Così fan tutti

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“La Madia ha copiato, su questo non c’è il minimo dubbio”. Non sono parole mie, è un virgolettato da una dichiarazione di Roberto Perotti, economista della Bocconi.

Quando il Fatto Quotidiano rivelò la coincidenza di larghi passaggi della tesi di dottorato del ministro Madia con studi e pubblicazioni antecedenti, scrissi solo poche righe. C’era un clima irrespirabile. Minacce di querele e azioni legali per ogni dove. Ricordo che ebbi la malsana idea di scrivere alla Madia che dubitavo fortemente che una eventuale azione legale potesse andare a buon fine. Mi venne addosso mezzo PD. E ora Perozzi è giunto alla conclusione che sì, quel materiale è stato copiato. O citato senza le opportune virgolette. E pensare che io volevo solo dire che copiare non è una bella cosa. Ma ci sono di nuovo minacce di azioni legali, questa volta per risarcimento danni e, quindi, cerco di usare le affermazioni altrui per certificare quello che vorrei affermare io. Sì, lo so, sono un vigliacco. Ma io la mia tesi di laurea l’ho scritta tutta di mio pugno. Ed è logico che non diventerò mai ministro della Pubblica Amministrazione. Anche se la perizia succitata è giunta alla stravagante conclusione che sì, ci sono queste coincidenze, ma che il comportamento non è censurabile visto che l’abitudine di copiare è largamente diffusa quando si tratta di materia economica. Gli economisti (quelli veri) si sono incazzati come iene.

Così fan tutti, insomma. E c’è poco da stupirsi se l’attenzione del pubblico durante il Festival di Sanremo che si è appena concluso sia andata al caso di due interpreti, la cui canzonetta sembrava ricalcata pari pari da un brano presentato sempre a Sanremo anni or sono. Li hanno “sospesi” per una sera. Nel frattempo è stato scoperto che non di copiatura o peggio ancora di plagio si è trattato, ma è stato l’autore dei due brani che ha rielaborato il contenuto del primo per comporre il secondo. Siccome nessuno può copiare da se stesso, allora non si tratta di plagio, nossignori, è semplicemente minestra riscaldata (o amore ridonato che dir si voglia) e, dunque, il brano del 2018 ha vinto il Festival sbaragliando tutti gli altri. Applausi.

Copiano anche quelli del Movimento 5 Stelle. Da un articolo pubblicato su “Il Post”, si evince che “Un’analisi del programma elettorale del Movimento 5 Stelle mostra che molte sue parti – in alcuni casi intere pagine – sono state copiate da altri documenti di tutt’altra natura, senza alcuna indicazione della loro provenienza. Tra le fonti ricopiate ci sono studi scientifici, articoli di giornale, pagine di Wikipedia, oltre a numerosi dossier e documenti prodotti dal Parlamento, in alcuni casi scritti da esponenti di partiti avversari del Movimento 5 Stelle (…)”. E qui ti cascano le braccia. Non solo perché tu il Movimento 5 Stelle l’hai votato e il fatto che abbiano copiato da Wikipedia ti fa ancora girare i coglioni, ma perché non ti saresti mai aspettato che delle idee, in cui tu pure in un passato recente hai creduto, potessero essere espresse con il più bieco dei copia-incolla.

Ormai non c’è più nulla di originale e risalire a chi ha avuto la prima idea di quello che si è scritto e copiato è estremamente arduo. Però copiare si vede che conviene, perché come minimo se copi o se raffazzoni qualcosa o diventi Ministro della P.A., o vinci il Festival di Sanremo, o diventi uno dei partiti più votati d’Italia. Copiare conviene perché non devi fare fatica: cosa ti smazzi a fare se c’è qualcuno che l’ha già fatto prima di te?? Perché redigere qualcosa di nuovo quando hai già tutto pronto in rete? E poco importa se Wikipedia è una porcheriola, andrà più che bene per riempire un foglio in bianco con delle considerazioni su cui poi qualcuno, se del caso dirà qualcosa, ma anche se lo dirà tu te ne fregherai, anzi, minaccerai azioni legali.

E il fatto che lo facciano tutti ti farà dormire sonni tranquilli (meglio di un Valium, guarda…).

Paura di volare

Per carità, io non è che abbia niente contro il successo del trio “Il Volo” a Sanremo. Ognuno -diceva Andy Warhol– ha pur diritto al suo sacrosanto quarto d’ora di celebrità. E poi noi italiani abbiamo così tanto bisogno di rifugiarci nel “bel canto” che, detta così, è un’espressione che vuol dire tutto e non vuol dire nulla. Abbiamo un bisogno atavico di tuffarci negli stilemi e negli stereotipi della mamma (la mamma è uno sola o la mamma è una sòla? Fatto sta che solo per lei la nostra canzone vola) della pizza, di Napule, d”o sole (che sta sempre in fronte a te), d”o mare e d”o mandolino, di Maria (quanto suonno aggio perso pe’ ‘tte!!) e dell’ammore (un amore così grande, un amore così, appunto. Dunque che male c’è se a soddisfare questo nostro bisogno sono tre giovani tenori (sia pure con qualche accenno di note da baritono) di diciassette anni allevati nella culla del salotto ugualmente nazional popolare della Clerici? Nessuno, naturalmente, purché si sappia (e lo si sappia bene) che il nostro claudiovillismo non ci porterà da nessuna parte. Il mondo cambia e noi siamo sempre lì a baloccarci con le mattinate di Leoncavallo, quasi dovessimo indossarla noi quella veste bianca e schiuder l’uscio al candor e a tutte le rime in cuor, amor, ardor e via trocheggiando. E i ragazzi del volo cantano. Oltretutto, voglio dire, guadagnano anche dei bei soldini che schifo non hanno mai fatto a nessuno, girano il mondo, firmano autografi, la gente li riconosce per strada, hanno fatto delle sessioni con musicisti di livello indubbiamente più alto del loro. Il modello è quello dei tre tenori classici: Domingo, Carreras e Pavarotti. Lo dimostra il repertorio: si va da Maria (I’ll never stop saying Maria) a Granada (Manola cantada en coplas preciosas), dalla già citata “‘O sole mio” a “Torna a Surriento” fino a quella “No puede ser”, tratta da una zarzuela spagnola che si chiamava “La tabernera del Puerto” (a volte una laurea in spagnolo fa la sua sporca figura) musicata da Pablo Sorozábal (zanzàn!) che nessuno avrebbe mai ricordato se non fosse stato Plácido Domingo a riproporla assieme ai suoi due compagni di ventura. Fin qui, voglio dire, nulla di male, ognuno è libero di ascoltarli, non ascoltarli, comprare i loro dischi oppure lasciarli lì dove sono. Però mi viene da pensare ai loro studi interrotti per andare in tournée (ne fecero cenno loro stessi in uno special televisivo trasmesso alcuni lunedì or sono da RaiDue) per studiare canto (spero almeno che abbiano una specializzazione conseguita al Conservatorio), per tutto questo gorgheggiare, per avere una pagina su Wikipedia (eh, volete mettere, quelle son soddisfazioni, ma non è colpa loro!), per fare quello che loro chiamano “pop lirico”. Sarà anche vero che con quel genere si trastullò prima di loro Andrea Bocelli, ma è vero altrettanto che la storia di Sanremo è piena di meteore che arrivarono ad incidere il brano del momento, a restarvi aggrappate finché reggeva e a scomparire subito dopo. I Jalisse, per esempio, ma anche Tiziana Rivale, Mino Vergnaghi, Gilda Giuliani, giusto per citarne qualcuno solo tra chi ha vinto. Boh, facciano un po’ quel che gli pare, ma io non voglio più correre il rischio di accendere la radio e sentir cantare “Binarioooooooo“. Ecco, sono come Erica Jong: ho paura di volare.

Signor Tenente – Giorgio Faletti

Giorgio Faletti è morto e me ne dispiace davvero.

Ero riuscito ad arrivare persino a metà del suo “Io uccido”, scaraventandolo via con viva forza perché lo ritenevo troppo inutilmente truce. Ovviamente mi sono guardato bene dal leggere i suoi romanzi successivi.

Così come ho sempre guardato con debita distanza alla sua canzone-simbolo, quella “Signor Tenente” che arrivò seconda a Sanremo nel 1994, e che oggi viene osannata dall’intero web in onore della memoria del suo autore-interprete.

Se vuoi avere un buon piazzamento a Sanremo, si sa, devi parlare della mamma (da “Son tutte belle le mammme del mondo” a “Portami a ballare”) o della patria (dal grido di “Italia, di terra bella uguale non ce n’è” di Mino Reitano, alla “Vecchia canzone italiana” che cantavano Nilla Pizzi, Mario Merola, Wess, Tony Santagata e compagnia varia, senza dimenticare l’italiano che canta con l’auroradio nella mano destra (plancia estraibile) e dà il buongiorno a Dio e a Maria di Toto Cutugno.

“Signor tenente”, con una certa originalità, si inserisce in questo filone. Del resto, per partecipare a una manifestazione nazional-popolare bisogna proporre un brano altrettanto nazional-popolare. Ed è quello che ha fatto Faletti.

Non era una canzone, quella di Faletti. Era un testo recitato sopra una base musicale. Era quasi un rap ante-litteram. Il sottoposto si rivolge al superiore con tono e linguaggio quasi burocratici. E, anche qui, se c’è qualcosa che ci ricorda il brano è il Catarella di Camilleri. Tutto però cozza contro il tono tragico della circostanza narrata (l’aver appreso della strage di via D’Amelio), il carabiniere viene dipinto come un povero ignorante che non sa iniziare una frase se non ci mette la parola “minchia”. Non c’è molta differenza (se non quella del suddetto pubblico nazional-popolare) tra le forze dell’ordine di Faletti e quelle di Pier Paolo Pasolini, i cui membri erano nati da contadini e sbattuti lontano a svolgere un servizio la cui portata non era chiara a nessuno.
“Minchia”, certo, perché una canzone non poteva cominciare con “Scusi, signor tenente”, o “Senta, signor tenente”, no, ci doveva essere comunque la parola trasgressiva, ma attenzione, “minchia”, non “cazzo” (che ha lo stesso numero di sillabe e anche lo stesso significato), a voler dire che il carabiniere, oltre che sottoposto e ignorante è anche siculo. La quintessenza del luogo comune.
Però il carabiniere dice anche “abbiam montato l’autovelox”, “abbiam saputo di quel fattaccio”, “han fatto a pezzi con l’esplosivo”, dimostrando di essersi inserito molto bene in un hinterland del nord.

“E siamo qui con queste divise che tante volte ci vanno strette specie da quando sono derise da un umorismo di barzellette”. Perché invece farne una macchietta con una canzone che arriva seconda a Sanremo è stato meglio?

Cazzo, signor tenente.

Il “pregiudizio positivo” e altri incidenti di Jovanotti

Jovanotti nel 2008 (da www.wikipedia.org)

Io il mare dentro una conchiglia non l’ho mai sentito.
Quand’ero piccino il mi’ zio Piero e la mi’ zia Iolanda mi portavano al mare, pigliavano le conchiglie a riva e mi dicevano di metterle all’orecchio, ché “si sente il mare”. Io lo facevo, ma non sentivo niente. Ci guardavo dentro per vedere se ci fosse qualche onda che faceva ciaff ciaff. Macché! Poi mi sono reso conto che il rumore che si sente è l’effetto fisico delle conchiglie che si chiudono all’orecchio. Nulla di prodigioso.

Da quando faccio fisioterapia per curare i miei gravi acciacchi ho capito che la frase per cui “la vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare” non è vera. Se hai problemi di deambulazione la paura di cadere ti viene e come! Con o senza stampelle.

Per questo non mi piace Jovanotti. Ed è per questo che mi preoccupa la gente che lo va a sentire e che considera il suo verbo come oro colato.

Jovanotti ha rilasciato delle dichiarazioni a dir poco criticabili a Massimo Gramellini de “La Stampa” in una fortunata intervista pubblicata ieri.

“A me piacciono cose che non stanno insieme nella stessa compilation, Elton John e De André, il pop e Miles Davis. Ricordi quel film dove Nanni Moretti diceva ironicamente: “Ve lo meritate Alberto Sordi”? Il guaio è che a me piacciono sia Moretti sia Sordi.”

Il film di Moretti in cui è contenuta quella frase storica è “Ecce Bombo”, per la cronaca.
E il guaio non è che a Cherubini piacciano sia Sordi che Moretti, sia De André che Elton John, sia Miles Davis che il pop, ma che non dica che Miles Davis NON è Elton John, e che Alberto Sordi NON è Nanni Moretti.
Poi possono piacere tutti.
Il mondo non è una grande chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa, non sono tutti buoni allo stesso modo.
La gente è diversa. E così i prodotti cinematografici o musicali.
Bombolo e Thomas Millian possono far ridere. Ma non sono “La Famiglia” di Scola. E nemmeno Buster Keaton o Stan Laurel e Oliver Hardy. La differenza non la fa la compilation, ma l’approccio con cui si guarda l’opera.

“Non ho sovrastrutture ideologiche. Avevo un babbo anticomunista e una zia del Pci. Sotto casa c’erano un ritrovo di fasci e uno di comunisti. A me piacevano le moto dei comunisti e le scarpe dei fascisti. Nella mia testa di bambino non esistevano pregiudizi.”

La prima sovrastruttura ideologica è il non tener conto che essere del PCI era l’espressione di un convincimento personale. E che il fascismo non ha nulla a che vedere con l’ideologia, il fascismo è un crimine.
Dice che nella sua testa di bambino non esistevano pregiudizi. Male assai, perché a me è sempre stato insegnato, fin da bambino, che il fascismo è male. Avevo dei pregiudizi, sì. Anzi, no. Perché aborrire il fascismo non è un pregiudizio. Grazie a un bisnonno socialista, un nonno (suo genero) democristiano, uno zio velatamente comunista e suo fratello che era repubblicano.
Poi, magari, anche sotto il fascismo saranno state fatte delle cose utili. Che so, Mussolini avrà fatto costruire dei ponti, delle strade, delle scuole. Ma smettiamola con la retorica del gucciniano “anche chi è di destra ha i suoi pregi ed è simpatico”, perché non fa ridere nessuno.

“Ah, se riuscissimo a cambiare le persone nei centri di potere! Il segnale sarebbe talmente forte… Gente nuova nella cultura, nella scuola, nella tv, nell’economia. Pensa: (…), un Baricco alla Cultura, solo per parlare dei settori che conosco.”

E qui si resta veramente senza parole.

(Sul Governo) “non credo che riuscirà a fare grandi cose. Anche se Letta è il primo presidente del consiglio che ha due mesi meno di me…”

E allora? L’autorevolezza si misura forse per imperativo anagrafico? Qual è il valore aggiunto che dà una informazione di questo genere? Si può essere più giovani di Jovanotti ed essere vecchi, come si può essere più vecchi ed essere più giovani. Non è un gioco di parole. Letta non riuscirà a fare grandi cose non già perché sia, come è, più vecchio di un cantante, ma perché ilgoverno di larghe intese non ha nessuna ragion d’essere, perché è esponente di un partito che si sta dando la zappa sui piedi da solo e perché ha come principale alleato un condannato in via definitiva per gravi reati di tipo fiscale.
Quanto al resto, appunto, non è questione di anagrafe. Sono convintissimo che esistano persone molto più giovani di Jovanotti, Nelson Mandela, per esempio.

“Berlusconi ha confermato il pregiudizio positivo: lo guardano come una cosa impensabile, inspiegabile, come il festival di Sanremo o la commedia all’italiana.”

Jovanotti parla per ossimori. Il “pregiudizio positivo” non ha alcuna ragion d’essere, essendo connaturata nel termine “pregiudizio” un’accezione negativa. Che Berlusconi venga visto, all’estero, come una cosa impensabile non dovrebbe destare meraviglia. Un uomo che ha avuto il potere esecutivo per quasi 20 anni, che ha manipolato la RAI a suo piacimento, si è fatto costruire leggi secondo il suo personale uso e consumo, che ha monopolizzato l’informazione e continua a monopolizzarla certo che può essere guardato con pregiudizio. Il pregiudizio del “com’è stato possibile che gli italiani abbiano potuto eleggerlo?”. Questo sì che è un pregiudizio positivo. Invece, secondo Jovanotti, la positività del pregiudizio starebbe addirittura nel fatto che il fenomeno Berlusconi verrebbe visto come qualcosa di piacevolmente anomalo, come Elio e le Storie Tese che partecipano a Sanremo con la canzone mononota o Gigliola Cinquetti che non ha l’età. O Alberto Sordi che si è reinventato gli italiani come una macchietta. Non è una macchietta, Berlusconi non ha niente di positivo.

(Berlusconi ti è simpatico?) “Umanamente sì. Ma lo combatto perché in tutti questi anni non ha fatto nulla per l’Italia. In lui vedo il prodotto di un Paese di individui e non di cittadini.”

Un altro scivolone jovanottiano di grossa portata è proprio quello di voler separare l’aspetto umano di Berlusoni (quello simpatico) da quello politico (da combattere). E il punto che non va è proprio quello che l’aspetto personale e umano di Berlusconi si è mescolato a quello pubblico fino a contaminarlo con gli esiti che abbiamo visto. Toh, uno dice, “Sì, il caso Ruby, ti hanno condannato a quattro anni, la decadenza dalla carica di senatore, hai altri processi in corso, hai rimbambito gli italiani a suon di tette e culi alla TV, però sai, umanamente mi stai simpatico!” All’anima…

(La grazia a Berlusconi) “Se la chiedesse e gliela concedessero, non mi scandalizzerei. Perché per me è un avversario politico, non antropologico. Ma adesso ci serve Renzi. Serve cambiare il simbolo. Il racconto del nostro Paese langue. Bisogna inserire personaggi nuovi per renderlo affascinante. Dopo Berlusconi e Grillo c’è bisogno di energia nuova!”

Quindi, la grazia a Berlusconi, se non è auspicabile, quanto meno non sarebbe tale e grave da poter destare scandalo.
Indubbiamente, si tratta di un provvedimento del Presidente della Repubblica, che lo concede se e quando ricorrono determinate condizioni. Da questo punto di vista no, non c’è da scandalizzarsi. Magari noi italiani siamo più abituati a scandalizzarci se una persona che ha scontato per intero la sua pena torna (come è prevedibile) in libertà.
Ma c’è da scandalizzarsi se questa grazia dovesse rappresentare l’ennesimo salvacondotto, dopo le amnistie e le prescrizioni. Lì non ci sarebbe più nulla di antropologico da salvare.
Quanto a Renzi, Jovanotti usa due volte l’aggettivo “nuovo”. Ora, ci dovrebbe dimostrare che uno che ha cominciato nel 1999 come segretario provinciale del Partito Popolare Italiano, coordinatore e segretario provinciale de La Margherita, Presidente della Provincia di Firenze (2004-2009), poi sindaco di Firenze, uno sulla cui reggenza alla provincia la Corte dei Conti ha aperto un’indagine per le spese di rappresentanza, uno che va ad Arcore nella Villa privata di Berlusconi, tutto questo sia il nuovo che avanza.

(Grillo) “Sono un fan dell’uomo di spettacolo. Mi conferma nella mia rabbia, ma questa rabbia non si trasforma in entusiasmo. Non voglio offendere chi l’ha votato, sono sicuro che l’ha fatto in buona fede, ma quando ascolti un comizio di Grillo non ti viene mai voglia di rimetterti in gioco, di cambiare la tua vita.”

Eh sì, aspetteremo un concerto di Jovanotti per avere tutta l’energia di votare Renzi! Se poi vuole anche darci una cassa di Maalox contro il mal di stomaco gliene saremmo grati.

Mentre Sanremo cade a pezzi

“Perché Sanremo è Sanremo” diceva uno slogan pippobaudico di svariati anni fa.
Adesso Pippo Baudo declina canuto a favore della conduzione sempiternamwnte ripetitiva di Fazio e della Littizzetto che allargano la loro comicità da falso bacchettone e falsa monellastra ai tempi dilatati di un festival canoro che premia una canzone senza infamia e senza lode – ma soprattutto senza lode- e manda seconda una pallosissima performance di Elio e le Storie Tese che ora sarebbe anche l’ora di smetterla di paragonarli a Frank Zappa per fantasia, intuizione, colpo d’occhio e rapidità di esecuzione.
Il risultato è che le radio ci riempono con Sanremo perché Sanremo è Sanremo e allora gustatevi i Modà!

Finalmente Adriano Celentano va a Sanremo (sospiro!) e 350.000 euro vanno a “Emergenzy” (sic!)

Ora, voglio dire, meno male che Adriano Celentano al Festival di Sanremo ci va, perché se no la gente davvero non sapeva più dove sbattere la testa. La sua assenza dal palinsesto di una trasmissione così assolutamente imprescindibile per la cultura occidentale sarebbe stata davvero un macigno per il tradizionale miscere utile dulci che ammaestra le folle e le genti italiche tutte ai buoni sentimenti e all’istruirsi divertendosi.
Certamente siamo tutti più calmi e fiduciosi nel futuro nel sapere che Celentano (no, dico, Celentano, non so se rendo…) prenderà qualcosa come 350.000 eurini per il suo disturbo (“Eh….. ma voi lo sapete…. e lui…. è forte…. no perché…. io volevo riflettere…. perché se non riflettiamo…. uè…. siamo fregati…. è forte….”) ma tranquilli, li verserà in opere benefiche, per cui uno sa che due strizzate d’occhi e qualche molleggiamento costano 350.000 euro, però se sa che vanno ad “Emergency” magari esce e un disco di Celentano se lo compra pure.

A proposito. “La Stampa” nel dare la notizia ha scritto “Emergenzy”. Era sulla prima pagina dell’edizione web. Eh, si sa, l’informazione…

Repubblica, Paola Mastrocola, il Cardinal Bagnasco e Roberto Vecchioni sulle ceneri della scuola pubblica

Devo premettere che non mi diverto più a parlare di scuola.

Anzi, è un’attività che mi avvilisce, mi deprime, mi fa avvertire un senso di vuoto e io ho, notoriamente, una sensibilità esacerbata nei confronti dell’"horror vacui".

Per questo avrei voluto stendere un velo pietoso sulle recenti esternazioni del Presidente del Consiglio in materia di scuola pubblica. Non foss’altro che per il fatto che usare per due volte il verbo "inculcare" nel giro di mezzo minuto, e, per di più, riferito ai valori da trasmettere a chi verrà dopo di noi, mi sembra quanto meno lessicalmente ed educativamente inopportuno.

Ecco il punto, le esternazioni del Presidente del Consiglio avrebbero dovuto essere lasciate lì, lettera morta, sarebbe stato necessario parlare di altro, con tutto lo strascichìo di "sono stato frainteso" che è seguito alle dichiarazioni pubbliche del Premier e che hanno contribuito a gettare benzina sul fuoco.

La scuola pubblica è una spina del fianco del governo, un maledetto callo, un occhio di pernice che fa vedere le stelle.

E non è un caso che di tutte le riforme e di tutti i progetti faraonici ed epocali dell’esecutivo, la riforma della scuola e dell’università sia l’unica ad essere stata completata.
"Completata" vuol dire "che ha concluso il suo iter, parlamentare ed applicativo".
La riforma della scuola è cosa fatta e capo ha.
E’ un work in progress, qualcosa che non attiene alla volontà dei politici, ma che appartiene alla realtà fattuale.
C’è, e non è che si possa negare, è un dato di fatto, tutto quello che era dibattito, possibilità di contestare,  emendare, protestare, contribuire è passato.
La scuola e l’università, che ci piacciano o no, adesso ce le teniamo così come sono.

E’ a dir poco imbarazzante e pretestuosa l’ennesima iniziativa plebiscitaria di "Repubblica" denominata "Io difendo la scuola".
Costituisce una ferita mortale nei confronti di chi nella scuola pubblica, ormai ridotta al lumicino, continua a lavorare (come può, certo).

Ci sono "oltre duemila interventi". Che è una inezia. Sia paragonata al numero di lavoratori della scuola e delle università pubbliche (dirigenti scolastici, regionali, provinciali, insegnanti, bidelli, segreterie), sia all’impatto sull’opinione pubblica, che di "indignati" dovrebbe averne, se non altro per questioni di mera proporzione, molti ma molti di più.

E "Repubblica", come ogni buon oste che decanta il suo vino, pensa perfino di aver raggiunto pienamente il suo scopo.

E da chi sarebbe rappresentato, secondo Lorsignori, lo zoccolo duro di questi strenui difensori della scuola pubblica?

Il primo è il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Bagnasco, che afferma "Ci sta a cuore la formazione, a tutti i livelli".
Certo, è facile dire che si è dalla parte dell’istruzione, sia che venga dalla scuola pubblica che da quella privata se la scuola privata (e in particolare quella di stampo religioso ed ecclesiastico) ha ricevuto finanziamenti a pioggia mentre nella scuola pubblica le fotocopiatrici esalano l’ultimo respiro e basta che un docente si ammali per dieci giorni per mandare in tilt un sistema (perché i supplenti ci sono, sono i soldi che non ci sono, quindi i supplenti non vengono pagati).

La seconda personalità tirata in ballo è Paola Mastrocola.
Paola Mastrocola è l’autrice, tra gli altri, di un libro ultimamente piuttosto citato in certi ambienti radical-chic di sinistra.
Si tratta di "Togliamo il disturbo – Saggio sulla libertà di non studiare".
Non l’ho letto, vi avverto. Un po’ perché il mondo della scuola, a partire dal libro "Cuore" è pieno di letteratura che ormai il genere risulta completamente inflazionato. Un po’ perché penso che si possa leggere altro, e la mia vita sarà troppo breve per permettermi il lusso di leggere un "saggio" che nello stesso titolo rivendica una non ben meglio identificata, ma terrificante, "libertà di non studiare".

Scrive la Mastrocola:

"(…)
è la mia personale preghiera ai giovani, perché scelgano loro, in prima persona, la vita che vorranno, ignorando ogni pressione, sociale e soprattutto familiare. E perché, in un mondo che li vezzeggia, li compatisce, e ne alimenta ogni giorno il vittimismo, essi con un gesto coraggioso e rivoluzionario si riprendano la libertà di scegliere se studiare o no, sovvertendo tutti gli insopportabili luoghi comuni che da almeno quarant’anni ci governano e ci opprimono."

Sono frasi che fanno gelare il sangue, perché considerare lo studio un optional, un qualcosa di cui, in nome di un momento di resa sociale, si può anche fare a meno, e considerare la libertà di non studiare un’opportunità e non una sconfitta, anzi, l’espressione di un sovvertimento di "insopportabili luoghi comuni" è esattamente il contrario di quello cui una società civile dovrebbe tendere.
Studiare è un luogo comune? La cultura, la conoscenza, il sapere sono un’oppressione a cui si può dire ancora di no?
Possiamo permetterci questo lusso e spacciarlo come libertà?
Per la Mastrocola parrebbe proprio di sì, e sembra che la gente le creda, a giudicare dagli applausi che riceve a "Che tempo che fa", trasmissione di pertinenza Mediaset.
Vedere operatori della scuola pubblica (Paola Mastrocola insegna in un Liceo Scientifico di Chieri)  sostenere tesi di questo genere e prestare il loro nome in testa alle iniziative di difesa della scuola pubblica dovrebbe fare indignare.
Ma tanto non s’indigna nessuno.
Anzi, il libro della Mastrocola è uno dei più venduti.

Poi c’è Roberto Vecchioni. Anche lui non se lo sono voluti far mancare.
Sulle esternazioni di un "professore" che si è laureato in un’Università privata (la "Cattolica" di Milano), che ha avuto tra i suoi allievi Paola Iezzi del premiatissimo duo Paola e Chiara (eh, va beh!), che ha scritto le musiche e le canzoni di "Barbapapà", che pochi mesi prima di vincere il festival di Sanremo del 2011 (ma ci provava dal 1968, quando scrisse il brano "Sera" per Gigliola Cinquetti) partecipa ad un incontro dei giovani dell’Azione Cattolica
(nientemeno!) non mi pronuncio.
Dico solo che uno che vende milioni di dischi non può fare da portabandiera di una iniziativa del genere non perché non sia suo preciso diritto aderire a ciò che vuole, ma perché ai miei occhi è infinitamente meno credibile di un insegnante, magari precario, che ogni giorno, senza mai aver venduto un cazzo, va in trincea per 1200 euro al mese quando va di lusso e diventa il primo bersaglio del tiro incrociato della polemica sulla scuola.

Compreso quello portato avanti dalla pseudo-opposizione, che sostiene "Con i tagli la volete uccidere".
Bersani e i suoi non hanno ancora capito che la scuola pubblica italiana è già stata uccisa, e che solo oggi ne scoprono il cadavere in avanzato stato di decomposizione!

Ora basta parlare di scuola.

Roberto Vecchioni vince Sanremo e dedica il premio alle donne e all’Italia

E guarda chi si rivede, il Professor Vecchioni, già autore di "Luci a San Siro", "Samarcanda" e "Tommy", dèdito con risultati alterni e certamente di minor successo alla letteratura, ritratto in mezzo a due stanghe di figliole, rappresentanti l’immaginario erotico collettivo italiano, mentre stringe soddisfatto il trofeo naziona-popolare vinto in modo nazional-popolare cantando una canzone nazional-popolare durante la kermesse canora più retorica e nazional-popolare.
Nel 1992 pubblicò un pezzo meraviglioso, "Voglio una donna" (dopo la già citata "Tommy", sicuramente il suo brano migliore) in cui si dissociava dal mito della donna secondo il più bieco degli stereòtipi maschili.
"La voglio come Biancaneve coi sette nani/noiosa come una canzone degli Inti-Illimani", diceva.
E giù critiche a fiume perché le donne no, non sono noiose e non lo sono nemmeno le canzoni degli Inti-Illimani.
Il vetero-femminismo si incazzò in modo totale, qualcuna deve avergli addirittura fatto una macumba, si alzò un polverone che lèvati, tutto perché Vecchioni rivendicava il diritto dell’uomo a una donna con la gonna, che non vuol dire una donna che lava i calzini nella tinozza di marmo.
Ma vaglielo a spiegare.
E vai a spiegare anche che quando diceva "Voglio una donna, mi basta che non legga Freud/dammi una donna così che l’assicuro ai Lloyd" non alludeva al desiderio di una donna ignorante, ma a quello di una donna non orrendamente psicanalizzata e manipolata dal maschio.
A Sanremo Vecchioni ha dedicato la vittoria alle donne e, ci mancherebbe anche altro, all’Italia.
Non poteva che arrivare primo.
Lui che voleva una donna con la gonna se n’è ritrovate due con lo spacco ascellare, spicchio di poppa a vista e abitino da sera.
Mia madre dice: "Una volta nella vita si può chiamare ‘puttana’ anche mamma!"
O dichiarare il proprio amore per l’Italia, vedete voi…

Benigni a Sanremo 2011: per stupire mezz’ora basta un libro di storia

Era prevedibile, Roberto Benigni, da bravo e valente trascinatore di folle qual e’, e’ tornato in TV
Ed era altrettanto prevedibile che gli italiani, una volta che un loro connazionale li trascina, lo seguano a ruota in un applauso acritico qualunque cosa dica o faccia, sia che si tratti di qualcuno che riceve il cavalierato dalla Presidenza della Repubblica, sia che si tratti di un comico che entra con un cavallo bianco alla kermesse sanremese, ricordando la pubblicità del Bagnoschiuma Vidal.

Un intervento come doveva essere, rigorosamente avulso dalla realtà e dai problemi del paese, in modo che la gente che segue il Festival non venisse distratta dalla verità e la vivesse come un elemento di contorno, poi che Benigni trascini pure le folle sull’esegesi dell’Inno di Mameli, basta che non faccia un’esegesi della sentenza di rivio a giudizio con rito immediato per Berlusconi.

Del resto Benigni ha già lavorato gratis in “Vieni via con me”,  programma gestito da Endemol, di proprietà di Mediaset, assieme a Roberto Saviano che, da parte sua, pubblica per Mondadori e il cerchio si chiuderebbe lì.
Certamente non avrà ripetuto il suo gesto di magnanimità, non si sa nulla sul compenso ricevuto e sugli accordi presi per questa conferenza televisiva di storia, di metrica elementare su un testo debole, ampolloso, denso di retorica e diventato con l’uso Inno d’Italia perché sino ad allora si è pensato ad altro.
Ma certamente un operaio ci mette un bel po’ di tempo per prendere quei soldi lì.

Perché diciamocelo, l’Inno d’Italia è bruttino sia nel testo che nella musica, con tutto il rispetto verso Mameli e Novaro tant’è che i Padri Costituenti, nello stendere il testo della Costituzione, non hanno previsto di inserire un articolo in cui fosse dichiarato esplicitamente che quella composizione dovesse essere l’Inno di una Nazione.

Non dico che non contenga valori ed ideali propri del Risorgimento, momento storico in cui affondano le radici della nostra storia patria, dico semplicemente che oggi c’è di meglio.

E allora Benigni che fa l’esegesi (no, dico, l’esegesi) di un testo simile, anziché evidenziarne gli indubbi limiti formali, il linguaggio ridondante e pomposo, arriva a cavallo di un caval (ricordate “arrivano i nostri con in testa il General?”) e comincia a grondare retorica anche lui, ci mette, insomma il carico da undici.
Il suo monologo è pieno zeppo di aggettivi come “immenso”, “eroico”, “epico”, “solenne”, “memorabile” ma soprattutto “impressionante”.
Sembra il linguaggio del De Amicis, più che di un comico.
E viene da dire che se Benigni usa tutta questa iperbole lessicale per gonfiare quello che, necessariamente, non ha e non può avere una consistenza, il Governo italiano che definisce le proprie riforme come “epocali” diventa un po’ come uno studentello delle elementari che comincia a prendere confidenza con il concetto degli aggettivi.

E via di esaltazione del popolo italiano: “noi siamo un popolo solenne, memorabile” (abbiamo tenuto vent’anni un dittatore al potere, immaginiamoci la solennità!) ” “Garibaldi era un mito” (e va beh!) e “il razzismo è la follia” (ah sì? pensavo fosse indice di intelligenza pura, meno male che Benigni ce lo ha detto, se no non avremmo saputo dove andare a prendere l’informazione).

Fino a dirne veramente di imbarazzanti:
“Nessun altro luogo nel mondo ha avuto un’avventura impressionante, scandalosamente bella come la città di Roma… non c’è un’avventura così straordinaria…”
E’ la cecità del patriottismo, perché imperi come quello egizio, come quelli delle grandi civiltà precolombiane Benigni li piglia di tacco, se non ci fossero stati gli arabi a portare i numeri, l’algebra, il calcolo e lo zero a quest’ora eravamo ancora a fare i conti col pallottoliere di pietra. I greci non ci hanno insegnato un accidente, Ulisse era un dilettante, si sa…
E perfino:
“Allegro, una parola che non è traducibile in nessuna lingua del mondo” e qui c’è da chiedersi se Benigni fosse veramente convinto di quello che diceva, perché, guarda caso, i tedeschi hanno l’aggettivo “froh” per “allegro, felice”, da cui deriva la parola “Freude”, ovvero “gioia”, quella che compare nell’Inno alla Gioia di Schiller musicato da Beethoven, diventato Inno (a sua volta, sì) dell’Unità Europea.
E allora cos’è che non è traducibile? E’ talmente traducibile che la sostituiamo tranquillamente con il corrispondente inglese “Happy” (in espressioni come “Happy Hour” etc…), perché siamo un popolo talmente “solenne” che facciamo a pezzi anche la nostra lingua.

Qualcuno mi ha fatto notare che Benigni non volesse riferirsi all’aggettivo “allegro”, ma al fatto che le notazioni delle partiture musicali, per convenzione sono in italiano, per cui l'”intraducibile” sarebbe proprio la modalità di esecuzione di un brano, secondo le indicazioni del musicista.
E’ vero solo in parte. Quello musicale è un linguaggio chiaramente settoriale e neanche pedissequamente seguito da musicisti di lingua tedesca.
Lo stesso Bach fa le annotazioni in tedesco e in italiano, spesso in modo strettamente dipendente dalle esigenze pratiche della Corte in cui si trovava ad operare.
Spesso era una questione di coerenza (se un melodramma, ad esempio, era in italiano, lo erano anche le notazioni, se era in tedesco ci si adeguava di conseguenza, come accade con Mozart), ma musicisti come Bruckner usano sia l’italiano che il tedesco, e traducono “Allegro” con “feierlich” (ad esempio). Tra gli altri musicisti che usano il tedesco al posto dell’italiano ci sono Beethoven e Mahler.
Che non erano esattamente dei fantasiosi saltimbanchi.

E a proposito dell’italiano, dice più tardi: “meglio che ci levino tutto il mondo ma la lingua no!” A parte il fatto che ce la togliamo dai piedi noi stessi e che nessuno l’italiano ce lo tocca perché a nessuno interessa, ma è un concetto vecchio di decenni. C’era arrivato molto prima il poeta dialettale siciliano Ignazio Buttitta quando scrive Un popolu diventa poveru e servu quanno ci arrubbanu a lingua” solo che Ignazio Buttitta non lo conosce nessuno e c’è da occuparsi del povero Mameli.

Già, il povero Mameli, quello che Benigni definisce “il vostro fratello più piccino, Mameli morto per un’infezione a 20 anni e sei mesi circa”.
E no, questa non gliela passo. Anzi, mi ci arrabbio persino, perché il fratello di mio nonno (quello “più piccino” come dice Benigni) si è beccato una delle prime palle degli austriaci durante la Prima Guerra Mondiale, aveva appena 18 anni ed è morto andando a marciare con quell’inno.
Anzi, a distanza di 100 anni risulta ancora ufficialmente disperso.
E Benigni viene a pontificare sul fratello più piccino? Dal palco di Sanremo?? Un po’ di rispetto, e che diamine, perché gli eroi son tutti giovani e belli, sì ma di molti di loro ci si dimentica volentieri.

“Non mi fate infervorare troppo se no divento ridicolo”. Ecco, per fortuna esiste ancora il beneficio del dubbio.

Il tutto mentre Al Bano interpretava a modo suo il “Va’ Pensiero” dal Nabucco di Verdi (cioè un capolavoro di un risorgimentale vero), mentre Anna Oxa faceva coriandoli dello spartito di “‘O sole mio” e qualcun altro ridicolizzava “Here’s to you” (che è un motivo di Ennio Morricone, quindi italianissimo) rendendolo ballabile. Vi rendete conto? Si ballava sulle note dedicate a due italiani del valore di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.
Ecco, si dovrebbe fare l’esegesi degli scritti di Vanzetti che, condannato a morte da innocente scriveva:
“Dov’è il progresso spirituale che avremmo raggiunto in seguito alla guerra? Dov’è la sicurezza di vita, la sicurezza delle cose che possediamo per le nostre necessità? Dov’è il rispetto per la vita umana? Dove sono il rispetto e l’ammirazione per la dignità e la bontà della natura umana? Mai come oggi, prima della guerra, si sono avuti tanti delitti, tanta corruzione, tanta degenerazione.”

E c’era di che spegnere immediatamente la televisione, e invece no, applausi, ovazioni, commozione collettiva per questa lezione di storia.
Ma perché non ci si commuove per il fatto che la storia nella scuola pubblica si insegna per sole due ore la settimana?

Come diceva Fabrizio De André: “per stupire mezz’ora basta un libro di storia”. Benigni lo sa benissimo.

Ed è riuscito a stupire solo chi è stato disposto a farsi stupire, scambiando una serata televisiva che mi pare tutto sommato discutibile per un esempio di altissimo valore patriottico.

Patty Pravo – E io verrò un giorno là – Il canto del cigno della ragazza del Piper

Ho riascoltato la canzone di Patty Pravo a Sanremo.

E’ decisamente la migliore del Festival, fermo restando che ne avrò ascoltate quattro o cinque e che, steso un velo pietoso su Iva Zanicchi che inneggia al sesso facile e senza complicazioni, fondamentalmente m’importa un accidente di Sanremo.

Patty Pravo è sempre stata una interprete meravigliosa, e la canzone che ha presentato è decisamente indovinata, melodrammataica ma indovinata.

Purtroppo la canta un po’ bubbolando e bofonchiando come una pentola di fagioli che bolle. La R si fa sempre più debole e fa un uso sempre più smodato delle nasali. Somiglia sempre di più alle tante imitazioni che le fanno. E’ finita e questo è il canto del cigno della ragazza del Piper.

La canzone si intitola "E io verrò un giorno là".

Il ritornello recita:

E io verrò un giorno là,
ci daremo la mano e poi mai più ti lascerò,
voleremo davvero!
E resta qua, vicino a me, non lasciarmi mai sola,
ho paura che senza te
non vivrò mai davvero… Mai!!!

Troppo semplice pensare al testo di Lorenzo Da Ponte per il Don Giovanni di Mozart:

Là ci darem la mano
là mi dirai di sì.
Vedi, non è lontano,
partiam, ben mio, da qui.

O anche  che:

Sul ponte di Bassano
là ci darem la mano.
Là ci darem la mano
ed un bacin d’amor.

Ma pazienza, la canzone è bella e convince. E’ ovvio che per questi motivi non abbia vinto il Festival di Sanremo. Troppo lavoro riconoscere la carriera di una ragazza triste come noi!

Luca era gay. E Sanremo era bello

Una volta Sanremo era proprio bello.

Il primo che io ricordi fu quello del 1968, vinto da Sergio Endrigo con una strepitosa "Canzone per te", che, da bambino, non so perché, ero convinto si intitolasse "La mia mano" (che razza di titolo è "La mia mano"?) probabilmente perché c’è un punto della canzone che fa "chissà se finirà/se un nuovo sogno la mia mano prenderà…", e mi rimase impressa così. Ancora oggi è una delle canzoni italiane che preferisco.

Me le ricordo ancora le canzoni dei Sanremo di una volta, rivedo ancora la povera Marisa Sannia che cantava "Casa bianca" di Don Backy, mi sembra ieri che José Feliciano commuoveva l’Italia degli anni ’70 con un paese sulla collina paragonato a un vecchio addormentato.

L’anno in cui sono nato vinse "Non ho l’età", e Mike Bongiorno che presentava si congratulò con "la signorina Gigliola Cinquetti".

Ieri hanno fatto vincere un pirlotto di Mediaset che per l’occasione è stato premiato da Maria De Filippi (e chi se no?), il marito di Costanzo, così tanto per far vedere che il berlusconismo impera anche in RAI.

Sanremo è stato fazioso ma non ingiusto. Il secondo posto, giustamente, è andato a Povia che ha cantato "Luca era gay", canzone indubbiamente di squisita fattura, ottimo gusto, realizzata con singolare capacità argomentativa, metricamente ineccepibile, cantata insieme a una signorina composta e soprattutto senza offendere nessuno. Chiaro che una canzone del genere non poteva che prendersi il Premio della Critica e i battimani dell’intellettualismo italiano.

Ridateci i Jalisse!

Tutti i bimbi come Marisa Sannia

Ci sono notizie che ti strisciano vicino, di cui non ti accorgi neanche e che, quando tornano a galla, ti lasciano stercofatto.

E’ morta Marisa Sannia.

Aveva interpretato una delle migliori canzoni di Don Backy (che è stato ed è uno veramente bravo), Casa Bianca (dirige, naturalmente, il maestro Detto Mariano), e aveva reso giustizia all’unica canzone non firmata da Mogol e Battisti, "La Compagnia".
Lo aveva fatto nell’unico modo possibile, cantandola in modo normale, sereno, senza gli acuteggiamenti frocetti di Battisti (mi perdoni!) e senza il pressappochismo ubriacone e scanzonato di Vasco Rossi.

Era bella, bellissima.

Ci rimane dentro il cuore. Con la nostra gioventù.