Benigni diffida Report. Anzi, no, lo querela

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Pare che Roberto Benigni abbia diffidato Report dal trasmettere una certa inchiesta con “notizie false e gravemente diffamatorie” (secondo quanto riferito dall’avvocato dello stesso Benigni). Nonostante la diffida il programma è andato in onda lo stesso, quindi Benigni e la moglie hanno dato mandato al loro legale (Michele Gentiloni Silveri, cugino dell’attuale Primo Ministro) di depositare una querela nei confronti di Giorgio Mottola e di Sigfrido Ranucci.

Questi i fatti. Quali siano questi contenuti così sommamente diffamatòri non lo sappiamo né, devo dire, ci interessa particolarmente.

Quello che (invece) sì, ci interessa, è la dinamica dell’azione legale così come si è sviluppata.

Premetto che considero l’istituto della diffamazione, così per come è strutturato e concepito oggi, uno strumento di esercizio di potere nelle mani del più forte nei confronti del più debole. Poi, che sia Benigni che Report deboli non lo siano affatto, è un’altra verità che va tenuta in debita considerazione. Ma anche tra loro c’è un certo grado di soccombenza reciproca, laddove Report è trasmissione giornalistica (non di regime) realizzata con contenuti autonomi e svincolati dalle direttive della RAI, e Benigni, invece, è l’artista che, anche se suppostamente danneggiato, esercita un’azione di forza sul tema della libertà di espressione, di cronaca e di critica.

Benigni non querela subito, come sarebbe suo diritto. In fondo di esercitare un diritto gli importa poco. E’ disposto a rinunciarvi con l’atto di diffida, che è un qualcosa per dire “Guarda, non mettere in onda quei contenuti, astieniti dal parlare e non ti accadrà niente”. Solo successivamente, quando l’avvertimento è stato bellamente ignorato, il diffidante agisce (“Non hai voluto fare quello che ti ho detto, questa è la conseguenza del tuo rifiuto”, quando non addirittura una cosa del tipo “Io non volevo, sei tu che mi hai costretto”).

Se lo scopo di Benigni era quello di esercitare il suo sacrisanto diritto a non sentirsi diffamato, avrebbe potuto presentare direttamente una querela alla magistratura. Ha mezzi e possibilità per farlo (come tutti, ritengo), e come tutti è uguale davanti alla legge, non ci piove. Senza pretendere di censurare nulla in anticipo, ma semplicemente prendendo atto di una situazione e agendo di conseguenza. Il danneggiato fa così. Anche perché sa che, in astratto, una causa potrebbe anche perderla.

E invece in questo modo il danneggiato è Report, perché anche dal suo punto di vista quel contenuto è vero o, comunque, legittimo. E non era diritto di Benigni inibirne la messa in onda. E allora chi è che decide se una cosa è diffamazione oppure no? Semplice, il Giudice. Neanche il Pubblico Ministero (che, tutt’al più, può decidere se una querela è meritevole di essere accolta o meno).

Viviamo, purtroppo, in un clima in cui l’informazione corretta e coraggiosa è tale solo quando riguarda gli altri, ma quando riguarda noi siamo pronti ad adirarci, a sbraitare, a ricorrere ai magistrati, a diffidare, a pretendere correzioni, e a urlare alla notizia falsa, che va tanto di moda.

Del resto, fu proprio Benigni (assieme alla moglie Nicoletta Braschi), nel 2011, a firmare un appello quando Report era incalzato costantemente dal governo di centrodestra. Senza contare la totale mancanza di (auto)ironia con cui Benigni, una volta che Report ha ficcato il naso negli affari propri, ha trattato la questione. Cioni Mario di Gaspare fu Giulia, non sarebbe certamente arrivato a tanto.

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La Gabanelli, Report e la difesa preventiva di Sigfrido Ranucci

Ieri sera è andata in onda la prima puntata di “Report” della nuova serie.

La Gabanelli mostrava gambe tornite e bicipiti potentemente palestrati. Insomma, era in forma.

Tema della puntata erano gli interessi che gràvitano intorno alla tazzulella ‘e café che gli italiani bevono al bar e che accomuna tutti, da Bressanone a Pantelleria. Argomento più che decente. Io non bevo caffè in assoluto, ma l’inchiesta era vivace e ben calibrata per il ritorno alla ribalta della trasmissione più ingiustamente sopravvalutata della TV.

Il proemio, tuttavia, parlava della querela per diffamazione che il sindaco di Verona, Tosi, ha presentato alla Procura della Repubblica contro il giornalista Sigfrido Ranucci.

Il motivo del contendere non mi è chiaro. Ho provato a capirci qualcosa ma non ci sono riuscito. Ma in fondo il merito non conta, quello che conta è, al contrario, il fatto che la Gabanelli abbia costruito nella trasmissione una vera e propria difesa dell’operato del proprio giornalista.

Scrivono: “Report tratterà anche il caso del sindaco di Verona Flavio Tosi, che ha preventivamente querelato l’autore del servizio, Sigfrido Ranucci, accusandolo di voler costruire prove false contro l’amministrazione veronese. Il sindaco Tosi aveva fatto registrare Ranucci mentre stava svolgendo il suo lavoro d’indagine in merito all’esistenza di un video compromettente per il leader della Lega Veneta. Ma come sono andate effettivamente le cose?

Già, ci hanno spiegato come sono andate le cose. Ma hanno sfruttato il servizio pubblico per farlo.
Cazzo, io quando Liber Liber chiese il sequestro di questo blog mi difesi in modo legale e nelle sedi opportune. Non che la difesa del giornalista Ranucci in televisione, sia, di per sé, un atto illegale, tutt’altro. E’ un atto, appunto, inopportuno, perché il servizio pubblico lo pagano i cittadini. I cittadini, per la verità, pagano anche i tribunali e tutto quello che sottende allo svolgimento di un giudizio per diffamazione (ce ne sono centinaia di migliaia in tutta Italia).

La Gabanelli potrebbe dire, come ha già detto, che i costi della sua trasmissione non vengono coperti dal canone che pagano gli italiani, bensì dalle pubblicità trasmesse durante la trasmissione. E’ bello sapere che una redazione si può difendere davanti ai suoi spettatori grazie a un formaggino o a un detergente intimo.

Il cittadino comune al servizio pubblico non può accedere. E nemmeno alle pagine del Corriere della Sera.

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L’acquisto delle puntate di Report

Che uno poi dice “Ma allora ce l’hai proprio con Report!” “Sì”, gli rispondo io.

Sul sito della trasmissione di RAI3 c’è una “linguetta” che riguarda l’acquisto delle puntate. O cosa ci sarà scritto? Andiamo un po’ a vedere, via…

* Per vedere integralmente le ultime inchieste su Rai.tv è sufficiente cliccare sull’icona video che si trova associata ad ogni inchiesta.

E va beh.

* I video non sono scaricabili sul proprio computer, ma possono essere fruiti in streaming.

Già. Perché si debbono fruire in streaming e non si possono scaricare sul proprio computer (non ho detto “darli a cani e porci”, ma “scaricarli sul proprio computer”. Sto parlando di “uso privato e personale”, non di “cessione a terzi”) programmi realizzati dal servizio PUBBLICO?
Per la radio viene fatto. I file rimangono in linea circa una settimana. Forse poco meno. Non è molto ma è già qualcosa.
Te li scarichi, te li metti in un lettore di MP3 qualsiasi e te li porti dietro. A fare jogging, a fare la spesa, a fare quel che ti pare. Li puoi anche conservare.
Mentre invece NON puoi scaricarti l’ultima puntata persa di Report e schiaffarla su un tablet, su un Android o su un iPhone, se ti piace Stigiò e guardartela seduto su una panchina al parco. Se vuoi farlo ti colleghi on line e cominci a mandare la registrazione in streaming, così se il tuo provider telefonico di accesso a Internet ti dà una qualche limitazione di traffico, dopo mezz’ora o non ti colleghi più a una cippa o devi pagare un bòtto di soldi per aver visto una trasmissione che era già tua in quanto espressione del servizio PUBBLICO di cui sopra.

Si arriva alla sezione “Acquisto puntate”. “Acquisto” vorrà dire (credo) che le puntate possono venire comperate dietro corresponsione di una cifra in denaro. Se no che “acquisto” è? Va beh, anche qui leggiamo:

* Associazioni, università, scuole, sindacati, organismi ed enti senza scopo di lucro possono richiedere le puntate di Report alla Direzione Teche (fax 0636226217, e-mail service@rai.it). Il materiale sarà fornito in cassette analogiche VHS, oppure in formato digitale su CD Rom – video qualità internet formato MPEG4 o ASF.

Intanto fa molta tenerezza sapere che c’è ancora qualcuno che vende una registrazione di una trasmissione televisiva su videocassetta VHS. Pensavo si trovassero solo al mio supermercato di fiducia a 2,99 il pacco di 4 cassette da 4 ore ciascuna (godi popolo!!).
Ma quello che, invece, non fa tenerezza è l’elenco delle categorie di persone che possono richiedere il materiale: “Associazioni, università, scuole, sindacati, organismi ed enti senza scopo di lucro”. E il privato cittadino?? Non può comprarle. Cos’hanno i miei soldi, puzzano?? Va beh, a me non vendete un belino, ma perché, ad esempio, università e scuole devono tirar fuori dei soldi per avere una puntata di “Report”, suppongo per motivi didattici?
Ripeto, dovrebbe essere GIA’ qualcosa di pubblico. Non si può far pagare un servizio pubblico (la scuola) per acquisire qualcosa che viene da un altro servizio pubblico (la RAI).

*Tutti i contenuti di questo sito sono coperti da copyright e di esclusiva proprietà della Rai Radiotelevisione Italiana e ne è vietata la riproduzione, anche parziale, su qualunque media e supporto.

E questo lo avevamo vagamente intuito.

Ma la Gabanelli ci aveva già parlato dei costi di una puntata di Report. E io avevo commentato tutto già ad ottobre. Diceva:
*Come tutti gli autori, che lavorano su questo programma, il cui costo complessivo, inclusi il mio compenso, gli  stipendi della redazione, il costo di edizione, finanche dei fax e dei telefoni è di 180.000  euro, a puntata. Su ogni singola puntata la Rai incassa di pubblicità netti 190.000 euro. Al cittadino, che paga il canone e ha il diritto di sapere quanto costa il prodotto che sta guardando, che gli piaccia oppure no, noi costiamo zero.

Quindi i costi li copre la pubblicità. Così “Report” non è più cosa dei cittadini che non posso accedervi nelle modalità che vogliono. Servizio pubblico, certo.

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Il senso (lato) di Report per la giustizia

La trasmissione di Milena Gabanelli sulla giustizia mi ha fatto arrabbiare.

Non certo perché abbia denunciato una situazione che conoscevo gia: ho querelato svariate persone per diffamazione nei miei confronti e la maggior parte delle querele attendono la prescrizione dentro un cassetto del Pubblico Ministero (non si è arrivati neanche alla prima udienza -che per la diffamazione svolge un po’ le veci dell’udienza preliminare-).

Mi ha fatto arrabbiare perché sono stati riaffermati due luoghi comuni giuridici che, al contrario di quelli della vita quotidiana, non hanno nulla a che vedere con la realtà. Ovvero che:

a) il patteggiamento è un’ammissione/sentenza di colpevolezza;

b) le sentenze per prescrizione sono di assoluzione.

Vediamo:

a) Non è vero che si patteggia solo perché si è colpevoli. E in un procedimento per patteggiamento non c’è un solo documento che indichi la colpevolezza dell’imputato in merito al reato ascrittogli. Il vantaggio che si trae dal patteggiamento è sì quello dello sconto di un terzo della pena, ma questo sconto viene riconosciuto non perché uno si dichiara o viene dichiarato colpevole, ma perché fa risparmiare un sacco di tempo e di soldi allo Stato. Invece di andare in primo, secondo e terzo grado di giudizio, si definisce la cosa in pochi minuti. Poi l’imputato può essere anche innocente. Uno dice “ma allora se è innocente perché patteggia?” Ecco, per esempio perché è un povero Cristo che non ha la possibilità di pagarsi un avvocato che lo assista nei tre gradi successivi, e che faccia venir fuori la verità. Oppure ha, si veda il caso, problemi di salute e preferisce dedicarsi a quelli piuttosto che a pensare alle beghe giudiziarie. Ognuno ha le proprie priorità. Certamente, le sentenze di patteggiamento sono, dal 2001, equiparabili a sentenza di condanna (“equiparabili” vuol dire che NON sono sentenze di condanna, che sono cose diverse, e che c’è una legge che le rende assimilabili).

Nella trasmissione è stata riportata una citazione di Gian Domenico Pisapia da “Speciale TG2” del 31/10/1989: “L’abitudine di dichiararsi sempre innocente, in ogni caso secondo me va accantonata nei casi in cui l’imputato riconosca che le carte che ci sono nel processo sono tali da non dargli speranza.” Sarebbe condivisibile se l’imputato conoscesse immediatamente le carte del processo. Al momento del patteggiamento si conoscono solo quelle del Pubblico Ministero. Ed è proprio nel processo che si forma la prova perfetta, attraverso il contraddittorio tra le parti. Ma il patteggiamento è fatto proprio per NON entrare nel processo. E’ per questo che l’imputato non viene dichiarato colpevole. Proprio perché non si sentono testimoni, a carico o a discarico, non si raccolgono ulteriori elementi e si rinuncia al dibattimento.

b) La prescrizione, ovviamente, non assolve. In trasmissione, Nicola Bonucci, direttore Affari Legali OCSE di Parigi, ha affermato: “su 47 persone imputate da quando il reato esiste fino al 2011, 30 sono stati assolti non perché i fatti non erano stati commessi, non perché siano stati giudicati innocenti, ma solo per avvenuta prescrizione.” Appunto, non si dovrebbero dare queste informazioni sbagliate. Non possono essere stati assolti, sono stati prescritti, quindi la sentenza è di non luogo a procedere. Poi potevano benissimo esserci (o non esserci) elementi di colpevolezza. Ma nessuno viene “assolto” per prescrizione, e ci mancherebbe anche altro.

Va beh, dice uno, non si viene assolti ma la si fa franca. Vero, ma se la macchina della giustizia è lenta bisogna accettare anche che si fermi, non si può gioire per la condanna di Berlusconi sul filo della prescrizione e poi non riconoscere che è stato proprio questo istituto a salvarlo più volte, non ci sono due pesi e due misure per trattare la prescrizione, o la si accetta come costituente del nostro sistema o la si rifiuta in toto. E magari si va a vivere all’estero dove, secondo Report, le cose vanno molto meglio.

E ci sono varie tipologie di prescrizione: c’è quello che ha commesso un reato “minore” 8 anni fa e che arriva oggi alla prima udienza di primo grado. Il giudice non guarda nemmeno le carte, dichiara estinto il reato e chiude tutto perché la prescrizione in questo caso è di sette anni e mezzo. Quindi non si sa -non esssendo stato aperto nemmeno il dibattimento- se quel tizio era davvero colpevole. Si sa solo che si è tergiversato troppo. E poi c’è quello che è stato condannato in primo e in secondo grado ma che in Cassazione la sfanga. Lì nelle motivazioni sarà evidenziata la sua colpevolezza. Ma non certo nella sua fedina penale.

Parlando del sistema giudiziario inglese la Gabanelli chiude la trasmissione con queste parole: “Il procuratore (nel Regno Unito, ndb) ha discrezionalità, può decidere quali reati perseguire e quali no, i nostri magistrati sono obbligati a perseguirli tutti nello stesso modo.” E meno male, direi. Almeno, in teoria, chi ha subito un torto può vederselo riconoscere in sede penale o civile senza vedersi scavalcato nella classifica dei gradimenti.

E infine: “qual è il senso di tenere in piedi un processo che ti porta fino in Cassazione con una macchina così costosa e lunga per avere falsificato un biglietto del tram!” Il senso è mantenere in piedi dei principii-cardine: diritto di ciascuno di accedere alla legge o di servirsene per difendersi. Se uno ha falsificato un biglietto del tram il minimo che possa attendersi è che chi lo accusa dimostri davanti a un giudice terzo che lo ha falsificato, e che lo Stato gli consenta di andare a dire allo stesso giudice, che poi deciderà, come e perché non lo ha falsificato. Altrimenti veramente siamo qui a montare i pannelli fotovoltaici alle lucciole.

E ad avere bisogno di una informazione un pochino più “adeguata”.

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Chi se ne frega di quanto costa “Report”?

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Dalla trasmissione di “Report” di domenica 30 settembre 2013:

MILENA GABANELLI “Il nostro Bernardo Iovene ha perso un po’ l’aplomb. Ma in nessun paese al  mondo un politico si permette di replicare ad un giornalista che sta facendo domande  legittime “mi dica chi la sta pagando per venire fin qui”. Allora stiamo parlando di  Campobasso, da Roma, non dai Caraibi. Allora, la linea editoriale la decido in autonomia  dentro al servizio pubblico, che non vuol dire essere al vostro servizio.  Bernardo Iovene  non è un dipendente Rai, ha impiegato 4 mesi a realizzare questa inchiesta e l’ha realizzata  con mezzi propri, anticipandosi le spese e poi emette fattura. Come tutti gli autori, che lavorano su questo programma, il cui costo complessivo, inclusi il mio compenso, gli  stipendi della redazione, il costo di edizione, finanche dei fax e dei telefoni è di 180.000  euro, a puntata. Su ogni singola puntata la Rai incassa di pubblicità netti 190.000 euro. Al cittadino, che paga il canone e ha il diritto di sapere quanto costa il prodotto che sta guardando, che gli piaccia oppure no, noi costiamo zero.”

La Gabanelli è andata oltre le righe. Solo perché il giornalista Bernardo Iovine è stato chiaramente assalito dalla prosopopea di una sottosegretaria di governo si sente in dovere  di rispondere con l’arma della trasparenza a una insinuazione infondata fin dal suo primo  formularsi. Sarebbe bastato dire che Bernardo Iovine, come tutti coloro che lavorano per Report, non sono dipendenti RAI. Punto, fine.

Invece eccoci, una puntata di “Report” costa 180.000 euro. Ora lo sappiamo. E sappiamo anche  che non sono pochi. Oddio, certamente una puntata di un varietà televisivo del sabato sera  costa molto, ma molto di più, tette e culi non sono a buon mercato rispetto al reporter  rampante con la telecamerina sul tavolo puntata contro il potente di turno, ma con la logica del “c’è ben di peggio” si va poco lontano.

180.000 euro, dunque e apprendiamo che questa cifra include anche il “compenso” della Gabanelli. Già, ma non sappiamo A QUANTO ammonti lo stipendio della Gabanelli. La logica del “tutto compreso” non permette di vedere quali sono le varie voci di spesa e a quanto ammontano. Si fa un bella pentola di minestrone, si dà una cifra e tanti saluti e sono.

“Fax e telefoni” rientrano nel pentolone. Ma chi è che li usa ancora i fax? Probabilmente  l’asilo infantile Mariuccia qui all’angolo e forse neanche loro. Chi deve mandare un  documento fa una scansione e lo manda via mail. Se sono cose importanti usa la PEC che costa  6,05 euro ALL’ANNO a chiunque (quindi anche a Report). Per le telefonate a voce tra i  componenti della redazione si può usare Skype. Oppure VoipStunt. Con WhatsApp si mandano messaggi vocali, con Viber si possono fare delle telefonate, il tutto GRATIS (o, meglio, sfruttando la connessione internet disponibile).

E ci tiene, la Gabanelli, a dirci che a noi telespettatori, sia che la sua trasmissione ci  piaccia o non ci piaccia, quella trasmissione non costa una lira perché la pubblicità della RAI incassa 190.000 euro e, quindi, i costi originari sono ripagati con un margine di  guadagno per l’azienda.

Ma che importanza ha? E’ veramente un punto di merito? Io non lo so. E sinceramente non mi importa molto sapere se al momento in cui si liquidano i costi di una puntata si va ad  attingere dai soldi che pago anch’io o da quelli che pagano un formaggino e un pinguino col telefono all’orecchio. Io non la voglio una trasmissione di pubblico interesse pagata da qualche azienda commerciale, neanche gratis. Se una trasmissione fa effettivamente  informazione, la RAI che la trasmette e che è servizio pubblico me la deve dare anche se ci  rimette, anche se nessuna crema rinfrescante vaginale investe un solo euro per trasmettervi i suoi spot. Tanto più che “la linea editoriale la decido in autonomia dentro al servizio  pubblico” e, quindi, se si decide una linea editoriale DENTRO al servizio pubblico si fa servizio pubblico anche se non si è dipendenti RAI.

E chi se ne frega di quanto spendi.

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Milena Gabanelli for President? Ma io scherzavo!!

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Molti mesi fa scrissi un articolo intitolato “Milena Gabanelli for President” immaginando la conduttrice di “Report” nelle funzioni di capo dello stato e ripartendo le cariche governative con altri giornalisti e barbudos d’assalto dell’intellighenzia e della partecipazione della base.

Erano altri tempi (eppure sembra solo ieri). Credevo anch’io nella effettiva indipendenza del giornalismo freelance. Poi la Gabanelli andò al Corriere della Sera e cominciai ad essere macerato da qualche dubbio.

Adesso il popolo della rete, che deve essersi evidentemente rimbambito nel frattempo, vuole la Gabanelli Presidente della Repubblica sul serio.

Lo ripeto: SCHERZAVO!
Prendete sempre tutto sul serio voi di internet!

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Milena Gabanelli e “Reportime” sulla web TV di corriere.it



Ora, io non lo so se avete avuto la possibilità di vedere, come ho fatto io, Milena Gabanelli (ché va scritto con una sola "b", se no la gente s’arrabbia assai, poi la Gazzetta del Rancore scrive "Abbruzzo" ma non se lo fila nessuno) ospite da Fabio Fazio nel corso di  "Che tempo che fa!", trasmissione prodotta da Endemol, che fa capo al Gruppo Fininvest.

Non so se il suo intervento vi sia piaciuto. A me no.
L’ho trovato, sia dal punto di vista dei contenuti che da quello della strategia della messa in onda, decisamente lontano dallo slogan "Milena Gabanelli for President", che, pure, feci mio quando "Report" aveva vissuto tempi d’oro.
Non che oggi la trasmissione sia scaduta, anche se trovai pessima quella dedicata ai temi legati alla privacy su Facebook, quella in cui intervistarono un signore che disse che stavano per scadere i diritti d’autore sulle opere di Francis Scott Fitzgerald, (ma non ho mai capito -né la Gabanelli lo spiegò, invero- cosa avesse a che vedere quell’intervento col tema generale della trasmissione), programma criticatissimo dalla rete, critiche a cui la Gabanelli replicò: "Poi se non è piaciuto pazienza".

Va beh, la Gabanelli va da Fazio, e riferisce, tra le altre cose, che lei va in onda con gli stessi abiti con cui va in giro (e va beh…), e che l’estate scorsa si è fatta ben quattro giorni di vacanza. Informazioni senza le quali il pubblico applaudente della domenica sera, evidentemente, non può proseguire il suo percorso vitale.

Già, l’estate scorsa… l’estate scorsa cosa succede alla Gabanelli? Succede che le sue piante di melanzane si mettono a fare pomodori. Anche questa è una notizia fondamentale per il pensiero filosofico occidentale, ma curiosità vuole che la notizia fu data dal Corriere della Sera, nella sua versione bolognese on line.

Ed eccola, finalmente, la notizia. La "squadra" di Milena Gabanelli apre un canale che si chiama "Reportime"su uno spazio messo a disposizione proprio dal CorriereTV, la webTV del Corriere della Sera.
L’edizione cartacea del giornale dell’11 ottobre scorso (ieri, per me che scrivo e per voi che leggete) dedica l’intera pagina 40 a pubblicizzare l’iniziativa della Gabanelli e della sua "squadra" ( le virgolette della parola "squadra" non significano l’uso improprio del termine, ma riportano esattamente le parole usate nell’annuncio).
Una bella mossa pubblicitaria, che si conclude con il motto del Corriere della Sera.it: "La libertà delle idee".

Ma non basta, a pagina 31 della stessa edizione si trova un articolo a firma di Renato Franco (che riporta come casella di posta elettronica una improbabile "twitter@RenatoFranco70"sic!!!! provate a usarla per scrivergli…–  in cui si riportano le parole del direttore Ferruccio De Bortoli "Milena Gabanelli ha la massima libertà. La libertà di fare tutte le inchieste che vuole." [1]

Non ho nessun dubbio che la Gabanelli abbia la libertà di criticare la stessa RCS che la ospita.
Ho qualche dubbio in più che la Gabanelli possa arrivare a toccare il Sanctasanctorum dei politici e della gestione dello Stato, considerato che il gruppo stesso percepisce la più grande elargizione di denaro pubblico destinato al sostentamento delle iniziative editoriali in Italia.

Insomma, finché ci si becca fra noi va tutto bene, ma quando si becca la mano di chi ci dà da mangiare…

[1] http://www.valeriodistefano.com/public/gabanellicorriere.png
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Giuliano Marrucci e il “norvegese” Linus Torvalds

Sul sito web della Gazzetta del Rancore (alias: Il fatto Quotidiano) oggi ho trovato una gustosissima anteprima dell’articolo “A cosa servono i padroni se c’è l’open source” (senza punto interrogativo) a firma di Giuliano Marrucci, pisano, se non erro, postato sul suo blog il 16 settembre.

C’è scritto:
Era il 1991 quando in un modesto newsgroup di smanettoni, un giovane norvegese di nome Linus Torvalds…”

Linus Torvalds  norvegese? E da quando??

Tranquilli, “Report” ricomincia tra poco.
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Le melanzane di Milena Gabanelli fanno i pomodori

Da una pianta di melanzane dell’orto di Milena Gabanelli  è nato un pomodoro.

E’ una notizia? Parrebbe proprio di no, ma l’edizione di Bologna del Corriere della Sera l’ha, comunque, riportata sulla versione web (l’articolo lo trovate qui) con tanto di sottotitolo alla Agatha Christie: "l”enigma’ di casa Gabanelli", corredato da una serie di fotografie (cinque) in cui si mostra, sempre usando tra virgolette il sottotitolo di un classico del noir: "Lo ‘strano caso’ nell’orto di Milena".

Dopo l’arresto di Salvatore Parolisi si tratta sicuramente del caso più appassionante e inquietante di questa torrida estate: chi avrà messo i tumati insieme alle melanzane nell’orto della Sora Milena?

L’istruttoria comincia con la ricostruzione della stessa Gabanelli che dice: «Ho acquistato la piantina in un consorzio di Sasso Marconi. Le melanzane erano buonissime, però mi sono chiesta: come mai dalla stessa pianta crescono anche i pomodori?»
A risolvere l’annoso enigma ci pensa il Dott.  Francesco Orsini: «Si tratta di una pianta innestata (…) Chi vuole ottenere in vivaio una pianta di melanzane, di solito la innesta sulle radici del pomodoro perché queste sono più resistenti. Stavolta probabilmente non avevano tagliato bene l’apice e, assieme alle melanzane, è cresciuto anche un rametto di pomodori. È un inconveniente che può succedere, ma non ci sono rischi per la salute. Gli ortaggi possono essere tranquillamente mangiati».
Conclusa l’indagine, e visto che non c’erano prove sufficienti per incastrare il pomodoro malvivente, la Gabanelli conclude: «Vorrà dire che mangerò anche i pomodori, le melanzane erano già buonissime».

Ecco, un bell’articolo linkato in home page dal Corriere, e tutto perché il mondo sappia che la Gabanelli mangia le melanzane con la pummarola ‘n coppa.

Ora possiamo tutti dormire sonni più tranquilli.
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L’insostenibile leggerezza di Report

Finalmente la rete si è svegliata e si è resa conto che la puntata di "Report" intitolata "Il prodotto sei tu" è stata deludente, un po’ superficiale e sgangherata e  che ha rappresentato, a detta di molti, tra cui io, un momento negativo della qualità informativa di una delle trasmissioni che maggiormente si distinguono per accuratezza dei servizi e impeccabilita’ dei contenuti.

Ci torno sopra perché anch’io, nel mio piccolo, ho ricevuto alcune critiche per il solo fatto di aver criticato (sacrilegio!!) la Gabanelli e la sua redazione, persone evidentemente entrate, almeno nell’immaginario collettivo di certa parte del pubblico, nel novero di ciò che non si critica perché non deve essere criticato. O, se lo è (e, ripeto, non è bene, secondo molti, che lo sia), deve essere criticato in certe forme, in certi luoghi e con certi contenuti.

Prima di tornare sul merito della puntata (che non ho guardato, ma di cui esiste la trascrizione integrale in formato PDF, modalità che, possibilmente, fa emergere ancora di più le infinite contraddizioni di quanto è stato rappresentato), cito un po’ di frasi e link che mi sembrano – significativi:

 – (…) la Gabanelli mi aveva parlato mesi fa al Circolo della stampa di Milano di volere realizzare una trasmissione su internet e non avevo condiviso la linea editoriale: dopo quanto visto ed ascoltato oggi sono felice di non avere preso parte e contribuito in nessuna misura a questa indecente e vergognosa farsa! (Michele Ficara, La Gabanelli evaporata dalla rete)
"Cara Gabbanelli io ti stimo ma stasera hai veramente toppato!" (Marco Zamperini sulla sua pagina Facebook)
"(…) un po’ troppo generalista e con molte inesattezze, non è da loro" (Mauro Lattuada)
"quella strana puntata di Report" (Fabio Lalli)
"L’errore principale è stato quello di dare per scontato che il target di Report fosse per lo più composto da apocalittici e da ingenuotti" (Lettera aperta a Milena Gabanelli)

E la Gabanelli rispose:

"Abbiamo portato in una tv generalista un argomento che di solito viene discusso in rete fra competenti. Abbiamo dovuto ovviamente adattare il linguaggio, semplificare. Poi se non è piaciuto pazienza." (L’Unità)

La replica di Milena Gabanelli mi pare francamente fuori luogo. E’ comprensibile l’intento di portare degli argomenti, quali quelli della pericolosità di certi atteggiamenti e modalità operative della rete fuori dal nòvero degli addetti ai lavori, ma non è affatto da accettare né da giustificare in nessun modo l’atteggiamento di chi dice "Poi se non è piaciuto pazienza". Sei tu, giornalista, che ti proponi con un prodotto, la gente che lo guarda te lo critica e l’unica risposta che hai da dare a queste persone che hanno avuto tanta fiducia in te da essere meravigliata dalla leggerezza con cui il tema è stato sviluppato è "Pazienza"? Ne prendiamo atto, e allora andiamo a vedere quali sono i punti deboli della puntata:

Fin dal comunicato che precedeva la messa in onda della trasmissione gli intenti dichiarati erano chiari:
"I nostri nomi e cognomi, indirizzi, numero di cellulare, gusti, preferenze sessuali e d’acquisto corrono liberi nelle praterie della rete dove i pubblicitari non vedono l’ora di prenderle al lazo e Facebook ha il compito di trattenerli. Google cosa sa di noi e cosa se ne fa delle informazioni che raccoglie? Condividere è facile anche su Youtube, dove gli Italiani cliccano i video un miliardo di volte al mese e può succedere che qualcuno condivida la roba tua anche se non te lo saresti mai aspettato. Come si fa a difendersi? E come si evitano le trappole che i criminali allestiscono per derubare gli utenti di Facebook quando cliccano il tasto «mi piace»? Circa 17 milioni di Italiani usano Facebook ogni giorno per comunicare con i loro amici, ma in certi casi ti ritrovi buttato fuori. C’è libertà di espressione su Facebook o hanno fatto accordi con il ministero dell’Interno per monitorare quello che dicono gli utenti? "

Dunque, si intende parlare di:
– protezione dei dati personali
– libertà di espressione
– come fare per difendersi

E la prima entità della rete ad essere intervistata chi è? Wikipedia. Mi sembra logico. La curatrice definisce Wikipedia "Il  prototipo  della  Rete  egualitaria  e  disinteressata"  e vorremmo anche capire perché. Non è chiaro, inoltre, quale sia la funzione della signora Frida Brioschi all’interno delle tematiche esposte sopra, ma sentiamo cos’ha da dire:
"Dunque, noi teniamo delle votazioni per eleggere gli amministratori e i burocrati e poi abbiamo delle votazioni sulle pagine per decidere se cancellare o meno una pagina."
Dunque una rete "egualitaria e disinteressata" che elegge un apparato burocratico e amministrativo. E’ un po’ contraddittorio, ma andiamo avanti.

"(…) cancelliamo  molte  biografie  ad  esempio  di  personaggi  che  non  hanno  rilevanza enciclopedica."
Bisogna concludere che secondo quanto affermato dalla signora Brioschi le biografie di Fabrizio Corona e Belén Rodriguez abbiano un’altissima "rilevanza enciclopedica", perché sono regolarmente reperibili sull’edizione italiana di Wikipedia.
E come mai su Wikipedia non esistono due righe su uno scrittore catalano come Rafael Cansinos-Asséns? Dobbiamo forse credere che uno scrittore, sia pure semisconosciuto, sia meno "enciclopedico" di un fotografo pluri-inquisito e di una subrettina di cui si spiega, con dovizia di particolari, a chi è stata legata sentimentalmente negli ultimi anni??

STEFANIA  RIMINI 
C’è sempre qualcuno che è lì pronto a controllare
FRIEDA  BRIOSCHI  – WIKIMEDIA  ITALIA 
A guardare tutto quello che succede.
STEFANIA  RIMINI 
cosa hanno scritto gli altri?
FRIEDA  BRIOSCHI  – WIKIMEDIA  ITALIA 
Si certo

Ecco il punto: c’è sempre qualcuno che controlla. Il controllo (e non la libertà di partecipare) è l’impianto fondamentale di Wikipedia. Il controllo di Wikipedia è quello che ha permesso che le voci su Umberto Eco e Piergiorgio Odifreddi scritte dai volontari di Wikipedia fossero più enciclopediche di quelle corrette dagli stessi Eco ed Odifreddi.

Dov’è, dunque questo "prototipo della rete egualitaria e disinteressata"? E’ chiaro ce c’è molto interesse in Wikipedia (e non l’apparato burocratico non sarebbe assolutamente necessario), e l’interesse è quello di essere considerato come il primo recipiente al mondo depositario del sapere indipendentemente dalla qualità di questo sapere.

Subito dopo è apparso un signore per una ventina di secondi scarsi che ha riferito che "quest’anno  si  sono  liberate  le  opere  di  Francis  Scott Fitzgerald  e  per  quanto  riguarda gli italiani ad esempio Vito Volterra il matematico fondatore del Cnr." Bene, e allora?
A parte il fatto che la caduta in pubblico dominio delle opere di Scott Fitzgerald è un dato che chiunque può ricavare avendo sottomano un’enciclopedia e una calcolatrice, qual è il senso di questo intervento?  Parla di privacy? No. Parla di libertà di espressione in rete? Neanche. Parla di come difendersi dalla cessione dei nostri dati personali a terzi?? Neanche per sogno. Si tratta di affermazioni che aiutano lo spettatore a capire a chi rivolgersi nel caso il proprio indirizzo di posta elettronica venga catturato dagli spammer? Men che meno.

Un’intervista al signor Riccardo Biondi non aiuta a districare la matassa:

STEFANIA  RIMINI  – FUORI  CAMP O
E poi ci sono tutti quelli che ti spammano semplicemente perché se ne fregano e ti inviano la  loro  pubblicità  volente  o  nolente.  Riccardo  ha  una  decina  di  indirizzi  mail  e  perde  ore  per  scremare  la  posta  indesiderata  da  quella  utile,  sicché  ha  deciso  di  condurre  una  lotta  fino
all’ultimo spam.
STEFANIA  RIMINI 
Quante cause hai fatto?
RICCARDO BIONDI 
Cause per il momento con sentenza ce ne ho due.
STEFANIA  RIMINI 
Che ti han dato ragione o torto?
RICCARDO BIONDI 
Ragione.
STEFANIA  RIMINI 
Di solito quanto pagano queste aziende quando poi perdono?
RICCARDO BIONDI 
200 euro … come ne possono pagare 1500, 2000. Per lo meno … per il momento c’ho rimesso.

Premesso che io di cause con sentenza per problemi di spamming ne ho almeno una decina (più favorevoli che sfavorevoli), e che la pur meritoria attività del signor Biondi non mi sembra abbastanza matura da poter giustificare risultati che vanno in una precisa direzione, il punto non è fare a gara a chi la spunta di più. Il punto è che non si sa (nè la trasmissione lo dice):

a chi si è rivolto il signor Biondi per aver ragione delle sue doglianze (al Garante della Privacy? Ha preferito la strada della causa e del risarcimento civile? –dubito assai della seconda ipotesi perché in tal caso non avrebbe una decisione di merito così rapida– Si è rivolto al Giudice di Pace?)
perché ci abbia rimesso (sono costi di avvocati?  Si tratta delle spese di segreteria per per presentare ricorso al Garante??)

E non si capisce perché in un tema talmente delicato l’unico intervento del Garante della Privacy sia quello del Dott. Luigi Montuori, ancora più breve della segnatazione su Francis Scott Fitzgerald: "Basta fare una segnalazione e di solito interveniamo."

Esatto, basta farlo, gli organismi ci sono e sono giustamente criticabili per il fatto di assorbire grandissime quantità di denaro pubblico.
Ma se li usiamo per quello che sono forse lavoreranno di più a favore dei cittadini.

Pare averlo capito anche la Gabanelli, che raggiunge il minimo storico della trasmissione:

"Bene, allora da domani ci mettiamo tutti a segnalare la quantità industriale di spam che arriva  sulla nostra posta,  così il Garante risolve anche il  problema occupazionale del  paese. Consigli della Nasa per evitare brutte sorprese:  non usare la stessa  password per accedere alla email,  a Facebook, al conto online, ma averne diverse, farle lunghe, con almeno 4 caratteri : lettere, numeri,  maiuscole  e  minuscole;  poi  per  ricordarvele  esistono  dei  programmi  gratuiti  che  le  crittografano. E quindi un po’ di prudenza. "

Sì, ce la voglio proprio vedere la Gabanelli e tutti i suoi adepti a sganciare 150 euro a ricorso (tanto costano i diritti di segreteria presso il Garante per la Protezione dei Dati Personali), ma transeat anche questo. Quello che Report non dice è che per le mail pubblicitarie che arrivano dall’estero non c’è nulla da fare, perché gli spammer rispondono alle leggi dei paesi da cui la mail pubblicitaria è partita.
Sarebbe sata una (utile) informazione in più. Che non c’è stata.
Le uniche informazioni date sono estremamente banali e terra-terra, non usare mai la stessa password, avere una password più lunga di quattro caratteri… è come dire di mangiare tanta frutta e verdura in stagione di influenza perché contine vitamina C (e se proprio ci si ammala preferire la vecchia tisana calda col miele che male non fa) o bere molti liquidi quando fa caldo e c’è più perdi
ta di sali minerali da parte del corpo.

Sono consigli che dava mia nonna. E la Gabanelli non è mia nonna, è una che fa informazione e viene pagata coi soldi del servizio pubblico!

E vogliamo finire (perché un po’ di pace la devo pur trovare, maledetto me…) con la perla delle perle? Eccola:
"In tutti i paesi europei, chi pirata film musica libri viene punito, in base a leggi volute dai parlamenti. Noi una legge non l’abbiamo e  pensiamo  di risolvere il problema  delegando  l’Autorità per le comunicazioni."

Noi non abbiamo una legge sul diritto d’autore?? Ma se la prima stesura è stata fatta nel 1941, in piena guerra e fascismo. Sono 70 anni che si parla di diritto d’autore in Italia, nel bene e nel male (più nel male che nel bene), ma le norme ci sono.
Lo scandalo non sta nel delegare un’autorità in assenza di leggi, ma nel delegarla proprio quando le leggi ci sono e quando dovrebbero occuparsene i tribunali. Lo scandalo sta nell’esautorare le sedi deputate ad applicare leggi che esistono (e lo sa anche la Gabanelli, perché se non lo sa è veramente grave).

Cattivo giornalismo. Cattivo davvero.
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Io stasera non guardo Report (Facebook, Twitter, Social Network, privacy e altri incidenti)

Quella di "Report" di stasera dovrebbe essere una puntata di estremo interesse per gli internauti.

Parleranno di Facebook, di Twitter, di Social Network, di Google, della tracciabilità della nostra persona, dei provvedimenti estremamente discutibili dell’Autorità per le Comunicazioni in tema di copyright, di diritto alla Privacy, del pericolo che ciascuno di noi corre vedendosi vendere i dati e dei $ollari che i guru degli States hanno messo da parte. Ci sarà anche un filmato realizzato con una telecamera nascosta in cui un giornalista va a chiedere conto a una signora che ha mandato mail pubblicitarie in giro il perché si diverta a violare la privacy in questo modo, e a chiederle di cancellare l’indirizzo di posta elettronica (solo che il dato di cui chiede la cancellazione non è suo, ma è riferito a una persona di sesso femminile, a voler esser pignoli la signora, se fosse stata più pronta e meno "morbida" nel risponderle avrebbe potuto cacciarlo a calci).

Sarebbe una puntata perfetta. E invece lascia molti dubbi.

Il primo, e più evidente motivo, è che è facile gridare alla violazione della Privacy, allo scandalo dei dati venduti da Facebook, e fare i paladini della libertà della rete con una pagina ufficiale su Facebook un cui l’elemento "Report" piace a 299.027 persone, e che cazzo! Se il punto è capire cosa succede quando si clicca su un "Mi piace", non è che la trasmissione della Gabanelli abbia numeri irrilevanti.



Il secondo, altrettanto evidente, e correlato al primo, è la presenza del bottone "Mi piace" di Facebook sulla pagina ufficiale della trasmissione di stasera (lo so cosa pensate, "ce l’hai anche tu sulle tue mediateche, Valerio", ma infatti io adesso lo tolgo…);

Il terzo è che è è inutile andare a pontificare (dicendo, comunque, cose verissime e sacrosante) sulle Authority italiane (tra cui quella del Garante per la Protezione dei Dati Personali), denunciando i compensi pur scandalosi e le modalità di nomina dei relativi reggenti e poi non fare un cazzo di nulla per sensibilizzare la gente a difendere i propri diritti, rivolgendosi, magari in tantissimi, proprio a quel Garante per la Protezione dei Dati Personali che paghiamo fior di soldi pubblici, e che potrebbe andare in tilt .

Il quarto e ben più grave motivo è che mi pare completamente inutile citare in trasmissione soggetti nei cui confronti il Garante della Privacy si è pronunciato ormai da anni.

Non sarò certo io a impedire alla signora Gabbanelli e alla sua redazione di realizzare una trasmissione, se non faziosetta e di parte, almeno un po’ retorica e certamente contraddittoria. Mi prendo solo la libertà, come ho fatto altre volte, di non guardarla e, caso mai, di spiegare il perché a chi lo vorrà sentire.

Per quello che mi riguarda:

a) Considero Facebook e i social network dei grandissimi e inutili carrozzoni, in cui il livello della comunicazione tra persone è talmente scemato fino a raggiungere livelli preoccupanti.
Sono su Facebook perché l’ho provato una volta, ho provato a cancellarmi, ma a più riprese mi sono trovato con il mio account di nuovo in linea senza spiegazione apparente.
Sono stato un pirla ad iscrivermi la prima volta? Non credo, Facebook non è come la droga che se provi una volta poi ti frega.
Sono stato particolarmente sfortunato? Può darsi.

Ultimamente Facebook mi è servito per controllare alcune cose che altri hanno scritto di me e prendere le dovute contromisure. Questo non lo rende né migliore né peggiore.

b) Il problema dei dati personali venduti è vecchio come il mondo, e sussiste da quando la Rete è entrata nella nostra vita quotidiana. Quella dei Social Network è solo la punta dell’iceberg, lo spamming nelle caselle di posta elettronica è una realtà giunta al collasso da anni. Una casella iscritta a una mailing-list, un indirizzo di posta elettronica dato per iscriversi alla newsletter di un sito o di un servizio e il gioco era fatto. Le mail dei furbastri che ti vendono il Viagra le abbiamo ricevute tutti, e Report si sveglia adesso?

c) Il Garante per la Protezione dei Dati Personali ha ricevuto moltissime segnalazioni e ricorsi da parte mia, per i quali ho sempre pagato i diritti di segreteria e le spese previste, e il Garante mi ha dato ragione quando avevo ragione (Telecom, Wind, Barclays, Findomestic, Tre…) e torto quando avevo torto o le mie richieste non potevano venire accolte solo perché Wikipedia ha sede negli Stati Uniti e se ti iscrivi poi resti iscritto a vita.
Mi sono sempre fatto un culo così per difendere la mia privacy e non mi va bene che un giornalista freelance faccia la parte di quello che sa tutto lui e che, soprattutto, si fa giustizia da solo con una telecamerina nascosta.
Fa molto radical chic e gauche caviar, ma non aiuta la gente a risolvere i propri problemi.

d) Essere in rete significa rischiare. Chi non è disposto a rischiare è bene che non ci stia. Reggere il timone della propria privacy può essere snervante, ma è l’unica cosa che valga la pena di essere fatta in una società telematizzata che si basa sull’equilibrio delle esigenze, in cui ci sono abusi ma anche usi.

e) Io stasera Report non lo guardo. E forse smetterò di guardarlo anche nelle domeniche a venire.

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Per la solidarietà a Milena Gabanelli

Ricevo dall’amico Luigi Galieni (o Rocchiccioli Remo, ora non rammento…) la seguente informazione che giro subito ai lettori del blog, ben consapevole che la professionalità e la dignità giornalistica di Milena Gabanelli valgono bene un falso allarme o una Catena di S. Antonio di troppo…


Sta girando in rete una catena di S.Antonio in solidarietà a Milena Gabanelli e la redazione di Report per gli attacchi ricevuti dal ministro Tremonti, imbufalito per la puntata di Report in cui si è parlato diffusamente della Social Card.
Visto che le notizie sono poche, ho pensato bene di chiedere aggiornamenti direttamente sul forum di Report.
Questo è il topic, aperto in data 17/06/2009:
http://www.forum.rai.it/index.php?showtopic=248523&f=141
 
(…)
Se siete interessati, potete registrarvi sul forum e partecipare alla discussione.
Se volete, potete inoltrare questo messaggio e farlo girare il più possibile, per far conoscere il forum di Report, per divulgare gli attacchi di Tremonti a questa trasmissione e per stimolare la solidarietà verso la redazione.
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