Stefano Rosso – Una storia disonesta – Le più belle canzoni della nostra vita

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Era la canzone dello "spinello" e basta.

Credo che Stefano Rosso sia diventato famoso soprattutto per questo motivetto che è diventato una sorta di gioco canzonatorio della vita della fine degli anni ’70.

"Che bello, due amici una chitarra e uno spinello
e una ragazza giusta che ci sta…"

Io cominciavo a frequentare, brufoloso e armato di una giacca di velluto beige a coste larghe, il Liceo Linguistico (beh, il biennio), lo spinello era il simbolo di un’erba che, come dice il poeta "(…) ci cresceva tutta attorno/per noi crescevan solo i nostri guai" e le ragazze, quelle sì che ci stavano, ma, giustamente, con quelli che gli spinelli li fumavano. Sempre il Poeta chiarisce che "E noi non l’avevamo mai fatto/e noi che non l’avremmo fatto mai", e come una volta si diceva che "Chi Vespa mangia le mele", allora mangiava le mele chi si cannava di brutto. Anche se a me è sempre sembrato che non sapesse di cosa farsene, delle mele.

Restavo a guardare quell’umanità con gli occhi di chi veniva dalla provincia che se pioveva lo portava davvero l’ombrello, il verdone del mi’ nonno Armando, che "vài, vài, questo ti para…" e la Carlina che la dava a tutti me che a me, ma questa è un’altra canzone (è "Compagno di scuola" di Venditti)…

Anche questa che vi ho raccontato è una storia disonesta. E chissà quanta politica ci si può trovare…

Si discuteva dei problemi dello Stato: la morte di Stefano Rosso

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Apprendo dal blog del Guargua (o lo vedi se serve a quarcosa…) che Stefano Rosso è morto qualche giorno fa.

Era armato solo di una chitarra, di un pregevole finger-picking, di un’erre moscia a tratti imbarazzante, e di una poetica invidiabile e superiore, per sintesi ed efficacia, a quella di vari cantautori italiani decisamente più conclamati e acclamati.

Ovvio che un personaggio del genere non se lo filasse nessuno.

Ebbe, questo è vero, un certo successo con una canzone presentata a Sanremo e che si intitolava “…e allora senti cosa fo’“.

Ma per tutti Stefano Rosso era il poeta della “storia disonesta“, della ragazza giusta che ci sta, dello spinello e degli amici, del letto 26 da cui, malati di coscienza, si aspetta chi non torna più, dei baci e dell’acne giovanile regalati al primo amore.

E’ per questo che non fu mai annoverato tra i cantautori della scuola romana tradizionale (De Gregori, Venditti, Baglioni, Cocciante), lontano com’era dalle dolci Veneri di rimmel, dalle Lilly senza capelli e da quel piccolo grande amore. Lui, Stefano, ora sì che ci manca da morire.