Le Istituzioni hanno paura di internet

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La rete, questa sconosciuta. Questo mezzo di comunicazione che produce paura, come tutto quello che non si può fermare, come tutto quello che vorremmo non ci fosse, come tutto quello che permette alla gente di sfuggire ai controlli tradizionalmente intesi. E se la rete è sconosciuta, la rete diventa, automaticamente (e non potenzialmente) dannosa.
Non esiste ancora, soprattutto ai più alti vertici dello Stato e, più in generale, nella visione del legislatore, l’immagine della rete come società, per cui le leggi che valgono nella società sono trasferibili perfettamente anche nella rete, no, la rete è diventata, nell’immaginario politico prima ancora che in quello dell’opinione pubblica, luogo privilegiato di interesse per i comportamenti del singolo. Tutto ciò che è fatto in rete assume una valenza amplificata, come se fosse più grave di ciò che succede nella vita quotidiana.

Una precisazione: io non ce l’ho affatto con la presidente della Camera Boldrini, come la frequenza di post su di lei potrebbe far credere. Molto semplicemente non condiviso una virgola di quel che dice, fa, pensa. Lei ha tanti mezzi per diffondere il suo pensiero, io ho solo il mio blog. Abbiate pazienza.

Laura Boldrini, dunque, ha scritto sulla sua pagina Facebook queste osservazioni che riporto, integralmente, evidenziandole in grassetto.

La violenza contro le donne continua a mietere vittime. In questi giorni altri due casi di femminicidio: Cristina Biagi uccisa il 28 luglio, Erika Ciurlia il giorno dopo. Una violenza che non ha confine e che passa anche attraverso la rete, non solo in Italia.

La violenza a cui si riferisce la Boldrini, probabilmente, è da cercare in alcuni interventi pubblicati prima dei delitti dai presunti assassini su Facebook. Interventi che facevano chiaramente presagire quello che sarebbe avvenuto di lì a poco e che nessuno è stato in grado di scongiurare (ci sarà ben stato qualcuno che avrà visto quei post tre ore prima dell’omicidio, no? Macché, tutti zitti, tutti facebookianamente omertosi). Ma il punto non è la rete, evidentemente, quanto, piuttosto, tutte le modalità di comunicazione possibili tra un assassino e la sua vittima designata. Quante telefonate, quanti SMS avrà ricevuto la donna prima di morire? Ma, ecco, del telefonino non parla più nessuno, quello non fa paura. Eppure è lo strumento preferito dagli stalker. Una volta si usavano le lettere anonime di minaccia. Si usano ancora, non so quante ne riceveranno i deputati della Camera, ma se ne parla pochissimo. Facebook, dunque, come quintessenza del pericolo in internet, ma non solo.

In Inghilterra, ben 60mila persone hanno firmato una petizione on line perché su Twitter venga inserito un ‘tasto’ per segnalare abusi …e violenze verbali. Dopo la mobilitazione di massa, il social network si è impegnato a provvedere. A portare avanti questa battaglia è stata Caroline Criado- Perez, una nota attivista per i diritti delle donne, vittima di pesantissime minacce sul suo profilo.

La rete fa quello che l’Italia non riesce nemmeno a recepire. Sono bastate 60.000 persone perché Twitter facesse suo uno slancio di indignazione fortissimo, e tutto questo in pochissimi giorni.
In Italia “Il fatto quotidiano” sta portando avanti una raccolta di firme contro lo sfregio della Costituzione perpetrato da parte dei partiti di Governo. Le firme raccolte ad oggi sono 160.000. Eppure non c’è stata nessuna risposta a livello istituzionale. Che cosa avrebbe da dire la presidente Boldrini su questo?


Per quale motivo non viene inserito un “tasto” legislativo che permetta di mantenere inalterato il senso della nostra carta?
Sono 160.000 persone, dicevo, e il loro numero è destinato ad aumentare. Eppure è come se non ci fossero. La rete, attraverso la quale hanno manifestato la loro adesione, è “virtuale”. E’ come se non esistessero. E il problema è Twitter??

Anche nel nostro Paese, molti, specialmente donne, subiscono minacce on line e alcuni giovani sono arrivati a togliersi la vita a causa del dileggio in rete.
La mobilitazione collettiva, in Inghilterra, ha aiutato ad ottenere risultati per aumentare la tutela sul web. In Italia questo tema viene percepito, da alcuni, come un tentativo di censura.
Cosa ne pensate dell’esperienza inglese?

Sarebbe stato confortante avere i dati che riguardano le persecuzioni di reati come l’istigazione al suicidio (che mi pare ancora perfettamente contemplato nel nostro codice penale), sapere cioè quante persone, dopo un giusto e regolare processo, sono stati riconosciuti colpevoli di crimini come quelli richiamati dalla Presidente Boldrini.
Ma questi dati non ci vengono proposti. Come mai?
E perché la cosiddetta “tutela del web” viene vista come un tentativo di censura? Perché diventerà troppo facile per chi usa Twitter segnalare qualcuno per una parola fuori posto o, ancor meno, per una opinione non gradita. Si premerà il bottoncino e quello sparirà, non avrà più la possibilità di esprimersi su quella piattaforma. Non è uno strumento di tutela, è uno strumento di delazione e di giustizia sommaria. Ecco cosa penso dell’esperienza inglese.

Abbiamo leggi per tutelarci e magistrati per applicarle. Adesso.

Minacce via web alla Carfagna – Le reazioni di Boldrini e Gelmini

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Mara Carfagna è stata minacciata in rete. Le hanno scritto cose indubbiamente sgradevoli sulla sua pagina Facebook, tipo “Ti verremo a prendere a casa”. Lei ha dato mandato ai suoi legali di querelare gli autori del gesto. Tutto questo va bene. E’ un suo diritto sacrosanto farlo.

La Boldrini, da parte sua, ha commentato su Twitter: «Ho telefonato a Mara Carfagna per esprimerle la mia solidarietà. Chi usa il web per minacciare snatura la Rete e la sua libertà».
Chi usa il web per minacciare, naturalmente, non snatura né la Rete, né tanto meno la libertà che essa offre, snatura prima di tutto se stesso e può essere perseguito a norma di legge. Punto. La libertà in rete è semplicemente connaturata al rispetto delle stesse regole che valgono per la società civile. Né più né meno. Viceversa rischieremmo una sorta di zona franca dove tutto è ammissibile, o un posto controllato in modo speciale.

Infatti la Gelmini, a sua volta, evidenzia: «Quest’episodio ci richiama al dovere di regolamentare in modo efficace il comportamento da tenere in rete». Perché, che comportamento si deve tenere in rete? No, ce lo dica, così lo sappiamo anche noi e, se del caso, ci adegueremo alla bisogna. Non bisogna offendere? Diffamare?? Minacciare??? Ma questi sono già reati perfettamente contemplati dal nostro codice penale. O vogliamo dire che una diffamazione è più diffamazione di un’altra solo perché compiuta sul web? Anche questo è contemplato, non c’è bisogno di ulteriori regolamentazioni.

Ancora una volta un episodio deprecabile ha dato seguito a reazioni deprecapili. Speriamo solo che il 49% dei lettori del Corriere che si è dichiarato “divertito” dalla lettura di questa notizia si diverta ancora di più a sostenere davanti a un giudice che “tanto è su internet”!

Le mille e una morte di Nelson Mandela

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E’ una delle tante notizie-bufala che circolano nel web in questi giorni sull’avvenuta morte di Nelson Mandela, che avvenuta non è affatto.

Con periodicità pressoché quotidiana, siti di notizie e social network, sulla base di qualche falsa pista e con la bramosia di essere i primi, si accaniscono (e non solo terapeuticamente) nell’ultima fase della vita di questo galantuomo e pretendono di avere il controllo sul suo trapasso e su quando il Sud Africa piangerà il suo ex Presidente.

E’ un modo di procedere tipicamente da web: intanto le notizie si dànno, poi se non sono vere si è sempre in tempo a cancellarle.

Dimenticando che Nelson Mandela è sempre meglio tenerselo vivo, ancorché attaccato ai tubi della terapia intensiva. Non muore la storia, no.

L’astrofica di Libero

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Non mi preme tornare sulla morte di Margherita Hack, perché è una tragedia troppo grande da sopportare per le fragili gambine della cultura italiana, ma su come questo evento abbia dato il via a una serie di ripercussioni a livello di divulgazione della notizia da far veramente temere per l’informazione italiana.

Il quotidiano Libero, nella sua versione on line (e ormai lo sa tutto il web, ma pazienza, non è mia intenzione arrivare primo), ha intitolato “Scienziati: è morta Margherita Hack, icona dell’astrofica mondiale”. “Astrofica” e non “astrofisica”, dunque. Un refuso che ha creato una ilarità involontaria di effetto contrastivo rispetto alla notizia. Pazienza, la frittata era fatta.

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La spiegazione del quotidiano è stata piuttosto lacunosa, in verità. Quell’ultim’ora sarebbe stata ripresa dai Feed RSS dell’agenzia di stampa ADN Kronos, che avrebbe, a dire di Libero, commesso originariamente l’errore. Logico che se A scrive una cosa, anche B che copia da A riproduca integralmente l’errore.
A parte il fatto che qualsiasi documento che provenga da un Feed RSS può essere editato, ossia scritto, corretto, emendato, salvato e modificato, a parte questo, dicevo, la giustificazione di Libero sembra un po’ come quella di Pierino che si si vede affibbiare un 4 perché ha copiato il compito da Gigetto ed è stato Gigetto quello che ha sbagliato, lui ha copiato solo, quindi a Gigetto spetta il 4 mentre Pierino prende 8 perché l’errore non era suo. Già, però ha fatto l’errore di copiare senza guardare quello che copiava. Ancora oggi la pagina è in linea immodificata.

Un rimando alla notizia riporta “Muore Margherita Hack, la lady delle stelle”, con tag che riportano al refuso e ad altri argomenti correlati. Meno male, “l’astrofica delle stelle” sarebbe stato un po’ indelicato.

Ma c’è di più. Sulla notizia riguardante la morte della Hack c’era un sondaggio che riguardava lo stato d’animo dei lettori. Una trentina di clic erano di lettori che si autodichiaravano “allegri”.

Essere “allegri” per la morte di un personaggio della levatura della Hack è come essere felici per la morte di Nelson Mandela! Ma, si sa, la persona di colore fa paura, e il ministro Kyenge, colpevole, agli occhi di Libero, di voler eliminare il reato di clandestinità, non fa eccezione. Già, ma perché non se ne va via?

La dipendenza da Internet

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Ho sempre pensato che la parola “virtuale” sia stata inventata da qualche terrorista o da qualche cercatore di soldi facili. A volte, lo devo ammetere, i due concetti coincidono.

Il virtuale non esiste. Se io uso un computer uso un coso di plastica, metallo, silicio e quant’altro che è lì, è reale, altro che virtuale. Chi commenta un post di un blog, di Facebook di Twitter è una persona in carne ed ossa e sentimenti (certo, volgarissimi, a tratti), così come chi quel post lo scrive. La rete stessa non è virtualità. Valgono nella rete le stesse regole che valgono nel mondo fisico. Ad esempio se scrivete cazzate da qualche parte potrebbe anche darsi che a qualcuno venga il ghiribizzo di querelarvi. Se ricevo una mail dal mio commercialista che mi dice che devo pagargli la parcella io la parcella gliela devo pagare, non posso attaccarmi al fatto che si è trattato di una comunicazione non personale.

Poi ci sono gli amori o le relazioni virtuali. “Sai, ho un amico virtuale” fa la signora all’amica mentre sono al supermercato. E quella “Davvero??? Dài, dài, dimmi che sono curiosa come una scimmia…” Si vede che la gente pensa che le persone che hanno questo tipo di trasporto siano fatte di polvere. La rete è solo il “luogo” in cui due persone si conoscono. E’ come trovarsi al bar. Poi magari decidono di proseguire la loro conoscenza.

Niente di nuovo, del resto, quando non c’era internet c’erano gli amici di penna, e quando non c’erano nemmeno loro ci si sposava per corrispondenza.

Però la virtualità è stata associata proprio al concetto non tanto di “comunicazione mediata” ma di “comunicazione con un interlocutore immaginario”, che è una coglionatura bella e buona. Caso mai può essere, tutt’al più, “non presente nello stesso luogo e/o tempo”. Ma perché, la gente quando parla al telefono l’interlocutore lo vede?

In nome della virtualità si sono inventate tante cose. Intanto gli psichiatri si sono fatti depositari di una nuova patologia da curare, la sindrome da dipendenza da internet. Così, voglio dire, la gente che sta un po’ troppo connessa (già, ma troppo quanto? Chi è che stabilisce, come accade con l’alcool, qual è la dose giornaliera per un uso sicuro per sé e per gli altri di internet? Nessuno, naturalmente. Ma pretendono di curarti e tu devi dar loro anche i soldi) si ritrova catalogata come patologia quello che è un semplice comportamento.

Però… “professore, mio figlio sta sempre attaccato al computer, dalla mattina alla sera, che dice, lo faccio curare da uno specialista??” Ma quella non è dipendenza, è essere dei genitori pirla. Tuo figlio portalo anche fuori qualche volta. Oppure toglielo internet. Cazzo, non puoi delegare la tua funzione educativa nei confronti di tuo figlio a uno psichiatra o a qualche pasticchina.

E poi “hai un blog?? Ma come fai a stare tutto il tempo davanti a un computer?? Ah, io non ce la farei” Ma non hai bisogno di starci “tutto il tempo”, basta scrivere ogni tanto. Ma se ti piace scrivere, comunicare, dare qualcosa a qualcuno, far circolare le tue idee, quella è una dipendenza da internet, devi essere curato. E loro lo sanno benissimo che il problema non è internet, ma il fatto che tu pensi e scriva. Il sistema mal l’accetta, per questo ti dicono “Vieni, vieni, ci pensiamo noi!” e poi quelli  che hanno pensato a te si sfondano su Facebook e buttano via la chiave!

Sei su Twitter?? Peggio ancora. Il fatto che Twitter possa essere gestito da un cellulare, che tu possa mandare degli aggiornamenti via SMS (magari disponendo di mezzi assolutamente esigui), oppure attraverso uno Smartphone, viene visto come un sintomo di malattia. Tu, naturalmente, non sei affatto malato, lo sai benissimo. Ma se uno si inventa che esiste una malattia, poi si può anche arrogare il diritto di curarti, di rimproverarti che stai sempre a guardare se ti sono arrivate risposte ai tuoi tweet, che non ti relazioni con gli amici “reali”, e va beh, ma magari è gente che spara una valanga di stronzate e, voglio dire, poi ci credo che uno preferisca fare o parlare d’altro.

State attenti. Ma molto, molto attenti.

Cinquanta sfumature di occorrenze

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Cinquanta sfumature di grigio

Qualcuno di voi mi ha segnalato “Grafemi” il blog di Paolo Zardi e, nella fattispecie l’articolo “Cinquanta sfumature di grigio – oh!”

L’autore analizza il romanzo “Cinquanta sfumature di grigio” (best seller mondiale dello pseudo erotismo preferito dal pubblico femminile) e lo fa in un modo, a suo dire, altro e originale: analizzando le occorrenze delle singole parole nell’intero testo mediante l’ausilio di un programma informatico. Ovvero cercando di leggere il testo non come una mera sequenza analogica ma andando a ritrovare quelle parole chiave che, sparse nel testo, costituiscono ossessioni (volontarie o involontarie), ripetizioni o vere e proprie parole-spia che possono suggerirci una analisi più approfondita di un autore, all’interno di un suo singolo lavoro (un romanzo, come in questo caso) o della sua intera produzione.

Scrive a un certo punto Zardi: “Ora, invece, è possibile, con un semplice programma (che possiedo solo io: me lo sono scritto con le mie mani)…”

Ora, il programma che ha scritto Zardi può darsi benissimo he non lo abbia nessuno. Forse lo ha scritto a suo esclusivo uso e consumo e non ha voluto darlo a nessun altro. Più che legittimo, ci mancherebbe altro.
Ma non è l’unico software che genera un elenco di occorrenze partendo da un  testo dato.
Il più conosciuto è DBT (Data Base Testuale), di Eugenio Picchi, dell’Istituto di Linguistica Computazionale di Pisa. Lo usai nel periodo 95-97 per la mia tesi di laurea.
Lo si può avere gratis scaricandoselo e chiedendo il codice di sblocco all’ILC stesso.
Poi c’era un programma molto bello, realizzato dal Prof. La Greca dell’Università di Salerno, si chiamava “Verbum”, era arrivato alla seconda edizione ma aveva un difetto, funzionava sotto DOS. Così quando il putiferio Windows 9X e seguenti si fece strada il programma ebbe vita breve. Ma funzionava bene. Ce l’ho ancora e in emulazione DOS-ambiente Linux va che è una scheggia.

Questo per quel che riguarda quel che c’è in Italia (e da svariati anni, ormai).

Quel che c’è da rimproverare a Zardi, ictu oculi, è il fatto di aver condotto l’indagine sulla traduzione italiana del romanzo e non sulla sua versione originale.
Non ho motivi di dubitare della fedeltà del traduttore all’originale di questo testo tanto severamente imprescindibile per la letteratura di ogni tempo e paese, però è possibile che una forma inglese sia andata a confluire in una forma diversa italiana, proprio perché la traduzione non è un’operazione per cui “a X corrisponde sempre Y” (se no avrebbe ragione Google Translator).
Altra obiezione da rivolgere a Zardi è quella di aver analizzato solo le occorrenze delle parole e non le concordanze. Voglio dire, sarà vero che una delle forme di interiezione più ricorrente sia “Ah!” (79 volte) ma un conto è che si riferisca alla sfera sessuale (come è più che prevedibile), un conto è che significhi “Ho capito!”

Son piccole cose, per carità. E non vale nemmeno la pena dirle per due trombatine editoriali.

Caterina Marini e Ilaria Bugetti del PD sono su Facebook

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Caterina Marini è consigliera della circoscrizione centro del Partito Democratico.

Una sera sua sorella la chiama al telefono per dirle che mentre si recava in camera sua è stata fortemente spaventata dalla vista e dalla presenza di un ladro. Ansia più che comprensibile.

La Marini, renziana ed ex portavoce della segretaria della federazione pratese, sfoga la sua rabbia su Facebook con queste parole “La telefonata di mia sorella mi ha lasciato senza parole: mentre andava in camera si è trovata faccia a faccia in casa con un ladro…. Che città di merda è questa… Extracomunitari ladri stronzi dovete morire subito” e, in un commento “Era un magrebino. Agile come un gatto. E datemi di razzista non me ne frega un cazzo. La gente ha solo discorsi”.
Poi capisce che forse ha esagerato (o qualcuno le dice che il suo post ha provocato più di qualche mugugno) e toglie il messaggio dalla sua bacheca.
Troppo tardi. La disciplina interna del PD si è mossa. “Con quelle dichiarazioni Caterina Marini è di fatto fuori dal Partito Democratico perché violano chiaramente i nostri principi fondanti che da sempre si rispecchiano nell’anti-razzismo, nella non-violenza e nel rispetto della convivenza. Tali affermazioni hanno giustamente colpito la sensibilità delle forze politiche, associative e civili che tutti i giorni lavorano a quell’idea d’integrazione irrinunciabile in una moderna ed evoluta società. Non spetta direttamente a me emettere delle sanzioni e ho già chiesto l’apertura di un procedimento disciplinare presso la commissione di garanzia. Tuttavia appare evidente la violazione del codice etico che Caterina Marini ha sottoscritto in due momenti: in primo luogo prendendo la tessera del Partito Democratico e anche una volta eletta come consigliera di Circoscrizione”. Questo quanto scrive Ilaria Bugetti.

In effetti un po’ pesine erano, quelle frasi. Ma oltre al giudizio politico, al procedimento disciplinare che preluderà certamente all’espulsione, arriva il controsenso, la beffa, l’assurdo, la commedia.

Un ulteriore commento di Ilaria Brugetti, secondo quanto riportato da “Il Fatto Quotidiano” di oggi, a pagina 8, in un articolo di Daniele Vecchi è stato: “Perché noi dobbiamo dare il buon esempio. Se sei un personaggio pubblico e impegnato in politica non puoi permetterti di scrivere su Facebook. (…) Con tutto quello che abbiamo detto di Berlusconi serve coerenza.”

Ora, sinceramente sfugge anche al lettore più superficialmente interessato alla vicenda il perché un personaggio pubblico dedicato alla politica non debba, anzi, non possa permettersi di scrivere su Facebook. Evidentemente una persona, qualunque persona, finché non commette reato scrive su Facebook o dove vuole quel che vuole. Molti politici ben più “visibili” della Brugetti e della Marini lo fanno. Forse non si dovrebbero scrivere QUEL TIPO di frasi, ma per il resto non si vede perché una politica non possa condividere la foto degli spaghetti che ha cucinato per cena con i suoi “amici”, se le sembra buono farlo.

Allora mi sono detto, andiamo un pochino a vedere e facciamo una ricerca su Facebook sotto il nome “Ilaria Brugetti”. Ecco cosa appare:

Allora uno dice: “Sarà certamente una omonima”. Macché, la pagina “Per Ilaria Bugetti Segretaria provinciale Pd” serve o è servita, evidentemente, a sostenerla nel cammino politico.

Non ho nulla contro la propaganda. E’ giusto che la Bugetti la faccia se ritiene che i 475 “mi piace” raccolti le siano utili. Ma chi dava il buon esempio non doveva non potersi permettere il lusso di scrivere su Facebook? Già, e come mai allora gli altri due account riportati sono inequivocabilmente risalenti a lei? Non sono due omonimie, ogni account è intestato a una persona nata il 9 novembre 1973, la somiglianza delle due foto associate ai profili è evidente, e uno dei due profili sembra essere nato proprio per raccogliere le richieste di iscrizione eccedenti i 5000 “amici” (tetto massimo stabilitoda Facebook per un privato). Inoltre si parla del Partito Democratico e della vita politica di Prato. Cosa vogliamo di più??

Vogliamo solo che il buonesempismo sia una realtà.

Saimos do Facebook

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Il Brasile, terra meravigliosa e paese ingiustamente considerato “in via di sviluppo”, senza poi chiarire in sviluppo rispetto a che cosa, è cornice di una delle proteste di consistenti, violente e sanguinolente di questo noiosissimo inizio di millennio.
Dovremmo imparare molto dal Brasile, specialmente da questo manifestante che, armato soltanto di un cartello e di una testa per pensare, ricorda a tutti che per protestare è necessario uscire da Facebook e entrare nelle piazze.
In Italia, naturalmente, accadrà soltanto che chi è su Facebook ci rimane, perché essere su Facebook è un po’ come tenere il culo su una poltroncina che è sempre nostra per piccina ch’ella sia.
La rete ci fa incontrare. Poi, quando ce n’è bisogno, si va fuori.

Il Comune di Spoltore monitora il web

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Vista del Comune di Spoltore - da www.wikipedia.org

Difendersi dalla diffamazione e dall’ingiuria è estremamente semplice.

Se ci si sente offesi da qualcuno si invocano gli articoli 594 (ingiuria) e 595 (diffamazione) del Codice Penale, si va dal magistrato, si espongo i fatti, si querela chi ha profferito quelle parole, si firma il relativo verbale e cominciano le indagini. Se no basta anche scrivere per conto nostro quel che è successo, autenticare la firma in comune, e spedire il tutto per raccomandata.

A Spoltore, comune in provincia di Pescara, a pochi chilometri da dove io vivo, le cose sono un po’ più complicate.

L’amministrazione comunale guidata dal Democratico Luciano Lorito ha emesso una delibera, per cui “Previa consultazione col legale di fiducia dell’ente”, la dirigente del Settore Servizi alla Persona e Contenzioso sarà incaricata di monitorare ogni mese blog, social network (Twitter, Facebook e quant’altro) per vedere se esistano delle offese che vadano a ledere la dignità dei dipendenti comunali e degli amministratori.

In caso affermativo, dice i documento “si procederà senza ulteriori avvivi e/o atti”.

Le domande sorgono innocenti e spontanee:
a) Perché questa azione di controllo e di ricognizione è dedicata solo al web? Non potrebbe darsi che le offese di cui sopra possano venir veicolate, ad esempio, attraverso la stampa, la radio e la televisione? E quelli chi li controlla??
b) Quanto costa al contribuente un team che vada a setacciare TUTTE le risorse descritte, premesso che una sola persona non potrebbe farlo?
c) Non esiste forse l’articolo 21 della Costituzione sulla libertà di opinione (di cui fa parte il diritto di critica) con OGNI MEZZO??
d) Si potrebbe dare il caso che cittadini che hanno solo CRITICATO l’operato dell’amministrazione comunale di Spoltore usando il web come veicolo del proprio pensiero possano trovarsi un giorno indagati SOLO perché il sentire di chi è addetto al controllo vede quelle CRITICHE come delle OFFESE?

E in ultimo, a chi fa paura il web?

La Boldrini, le molestie, la diffamazione e la rete

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da: www.lastampa.it

Dunque la Boldrini, da quando è stata eletta Presidente della Camera, avrebbe ricevuto un numero significativo di messaggi telematici di minaccia e/o a sfondo sessuale.

Ha buttato lì una considerazione sull’opportunità di nuove regole, ma non si è capito bene se queste nuove regole devono essere studiate espressamente per la rete o per il reato di stalking.
In ogni caso è un flop, perché parte dal concetto (tragicamente sbagliato) che la rete non sia regolamentata. Per la rete valgono le stesse regole già presenti nei codici della società civile. I reati di minacce e diffamazione, nonché quello di molestie (anche sessuali) si possono commettere (anche) tramite la rete.
Quindi si va dal magistrato e si presenta una querela (viceversa questi reati non possono essere perseguiti).
Se poi si ritiene che le leggi attualmente in vigore non siano adeguate per tutelarci c’è il Parlamento in cui si può discutere in maniera democratica se inasprire le pene o meno o se inserire nuove fattispecie di reato. E la Boldrini è, si veda il caso, la Presidente di uno dei due rami del Parlamento.

E chissà in quale àlveo dorato hanno vissuto i nostri parlamentari, che hanno così tanta paura della rete da voler intervenire sui reati commessi suo tramite. L’odore di censura comunque c’è. E si sa che ciò che non si conosce ci sfugge e allora bisogna pure ingabbiarlo in qualche modo, perché ciò che non si conosce ci fa paura.
E allora si può concepire tranquillamente una critica come un’ingiuria perché il solo fatto che venga diffusa con un mezzo a noi sconosciuto ce la fa ingigantire e vivere in modo abnorne.

Oggi, tra l’altro, è la giornata mondiale della libertà di stampa. Ma ce ne siamo tranquillamente dimenticati (già, come sarà???).

Obbligo di rettifica per i blog su DDL-diffamazione: il blog chiude

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Oggi potrei raccontarci diverse cose. Ad esempio potrei dirvi di uno sfondone giornalistico sul caso giudiziario di Salvatore Parolisi.
Oppure riferirvi del falso (e sottolineo falso) allarmismo creatosi all’indomani della sentenza relativa alla Commissione “Grandi Rischi”, che pretende di trasformare dei condannati in primo grado in dei novelli Galileo Galilei, e chissà come si permettono. Forse perché avrebbero dovuto dire “…eppur si muove!” alla popolazione de L’Aquila. Si sottintende la terra.

Ma vi dico che il blog chiuderà tra breve tempo.

Quanto, esattamente, non lo so. Ma è più che probabile che questo sia uno degli ultimi “post” a essere messo in linea nel blog per come lo conoscete adesso.

Il motivo è molto semplice. Il Senato della Repubblica, con una manovra che non esito a definire inaccettabile, sta modificando in aula le norme che riguardano la diffamazione.

Non mi preoccupa né mi interessa minimamente affrontare un giudizio, penale o civile che sia, per una eventuale diffamazione. Del resto non ho mai diffamato nessuno. Purché la controparte venga a spiegare e difendere le proprie ragioni nella sede prescelta in un pubblico dibattimento davanti a un giudice terzo e non usi la diffamazione come un pretesto.

Quello che sì, mi dà profondamente fastidio, è l’estensione dell’obbligo di rettifica entro 48 ore  (o, comunque, un tempo poco congruo) a tutti i siti web. Compresi i blog.
E’ una vecchia storia che si ripete. Stavolta, però,  sembra ci stiano riuscendo davvero.
Oppure può darsi anche che non ci riescano, non me ne frega un accidente. Non è quello il punto.

Il punto è che equiparare qualsiasi sito web a una testata giornalistica sotto il profilo della regolamentazione è un assurdo che si dimostra ictu oculi.

Il punto è che un Pinco Pallino qualsiasi, per il solo fatto di sentirsi oltraggiato, prima ancora di una sentenza della magistratura in merito (che potrebbe anche dargli torto), può obbligarti a pubblicare una rettifica che non puoi neanche commentare. Non importa se il contenuto delle tue presunte frasi diffamatrici sia vero o falso.
Puoi anche aver scritto per puro errore che il personaggio Tale conviva “more uxorio” con il personaggio Talaltro.
Se uno dei due personaggi si sente offeso, perché, si veda il caso, è un cattolico che crede  nei valori della famiglia, e invece si è sposato, può chiedere una rettifica.
A quel punto il blogger deve pubblicarla. E non può nemmeno commentarla. Ad esempio spiegare perché è incappato nell’errore, ed eventualmente scusarsi.

Se non lo fa, cioè se non pubblica la rettifica, si rischia una sanzione variabile dai 5000 ai 100.000 euro.

Non sono i soldi che fanno paura, anche se, lo riconosco, dover pagare 100.000 euro può essere seccante, ma il fatto che la gente possa tenerti per i coglioni chiedendoti di rettificare un’informazione inviandoti la richiesta, che so, durante la settimana di ferragosto, così tu non ci sei, magari non guardi la posta elettronica, non hai un PC a disposizione o, semplicemente, ti stai godendo le vacanze.

Questa norma, se entrerà in vigore, scatenerà una guerra senza confine che non si svolgerà nelle aule giudiziarie, ma sul filo di una ulteriore, odiosa, pervicace e tenace intimidazione.

Le conseguenze per la libertà di parola, opinione, critica, satira ed espressione sono sotto gli occhi di tutti: si affiderà la legittimità di una informazione al personale sentire del soggetto, che potrà agire semplicemente SENTENDOSI diffamato, poco importa che lo sia davvero oppure no.

Direte voi: ma la norma non è stata approvata in aula e non è in vigore. Aspetta, prima di chiudere baracca e burattini.

Avete ragione, certo, ma si dà il caso che:

a) questa è roba mia;
b) è preoccupante anche solo il vivere in un paese dove questa norma è stata concepita e arrivata sul tavolo del legislatore.

Quelli di Wikipedia stanno continuando a gridare lor lai. Ma lo sanno benissimo anche loro che continueranno a fare quello che hanno sempre fatto. Perché un server negli USA non si nega a nessuno, perché loro sono inquerelabili, perché hanno i soldi, bla bla bla…

Ma noi siamo persone  e abbiamo ancora il dono dell’indignazione.

Il blog non sparirà, semplicemente sarà azzerato con nuovi contenuti. Citazioni, incipit di romanzi, fotografie e immagini di pubblico dominio, insomma, tutto quello che si potrà continuare a dire, che è ben poco.

Dobbiamo questa bella idea all’intesa tra PDL e PD che sull’obbligo di rettifica per tutti hanno trovato un’intesa perfetta.

Un motivo in più per non starci.

franca.love che s’innamora di un indirizzo e-mail

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Interested in you

My name is franca, i saw your email today and became interested in you, i will also like to know you better,i want you to send an email to me so that i can send you my picture for you to know whom i am,i believe we can move from here.I am waiting for your mail . Remember the distance or colour does not matter but love matters a lot in life

Ma che bello.
Franca (o franca.love) ha visto la mia e-mail e si è subito interessata a me. Dev’essere gratificante vedere un indirizzo e-mail e innamorarsi virtualmente del suo proprietario. Mi vuole mandare una sua foto (gentile!) e mi ricorda che non importano distanza o colore della pelle, ma che l’amore, quello sì che che conta nella vita.

Peccato che sia solo spamming.

Noi che siamo Beppe Grillo nudo

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Ce la prendiamo tanto con Beppe Grillo perché, in fondo, siamo noi quello lì ritratto nudo con un PC davanti alle parti Gentili sulla copertina dell’olandese “De Groene Amsterdamner”.

Siamo noi che ci mostriamo su Facebook, siamo noi che abbiamo qualcosa da dire sui blog, siamo noi che andiamo a sbirciare in casa dell’altro dal buco della serratura mascherandoci dietro il presunto anonimato di uno schermo, siamo noi che abbiamo pensieri da esprimere, che crediamo in qualcosa (foss’anche Wikipedia), o che, magari, non ci crediamo e lo diciamo lo stesso. Anzi, magari proprio per quello.

Quest’uomo fa paura perché i soliti benpensanti non possono concepirsi nudi davanti a un elettorato. Qualcuno potrebbe accorgersene.

E in fondo la pur non aggraziata nudità di Grillo ci ricorda che basta poco. Un PC, una cuffia con microfono, una connessione internet.

Di tutto il resto non abbiamo bisogno.

E se qualcuno ne ha bisogno non c’è da prenderlo troppo sul serio.

Io non voglio sapere chi si è iscritto a Zoosk!

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Zoosk è una applicazione per Facebook che collega ad una risorsa web costituita da un sito per single.

La pubblicità dice che è il sito di incontri on line n. 1 in Italia. E va bene. Non ho nulla contro i siti di incontri on line, così come non ho nulla contro il fatto che la gente si conosca on line, ci mancherebbe anche altro.

Ma qualcuno mi spieghi perché nella pubblicità di Zoosk che appare su Facebook uno devo anche sapere CHI tra i suoi contatti usa o ha usato Zoosk.

In breve, perché io devo essere informato di chi si è iscritto a un sito di incontri (per curiosità, sfida, momento di tristezza o leggerezza assoluta?) quando dovrebbero essere solo affari suoi?

Ridàtemi le agenzie matrimoniali!!

Detenzione di materiale pedopornografico: assolto anche grazie al Wi-Fi

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Estratto dalla sentenza - Tratto dal sito web dell'avv. Fulvio Sarzana

Un imputato romano è stato assolto per non aver commesso il fatto dall’accusa di accesso a siti pedopornografici e detenzione del relativo materiale.

Tra le (altre) motivazioni che il Tribunale di Roma ha addotto “vi è che l’accesso ad un sito pedofilo può essere accidentale e non costituire reato, che la natura pedopornografica di immagini detenute da un imputato deve essere rigorosamente provata”, secondo quanto dichiarato dal brillante difensore dell’imputato, l’Avv. Fulvio Sarzana.

Tralascio volutamente la questione relativa alle modalità di raccolta del materiale probatorio, e in particolare dei log del provider usato per la connessione, che non sarebbe stata svolta secondo quanto previsto dai relativi articoli del codice di procedura penale, non perché non costituiscano ulteriori elementi su cui si è basata la sentenza di assoluzione, ma perché secondaria per quello che desidero sottolineare. Ne faccio menzione solo per una doverosa completezza di “cronaca”.

Dunque, il fatto di possedere una rete Wi-Fi senza protezione, o con una password che avrebbe potuto in teoria essere bypassata da terzi, può dare luogo (e in effetti così è stato) a una assoluzione per un supposto crimine informatico.

In breve, l’indirizzo IP di provenienza di un collegamento non basterebbe, di per sé, a ricondurre al colpevole di un reato informatico. Quel PC potrebbe essere stato usato da altre persone della famiglia o dell’entourage degli amici e dei conoscenti. Se poi la rete WiFi viene tenuta libera in accesso a chiunque e senza password a collegarsi a quel sito pedopornografico o a commettere un reato qualsiasi (ad esempio una diffamazione) potrebbe essere stato chiunque, non necessariamente l’imputato, o chi in effetti aveva in custodia del collegamento, men che meno l’intestatario della linea telefonica o dell’ADSL o quant’altro.

Sarebbe un po’ frettoloso concludere che basterà una rete WiFi o avere una famiglia per dimostrare che non esiste una netta corrispondenza univoca tra il collegamento fatto dal PC di Tizio e l’effettiva responsabilità penale di Tizo, ma una cosa è certa, da oggi il popolo del web si sentirà più legittimato e protetto nel delinquere quotidianamente, e potrebbe anche non avere tutti i torti.

 

I “linguaggi fascisti” del web secondo Pierluigi Bersani

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screenshot da www.repubblica.it

“Vedo che sulla rete sono rivolti al nostro partito dei linguaggi del tipo ‘siete degli zombie, dei cadaveri vi seppelliremo vivi’. Sono linguaggi fascisti e a noi non ci impressionano” (…) “Vengano qui a dircelo vengano via dalla rete. Vengano qui”.

(Pierluigi Bersani, 25 agosto 2012)

[Avevo migliaia di motivi che ritenevo e ritengo validi per non votare Partito Democratico. Adesso ne ho uno in più.]

Acquisti on line: meglio in un “luogo presidiato”

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Ho fatto un’ordinazione on line. Tutto bene, compro in rete da molto tempo e non ho mai avuto problemi. Solo che nella mail di conferma dell’ordine c’era scritta una cosa un po’ inquietante:

“Per evitare inconvenienti, indichi come indirizzo per la consegna un LUOGO PRESIDIATO, ossia un luogo dove ci sia qualcuno che possa ritirare il pacco, per esempio una casa con la portineria, un ufficio, un negozio ecc.”

Un luogo PRESIDIATO?? Devo chiamare le forze dell’ordine per ritirare un pacco? E poi cosa succede se invece di una casa con portineria, o un negozio, un ufficio o quant’altro ho una “casa-e-basta”? Una di quelle cose che esci la mattina e torni nel pomeriggio e se arriva il corriere e non ti trova ti lascia un avviso così lo richiami per fartelo consegnare quando ci sei? Che succede se uno vive in un luogo non PRESIDIATO?? Non lo possiamo sapere.

Né possiamo sapere a quali “inconvenienti” uno possa andare incontro per il semplice fatto che lavora o che è fuori di casa come sarebbe ed è suo preciso diritto.

Speriamo di essere “presidiato” a sufficienza quando mi spediranno il tutto. Solo che vorrei sapere chi sarà il “Presidente”.

La carica delle 116000 firme sul “Fatto Quotidiano”

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Screenshot da www.ilfattoquotidiano.it

Lo confesso, ho firmato anch’io la petizione de “il Fatto Quotidiano” a favore dei magistrati palermitani. L’ho fatto sapendo benissimo che non sarebbe servito a niente. Non perché, come dice Antonio Padellaro in un editoriale di qualche giorno fa, l’ondata emotiva della solidarietà si sarebbe stemperata nel giro di un amen, complice la calura estiva, no, ma per il semplice fatto che non credo a questo tipo di sondaggi telematici che identificano il mittente solo attraverso un indirizzo e-mail.

Nel mio caso, potrei settarmi un numero infinito di caselle di posta elettronica e “firmare” con nomi fasulli che nessuno andrebbe mai a controllare, basta che quella casella e-mail esista in quel momento e che sia abilitata a ricevere un generico messaggio di ringraziamento.

Con questo non intendo dire che le 116.000 firme ricevute siano tutte farlocche, ma che possono, in ipotesi e anche in pratica, essere falsate nel numero e nella provenienza.

Meglio, dunque, il classico tavolinetto per strada, con qualcuno che autentichi le firme, come per i referendum, o, semplicemente, riportare gli estremi di un documento di identità presentato contestualmente. Si può fare. Così si sa (si saprebbe) che a una firma corrisponde una persona e QUELLA persona identificata. Certo, ci vogliono i volontari e con il web si fa molto prima. Ma ci si espone anche alle critiche e alle firme fasulle.

Dunque ho firmato. Ma non perché mi interessino le sorti di Ingroia e degli altri magistrati coinvolti nel ricorso alla Consulta da parte del Capo dello Stato in quanto persone, ma perché ritengo imprescindibili, da parte di tutti, i principi di verità e di trasparenza quando ci sono delle ipotesi di reato così gravi, nonché il diritto a una informazione completa nei confronti del cittadino.

Firmare sul “Fatto Quotidiano”, insomma, è diventata una “tendenza”. Un po’ come comprarsi l’I-Phone. Solo che tra migliaia di persone che si comprano l’I-Phone per fare i fighetti quello che se lo compra perché effettivamente ci lavora passa inosservato.

Personalmente sono anche un po’ stufo della passerella mediatica offerta tutti i giorni al VIP di turno. Mi fa piacere sapere che hanno firmato, tra gli altri, Barbara Palombelli, Ficarra e Picone, Luca Zingaretti o chi per loro. Anzi, a dire il vero non me ne importa nulla (non credo che loro siamo interessati al fatto che ha firmato Valerio Di Stefano, quello che ha un blog…). Però le pagine si riempono di motivazioni, pensieri, giustificazioni, frasi lapidarie, di accompagnamento, di sintesi sul perché un personaggio di pubblico rilievo è stato spinto a firmare. Ma saranno bene affari suoi? Firmano come privati cittadini o come attori, giornalisti, magistrati, cantanti, soubrettes, intellettuali e affini?

Ogni tanto fa bene leggere il contributo di una signora di 98 anni che allega la fotocopia della carta d’identità a una lettera che spedisce al giornale perché non ha modo di firmare via internet, perché qui come altrove, c’è chi ci mette in gioco il personaggio, e chi si mette in gioco di persona. 

La critica e la trasformazione delle cose

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Immagine tratta da consiglioaperto.blogspot.it

A forza di frequentare Facebook, forum, commentare blog, giornali, singole notizie, intervenire di qua e di là ANCHE sui temi più  stupidi – quindi SOPRATTUTTO sui temi più stupidi, ce li propongono apposta – stiamo finendo per trasformare le cose.

Improvvisamente, forse perché dotati del falso delirio di onnipotenza che la rete ci regala con la pia illusione dell’anonimato, abbiamo abbassato la soglia della sensibilità, per cui scambiamo facilmente una puntualizzazione con una polemica, una rettifica con una minaccia di adire alle vie legali, una critica con una diffamazione e la satira come un delitto di lesa maestà.

La sciatteria dei media è dilagante, e noi ci cadiamo dentro con tutte le scarpe. E’ una tentazione meravigliosa a cui non bisogna wildianamente resistere.
Bene che ti vada ti ritrovi copiato, interpolato, frainteso (come il noto Maestro Italiano del fraintendimento ci ha pazientemente insegnato), quando non ridicolizzato, comunque sempre deformato nel tuo pensiero e nelle tue intenzioni originali.
E’ per questo motivo che spesso si deve precisare, rettificare, cricare, dichiarare il proprio disaccorso, ironizzare.
In un clima di dibattito che, soprattutto su Facebook e sui giornali on line, dovrebbe essere la quotidianità. Voglio dire, la gente che scrive su questi cosi dovrebbe essere abbastanza avvezza a essere contestata, corretta, ribattuta.

E invece no, ce la prendiamo a morte.
Forse perché la rettifica, la contestazione, o anche la semplice precisazione, magari permeata da un velo di ironia, ci obbligano a tornare sulla notizia, su quanto è stato scritto, su quello che non è stato fatto, in breve, sulla nostra personale sciatteria e sul come l’abbiamo impiegata nel momento in cui ci siamo esposti con le nostre idee e i nostri scritti.
Come se volessimo dire “E va beh, non ho detto questa cosa, non ti ho citato, ti ho citato male, ho scritto una cosa senza fondamento, ho massacrato l’ortografia e la sintassi, E ALLORA?? C’è bisogno di venirmelo a dire? Ora mi tocca anche rispondere…”

Scriveva Mario Missiroli che “Una smentita è una notizia data due volte”. Io penso che una smentita possa e debba costituire la leva attraverso la quale una notizia si rivela falsa. O, semplicemente, inesatta. Allora la notizia torna all’attenzione di chi l’ha letta, ma anche e soprattutto di chi l’ha scritta, che deve obbligatoriamente occuparsene. Magari in corpo 10 e in posizione poco visibile perché essere puliti e onesti va bene, ma la polvere sotto al tappeto nessuno la deve toccare.

“Tutta la città ne parla” e il nostro blog


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Screenshot dal podcast di "Tutta la città ne parla"

Oggi la redazione di “Tutta la città ne parla” mi ha contattato per un intervento telefonico.

Ho rifiutato.

Il perché credo afferisca a quella sfera discrezionale e personale per cui si fanno delle scelte e non se ne deve spiegazione a nessuno. Libertà, dunque, o, se si preferisce, “scelte”.

L’edizione di oggi, tuttavia, si è conclusa con una citazione dall’articolo del blog “La distrazione massmediologica di massa e la trattativa stato-mafia”. A questo proposito ho da dire che:

a) l’articolo non si trova sulla pagina Facebook della trasmissione. E’ stato pubblicato solo (credo) sul mio blog e, se del caso, linkato;
b) non è stata citata la fonte di provenienza (nulla di che, solo una questione di trasparenza filologica);
c) l’articolo è stato pubblicato ieri e non oggi.

Comunque il brano citato era questo:
“Io voglio Ingroia non perché mi interessi stare dalla sua parte, tutt’altro, ma, paradossalmente, proprio perché non voglio stare da nessuna parte, neanche dalla sua. Non mi interessa niente se era un pubblico ministero troppo “esposto”, è un suo diritto esternare il suo pensiero, e se lo fa può essere criticato come qualunque altro cittadino. Ma ci stanno togliendo gli interlocutori e il materiale di discussione da sotto al naso.”

La collaboratrice, probabilmente visto che la trasmissione era agli sgoccioli, ha saltato il brano “e se lo fa può essere criticato come qualunque altro cittadino.” Lo ritengo solo un lapsus, ripeto, nulla di voluto, forse solo la fretta. Ma anche come lapsus fa riflettere…

(Dal lettore virtuale di MP3 è ascoltabile l’estratto della puntata di oggi)