E’ cambiato il vestitino del blog

Oggi, giusto perché non so cosa dirvi, vi informo (ma lo avete visto anche da soli) che ho cambiato il vestitino al blog. Il colore rosso mi aveva sinceramente stufato e l’ho sostituito con questo arancione e verde, un po’ più vivace. Ma siccome ho svariati colori ancora a disposizione, è molto probabile che li cambi ancora a seconda del mio personalissimo umore quando voglio e quando mi va, paraponziponzipà. Per ora mi pare bello così.

Ho finalmente cambiato il font degli articoli. Nulla di eccezionale (è un semplice e banale Tahoma -o Verdana, ora non mi ricordo, li confondo sempre), ma adesso finalmente il blog si legge perbenino. Godranno del cambiamento in meglio soprattutto gli utenti che leggono da PC, perché ho visto che gli effetti su smartphone e tablet non sono poi così incoraggianti. Mejor algo que nada. Insomma, via, per oggi ho fatto un bel lavorino.

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Un’altra brevissima (ma importantina) notizia dal blog

Allora, pare proprio che la prossima versione del browser Google Chrome penalizzerà, evidenziandoli come NON SICURI, tutti i siti che si appoggiano sul tradizionale protocollo http://. Per ovviare a questo problema, ed evitare così che il blog venga penalizzato dal motore di ricerca, ho generato un certificato SSL. Non chiedetemi di che cosa cavolo sto parlando perché non lo so nemmeno io.

Fatto sta che, adesso, il blog può essere raggiunto anche dall’indirizzo (più sicuro) https://www.valeriodistefano.com.

Ecco, ve lo volevo solo dire.

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Per una disamina del seguace medio di Paolo Attivissimo

Ve l’avevo detto che ci sarebbe stato da schiantarsi dalle risate.

Un mio commento sul blog “Disinformatico” di Paolo Attivissimo, inserito verso le 13,30 di ieri, per tutto il pomeriggio e buona parte della sera non è apparso nella cronologia. Tanto da indurmi a segnalare la cosa su Twitter, segnalazione che mi è valsa, come è noto,  l’esclusione dal nòvero dei fans di Paolo Attivissimo (e chi l’ha mai detto che io sono un suo fan?), l’espulsione da tutte le scuole del Regno, la cacciata dal Paradiso terrestre e tutta una serie di condanne accessorie, naturalmente alla frequentazione di gironi danteschi di varia fatta e natura. Attivissimo ha mille pregi, ma è incredibilmente permaloso (e la permalosità non è un reato, per carità), e questo lo ha indotto a definirmi una “persona piccola e triste”, cosa di cui parleremo altrove, se del caso.

Successivamente (e solo successivamente, si badi bene), il post è apparso come per miracolo, naturalmente in buon ordine cronologico. E’ una cosa facilmente dimostrabile: ieri quando ho fatto lo screenshot del commento con l’apprezzamento di Attivissimo, quel commento portava il n. 67 (andate pure a controllarlo nell’articolo precedente).

piccolaetriste

Oggi porta il n. 69. E’ segno che due commenti sono stati inseriti nel frattempo. Uno è esattamente sattamente il n. 64, quello rimasto in “sospeso”.

commento2

Questi i fatti, che non sono minimamente in discussione.

Ovviamente di cosa parlano i seguaci di Paolo Attivissimo? Di Medici Senza Frontiere? Del debunking al film complottista?? Di qualcosa che abbia anche la pur vaga attinenza con il tema della discussione del giorno??? No. Parlano di me. L’argomento non è più quello proposto dal post originario, ma si è spostato sulla mia umile personcina che non ha mai fatto del male a nessuno, a parte quando ho detto la verità su Medici Senza Frontiere e quando ho alzato il ditino per dire che un mio commento non era stato (ancora) approvato (cioè ancora una volta una circostanza vera) e si è aperto il cielo e si è squarciata la terra. Quali sono gli argomenti? C’è un certo “harlequin” (minuscolo nell’originale, sic!) che dice che il 90% dei miei tweet sono polemici. Non dice la cosa più ovvia che potrebbe dire: “nel 90% dei casi non mi trovo d’accordo con i tweet di valeriodistefan”. La “colpa” non è di una divergenza di vedute, no, sono in assoluto i miei tweet (con tanto di percentuale, segno deve averli letti proprio TUTTI) a essere polemici, senza neanche dire un’altra cosa anche questa lapalissiana: “Nel suo account Twitter, l’utente valeriodistefan può scrivere quello che vuole perché è a “casa sua””. Quello che il seguace medio di Paolo Attivissimo rivendica per sé (eh, la moderazione, tu non puoi fare come vuoi, il responsabile è il guru, chi ti credi di essere, tu non sei in casa tua) non lo riconosce ad altri, anzi, lo critica.
Prosegue “harlequin”: “il 90% dei suoi tweet non hanno commenti nè “mi piace””. E qui c’è davvero di che stupirsi. Perché da quando in qua i “like”, o i “mi piace” sono indice della validità o della dignità all’interesse di un qualsiasi contenuto? Da quando c’è Facebook. Ed è questa cultura facebookiana che si è inoculata nella visione del fan medio di Paolo Attivissimo: se hai tanti commenti e tanti like sei bravo e scrivi cose interessanti, e poi viene Babbo Natale giù dal camino che ti porta i doni perché sei stato buono, se non hai “like” viene la Befana e ti porta il carbone perché scrivi cose polemiche. A me i “like” non sono mai interessati. E’ facile scaricarsi la coscienza con un clic. Più difficile argomentare le proprie posizioni contrarie. Ce n’è anche per il blog, che, sempre secondo “harlequin” avrebbe solo il 10% di articoli commentati. Ora, questo blog ha oltre 4000 post. Li ha consultati tutti per poter affermare una cosa del genere?? Non lo sapremo mai. Quello che sappiamo è che “harlequin” termina con questa domanda cosmologica: “davvero è il caso di continuare a parlare di lui?“ (cioè di me) Ma veda un po’ lui. Se ritiene opportuno usare il suo tempo e le sue energie per criticarmi vuol dire che -almeno per lui- sì, è “davvero il caso”. Se no può starsene zitto o parlare di altro.

Poi c’è un altro che si fa chiamare “Grezzo” (nome e cognome mai, sempre e solo pseudonimi) che scrive: “Ehm, e a giudicare dai suoi screenshot pare usi ancora Windows XP “ Notevole argomentazione, non c’è che dire. Sì, ho una macchina con una (vecchia) partizione Windows XP. La uso per gli screenshot e per altre cosette ancora. Siccome ho comprato quel sistema operativo (con soldi che non chiedo a nessuno) mi sembra giusto che io lo usi almeno finché mi serve o mi è utile. Invece no, invece c’è questo ditino puntato di chi, bontà sua, è arrivato a Windows 10 o addirittura a un Mac e considera delle mezze calzette chi non si aggiorna, chi non evolve, chi non ha l’ultimo grido in fatto di grafica, suono, video, effetti speciali, frizzi, lazzi, triccheballàcche e tutto quanto fa spettacolo. In breve, sono i fan del cannibalismo informatico, sempre in barba all’informatica sostenibile, che ti giudicano per quello che usi e non per quello che dici. Come quelli che guardano come vai vestito per la strada.

E torno a dirvi che siamo solo all’inizio.

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Il senso di Paolo Attivissimo per l’ANSA

gualtierio

L’altra sera, su Twitter, ho avuto uno scambio di messaggi con Paolo Attivissimo. E ora sono qui a pavoneggiarmi.

Lui aveva trovato un lancio dell’agenzia ANSA che riportava, nel titolo, un evidente refuso (“Trumo” per “Trump”). Pochi giorni dopo individuava un “Gualtierio” per “Gualtiero”. Piccole cose. Peccatucci di pochissimo conto. Che però per Paolo Attivissimo sono rivelatori di una pasticcioneria più diffusa che renderebbe sciatti perfino i contenuti. Ho difeso l’ANSA nella discussione perché mi sembravo veramente errorucci da poco, anche se nel titolo fanno un effetto maggiore che non nel corpo dell’articolo o in altre parti della pagina (“il refuso, quando è sistematico, è sintomo di sciatteria che si estende al resto del prodotto.”)

Il mondo del giornalismo italiano è pieno di queste ridicolaggini. Ma mi sono chiesto se questo tipo di errori, in posizioni strategiche, non siano solo il frutto di una banale disattenzione (in fondo la p di “Trump” è vicina alla o e scrive “Trumo” è veramente un batter d’occhio) ma siano addirittura volute per monitorare i siti on line dei giornali succhia-succhia, quelli che riprendono immediatamente il lancio d’agenzia e non fanno nemmeno un lavoro di verifica sulle fonti, sui fatti e, perché no, sull’ortografia.

In fondo, uno dei capisaldi dell’ecdotica, cioè della critica testuale è proprio il fatto che a separare o ad unire in una sola famiglia più fonti scritte è l’errore. Attraverso l’errore si può capire chi ha copiato da chi, per cui se io immetto un errore in un testo scritto per il web (come questo articolo, ad esempio) e voglio vedere in quanti me lo copiano con un semplice copia-incolla, dopo un po’ esce fuori che “Trumo” è stato copiato da una miriade di siti (fonte: Paolo Attivissimo via Twitter)

trump

Oggi ho provato a fare una ricerca col solo termine “Trumo” e l’unica a non aver ancora corretto è stata proprio l’ANSA.

trumo

Che io abbia fatto Bingo?

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Roseto: il culo come volontà e rappresentazione

aloisi

Un culo è un culo. E un culo che sia un culo si chiama “culo” proprio perché è un culo. Non si chiama “lato B” o “le terga”. O “sedere”, giusto per addolcire.

Ciò premesso, accade anche in questa Roseto, piccolo mondo di un mondo picccolo come la chiamerebbe Giovannino Guareschi, in questa ridente cittadina che sempre meno ha da ridere, che un consigliere comunale, nonché segretario locale del PD, tale Simone Aloisi posti (“un po’ per celia un po’ per non morir”, direbbe la Butterfly) su Facebook un selfie che lo ritrae sdraiato su un lettino, con accanto un culo femminile altrove definito “scultoreo” (per noi è un culo e basta). Pochi minuti e il popolo di Facebook, che, si sa, è implacabile sia quando dà dei giudizi positivi che quando dà dei giudizi negativi, si è tuffato a mani basse a difendere il consigliere comunale, oppure a stigmatizzare il contenuto sessista dell’immagine. Alla fine le spiegazioni di Aloisi: “Noto che da uno scherzo tra amici si è scatenato un polverone più grande del previsto, ovviamente chiedo scusa se ho potuto urtare la sensibilità di qualcuno ma di certo non era questa la mia intenzione, è chiara una cosa: il mio ruolo mi impone di mantenere un certo self-control, da oggi in poi cercherò di ricordarmelo. Non ho intenzione di cambiare per colpa della politica, continuerò a scherzare come ho sempre fatto”. Insomma, scherzava e poi, come spessso succede, il gioco gli è sfuggito di mano. Tanto che, adesso, pentito, il post è stato rimosso dal suo profilo Facebook (già, ma se scherzava e se non trova nulla di male in quello che ha fatto perché non l’ha lasciato?).

Fin qui i fatti. Per carità, può capitare a tutti “un momento di fosforescenza” (come scriveva Eduardo De Filippo in “Napoli Milionaria”) e di goliardia senza freni. E, in fondo, dicevamo, non c’è proprio nulla di male in quello che ha fatto l’esponente locale del PD. Già, è vero: non c’è niente di male. Ma non c’è nemmeno niente di bene. Voglio dire, che valore ha una azione di questo genere? Nessuno. Non è una cosa morale o immorale, no, è una cosa del tutto a-morale, che non ha un perché, non ha una causa, non ha una spinta all’origine, non ha niente di niente se non l’effetto dirompente di provocare delle reazioni (ma, in fondo, mi viene da pensare che la bravata sia stata organizzata a bella posta proprio per questo, per vedere di nascosto l’effetto che fa). In fondo tra fotografarsi con un culo a fianco e andare in giro vestite di tutto punto, attopatissime, con un tacco veriginoso, l’andatura ancheggiante e il seno strippato al punto di esplodere, non c’è molta differenza. Tutti e due gli atti hanno un solo scopo finale: quello di essere guardati.

E allora scatta la domanda successiva: cosa me ne frega a me di con chi vai a trascorrere una giornatina sul mare e se questa amica ha, per inciso, un gran bel culo? Ma saranno ben affari tuoi e del tuo privato. Io cosa c’entro? Io mi trovavo su Facebook a leggere il tuo profilo perché, oltretutto, c’è la non piccola discriminante che sei un personaggio pubblico. Tutto lì. Invece mi ritrovo questo cupolone che non dice nient’altro che “Guardami, sono qui.” Va bene, lo vedo che ci sei, e allora?? Niente, nessuna risposta oltre alla mera e banale constatazione dell’esistenza.

La rete, per fortuna, ha la memoria lunga. Ma anche i rosetani che vanno a votare a volte non scherzano.

 

A distanza di pochi minuti dalla messa in linea di questo articolo, l’amico Pasquale Bruno Avolio mi comunica che il post originale non è stato rimosso da Facebook (grazie, prendo atto e correggo) e che la proprietaria del culo ha rivelato coram populo la sua identità. Prendo atto anche di questo e mi nauseo.

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Fake news: il ddl della vergogna

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Il ddl contro le “fake news” (o “bufale”, come amano chiamarle gli attivissimi della lingua italiana) è al Senato.

Tragico ma vero, un pugno trasversale di senatori è riuscito a portare in aula un testo che più raffazzonato non si può e che fa acqua da tutte le parti. Il tutto allo scopo dichiarato di evitare la diffusione di notizie false e che possano suscitare allarme sociale nei media.

Di fatto la situazione è ben diversa, e i primi a farne le spese saranno i blog e i forum. Ma lo vedremo man mano analizzando alcune parti del ddl che mi sembrano determinanti (ci divertiremo!)

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Primo firmatario del documento è Adele Gambaro. Eletta tra le file del M5S è stata successivamente espulsa con una votazione via internet dal blog di Beppe Grillo. Ha fatto anche altre cose degne di nota, come votare la fiducia al governo Letta e, perché no, un pochino anche a quello di Renzi. Così, tanto per non farsi mancare nulla.
E’ una donna, dunque, che è stata eletta mediante le strategie del web e che da un blog ha avuto la sua delegittimazione.
Non sorprenda, dunque, che il nome della Gambaro figuri in testa all’elenco di chi appoggia e sottoscrive in aula il testo normativo.

C’è anche la simpaticissima Serenella Fucksia (astenuta nel dicembre 2014 sul voto del Jobs Act, astenuto al disegno di legge sulla responsabilità civile dei magistrati, anche lei espulsa dal Movimento) che nel 2013 difese Roberto Calderoli che aveva definito un “orango” l’allora Ministro Kyenge. Ce ne occupammo allora proprio qui nel blog. Wikipedia (sempre lei) scrive che “Ha, inoltre, più volte criticato la mancanza di un vero confronto di merito sui contenuti legislativi e denunciato preoccupazione per «i fanatici della rete»,definendolo «l’aspetto più critico del Movimento cinque stelle»”.
Meglio dunque porre mano a questo web e cercare di appoggiare l’operato della collega.

E che dire di Anna Cinzia Bonfrisco? Che nel 2007 fu quella che in piena aula di Palazzo Madama diede dell'”assassino” al magistrato D’Ambrosio (“Sei un assassino, assassino. Sei un criminale. Oggi è il tuo giorno”).

Come non ricordare, poi, la storica frase pronunciata nella trasmissione televisiva “Agorà” dalla senatrice Laura Puppato? «Le nostre riforme elimineranno la presenza fisica dei militanti leghisti». A parte la non democraticità di un enunciato del genere sulla bocca di chi di democratico si vanta di appartenere addirittura ad un partito intero, c’è da dire che all’enunciazione non sono poi seguiti i fatti. E questo è sotto gli occhi di tutti.

Ma tra i sottoscrittori colpisce soprattutto la presenza della firma di Rosaria Capacchione, giornalista e Senatore della Repubblica, costretta a vivere sotto scorta a causa della sua attività contro la camorra, e che ora si è buttata a difendere un ddl dal testo liberticida, azione che certamente non fa onore alla sua sofferenza e, come accade per tutti gli altri cofirmatari, ai soldi (pubblici) con cui viene pagata per fare il suo lavoro di parlamentare.

Last, but not least, evidenziamo, tra il gruppo dei proponenti, il nome di Antonio Razzi, ormai più famoso per l’imitazione di Crozza che come parlamentare. L’amico della Corea del Nord, che ha definito il suo dittatore un “moderato” e che ha negato l’esistenza nel paese di campi di prigionia («ci sono serre di pomodori grandissime, mai viste così grandi, saranno quelle, le scambiano per lager».).

controllo

La parola chiave dell’introduzione al testo del ddl è “controllo”.
E’ un dato che fa pensare (o lo vedi se anni e anni dedicati a fare le concordanze dei testi son serviti a qualcosa?) soprattutto se lo si associa a tutte le lodi sperticate che il legislatore ha fatto al lato positivo della medaglia di internet. Il testo è chiaro, ed è un ritornello sentito e risentito: la “libertà di espressione” non può essere “sinonimo di mancanza di controllo”.
Sembrerebbe quasi che ci sia una sorta di vuoto legislativo da riempire a tutti i costi con un qualcosa che normasse quello che normato non è. Invece le leggi ci sono: se una notizia falsa lede la dignità di una persona (ad esempio: “Tizio ha rubato le ciliegie dall’albero nel campo del vicino”) quella persona può sempre agire in giudizio per diffamazione.
Perché,  dunque, c’è bisogno di “controllo”? E perché sottolineare che il “controllo”, nel campo dell’informazione, significa avere il diritto a una informazione corretta? Sono cose che il mondo della rete conosce perfettamente: i giornali per deontologia professionale, i blogger perché hanno delle responsabilità oggettive nei confronti di chi legge.
La rete si autoregola: una notizia falsa e 100 notizie, post, riferimenti, link che ne evidenziano la menzogna. Funziona così. Solo chi non la conosce ha bisogno di regolamentarla. E le bufale si smontano con i fatti. Da sempre.

art1

L’articolo 1 del testo presenta una incongruenza evidente: inizia con il classico “Chiunque” delle norme penali e finisce, al comma 3, per stabilire chi è escluso dall’applicazione della norma stessa, ovvero le testate registrate on line.
In breve, rischia 5000 euro di ammenda chiunque pubblichi notizie “false, esagerate o tendenziose”, ma se il chiunque è una testata registrata in Tribunale, non rischia proprio un bel niente.
Il ddl, dunque, si rivolge a quei prodotti editoriali di rete come il blog o come i forum.
E qui si aprirebbe già un maremagnum di domande.
In primo luogo CHI stabilisce e con QUALI CRITERI se una notiza è falsa, o anche semplicemente esagerata? Il magistrato che dovrà applicare la norma, non ci sono dubbi. E non ci sono dubbi anche che pioveranno sui tavoli dei magistrati tonnellate di rimostranze e di denunce (si sa, la gente intanto ti querela, “poi si vedrà cosa succede”…)
E poi: se un blog riprende una notizia falsa pubblicata, ad esempio, da un quotidiano on line, perché dovrebbe essere punito chi lo cura e non il quotidiano che ne è fonte? E’ vero o non è vero che tutti i cittadini (e i soggetti giuridici) sono uguali davanti alla legge? E si potrebbe andare avanti ancora. Ad esempio ci si potrebbe chiedere legittimanete se diffondere o pubblicare una notizia falsa su Facebook, Instagram o Twitter (che sono, a modo loro, delle piattaforme di blogging) rientri o no in quanto previsto da questo articolo.Nulla di nuovo sotto il sole.

art2

L’articolo 2 allarga le fattispecie di delitto. Diciamo che mentre l’articolo 1 punisce la pubblicazione “semplice” di notizie false, esagerate o tendenziose, l’articolo 2 si occupa di quelle notizie false che possono destare pubblico allarme, fuorviare settori dell’opinione pubblica o aventi ad oggetto campagne d’odio.
E qui la pena massima è sempre dei famosi 5000 euro di ammenda a cui, però, si aggiungono 12 mesi di “reclusione”.
In breve, si affaccia nel testo di legge la parola “galera” (o qualche suo improvvisato equivalente, lo vedremo più avanti). Mentre in Italia il reato di ingiuria è stato addirittura depenalizzato ed è venuta meno l’ipotesi detentiva, potrei rischiare la “reclusione” se solo scrivessi (come ho già scritto) che l’omeopatia non funziona. Che è una notizia vera, ma siccome c’è gente che afferma esattamente il contrario e che è pronta a giurare che su di lei l’approccio omeopatico ha funzionato a dovere, il mio affermare l’inefficacia dell’omeopatia potrebbe destare allarme negli adepti, che costituiscono un settore dell’opinione pubblica e via discorrendo. Non parliamo poi dei colossi farmaceutici paladini dell’omeopatia che con questa legge andrebbero soltanto a nozze.
E’ ovvio che quello dell’omeopatia è solo un esempio, e, per carità, non pretendo nemmeno che sia calzante. Ma “reclusione” in casa mia ha un significato ben preciso e in Italia qualcuno rischierà di nuovo il carcere per una notizia. Non saranno più i giornalisti di professione, saranno i poveri cristi, gli incazzati o i malati di protagonismo digitale. E non dovrebbe essere illecito penale l’essere malati di protagonismo, se no io sarei già condannato all’ergastolo.
E poi mettiamo i puntini sulle “i”. Quel brav’uomo del professor Mario Simoni che mi insegnava diritto al liceo, mi spiegava che in Italia l'”ammenda” va con l'”arresto”, e la “multa” con la “reclusione”. “Ammenda” e “reclusione” non possono andare insieme.

art3

L’articolo 3, poi, è il più eccentrico di tutti. Introduce l’obbligo per chi apre un blog, un forum, un sito web o una qualsiasi altra “piattaforma informatica destinata alla pubblicazione”, di comunicare al tribunale, entro 15 giorni dall’apertura, nominativo, domicilio, codice fiscale e indirizzo di PEC di chi lo gestisce. Il tutto allo scopo manifesto di “contrastare l’anonimato”.
Anche qui vagonate di comunicazioni ai Tribunali nello sciagurato caso in cui la legge dovesse entrare in vigore come tale e così come è approdata alla discussione in Senato. Il numero di siti e pagine web aperti ogni giorno in Italia è ancora considerevolmente elevato e un obbligo del genere manderebbe in tilt le cancellerie degli organi di giustizia ovunque diffusi, impegnati a doversi gestire tonnellate di messaggi di PEC.
E poi perché mai si dovrebbe “contrastare l’anonimato”? L’anonimato è un diritto soggettivo specifico. Se io immetto della informazione in rete ho tutto il diritto di non farmi riconoscere (magari usando uno pseudonimo, così si adopera lo pseudonimato) che non significa non essere punito o punibile. La magistratura può facilmente accedere ai dati di chi ha registrato un sito web, anche se questi dati non sono pubblicamente disponibili.
La gente maschera il proprio numero di telefono ogni giorno se non vuole farsi riconoscere, e nessuno ci trova niente di strano.
Dunque i dati vanno non solo comunicati ma anche pubblicati in modo visibile sul sito stesso. Vogliono solo sapere chi sei senza fare la fatica di venirti a cercare.
E non si sa bene che cosa ne sarà di tutto il maremagnum di siti, forum, pagine e blog pubblicati fino al momento dell’entrata in vigore della legge (quando e se sarà!), saranno anche loro obbligati a pubblicare i loro dati? A scrivere una PEC al Tribunale per dire “io esisto”? Veramente il Tribunale, quando ha avuto bisogno di contattarmi per il blog mi ha trovato senza nessuna difficoltà. Ma non sia mai che l’esperienza faccia scuola.

Occorre dunque correre ai ripari e munirsi di un bel paio di mutande di bandone per parare il colpo di Lorsignori. Ne riparlerò. Ora, scusate, ma ho il mal di mare (buark… ohimé…)

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La gita a Tinder

tinder

La mia corrispondente in Siberia (sì, lo so cosa vistate chiedendo, come si faccia ad avere una corrispondente proprio nei ghiacci della Siberia, e di conseguenza fatevi un po’ di più i cazzi vostri) ieri mi ha chiesto se uso Tinder.

Pensavo che Tinder fosse una barretta di cioccolato, il Tinder Buendo, il Tinder Cereali e il Tinder con più latte e meno cacao, ma so da pochi giorni che Tinder è una applicazione dedicata principalmente all’acchiappo-hard in rete. La si scarica sull’Android, immagino che ci si iscriva lasciando i propri dati (se no non si vede perché la diano gratis) e quelli della persona che si vorrebbe incontare (che abbia almeno la nostra età e che abiti più o meno vicina a noi), si fa l’upload di una nostra foto e quello la manda ad un tot di persone (credo privilegiando il dato geografico). Se la controparte clicca sulla richiesta di contatto (viceversa può cestinarci con una X) e noi le rispondiamo ecco che abbiamo avviato una chat e che possiamo andare direttamente a patteggiare minimo una trombatina compensatoria, e senza nemmeno parlare troppo, perché tanto si sa che entrambe le persone sono lì per quello, poi, caso mai, si vedrà.

Ecco, il punto non è che mi dia fastidio Tinder come accessorio per trovare facilmente il ragazzo o la ragazza, l’amante, l’amica o l’amico particolare, no, da quel punto di visto magari ce ne fossero di questi accrocchi (anche per trovare persone da contattare se magari vivi in un luogo nuovo e sconosciuto e hai bisogno di amicizie nuove) perché poter dire a una persona che è interessante per te è e continua ad essere una delle cose più difficili della vita. No, ecco, quello che mi urta è la mancanza di colloquio. Ora, capisco che per trombare non sia una conditio sine qua non, per cui, come diceva Brancaleone, prendimi/dammiti cuccurucù, e chi se ne frega se io faccio il meccanico e tu stai per laurearti in filosofia teoretica. Però magari qualcosa oltre al “mi passi la sigaretta?” (il “per favore” è un optional) bisogna pur dirla. Come si fa a riempire quei momenti di vuoto e di corpi sudaticci che si asciugano sotto le lenzuola sgualcite se non si parla un po’??

E, soprattutto, cosa le è venuto in mente alla mia corrispondente siberiana di chiedermi se uso Tinder??

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La Boldrini chiama sua figlia con Skype!!

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Era un po’ che non parlavo della Boldrini, quand’ecco arrivarmi un tweet dall’ANSA in cui mi si comunica l’esistenza di un video in cui la Boldrini ammette di usare Skype.

Devo dire la verità, l’ANSA è stata un po’ impietosa con la Boldrini, perché ha preso un frammento del suo intervento lasciando il contesto precedente a metà (il filmato è stato ripreso durante un incontro sul tema “Una Costituzione per la rete?” e verrebbe solo da rispondere “No, grazie, la gente già conosce poco di suo quella del proprio paese”) e si è solo soffermatta sul fatto che sì, la Presidente della Camera, cioè lei, usa Skype perché ha una figlia che vive all’estero e la sera muore dalla voglia di sapere come sta.

Ora, non si capisce bene, ancora una volta, dove stia la notizia di interesse pubblico. Sul fatto che la Boldrini abbia installato una applicazione (per PC, Tablet, Smartphone o quant’altro) e la usi per comunicare con chi vuole lei, sfruttando il fatto che l’applicazione medesima permette lo scambio di videochiamate? Ma, di grazia, questa non è una notizia. Skype è il principale vettore telefonico mondiale e mi sembra più che normale che tanta gente lo usi. Beppe Grillo, buonanima, ci faceva una parte di un suo spettacolo dimostrando che bastava una connessione internet e chiamavi tuo zio in Brasile a prezzi stracciati con Skype, e quando lui lo faceva io telefonavo già con VoipStunt e spendevo meno di lui.

E, comunque sia, dov’è l’aspetto rivoluzionario del fatto? In che cosa consiste la pubblica utilità del fatto che la Boldrini usa Skype per contattare la figlia? Io uso WhatsApp per comunicare con mia moglie e VoipStunt per telefonare all’estero, ma non mi pare che importi qualcosa a qualcuno.

E se c’è un particolare che colpisce è proprio il ritardo con cui i rappresentanti delle istituzioni si avvicinano alle cosiddette “nuove tecnologie” (che evidentemente sono “nuove” perché sono sconosciute per loro, non perché lo siano in senso assoluto), Skype è relativamente vecchiotto, quando Grillo ne parlava era il 2006 ed era già diffuso in Italia da almeno un paio d’anni.

Ora aspettiamo che la Boldrini installi Viber per telefonare gratis e che qualcuno lanci la notizia in prima pagina.

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Amici miei

Matteo Renzi è il primo Presidente del Consiglio Incaricato attualmente con riserva in multitasking che abbiamo mai avuto.

Mentre procede alle consultazioni trova il tempo e la voglia di sditeggiare qualcosa su Twitter. Non so voi, ma io mi sento piuttosto inquietato da questo atteggiamento. Non che non abbia diritto ad avere il suo sacrosanto account Twitter e a  scriverci quello che ritiene più opportuno (lo ha fatto Letta, lo fa la Boldrini), ma, cazzo, in quel momento sta svolgendo una delicata funzione istituzionale, che ci giochi più tardi con lo smartfonino. Se lo facesse un insegnante durante l’interrogazione perderebbe il posto subito.

Cosa aveva di tanto urgente da comunicare “Urbi et orbi”? Voleva solo dire: “Mi spiace per chi ha votato 5Stelle. Meritate di più, amici.”

Prima di tutto a me non è affatto dispiaciuto aver votato 5 Stelle, anzi, l’ho fatto ANCHE per non votare il partito da cui proviene e che non mi rappresenta. E poi “amici”? Ma “amici” di cosa? Io non sono affatto amico di Renzi e non voglio esserlo, ma, soprattutto, lui non è per nulla “amico” mio, mi dispiace (anzi, no).
E’ questo linguaggio piacione, falso amicone, sornione, da gatto che fa le fusa, insinuante, circuente, mellassoso, stucchevole -e ora basta perché ho finito il Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari- a infastidirmi.

“Meritiamo di più”? E chi sarebbe il “di più”? Lui? Il suo governo?? La riforma elettorale redatta a quattro mani con Berlusconi?? La promessa di una riforma al mese??? No, ce lo dica perché son curioso di saperlo.

“Ma vi prometto che cambieremo l’Italia. Anche per voi.” Ma cosa vuol dire questo? E’ il classico discorso che si faceva da piccini sul pezzettino della merendina: “Te lo do lo stesso anche se non sei mio amico”. Ma grazie. Cosa si deve fare anche l’inchino?? Miglioreranno la scuola e nella scuola migliorata potranno andarci ANCHE i figli di chi ha votato 5 Stelle? E’ solo l’inizio della confusione totale tra diritti e concessioni.

Così, tra quest’assurdità s’annega il pensier mio.

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Daniele Virgillito ha scoperto l’acqua calda di Wikipedia

In molti in queste ore mi segnalano l’articolo di Daniele Virgillito su Wired.it “Come ho fregato tg, politici e giornali con qualche riga su Wikipedia.
C’è l’auto-da-fe di questo freelance, un outing anche abbastanza compiaciuto, che si è divertito ad attribuire citazioni false a personaggi celebri, magari appena defunti, senza attendere che il rigor mortis della notizia li ricatapultasse nell’oblio.

Grazie, è divertente, ma nulla di più.

In realtà è un déjà-vu. Quando sulla Wikipedia francese apparve Continua la lettura di “Daniele Virgillito ha scoperto l’acqua calda di Wikipedia

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Il bilancio di Wikimedia Italia

Il sito web sostienilacultura.it fa capo a Wikimedia Italia, l’associazione dei supporter italiani di Wikipedia e dei suoi fratelli gemelli, nonché corrispondente nel nostro paese di Wikimedia Inc.

Vi si trovano informazioni su come donare del denaro (ovvio!), come devolvere a loro il 5 per 1000 dell’IRPEF (beh, certo…) e molto altro.

Pubblicano anche il loro bilancio. Gentili.

Andiamo un pochino a vedere quanto ha incassato Wikimedia Italia.


In una pagina web (quella che trovate a corredo di queste note) leggo che in quattro anni sono stati ricevuti più di 470.000 euro in donazioni. E sticazzi. Sono una media di poco meno di 120.000 euro l’anno.
Come dire che tutto quello che riesce a mettere da parte un metalmeccanico con una vita di stenti e di lavoro, ammesso che mai ci riesca, Wikimedia Italia lo percepisce in un anno.

Ma andiamo a vedere nel dettaglio il bilancio consuntivo del 2012: le DONAZIONI ammontano a 45.686,22 euro. Siamo ben sotto la media pomposamente dichiarata degli ultimi quattro anni. E’ il 38,88%.
L’altra voce di una certa consistenza, audite audite, sono le sponsorizzazioni. Ma chi ha sponsorizzato Wikimedia Italia e per che cosa non è dato di saperlo. Questa forma di associazionismo che disprezza la pubblicità su Wikipedia e la rifugge come la peste registra € 36.300,00 in entrata alla voce corrispondente.

E le voci più piccole? Eccole: € 91,00 per vendita gadget. Càspita, nemmeno le magliette per una squadra di calcio dei pulcini della parrocchia! Ma per gadget e volantini sono stati spesi € 1.460,64. Cioè 16 volte tanto quello che è stato incassato in quel capitolo di spesa. Tutti soldi che dovevano andare alla cultura libera.

Ma quella dei gadget non è l’unica voce in uscita per l’autopromozione. Per quello sono stati spesi in totale € 6.675,44.
Che se andiamo a vedere sono quasi esattamente l’ammontare delle nuove iscrizioni (l’esatto importo delle quote associative è di € 6.770,00). Quindi, la gente si associa e con quei soldi si realizzano spilline, cappellini, magliette, la videoguida Wikiquote e la Campagna pubblicitaria 5 per 1000. Per carità, non ci sarebbe nemmeno nulla di male se solo uno all’atto dell’iscrizione lo sapesse, perché magari spera che i suoi soldi vadano a sostenere la cultura libera.

Altra cosa che fa pensare è la voce “Interessi bancari”. Ben 20,71 euro.
Tenendo conto che avevano un fondo cassa (o “Avanzo di gestione esercizi precedenti”) di € 172.627,73 i casi sono tre: o non hanno trovato una banca con condizioni particolarmente favorevoli, o sono andati in scoperto più volte mangiandosi gli interessi, o tutti questi denari non li tengono in banca.

Anche la voce “Spese domini internet e aggiornamento software” merita una riflessione: € 9.085,85 di spesa.
I domini internet wikimedia.it e sostienilacultura.it sono gestiti da una ditta di Viterbo che si chiama Olisys.it. Non sono evidenziate sul web le tariffe di hosting e/o di housing dei domini. Quindi non posso dire quanto costi gestire un sito e in quale modalità. Ma è certo che per distribuire un bilancio in PDF e ospitare alcune pagine in HTML non ci vuole un server dedicato.
E tutto quell'”aggiornamento” software?? Ma non sono i paladini della cultura libera? Installino programmi free (gratuiti) e open source e sono a posto. Hanno macchine Windows o Mac?? Benissimo, allora non si lamentino se devono pagare, Linux è lì apposta. Nemmeno una scuola pubblica spende quella cifra per aggiornare una ventina di computer di un laboratorio telematico.

Al fin della fiera, dei 172.627,73 euro residui delle gestioni precedenti, ne avanzano 115.412,80. Un tonfo spaventoso di oltre il 33% di rimessa.

Cappellini, magliette e distintivi.

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La Camera dei Deputati è su Twitter!!!

Laura Boldrini ha comunicato ieri sul suo account Twitter che adesso anche la Camera dei Deputati ha il suo account Twitter, e ha invitato i suoi follower in quello che ha definito “un altro passo in avanti nel dialogo con i cittadini.”.

Ma in fondo, che cos’è stato fatto? E’ stato semplicemente creato un account su Twitter, lo si è collegato a una casella di posta elettronica e da quel momento quell’account è entrato in funzione. Nient’altro.

I cittadini dialogavano tra di loro via Twitter da svariati anni prima che qualcuno a Montecitorio si decidesse ad avere la felice intuizione e a dire “facciamolo anche noi!”.

Personalmente trovo imbarazzante questo atteggiamento trionfalistico che si basa su una operazione assolutamente ordinaria e banalmente quotidiana. Perché immagino che siano ancora molti ad aprire un account su Twitter ogni giorno senza trovarci nulla di strano.

Al momento in cui scrivo la Camera dei Deputati ha su Twitter 4018 follower, che non mi pare poi gran che, nemmeno se leggiamo questo dato alla luce del fatto che sono stati raggiunti in un giorno e sull’onda del clicca-clicca selvaggio.

L’ordinarietà assunta a livello di notizia è una moda molto diffusa. Ci cascano anche le nostre istituzioni.

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IBS versus libreriauniversitaria.it

Ho gentilmente congedato IBS dall’elenco dei miei fornitori ufficiali.

Loro, per la verità, non lo sanno ancora, ma non comprerò più i loro prodotti.

Ho fatto una serie di ordinazioni da consegnare a altrettanti destinatari come regalo di Natale. A una persona avevo regalato 3 DVD. Nel pacco ce n’erano solo due. Io non potevo saperlo perché il pacco, appunto, era stato recapitato a questa persona e non a me. L’addebito, però, era stato effettuato per intero.

Per carità, ho scritto a IBS e stanno facendo di tutto per risolvere il problema a loro spese. Però la cosa è scocciante. Non mi va che il destinatario dei miei regali riceva qualcosa che ho ordinato prima di Natale, che è stato spedito dopo e che verrà recapitato dopo la polvere.

Inoltre avevo in sospeso un ordine da parecchio tempo. Tre librettini della Sellerio, tra cui “Capodanno in giallo” che IBS mi dava disponibile in tre settimane. Tre settimane per reperire un libro regolarmente disponibile in Italia.

Per prima cosa ho annullato l’ordine che IBS mi teneva in sospeso da troppo tempo.

Poi mi sono rivolto a libreriauniversitaria.it, dove ho ripetuto lo stesso ordine (“Capodanno in giallo” disponibile in 1-2 giorni) e che me l’ha spedito in tre giorni. Grazie!

L’interfaccia del sito è molto chiara e “friendly” (oggi se una cosa non è “friendly” non la si prende nemmeno in considerazione!). Rispetto a IBS, libreriauniversitaria.it fa pagare le spese di spedizione. Per ordini di valore superiore a 24 euro sono di solo 1 euro, e con lo sconto del 15% lo si può tranquillamente recuperare, e la spedizione avviene -reperibilità del prodotto permettendo- in tempi accettabili.

Insomma, io mi trovo bene.

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