCG”, “Chilometri zero”. Tutte espressioni che associamo all’alimentazione e a un’alimentazione corretta per la nostra salute.

Una mela biologica costa di più del suo equivalente ottenuto con agricoltura tradizionale.
Forse è più gustosa, magari è più ricca di elementi nutritivi.
Però una famiglia spende ogni mese un TOT per l’acquisto e il consumo di frutta e verdura che fanno tanto bene alla salute. Ma se compra solo frutta e verdura biologiche l’assimilazione di nutrienti diminuisce considerevolmente perché ne comprerà una quantità sensibilmente inferiore.

Dice che dobbiamo consumare i nostri prodotti, quelli nazionali, quelli certificati.

Io compro regolarmente la cipolla di Tropea, la bresaola della Valtellina, la fontina della Val d’Aosta, il salame piccante calabrese, il Nero d’Avola, il Chianti, il Merlot veneto, il Cannonau della Sardegna, il Passito di Pantelleria, il Moscato dell’Elba e ora basta se no mi sbronzo.

Ma il Passito da Pantelleria sulla mia tavola a Roseto degli Abruzzi ci viene a piedi? Suppongo che una cipolla da Tropea arrivi dal mio verduraio per smaterializzazione atomica e che il formaggio Asiago giunga rotolando sulla sua stessa forma.

Le uniche cose a chilometro zero su cui posso contare sono le fragole, il prezzemolo, il basilico, la menta e i peperoncini che crescono sul mio terrazzo, il resto è fuori target.

Ci raccontiamo un sacco di balle. Ci preoccupiamo di farci portare la roba buona dal contadino (che ce la porta con la macchina che evidentemente va ad aria compressa) e non ce ne frega niente di tutto il parmigiano e tutta la pasta che mandiamo in Australia con le navi.

“Per me possono anche prenderti e stuprarti in piazza” Gianluigi Piras si dimette dal PD

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Il profilo Facebook di Gianluigi Piras

«Isinbayeva, per me possono anche prenderti e stuprarti in piazza. Poi magari ci ripenso. Magari mi fraintendono».

Così Gianluigi Piras , presidente  del forum sardo del Partito Democratico sui diritti umani e consigliere comunale di Jerzu, in un intervento sul suo account Facebook riferito alle prese di posizione dell’atleta russa Isinbayeva che ha difeso le leggi russe contro l’ostentazione della propaganda gay, salvo poi prendere diversa posizione correggendo leggermente il tiro in una successiva conferenza stampa.

Non lo so che cavolo prende ai politici quando sono su Facebook e Twitter. Forse pensano di trovarsi in una sorta di zona franca, di non essere visti, di un ambiente telematico di libertà totale di auspicio allo stupro.

Fatto sta che dopo le frasi rivolte su Facebook dalla leghista Dolores Valandro al Ministro Cécile Kyenge che le sono costate, altre all’espulsione dal suo adorato partito, anche un anno di reclusione e tre anni di interdizione dai pubblici uffici, è il Partito Democratico a dover fare i conti con l’intemperanza verbale di un suo esponente che, a giudicare dalle premesse, non mi risulta possa avere una lunga vita politica.

Ha provato a chiarire («chiarirò quello che è evidentemente un grosso equivoco. E farò dovute comunicazioni. Per ora mi scuso per una frase che, a prescindere dalle mie motivazioni e dagli opportuni chiarimenti, prendo atto sia stata evidentemente recepita come violenta e inaudita», non si riesce a vedere che razza di equivoco possa essere contenuto nella frase “per me possono anche prenderti e stuprarti in piazza”) e poche ore dopo si è dimesso («quando si sbaglia, in politica come nella vita, c’è sempre un prezzo da pagare.  A tal proposito e irrevocabilmente rassegno le dimissioni dai miei incarichi: la presidenza del forum regionale sui Diritti civili del Partito democratico della Sardegna, il Consiglio comunale di Jerzu, il coordinamento regionale di Anci giovane, il coordinamento provinciale di Prossima Italia, associazione che in questa fase sta sostenendo la candidatura di Giuseppe Civati alla segreteria del Pd»).

Alcune ore fa ha aggiunto “In questo momento e prima di tacere definitivamente e per parecchio tempo, oltre alla nota diramata, posso solo integrare che, dimissioni a parte, accetterò qualsiasi provvedimento di espulsione da parte del mio partito. Inoltre, qualora la nota non fosse sufficiente a recuperare il grave danno da me involontariamente inferto ai danni di tutte quelle donne che abbiano subito violenze e che, a leggere le mie parole, siano state toccate da ennesima violenza, intendo accettare qualsiasi iniziativa legale nei miei confronti al fine di pagare il giusto prezzo, se necessario, anche di fronte alla legge. E se proprio devo continuare a ricevere infiniti e giustificati insulti, chiedo solo che siano sinceri e sentiti e non provengano da altre motivazioni. Chiedo ancora scusa.”

Ora, se parla di “danno involontariamente inferto” la cosa è triplamente grave perché oltre a usare delle parole pesantissime non c’è neanche la consapevolezza della gravità e della degradazione dello stupro per una donna, che avrà anche espresso opinioni poco condivisibili, e io non le condivido per niente, ma che hanno visto Piras carnefice quando avrebbe potuto e dovuto sentirsi vittima assieme a tutto gli omosessuali che la nuova legge russa sull’omofobia mette al margine della società.
Intende “accettare qualsiasi iniziativa legale” nei suoi confronti. Benissimo, ma non è una cosa che gli fa onore, è il minimo, beninteso.
Vuole pagare il giusto prezzo “se necessario anche di fronte alla legge”. E certo, dove vuole pagarlo, se no? A me? Al suo Partito? Alla fruttivendola??

Non manca chi lo difende a spada tratta: “Piena solidarietà a Gianluigi Piras, la cui provocazione non è stata capita da molti e deliberatamente non voluta capire dai più. Capisco anche quella mentecatta della Isimbayeva, il cui sangue è tutto concentrato nella sua potente muscolatura e nulla nel suo piccolo cervellino…”

Insulti su insulti. Ironia della sorte, la foto dello sfondo dell’account Facebook di Piras è quella della Kyenge. 

La bravura di Michela Murgia

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Una delle donne più interessanti del momento è certamente Michela Murgia.

Almeno non è incredibilmente prevedibile.

Classe 1972, esordì letterariamente con un blog, poi raccolto in forma di volume dalle edizioni ISBN (sono libri belli e stampano bene, compratelo) sotto il titolo di "Il mondo deve sapere", diario della sua esperienza di lavoratrice nel call center della Kirby International. Poi è passata al Premio Campiello con "Accabadora".

La ragazza è brava, maledettamente brava, sa scrivere e bene. Questo crea un certo imbarazzo considerato che:

a) ha una bella faccia pacioccona e sorridente lontana, grazie al cielo, dagli stilemi dei visi delle esponenti più in voga  del neoputtanesimo berlusconiano;

b) ha studiato teologia (quindi non fa audience, minimo un master in marketing applicato, anche se nessuno sa cosa sia, se no non sei nel giro);

c) si è adattata a fare mille mestieri prima di raggiungere la notorietà (è stata direttore amministrativo in una centrale termoelettrica);

d) ha un blog costruito con Joomla (averlo avuto Joomla quando decisi di mettere su un blog!);

e) rilascia alcuni dei suoi scritti sotto licenza Creative Commons;

f) Ogni tanto si lascia sfuggire qualche errore di ortografia, come me;

g) non la pensa come me, né come tanti altri;

h) non la invitano da Fazio. O se la invitano non ci va. Probabilmente per quanto esposto nei punti da a) a g).

Salutame a Soru!

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Soru è una persona troppo onesta. E infatti in Sardegna ha vinto il PDL.

Veltroni, forse per la prima volta da quanto è segretario del Partito Democratico, si è fatto un esame di coscienza e ha deciso di rimettere nelle mani della segreteria, che è un’espressione che fa un po’ schifo, a dirla tutta.
La Segreteria, compatta ha affermato che Veltroni è il segretario che ci vuole e che la sua linea di opposizione è ineccepibile, quindi niente dimissioni, che Berlusconi ha ancora tanti privilegi da soddisfare e ci mancherebbe anche altro che gli venga a mancare l’appoggio dell’opposizione… (eh, su, via, sarebbe troppo…)
Nell’audio la conferenza stampa di Soru (da: www.radioradicale.it – licenza Creative Commons: Attribuzione 2.5)

Polizia Scientifica

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Son qui a salutare a capo chino, e con intense e reiterate riverenze il reparto della Polizia Scientifica di Olbia che, non ho ancora capito per quale motivo, si dichiara affezionatissimo al blog e a tutte le stronzate che ci scrivo, in particolare pare ci sia qualcuno che prende spunti da questo amalgama di stronzate per fare a sua volta ricorsi al Garante della Privacy.

E’ roba da non credersi, la Polizia Scientifica che viene sul mio blog a prendere idee e appunti per dei banalissimi ricorsi al Garante dei dati personali, il mondo gira alla rovescia e prima o poi mi toccherà anche credere al fatto che Babbo Natale esiste.

Un saluto doveroso, ossequioso e obbligatorio, dunque, anche perché io so perfettamente essere servile coi potenti e vile e ingiusto coi più deboli, in particolare con i reparti di polizia, che poi un giorno mi spiegheranno chi cazzo glielo fa fare di perdersi in questo labirinto, per intanto Buon Natale e un felice, servile, ossequioso e spettabile anno nuovo.

Andrea Parodi due anni dopo: sirbones isperdidos

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Sono due anni che Andrea Parodi è morto.

Preferisco usare questa espressione piuttosto che le più scontate e pietose, nonché pietistiche "se n’è andato" (ma se uno se n’è andato magari dopo torna, Andrea Parodi non torna più) o "è volato via" (già, ma dove?)

Andrea Parodi era la voce solista dei Tazenda.
Una sera, a Sanremo, assieme a Pierangelo Bertoli, la Sardegna salì sul palco con questo groppo che aveva un solista con una voce cristallina e potente, magro magro e coi capelli lunghi.

Poi tutta l’Italia cominciò a cantare "chirchende ricattu chirchende" senza minimamente sapere che cosa volesse dire, la gente ballava al ritmo di "Nanneddu meu" e si commuoveva davanti ai verso di "No potho reposare".

Andrea Parodi morì per un tumore allo stomaco (i soliti buonisti direbbero "un brutto male", ma certo che il male è brutto, se n’è mai visto uno bello?), ma tre settimane prima aveva portato all’Anfiteatro di Cagliari il suo ultimo concerto.

Praticamente somigliava già a un cadavere, era uno scheletro rivestito, senza capelli e si reggeva a malapena in piedi, tanto da dover essere costretto a sedersi più e più volte.

Ma la voce e l’interpretazione, nonché gli arrangiamenti dei brani erano da brivido. La versione live di "Astrolicamus", un brano scritto da lui dopo la sua separazione dal gruppo, è impeccabile. Così come il gioco della rima "sos armentos"/"sos trabentos".

E’ bello ricordarsi di Andrea Parodi ogni tanto.