Trattatello in lode ed onore di Benedetta Parodi

Mi piace Benedetta Parodi.

Oh, ecco, l’ho detto, sono riuscito a fare outing davanti a migliaia di persone senza minimamente vergognarmene. Credo che sia la stessa sensazione che provano a raccontare la propria condizione gli omosessuali. O i cattolici.

Mi piace lei, mi piacciono i suoi programmi di cucina e il modo che ha di condurli. E’ sempre stata (ingiustamente!) trattata da divulgatrice di una cucina da supermercato (come se i suoi detrattori la spesa la facessero dall’ortolano tutti i giorni a chilometri zero, o se la pasta andassero a comprarla allo spaccio del pastificio sotto casa!), da metropoli del nord (ma perché, a Torino, Milano e Venezia non si mangia?? E in quelle del sud si sta a stecchetto???), una cucina prete-à-manger, con spreco di padelle antiaderenti, surgelati (qualcosa contro i surgelati?) e idee quattrosaltimpadellistiche. Nulla di più falso. La Parodi è brava, ma, soprattutto, come dice mia moglie, è imperfetta. Si brucia le dita mentre scola l’acqua della pasta, dice “Oh, santa polenta!”, quando va a “impiattare” (termine orribile ma glielo perdoniamo) impiastriccia la presentazione, scivola, intràmpola, méstola e buca letteralmente lo schermo.

Soprattutto, la Parodi riesce a non farti sentire in colpa. In colpa di aver fatto un brodo con il granulare alle verdure solo perché non ti sei alzato all’alba per andare a cercare un bouquet garni per preparare il court bouillon. In colpa di esserti andato a prendere il Misto Benessere della Orogel anziché aver passato il pomeriggio a storzolare i cavolini di Bruxelles (eh, son già pronti…). In colpa per non aver comprato il pollo ruspante del contadino e riuscire a sostituirlo con un petto di pollo di quelli impacchettati nel cellophàn (con l’accento sull’ultima, come lo direbbe Paolo Conte) e nel polistirolo, che tagliato a bocconcini va bene lo stesso per fare una ricetta di nove minuti, chè la gente ha anche da vivere e di tempo ne ha sempre meno. Ecco, la Parodi ti aiuta a vedere il prodotto industriale (che so, il miele Ambrosoli anziché quello dell’apicoltore, che sarà migliore ma non ce l’ho sottomano un apicoltore, che faccio, mi ammazzo? La passata di pomodoro della De Rica, che va beh che son più buoni i San Marzano maturati al sole cocente delle Puglie, ma intanto ho questa e si fa prima, e poi chissà se esiste ancora la De Rica e viandare) come una cosa assolutamente normale nella tua vita culinaria. E a sentirti bene.

Qualcuno dice che i suoi piatti non sono alta cucina. Ma alla Parodi gliene frega un baffo dell’alta cucina (fermo restando che ci ho visto anche Vissani da lei, segno evidente che il cucinismo spicciolo televisivo tira), la Parodi è lì che frulla, mixa, affetta, taglia, assaggia col dito portato alla bocca e poco male se nel contempo vi maneggia cucchiai, forchette e coltelli, non spiega le ricette, le incontra, le fa sue, ci parla quasi, in un colloquio intenso fra la pietanza e il pubblico, insomma, è dimolto brava e a me mi garba parecchio, e se non siete d’accordo cazzi vostri (oh, sarò padrone a casa mia…).

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Tomato Day

Si è conclusa in tutte le ridenti località dell’Abruzzo Ulteriore e Citeriore la stagione del Tomato Day.

Il Tomato Day altro non è che la giornata intieramente dedicata alla produzione della conserva di pomodoro, conserva che avrà da bastare per tutto l’anno e possibilmente avanzare, in modo da poter raccontare a amici, vicini e parenti che “so’ fatt’ li pummador'” ma ce n’erano ancora 120 bottiglie dall’anno scorso, dunque l’autonomia era garantita, nel caso malaugurato che si presentasse a pranzare al proprio desco l’esercito della Battaglia di Custoza.

Tutto deve essere fatto in grande stile e in grande quantità perché non si sa mai, potrebbe sempre scoppiare un conflitto termonucleare globale, e allora via, pomodori a quintalate e sveglia alle cinque per la brava ed operosa massaia abruzzese, perché a farne di meno e a levarsi più tardi non si soffre abbastanza e non si espia completamente la colpa di stare al mondo.

Protagoniste incontrastate del Tomato Day, accanto al pomodoro che giace nelle più svariate forme e specie nelle cassette ammonticchiate, sono le bottiglie. Le bottiglie sono state messe da parte tutto l’anno, chè non si butta via niente, nossignori, che cazzo vuol dire “raccolta differenziata”? No, le bottiglie si riusano, sissignori, e una volta si riusavano anche i tappi, con cui la passata veniva sigillara una volta riempita la bottiglia che poteva essere di ogni tipo: frequentissima e ambitissima quella da 2/3 di birra col vetro scuro, ma non si buttan via nemmeno quelle da succo di frutta, ottime per una passata di pomodoro monoporzione (i single aumentano, qui in Abruzzo!). Una volta vidi perfino una bottiglia da liquore (uno di questi amari di qualche eremo sperduto, fatto con le erbe medicinali e officinali dei fraticelli zoccolanti) col tappo a vite.

E poi si comincia. Si badi bene: la giornata scelta per il Tomato Day ha da essere maledettamente CALDA, per aumentare vieppiù la sofferenza connessa al lavorare dalla prima mattina al tramonto.

La catena di montaggio tra chi pulisce i pomodori, chi li passa nella macchinetta (preferibile quella a mano rispetto a quella elettrica, perché non s’ha da risparmiare il patimento), chi travasa la polpa dalla tinozza di plastica per il tramite di un imbuto nelle bottiglie e chi le tappa deve essere perfettamente sincronizzata.

E via fino alla sera, con una sola pausa per il pranzo (parco, perché s’ha da patire!), col pomodoro come unico oggetto di interesse, col sugo che schizza da tutte le parti, e i semi che ti entrano ovunque, nei vestiti, tra i capelli, in mezzo alle dita dei piedi, e vài, cira, raccatta, imbuta, tappa. Bottiglie, bottiglie messe da parte, una dietro l’altra, con solenne voglia di farsi del male, perché esisteranno anche Pomì, Pomodorissimo, Polpa Pronta e Polpa Bella che forse costeranno anche meno rispetto a tutta quella mole di lavoro, ma noi non ci si fida e, soprattutto, s’ha da farci hara hiri coi San Marzano.

Giunti all’ultimo tappo c’è qualche masochista che propone di ripassare dalla macchinetta le bucce di primo scarto, onde spremerne il sugo fino all’esasperazione. Poi si passa alla bollitura.

La bollitura è una operazione complessa e ne va del proprio onore. Se durante la bollitura anche una sola delle centinaia di bottiglie ottenute si schianta, questo costituisce un’onta incancellabile, peggio di una condanna all’ergastolo per triplice omicidio premeditato. “Non mi se n’è schiantata neanche una!!”, dirà con tronfio orgoglio il gentiluomo abruzzese. La bollitura avviene in un bidone dove le bottiglie vengono adagiate con stracci e altri ammortizzatori di non si sa bene cosa.

Una volta raffreddato il tutto, le bottiglie son pronte per essere riposte nei rifugi antiatomici e da poter orgogliosamente avanzare anche l’anno successivo. Ohimè!

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