Sallusti arrestato per evasione

da: www.ilgiornale.it

Michela Murgia, che è scrittrice finissima e, in quanto tale, dotata di un senso dell’umorismo senza pari, ha scritto “Le vittime piacciono alla gente, bisognerebbe farsene una ragione. E’ per questo che ci fanno i programmi televisivi apposta.”

Ha ragione da vendere. La “vittima” è categoria estremamente appetibile dal punto massmediologico, e sì, bisognerebbe farsene una ragione. Ciò di cui, invece, NON riesco a farmi una ragione, è l’atteggiamento di chi tende, a torto o a ragione, a farsi vittima, perché poi, così, poi, piace alla gente che, di riflesso, ne parla.

Le ultime evoluzioni (assai INvolutive, invero) del caso Sallusti sono una chiara e trasparente dimostrazione di tutto questo.

Se Sallusti è stato condannato a SCONTARE i suoi 14 mesi qualche ragione c’è.

Le ragioni sono contenute nelle motivazioni della sentenza di Cassazione, che parlano, tra l’altro di una “spiccata capacità a delinquere, dimostrata dai precedenti penali dell’imputato”.

Bon. Si può dire che il carcere per Sallusti sia una conseguenza estrema e remota delle estreme e remote pene per il reato di diffamazione. Credo che nella storia d’Italia esista un solo precedente in questo senso, quello di Giovanni Guareschi. Ma Guareschi era Guareschi e, soprattutto, si era negli anni ’50. Si può dire tutto questo, certo, così come si è detto che Sallusti ha commesso un reato di opinione, giustificazione che ormai non incanta più nessuno.

Perché evadere da un regime di arresti domiciliari non ha più nulla a che fare con l’esprimere le proprie idee. Sempre ammesso (e NON concesso) che esprimere le proprie idee sia assimilabile a pubblicare cose false. Non un giudizio ritenuto diffamatorio, si badi bene, chè quello può sempre darsi. Una cosa è un giudizio che va a ledere la dignità di una persona, ben altra è l’invenzione di un fatto di sana pianta.

E allora, con l’evasione di Sallusti, si crea una nuova vittima proprio là dove la giustificazione del giornalismo, della libera stampa in libero stato, dell’articolo 21 viene meno.

A gli italiani Sallusti piace tanto. E’ ufficialmente evaso per la libertà di parola. Niente di strano che qualcuno ci creda.

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In morte del DDL sulla diffamazione (i giornalisti restino seduti)

Dunque, la storia del ddl sulla diffamazione si conclude nel peggiore dei modi, il “nulla di fatto” che fa da epilogo a un iter tortuoso e contraddittorio, fatto di veleni, vendette, sgambetti, contromosse, acrimonia, pelo e contropelo, guarda lì mi ha versato l’acqua sul grembiulino, ora te la faccio pagare.

Che non si sarebbe trattato di nulla di serio lo dimostra il fatto che si sia deciso di mettere mano alle norme sulla diffamazione di fascista e granitica radice all’indomani della sentenza Sallusti che, una volta passata in giudicato, ha posto il problema che, alla fine, la gente il carcere lo rischia davvero.

Ma invece di prendere come segnale di allarme i casi di tanti poveracci che per aver scritto una parola di troppo su un blog, o averla detta a una manifestazione, o, magari, per la tromba delle scale, hanno rischiato la galera, si è atteso che fosse il direttore del Giornale di Berlusconi a finire agli arresti.

E allora indignazioni, grandi battaglie, perfino Marco Travaglio si è scagliato a favore del suo più caro nemico, facendo sula la retorica valtairiana per cui bisogna immortalarsi per la libertà di espressione dell’altro.

L’abbiamo detto più volte che la diffamazione con la libertà di espressione c’entra poco o nulla.
Certo, esistono le esimenti del diritto di cronaca, di critica e di satira, ma la diffamazione è e resta (sempre per quella norma concepita nel Ventennio, assieme a tutto il nostro sistema penale) un reato contro la persona e non un reato di opinione. E c’è cascato anche Travaglio.

Il carcere sostituito dalla pena pecuniaria, poi la sua reintroduzione per mano leghista, Maroni che va da Fazio a Che tempo che fa e assicura che l’errore sarà corretto, quelli che dicevano “si è trattato di una provocazione, facciamo mica sul serio”, poi l’ultima trovata per cui il direttore responsabile doveva essere punito con la sola multa, mentre il giornalista autore dello scritto incriminato avrebbe potuto tranquillamente farsi qualche anno in gattabuia, hanno fatto il resto.
Un voto segreto li ha seppelliti.

Ben difficile che la norma trovi una nuova formulazione. E’ destinata a marcire in qualche cassetto del Senato, quando qualcuno la riprenderà sarà completamente putrefatta o in avanzato stato di decomposizione.

I giornalisti, dal canto loro, ci hanno messo il carico da undici. Non volevano il carcere e li posso anche capire, ma tutto è finito a tarallucci e vino con il ritiro di questo progetto giudicato vergognoso (e lo era!) come se, mantenendo la normativa di sempre, il carcere non fosse ugualmente previsto. Lo sanno benissimo, ma era solo un modo per farsi della pubblicità gratuita, giusto per essere “contro” qualcosa, che va tanto di moda esserlo.

Nel frattempo Sallusti è ai domiciliari in casa Santanché, su disposizione del Procuratore della Repubblica di Milano Bruti Liberati e con parere favorevole del tribunale di sorveglianza. Bisogna dire che Sallusti gli arresti domiciliari non li ha mai chiesti, gli sono stati imposti. Lui invoca che vengano a prenderlo i carabinieri per tradurlo in carcere. Non lo stanno accontentando.

Rimane il punto fondamentale sulla diffamazione:

Se qualcuno mi diffama non ho nessun interesse a che vada in carcere. L’onorabilità lesa da una notizia falsa o da una parola sopra le righe non me la ridà certo la prospettiva che il presunto diffamatore rischi la galera, magari a distanza di anni dal fatto e con un forte rischio che il procedimento cada in prescrizione.
C’è bisogno innanzitutto di una rettifica immediata che ristabilisca la verità e/o che metta a testo delle scuse.
E poi c’è bisogno di un risarcimento equo in denaro nei confronti della vittima.

Si può fare domattina. Nel frattempo, per difenderci, l’unico strumento è una normativa imbarazzante e anacronistica.

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Benvenuti sul palcoscenico della democrazia! E’ uscito il DVD di “Al Qaeda! Al Qaeda! (Come fabbricare il mostro in TV)”

Recensire l’opera di un amico è sempre un po’ imbarazzante. Si rischia sempre di andare a finire nella sbavatura benevola del “Oh, ma che bella cosa hai fatto!”, “Ma grazie…”, “Ma no, guarda, sono io che ringrazio te per quello che hai scritto”, “Sì, e io ti ringrazio per lo spazio concessomi e la benevolenza mostratami”. La solita retorica.

E se c’è una cosa di cui un qualunque discorso su “Al Qaeda! Al Qaeda! Come fabbricare il mostro in TV”, il docufilm di Giuseppe Scutellà, tratto dal libro di Luca Bauccio (eccolo l’amico!) “Primo, non diffamare” non ha bisogno, è proprio la retorica.

Il film è molto più dello schiaffo rappresentato dal libro da cui è tratto, è una rappresentazione giustamente impietosa e priva di inutili cammei retorici sulla creazione della figura del “mostro” da parte del mass-medium di turno, una scarnificazione della retorica che troppo spesso fa da contorno, magari davanti a giudici attenti e compiacenti, alle difese degli imputati per diffamazione.
Un falso “palcoscenico della democrazia” che passa dalla prima pagina di un quotidiano alle pieghe dell’eloquio forense più mellifluo passando per il piccolo schermo o facendo capolino in libreria calpestando persone, sensibilità, dignità, onorabilità e senso del decoro.

E il contraltare del lavacro retorico delle colpe del diffamatore (che qui intendo in senso generico e apersonale, esattamente come si è abituati a dire “il Legislatore”) è quello mostrato con sobrietà (e non povertà!) di mezzi facendo scorrere sotto i nostri occhi le esperienze e le testimonianze di uomini come Beppino Englaro, impegnato da sempre non solo per il rispetto della libertà di scelta e di cura, nonché del rispetto della volontà della figlia Eluana, ma anche contro la pioggia di falsità parlamentari, intransigenti e giornalistiche che sul caso di sua figlia sono state costruite in maniera artificiosa e pretestuosa. Di Youssef Nada, accusato di avere finanziato il terrorismo islamico utilizzando fondi della propria banca e successivamente assolto da qualsivoglia accusa. Di Vito Carlo Moccia, presunto fondatore di una setta psicoreligiosa, messo alla gogna dalla logica delle “Velone” e del “dàgli all’untore” della presunta vendetta satirica del metodo-Striscia di berlusconiana fattura. Come Usama el Santawi, reo, probabilmete, solo di essere fondatore dei Giovani Europei per la Palestina. Di donne come Rassmea Salah, derisa e denigrata perché, pur con un accento milanese che farebbe invidia a Delio Tessa, è di religione islamica e porta il velo, e allora se fa la presidente di seggio elettorale viene denigrata e offesa solo per questo. O come Angela Lano, giornalista impegnata per i diritti umani.

Non è solo un incontro con le esperienze e i dolori delle persone, ma un contraltare con la retorica dei TG e delle interviste di regime, che appaiono sotto forma di contributo filmato ormai distorto dal ridicolo, e che mostrano una serie di “bravi cittadini” attaccati alle proprie tradizioni, al proprio territorio, alla propria identità, al punto tale da rigettare tradizioni, territorio e dignità degli altri.

E’ la diffamazione più grave, quella che consiste nell’attribuzione di un fatto determinato. La stessa ipotesi di reato che sta mandando in carcere Sallusti. La stessa che il Tribunale di Jesi ha riconosciuto nei confronti di Magdi Cristiano Allam condannato per diffamazione nei confronti dell’Ucoii.

E Luca Bauccio cosa c’entra in tutto questo? Luca Bauccio è avvocato di indiscussa notorietà nel settore. Nel film, oltre che fare da tramite col canovaccio del suo libro, diventa attore, narratore, voce parlante. Mettendo da parte la toga e parlando a ruota talmente libera che gli extra del DVD immortàlano le sue gaffes e il suo impaccio con la macchina da presa. Segno inequivocabile di un linguaggio aperto, diretto e schietto.

Comprarsi i 60 minuti di questo docu-film (in cui Al Qaeda ha poco o nulla a che fare) è praticamente un obbligo per capire e crescere nella consapevolezza.
Costa solo 8 euro, più 2 di spese di spedizione, parte dei proventi sono devoluti a Islamic Relief e CMSPS. Lo trovate presso:

http://www.dirittozero.com

(potete pagare con Paypal o carta di credito)

E allora, già che ci siamo, facciàmoglielo un appunto a Luca Bauccio (che, poi, è l’appunto che gli faccio sempre, e lui lo sa).
La diffamazione viene vista nella innegabile e allarmante punta dell’iceberg della creazione dei “mostri”. Si tratta dell’aspetto più evidente.
Ma c’è anche l’aspetto più subdolo e insinuante. Quello della prepotenza di chi, querelando un terzo per diffamazione, si attacca a un’espressione che può essere letta sotto vari punti di vista, che può rappresentare una vera e propria critica, o un’opinione soggettiva, e che, ugualmente, sottoposta a qualche pubblico ministero con eccesso di scrupolo, diventa un capo d’imputazione nei confronti del cittadino (giornalista, blogger, commentatore di Facebook, autore di post su forum e quant’altro) “reo” di aver offeso la reputazione di taluno nella zona d’ombra dell’interpretazione e che costituisce una forbice troppo ampia e pericolosa per poter trattare qualcuno come delinquente.
Il diritto all’opinione, alla critica, alla satira (anche a quella più pungente) esistono e sono pienamente disponibili.
Che un cittadino possa rischiare tre anni di carcere solo perché un Pubblico Ministero o un giudice di merito, nell’agire in quella forbice di incertezza, arrivano a scegliere lo spazio più ristretto per inchiodarvici il “malamente” di turno, è francamente inaccettabile.
E lo sappiamo molto bene che chi ha trascinato nel fango queste persone perbene si aggrappa spesso all’esimente del diritto di critica e di satira. E’ financo una strategia difensiva perfettamente prevedibile. Ma vogliamo e dobbiamo restituire a questi diritti la stessa dignità che queste vittime del “palcoscenico della democrazia” hanno visto calpestata.

E’ l’altra faccia della medaglia, la base dell’iceberg che non si vede, quella che si gioca magari in aule di giustizia di provincia, con giudici, pubblici ministeri e avvocati della difesa sempre più lontani dalle dinamiche della rete e dell’informazione (quella vera e coraggiosa, che ce n’è!). Talmente lontani da riuscire ad essere monopolizzati da una parte civile che usa la diffamazione non come difesa di un diritto, ma come grimaldello per far zittire l’altro (soprattutto quando dice la verità).

E’ l’ora di trattare la diffamazione in sede civile. Il rischio di una pena ingiusta è troppo alto per permetterci una legislazione antiquata e/o, in alternativa, delle proposte di riforma ancor più sconcertanti, che ottengono il placet delle aule parlamentari.

Penso proprio che con Luca Bauccio parlerò molto a lungo di questo aspetto (tanto tempo ne abbiamo). Magari un giorno ne trarremo un libro scritto a quattro mani. O, magari un nuovo film. Lo intitoleremo “Cazzate! Cazzate!”. E ci divertiremo un mondo.

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Diffamazione: carcere per i giornalisti, multa per i Direttori Responsabili

Che poi uno può chiedersi com’è che in questo blog si parla così spesso di diffamazione e di tutto ciò che ne consegue.

Mah, per esempio perché al Senato è passato un emendamento che punisce il giornalista autore di un articolo considerato diffamatorio con la pena del carcere, mentre il direttore responsabile (che, lo ricordo, ha la responsabilità oggettiva di quello che viene pubblicato su un periodico) soggiace soltanto alla pena della multa.

Una norma chiaramente ad Sallustium che stravolge completamente il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge (del resto chi se ne importa, il giornalista rampantello, specialmente se freelance può anche passare un po’ di tempo tra le sbarre ospite delle patrie galere, fatiscenti simulacri di uno Stato che si disgrega, mentre un Direttore Responsabile facoltoso potrà ben permettersi di pagare una multa).

Proprio mentre l’Unione Europea ci fa notare che la diffamazione, in altri Stati, è un illecito da sanzionare in sede civile e non penale.

Noi siamo in leggera controtendenza.

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Diffamazione: approvato a scrutinio segreto un emendamento della Lega Nord che reintroduce il carcere

Screenshot tratto da www.ilfattoquotidiano.it

Per diffamazione si continuerà ad andare in galera.

Ma non più per un massimo di tre anni, con l’attribuzione di un fatto determinato, no, “solo” fino a un anno.

A sorpresa, e con voto segreto, in Senato è stato approvato un emendamento della Lega Nord che reintroduce la detenzione nella riforma del reato di diffamazione, almeno per i casi piu’ gravi.

Il PD pensa subito di ritirare il testo. Cosi’ restera’ in vigore il testo attuale che di anni di reclusione ne prevede ben tre.

Sallusti dice che in carcere si sentirà senz’altro meno solo. Indubbiamente. E manca poco tempo alla sua detenzione, ormai.
Anche tenendo conto del fatto che l’emendamento è stato proposto dagli ex alleati del governo presieduto dal proprietario della testata di cui è direttore, e che e’ stato approvato segretamente da una maggioranza trasversale che vuole dare un segnale forte a giornalisti, blogger e informazione, possibilmente libera.

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Francesco Rutelli sul DDL-Diffamazione

“Occorre evitare che la ‘legge salva-Sallusti’ diventi un via libera alla diffamazione facile; come si fa a confondere la pretesa di diffamare con il diritto di informare? In tutte le democrazie europee è previsto il carcere per le diffamazioni gravi, oppure sanzioni pecuniarie severe. Togliamo il carcere, salviamo Sallusti. Ma non passiamo a sanzioni ridicole: saremmo l’unico Paese che lo fa.”

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Giovanardi sul caso Sallusti: più che la formulazione della norma, va (…) criticata la concreta decisione del giudice

GIOVANARDI (PdL). “In una popolare trasmissione televisiva, il Parlamento e la classe politica sono stati accusati di non aver modificato le norme penali in materia di diffamazione, sulla base delle quali e stata recentemente comminata una condanna  considerata sproporzionata – all’ex direttore del quotidiano «il Giornale». La differenza tra la pena edittale minima prevista dalla norma e la pena massima e pero molto ampia, perché la fattispecie penale puo comprendere anche comportamenti di rilevante gravità: più che la formulazione della norma, va dunque criticata la concreta decisione del giudice, che ha stabilito quale pena irrogare nel caso concreto.”

“La patologia non sta nel Senato o nella Camera, bensì in una Cassazione nella quale il procuratore generale dice ai magistrati che c’e qualcosa che non funziona. Non possono sostenere che c’e diffamazione. Attenzione, e lo richiamo in Senato: se esprimere un’opinione e diffamazione (oltretutto senza neanche fare il nome di nessuno, e quindi esprimendo soltanto un’idea), possiamo arrivare molto lontano, e non tanto in tema di responsabilita dei politici, ma in relazione alla liberta di pensiero che chiunque in Italia deve avere, compresi i politici. C’e il vezzo dei magistrati di denunciare i giornalisti, i parlamentari o i politici, tanto le cause vengono discusse da altri magistrati.
Se poi si vanno a vedere i tempi e il modo in cui finiscono le cause quando è un magistrato a denunciare o quando, viceversa, è un cittadino a denunciare un magistrato, ci si accorge dell’esistenza di uno squilibrio totale. E’ lì la patologia.”

Dal resoconto stenografico di due interventi di Carlo Giovanardi al Senato della Repubblica, 27 settembre 2012

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Amnistia e Farina del loro sacco

Ora che Sallusti è stato definitivamente archiviato nella memoria pubblica e in quella giudiziaria, i giornalisti e i professionisti della carta stampata che fino all’altro giorno lo hanno difeso ad oltranza sostenendo che non si poteva e non si doveva andare in galera per un reato di opinione hanno capito (o, forse, lo sapevano già da prima) che non di reato di opinione si trattava ma di una vera e propria esposizione consapevolmente, e quindi colpevolmente falsata dall’autore dell’articolo incriminato che l’omessa vigilanza di Sallusti ha permesso di pubblicare.

Tutti, dunque, Travaglio per primo (nonostante non rinneghi gli articoli passati a difesa dei prinipii per cui Sallusti ha rischiato il carcere e al carcere è stato condannato), van gridando lor lai, riconoscendo che sì, è stata proprio una diffamazione bella e buona, comunque la si rigiri.

Dall’alra parte c’è la proposta di amnistia e indulto che non è ufficialmente una proposta di amnistia e indulto venuta dalla Presidenza della Repubblica.
In effetti sotto il profilo formale si tratterebbe solo di una proposta per modificare il dettato costituzionale che vede, per questi provvedimenti di clemenza che sono prerogativa parlamentare, un iter troppo complesso e delle maggioranze che ne renderebbero sulla pratica molto difficile l’applicabilità.
Ma il segnale è chiaro. E dall’indulto-Mastella del 2006, votato con profonda convinzione anche da gran parte dell’opposizione di allora, la stessa che sarebbe andata al governo due anni dopo, le buone intenzioni e i proclami per svuotare le carceri si sprecano.

La soluzione, dunque, sarebbe un effetto-fuochi d’artificio: il provvedimento-bòtto di fine legislatura che obbligherebbe i magistrati a celebrare processi-farsa che finirebbero con l’applicazione dell’amnistia e, eventualmente, con la possibilità di valersi civilmente sul danno subito. O, al massimo, che li obbligherebbe ad applicare amnistie retroattive improprie.

Anziché prevere corsie preferenziali e scorciatoie per il risarcimento dei danni, depenalizzazione dei reati minori e forme alternative alla detenzione per chi in carcere ci deve andare davvero.

E, almeno, che l’amnistia con corrisponda all’amnesia, all’oblio delle coscienze. Sarebbe davvero troppo.

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Cassazione: Sallusti definitivamente colpevole. Condannato a 14 mesi di reclusione. Salvo lo Stato di diritto.

La sentenza salomonica della Cassazione ha sancito che quattordici mesi sono una pena congrua e che Sallusti è colpevole.
Non sono state le difese di Travaglio e Di Pietro a salvarlo.
Neanche il tentativo in “extremis” di un decreto d’urgenza che cambiasse le normative sulla diffamazione e eliminasse il carcere dalla comminazione della pena.

Ora Sallusti potrà chiedere le misure alternative alla detenzione in carcere: gli arresti domiciliari o l’affidamento in prova ai servizi sociali. E’ un suo diritto chiederlo, se lo vorrà e, mi permetto di dirlo, un dovere dello Stato concederle.

Una revisione seria della normativa sulla diffamazione non può che passare per il vaglio del Parlamento.

Ma lo Stato di diritto non ammette scorciatoie.

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La deformazione del Caso Sallusti

Screenshot tratto sal sito web di Rai News 24

Il caso Sallusti si sta trasformando, più che nella discussione, sia pure animata dai tempi che scorrono inesorabili verso il definitivo pronunciamento della Corte di Cassazione, su tematiche imprescindibili e inderogabili per un sistema democratico come quello della libertà di critica e di espressione, nella difesa ad oltranza e ad ogni costa da parte di un movimento politico e giornalistico acriticamente unito, della persona del giornalista Sallusti che, evidentemente, non deve e non può andare in carcere.

Sallusti è stato difeso da tutti. Tutti. Da Travaglio, da “Repubblica” (che non mi sembrano né un giornalista né una testata tradizionalmente “amiche” del direttore del “Giornale” della famiglia Berlusconi), da esponenti del PD che propongono interrogazioni parlamentari, da una nota su Twitter della Presidenza della Repubblica, da Di Pietro che sottolinea l’urgenza di un problema, quella della abnormità della previsione del carcere per il reato di diffamazione, che esisteva e resisteva lì, nel codice penale, da decenni e decenni, senza che nessuno se ne sia mai accorto..

Ieri sera una notizia su RaiNews24: si sarebbero aperte delle trattative per la risoluzione stragiudiziale del caso Sallusti e per giungere alla remissione della querela.

Ora, risolvere in via stragiudiziale un caso di diffamazione è legalmente possibile. Non so se lo sia anche tecnicamente, proprio nel momento in cui il terzo e definitivo grado di giudizio sta per emettere la sentenza, ovvero se ci siano i tempi materiali per farlo. Se sì si tratterebbe di vedere CHI sta cercando questo accordo di risarcimento.
Se lo stanno cercando gli avvocati difensori di Sallusti, assieme ai legali rappresentanti della parte offesa, possono farlo e va bene. Dovrebbe essere, quella della trattativa, una fase delicata che non abbisognerebbe di pubblicità fino al momento in cui non è andata a buon fine, ovvero fino a quando il risarcimento non sarà versato al querelante nelle forme e nei modi che sono stati pattuiti.

Questo va bene. Non è una cosa anomala, anzi, è perfettamente legale. Non ci si difende dalla galera solo nel processo, ma ci si difende anche fuori dal processo, quando è possibile. E in questo caso è possibile.

Quello che invece no, non va bene per niente, è il coro di quanti, senza essere difensori di Sallusti, esternano sull’argomento rilasciando dichiarazioni che, nel migliore dei casi lasciano indifferenti o addirittura pietrificati.

Pasquale Cascella, portavoce del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha scritto su Twitter: «Il presidente naturalmente segue il caso e si riserva di acquisire tutti gli elementi utili di valutazione».
E’ una frase neutra. E, come tale, soggetta a varie interpretazioni.
Cosa vuol dire che il Presidente della Repubblica “segue il caso”? E cosa significa, soprattutto, che “si riserva di acquisire tutti gli atti di valutazione?
Gli atti di valutazione ci sono già, li ha emessi la magistratura alla fine di due giudizi di merito, al termine dei quali  è stata emessa una condanna, secondo la quale Sallusti dovrà andare -ed è triste- in carcere e con motivazioni già depositate e pubblicate (quindi consultabili da chiunque).
Non mi risulta che per nessun cittadino italiano indagato e/o condannato per diffamazione sia mai stata diramata una nota da parte del portavoce del Quirinale.
Perché quand’anche il cittadino qualunque si rivolgesse al Capo dello Stato ne avrebbe una risposta diplomatica ma vera: “abbia fiducia nel lavoro della magistratura ed eserciti fino in fondo il suo imprescindibile diritto di difesa. Altro che acquisire “tutti gli elementi utili di valutazione”!

Ora, però, si dà il caso che il cittadino Sallusti sia anche un giornalista (non un blogger, non una persona che abbia in maniera maldestra o sprovveduta offeso l’onore e la reputazione di qualcuno perché mossa da un istinto di rabbia su un forum, su Facebook, su un newsgroup o altrove), e che stia per andare in carcere.
Era stato lo stesso Sallusti a sollecitare un intervento autorevole, con una dichiarazione al TG de “la 7” di Enrico Mentana: “mi preoccupa il silenzio delle alte cariche dello Stato e del governo che presumo, per motivi di antipatia personale o ideologici, non hanno detto nulla su questa vicenda.”
La palla fu presa al balzo dal deputato Mario Adinolfi che ha a sua volta chiesto un intervento del Presidente della Repubblica. A quale gruppo parlamentare è iscritto il deputato Adinolfi? Al Partito Democratico.

Io penso che su questa vicenda non si sia detto nulla a qualunque livello istituzionale e non si dovrebbe dire molto (ma invece si dice fin troppo) per il semplice fatto che chi aveva qualcosa da dire (cioè la magistratura inquirente, il GIP, il GUP prima, e la magistratura giudicante poi) lo ha già detto.
E’ pieno diritto del Presidente della Repubblica esprimere una sua opinione o un suo auspicio in merito.
Ma si fa quello che dice la Magistratura e solo quello che dice la Magistratura, altrimenti lo Stato di diritto va a pallino, si creano cittadini di serie A e di serie B, e il principio cardine che tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge finirebbe, di fatto, con l’essere il piede di porco con cui viene scassinato lo stato di diritto.
E, ancora una volta, può il privato cittadino, incriminato per la stessa causa, andare su un TG a diffusione nazionale e meravigliarsi del silenzio delle alte cariche dello Stato e del governo, quando il Governo è un potere dello Stato completamente indipendente dal potere esercitato dai magistrati?
Risposta: no, non può. Perché il privato cittadino non fa notizia. Sallusti sì.

Le sentenze e la loro pericolosità sulla libertà di opinione e di critica (libertà suprema) non sono tali se non fanno notizia. E fanno notizia solo quando riguardano i giornalisti, perché sono loro quelli che hanno il coltello dell’informazione dalla parte del manico.

Sallusti, dunque, potrebbe andare in carcere. Già, ma in Italia non è che si va in carcere così a casaccio, anche se si è stati condannati a 14 mesi di reclusione. Esiste la sospensione condizionale della pena che viene concessa o non concessa, secondo un articolo del Codice Penale, il 133.
Chissà che cosa dirà l’articolo 133 del Codice Penale? Andiamo un pochino a vedere cosa c’è scritto:
“Nell’esercizio del potere discrezionale indicato nell’articolo precedente, il giudice deve tenere conto della gravità del reato, desunta:
1) dalla natura, dalla specie, dai mezzi, dall’oggetto, dal tempo, dal luogo e da ogni altra modalità dell’azione;
2) dalla gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato;
3) dalla intensità del dolo o dal grado della colpa.
Il giudice deve tener conto, altresì, della capacità a delinquere del colpevole, desunta:
1) dai motivi a delinquere e dal carattere del reo;
2) dai precedenti penali e giudiziari e, in genere, dalla condotta e dalla vita del reo, antecedenti al reato;
3) dalla condotta contemporanea o susseguente al reato;
4) delle condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo.”

Può darsi, dunque, che Sallusti abbia dei precedenti penali specifici. Non dovrebbe stupire, visto che un direttore di giornale viene chiamato spesso a rispondere delle affermazioni suppostamente diffamatorie da lui scritte e pubblicate direttamente, o come responsabile della testata. E che il cumulo di eventuali condanne con quella che pende in Cassazione  abbia fatto scattare il superamento dei 24 messi, per cui si applicano le misure detentive (carcere, arresti domiciliari o affidamento in prova ai servizi sociali). E’ una ipotesi, non una certezza.
Sallusti in una sua dichiarazione ha affermato “Non ho prece­denti penali” (cfr. Sallusti, “La verità sul mio arresto”, il Giornale, 23/09/2012).
Wikipedia, alla voce “Alessandro Sallusti” scrive: “Il caso ha suscitato l’interesse dell’FNSI in quanto, essendo stato Sallusti precedentemente condannato per un caso simile, dovrà certamente scontare la pena comminata.”
Io non so chi dei due abbia ragione, ma so che delle due l’una.
E’ possibile, dunque, che Sallusti possa reiterare il reato? La sentenza di appello dice di sì, sulla base di quell’obbligo che ha il giudice di valutare la “capacità a delinquere del colpevole”. E’ una motivazione condivisibile? Non è condivisibile?? Certo, le sentenze si possono criticare, ma non dubito che gli avvocati di Sallusti lo abbiano fatto presente in sede di ricorso in Cassazione.

Nel frattempo tutti i difensori di Sallusti trasversali allo schieramento politico costituzionale, e difensori nell’arena dell’opinione pubblica e non nelle aule di giustizia, insistono su un concetto palesemente e consapevolmente falso: il fatto che Sallusti abbia commesso un reato di opinione.

Il primo a scrivere una cosa del genere è Antonio Di Pietro. Ora, Antonio Di Pietro è un ex pubblico ministero. Dovrebbe conoscere, e di fatto conosce a menadito, il Codice Penale. Quindi sa certamente che il reato di diffamazione a mezzo stampa non è un reato di opinione, ma è un reato contro la persona. Fa parte del capo II del titolo che riguarda proprio i reati contro la persona. Non è un’opinione, c’è proprio scritto sul Codice Penale. Basta leggerlo. E Di Pietro lo ha letto mille volte.
Sul suo blog Di Pietro scrive: “Incredibile ma vero, io difendo Sallusti. Nella mia vita mai mi sarei immaginato di dover difendere un giorno Alessandro Sallusti, uno dei capofila del giornalismo berlusconiano, che io reputo il peggior giornalismo che ci sia.” E va beh, accettiamo la captatio benevolentiae voltairiana che caratterizza l’incondizionata adesione alla difesa di Sallusti che non risparmia neanche Di Pietro.
Ma proseguiamo: “Certo, il caso è diverso quando si tratta di persone che non fanno del giornalismo ma solo attività di dossieraggio. Lì non si tratta più di reato d’opinione o di libertà di informazione ma di associazione a delinquere, e quelli sì che in galera ci devono andare. Ma finire in carcere per reati d’opinione quello mai.” Sul fatto che la diffamazione non è un reato di opinione ho già detto. Quanto all’associazione a delinquere, anche qui c’è da dire che si tratta di una condotta che prevede almeno la partecipazione e l’accordo di tre persone, per cui il sensazionalismo evocato da questa ipotesi di reato mi sembra quanto meno fuori luogo.
Qual è la proposta di Di Pietro? “noi dell’Italia dei Valori sul caso Sallusti, non solo abbiamo presentato un’interrogazione parlamentare a risposta immediata per mercoledì prossimo, ma proponiamo anche una legge per abolire la pena detentiva sic et simpliciter. Se il governo non ritiene di doverlo fare, possiamo farlo noi in commissione Giustizia come sede deliberante e, in ogni caso, può intervenire il capo dello Stato con un provvedimento di grazia”

L’abolizione della pena detentiva non basta. Occorre depenalizzare la diffamazione. Punto.
Non è sufficiente che una persona non rischi più il carcere. Non deve nemmeno rischiare un processo.
Deve essere velocizzato il procedimento civile (anche mediante il tentativo di conciliazione previa già in vigore) e in quella sede deve essere liquidato il danno.
L’Italia dei Valori in questo senso è lontana anni luce dal trovare una risposta soddisfacente all’abnormità della normativa in tema di diffamazione (a mezzo stampa o no che sia), ma, soprattutto, si muove solo quando a rischiare il carcere sono i giornalisti di grandi testate, quando il caso diventa talmente eclatante da non permettere più di perdere tempo nemmeno al politico che ha intrapreso un gran numero di cause contro Sallusti.
La grazia del Capo dello Stato? E’ una soluzione. Intanto dobbiamo vedere se Sallusti andrà in galera o no. Se ci andrà bisognerà vedere anche se sarà disposto a chiederla la grazia. Ma sia chiaro che il provvedimento di grazia non escluderebbe l’eventuale colpevolezza di Sallusti se domani la sua sentenza fosse confermata dalla Cassazione.

Si riformi la diffamazione, dunque, e lo si faccia presto.
Ma non si sottragga al cittadino Sallusti e ai cittadini italiani lo Stato di diritto in corso d’opera.
Sono d’accordo per tutti i provvedimenti consentiti dalla legge per ridare la libertà al cittadino Sallusti (primo fra tutti l’affidamento in prova ai servizi sociali). Non sono d’accordo con l’adozione di provvedimenti che sembrerebbero, questi sì, “ad personam” proprio nel momento in cui da una parte si sta svolgendo una trattativa e dall’altra la Cassazione deve dare il suo sereno parere. 

Aggiornamento delle 19:47:

Repubblica” riporta la notizia che la trattativa non stia andando a buon fine e che Sallusti rischi seriamente il carcere.

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Nessuno tocchi Travaglio che difende Sallusti!

La prima pagina de "il Giornale" di ieri

Faccio una premessa: ho sempre sostenuto e sostengo che la diffamazione in Italia viene regolamentata con un insieme di norme perverse e assurde che non tutelano né il cittadino diffamato né il cittadino che si vedesse indagare per un presunto atto diffamatorio nei confronti di terzi.

Trovo aberrante che nel nostro paese la diffamazione venga regolamentata con il sistema penale (oltre che con quello civile) e che il “chiunque”, soggetto di diritto dei nostri codici, possa andare in carcere per un massimo di tre anni per aver leso l’onorabilità di qualcuno.

Non ho detto che l’onorabilità di qualcuno non debba essere tutelata, quando è lesa. Ho detto solo che una sanzione penale, che può tradursi, nei casi più gravi, anche nella pena detentiva (per il reato di diffamazione aggravato dal mezzo di pubblicità, come quello della stampa, la pena minima va da sei mesi a tre anni, in alternativa alla multa non inferiore a 516 euro) non è adeguata in un contesto europeo in cui, sia pure con dibattiti molto accesi dall’una e dall’altra parte, i sostenitori della depenalizzazione del reato di diffamazione la stanno spuntando su norme obsolete  per cui chiunque scriva delle cazzate contro qualcun altro deve andare in galera.

Gli strumenti, dunque, sono imperfetti ed inadeguati. Ma sono quelli. Non li possiamo bypassare né ce ne possiamo inventare di nuovi. A meno che, ripeto, non si attui una riforma radicale della materia. Possibilmente con organismi stragiudiziali che dirimano il contenzioso in tempi brevi, perché né un cittadino diffamato può attendere anni un processo penale e pagare comunque gli avvocati per rappresentarlo, né il presunto diffamatore può essere condannato dopo cinque o sei anni per un fatto di particolare tenuità e vedersi troncare la vita a metà.

Ciò premesso, Alessandro Sallusti, direttore de “il Giornale” di Berlusconi, sta rischiando grosso.
In secondo grado è stato condannato, senza il beneficio della sospensione condizionale della pena, a 14 mesi di reclusione per una ancora presunta diffamazione ai danni di un magistrato. Anzi, per aver omesso il controllo, in qualità di direttore responsabile di un organo di stampa, su un articolo diffamatorio apparso sul “Giornale” in forma pseudo-anonima (o anonimamente pseudonima).

Perché non sia stata concessa la sospensione condizionale della pena (che eviterebbe l’applicazione della pena in carcere, agli arresti domiciliari o dell’affidamento in prova ai servizi sociali) non è chiaro. La sentenza parlerebbe della possibilità da parte di Sallusti di reiterare il reato (cioè potrebbe omettere, intenzionalmente o colpevolmente, di controllare altri articoli in ipotesi diffamatòri).

Fatto sta che il 26 settembre prossimo Sallusti potrebbe andare veramente in carcere, se la Cassazione dovesse confermare quanto stabilito in secondo grado. Come è noto, la Cassazione sentenzia solo su aspetti formali e procedurali, non entra più nel merito. Per cui, se confermata, la sentenza da applicare sarebbe solo quella della corte d’appello (che, a sua volta, ne riformava una molto più mite inflitta in primo grado, ma che, comunque, vedeva Sallusti condannato).

Sallusti, come è normale, contrattacca e porta avanti i suoi argomenti: “Ho paura di vivere in un paese dove ci si permette di arrestare le idee, di metterle in carcere. Qui dice la prima inesattezza, perché la diffamazione non è un reato ideologico ma un reato contro la persona.

Sallusti si lamenta, poi, del fatto che “la querela è stata fatta da un magistrato ed è stata giudicata in modo così severo da un altro magistrato”. Già. Non si vede perché un magistrato, se si sente diffamato, non possa ricorrere alla magistratura che, mi pare, sia l’unica a dover decidere in merito.
Come se il fatto di essere giudicati da un altro magistrato costituisse di per sé un punto a favore del querelante.
Un esempio: nel luglio scorso il GUP di Ancona ha accettato la richiesta del Pubblico Ministero Irene Billotta sull’archiviazione delle accuse contenute nella querela sporta dal Pubblico Ministero Mariaemanuela Guerra, sempre per diffamazione, nei confronti di tre poliziotti.
Dunque, un pubblico ministero si sente (legittimamente) diffamato, si rivolge alla magistratura che, però, decide di archiviare. E non importa niente se la parte offesa era a sua volta un magistrato, tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge.

Dunque, il 26 settembre si saprà se la pena verrà effettivamente applicata o no.

Nel frattempo chi difende Sallusti? Marco Travaglio, con un editoriale del “Fatto Quotidiano” di oggi intitolato “Salvate il soldato Sallusti”, in cui, mettendo da parte le armi con cui i due se ne sono dette di tutti i colori in passato, e trasformandosi in un novello Voltaire, che darebbe la vita affinché l’avversario avesse la possibilità di esprimere la propria idea, dice che la questione non è quella di Sallusti, e che bisogna salvare i principii.

Ma i principii quali sono, che un giornalista non possa andare in carcere come un comune cittadino?

Cos’è tutta questa smania assolutoria di Sallusti che giunge perfino dai suoi più strenui avversari (intendendo con questo termine “coloro che appartengono alla parte ideologicamente avversa”)?
Travaglio dice che scontare una condanna “dovrebbe valere per delitti dolosi. Cioè per reati gravi e intenzionali.”
Ora, che il reato di diffamazione per Sallusti sussista lo dicono due giudizi di merito. Non è ancora bastevole per dichiararlo colpevole, naturalmente, ma sono due giudizi di merito.
Travaglio (che pure è stato condannato in sede penale, salvo poi essere prescritto) dovrebbe sapere (e lo sa benissimo) che per la diffamazione basta il dolo generico. Ovvero basta essere consapevoli che quell’espressione o quei fatti attribuiti sono idonei a offendere. Non bisogna necessariamente essere determinati a ledere l’onore di qualcuno.
C’è un’insegnante che è stata condannata perché ha detto “scioccherellino” a un bambino che aveva in custodia e non voleva certo lederne l’immagine, ma solo esortarlo a reagire.

E Travaglio sa anche benissimo che l’articolo 596bis del Codice Penale stabilisce che “Se il delitto di diffamazione e’ commesso col mezzo della stampa le disposizioni dell’articolo precedente si applicano anche al direttore o vice-direttore responsabile, all’editore e allo stampatore, per i reati preveduti negli articoli 57, 57 bis e 58.”
Non si parla né di dolo né di colpa. Non si parla, cioè, del fatto che l’omessa vigilanza sui contenuti diffamatori sia avvenuta perché Sallusti quella sera aveva sonno e quell’articolo gli è sfuggito o se gli è sfuggito intenzionalmente perché condivideva quelle affermazioni.
No, semplicemente il 596bis individua CHI deve essere punito per un certo tipo di reato. Punto e basta.

Travaglio dice che “c’è un solo modo per evitare che Sallusti diventi un detenuto: il buonsenso”. Auspica che Sallusti chieda scusa, rifonda il danno e che la parte offesa ritiri la querela.
Ma il procedimento in Cassazione non solo è stato avviato, ma sta giungendo al suo epilogo, e, con esso, tutta la vicenda iniziata nel 2007. E poi, da quando in qua il buonsenso è sovrapponibile alle leggi?

L’attenzione sul tema, dunque, è stata posta perché adesso il rischio carcere esiste realmente e fattivamente (se fosse stata concessa la sospensione condizionale della pena nessuno si sarebbe filato neanche di pezza il caso Sallusti) per un giornalista della Casta.
Sallusti non è un blogger, che se viene condannato non gliene frega niente a nessuno. Il popolo della rete è pieno di persone che soffrono e hanno sofferto per aver scritto una parola di troppo o non aver verificato accuratamente una circostanza. Nessun Travaglio di turno ha mai difeso questi poveracci.

E che la si smetta, una volta tanto, con questa retorica che vuol vedere Sallusti come primo giornalista che, eventualmente, dovrà patire il carcere per diffamazione.
Giovannino Guareschi fu condannato per diffamazione a 12 mesi. La parte lesa, allora, si chiamava Alcide De Gasperi.
Considerata la precedente condanna a otto mesi per vilipendio al capo dello stato (Luigi Einaudi), Guareschi non volle neanche ricorrere in appello. Andò in carcere e ci stette 409 giorni. Altri sei mesi se li fece di libertà vigilata (non esisteva l’istituto dell’affidamento in prova ai servizi sociali).

Se oggi si deve l’onore delle armi a qualcuno, se oggi ci si deve battere per dei principii, questi principii sono quelli di Giovannino Guareschi, quello che disse: “No, niente Appello. Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stato dato ingiustamente.”

Travaglio s’inchini alla lezione di un indiscusso e indiscutibile Maestro. 

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