Le tre indagini per Matteo Renzi

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Matteo Renzi è stato indagato dalla Procura della Repubblica di Roma per false fatturazioni e finanziamento illecito assieme al manager e agente di artisti Lucio Presta.

Nel novembre 2020, assieme a Luca Lotti e Maria Elena Boschi, è indagato dalla Procura della Repubblica di Firenze, con la stessa accusa di finanziamento illecito ai partiti.

Nel suo libro “Controcorrente”, lo stesso Renzi comunica di essere indagato dalla procura di Firenze per emissione di fatture per operazioni inesistenti in relazione al compenso ricevuto per una conferenza ad Abu Dhabi.

Ora, voglio dire, di che vogliamo parlare?

Matteo Renzi e Maria Elena Boschi indagati

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Giunge in queste ore la notizia, data per primo dal quotidiano “La Verità” e, successivamente, confermata dall’agenzia ANSA, che Matteo Renzi e Maria Elena Boschi sono stati iscritti nel registro degli indagati dalla Procura di Firenze e che lo scorso 2 novembre è stata emessa nei loro confronti una informazione di garanzia per finanziamento illecito continuato, assieme al deputato PD Luca Lotti e ai già indagati Alberto Bianchi e Marco Carrai.

Il capo di accusa motiva così il provvedimento della Magistratura fiorentina: “perché in concorso tra loro, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso (…) ricevevano in violazione della normativa citata i seguenti contributi di denaro che i finanziatori consegnavano alla Fondazione Open”: circa 670.000 euro nel 2012, 700.000 nel 2013, 1,1 milioni nel 2014, 450.000 nel 2015, 2,1 milioni nel 2016, 1 milione nel 2017 e 1,1 milioni nel 2018.”

Le somme, secondo la Procura, erano “dirette a sostenere l’attività politica di Renzi, Boschi e Lotti e della corrente renziana”.

Fin qui i fattti. Che non sono minimamente in discussione.

Il ricordo va a quando Matteo Renzi prennunciava denuncia civile con richieste di risarcimento stratosferiche a chiunque lo avesse offeso attraverso i social network o i blog, e alla causa intentata nel dicembre 2017 da Maria Elena Boschi contro quel gentiluomo che è Ferruccio De Bortoli, colpevole, a suo dire, di aver pubblicato notizie false e diffamatòrie sul suo conto in uno dei suoi libri. Non si è mai saputo come sono andati a finire questi ricorsi (ammesso e non concesso che siano andati a finire). Voglio, comunque, essere garantista. Si difendano davanti ai PM in prima istanza e davanti ai giudici di merito che decideranno sulla fondatezza o meno delle accuse.

Ma l’arroganza del potere passa, prima o poi, attraverso la rendicontazione della verità. In questo caso la verità è quella giudiziaria. Noi, come al solito, pazientemente, aspettiamo.

Il discorso di Matteo Renzi al Senato. Ulteriori considerazioni.

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Un paio di giorni fa ho pubblicato alcuni estratti tratti dal discorso di Matteo Renzi al Senato della Repubblica. Nessun commento, solo delle citazioni virgolettate che, secondo le mie intenzioni, avrebbero dovuto parlare da sole. Non ritengo però sufficiente questo semplice atto per commentare compiutamente quello che è stato considerato da più parti come un discorso impeccabile. Ad puro titolo di esempio della trasversalità dei plausi espressi dal mondo politico e/o giornalistico, riporto la posizione di Ignazio La Russa (che non è esattamente uno dei più vicini a Renzi politicamente):

Matteo Renzi al Senato: “La magistratura pretende di decidere cosa è un partito e cosa no“

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“La magistratura pretende di decidere cosa è un partito e cosa no“

“hanno fatto un’invasione di campo” (…) “trecento finanzieri all’alba in casa di persone non indagate sono una retata”

“Se al pm affidiamo non già la titolarità dell’azione penale ma dell’azione politica, questa Aula fa un passo indietro per pavidità e lascia alla magistratura la scelta di cosa è politica e cosa non lo è”

“ (…) violazione sistematica del segreto d’ufficio su vicende personali del sottoscritto”

“Per distruggere la reputazione di un uomo può bastare la copertina di qualche settimanale”

“Stiamo discutendo della separazione dei poteri”. (…) “Chi tra di noi ha avuto l’altissimo onore di guidare anche il potere esecutivo, ha una responsabilità in più. Non è la prima in cui un ex presidente del Consiglio, nell’Aula del Parlamento, affronta questo tema”.

“La vicenda Lockheed ha segnato per la conseguenza più alta, le dimissioni di Giovanni Leone dal Quirinale non perché coinvolto ma per uno scandalo montato ad arte dai media e parte della politica. (…)  Peraltro, i tempi cambiano ma il settimanale rimane… Per recuperare non ci si riesce facilmente”.

“Io rivendico il fatto (…) che sia stato abolito il finanziamento pubblico, ma se si sanziona il privato che offre dei contributi il cittadino non darà mai più un centesimo. E’ un ipocrita chi dice che non servono i soldi alla politica; servono quelli leciti e puliti”

“Non si parla di dazioni di denaro nascoste o illecite, ma di contributi regolarmente bonificati e tracciabili, trasparenti ed evidenti da un bilancio che viene reso totalmente pubblico dalla Fondazione Open. Questi contributi regolari sono stati improvvisamente trasformati in contributi irregolari perché si è cambiata la definizione della fondazione: qualcuno ha deciso non era più fondazione ma partito”.

“Se questo non è chiaro, il punto è che può accadere a ciascuno di voi”

“La magistratura decide cosa è partito e cosa no e manda all’alba i finanzieri da cittadini dalla fedina penale intonsa con strumenti più da retata che da inchiesta, e mi dite che è a tutela degli indagati? Questo è finalizzato a descrivere come criminale non il comportamento dei singoli ma qualsiasi finanziamento privato che venga fatto in maniera legale e regolare”

“Chi dice che la privacy vale sono per qualcuno e non per altri viene meno allo stato di diritto e siamo alla barbarie”.

“Avere rispetto per la magistratura è riconoscere che magistrati hanno perso la vita per il loro impegno. A loro va il massimo rispetto. Ci inchiniamo davanti a queste storie. Ma a chi oggi volesse immaginare che questo inchino diventi una debolezza del potere legislativo si abbia la forza di dire: contestateci per le nostre idee o per il Jobs act ma chi volesse contestarci per via giudiziaria sappia che dalla nostra parte abbiamo il coraggio di dire che diritto e giustizia sono diversi dal giustizialismo“.

 

 

Gentiloni scambia Melville per Oscar Wilde

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Delizioso svarione del Presidente del Consiglio a “Che tempo che fa”, domenica scorsa.

Nel citare “Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street”, Gentiloni ne ha attribuito la paternità letteraria a Oscar Wilde (che era irlandese), mentre è universalmente noto che l’opera è stata scritta da Hermann Melville (che era statunitense).

“Poco male” – direte voi – “sbagliano tutti” ed è proprio vero, tutti sbagliano e tutti sbagliamo: ma non tutti siamo il Capo del Governo. L’esercizio della retorica è proprio della politica, è un’arte raffinata e delicata, non si può metterne in pericolo il risultato finale con una citazione sbagliata. E infatti una volta profuso lo svarione governativo, su Twitter è stato tutto un rincorresrsi di tam tam della serie “Avete sentito?” “Sì, ha detto proprio così, ha citato Oscar Wilde” “Noooo, ma davvero? Ma che figura!” e poi via a cavalcare l’onda della notizia.

Io, come sempre, arrivo con leggero ritardo e in leggera controtendenza, ma queste cose disturbano il mio senso estetico e mi dànno parecchia ma parecchia noja. Tra l’altro gli errori letterari paiono essere quelli su cui maggiormente scivolano i nostri massimi rappresentanti: prima di quello di Gentiloni c’era stato Renzi che aveva attribuito a Borges una poesia che non era di Borges. E si va avanti così, con faciloneria e sciatteria diffuse. E, soprattutto, con silenzio. Permettete allora che qualcuno che si arrabbi ci sia.

Il prossimo presidente del consiglio potrebbe essere un non laureato

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Giuramento_Mattarella_Montecitorio

Se c’è qualcosa di buono che ci ha lasciato il risultato dell’ingovernabile kermesse elettorale di domenica scorsa, è senza dubbio la sconfitta del PD, con le conseguenti dimissioni di Renzi e la sua purtuttavia non scontata scomparsa dalla scena politica italiana (visto che è stato eletto come senatore e che potrà continuare a fare danni anche a Palazzo Madama, cioè nella stessa sede che lui voleva abolire con il referendum del dicembre 2016). Quello e basta. Non c’è da esultare né per il risultato plebiscitario del Movimento 5 Stelle (che adesso dovrà governare, se gli riesce) né per quello a puzzle e raffazzonato del centro-destra (il quale dovrà governare anche lui, se Mattarella gli darà l’incarico) che ha visto Salvini diventare capo della coalizione, e insomma, Salvini, no, dico Salvini, è un’ipotesi che non si affronta proprio.

Il prossimo sarà anche il governo dei diplomati. Luigi Di Maio, se verrà incaricato di formare il nuovo governo con mandato pieno, governerà dall’alto del suo diploma di liceo classico. Diploma di liceo classico anche per Matteo Salvini (no, dico Salvini), mentre la Meloni, visto che prima delle elezioni aveva dichiarato di voler ambire allo scranno di Palazzo Kitsch, può esibire il suo diploma di liceo linguistico. Nessuna laurea in vista. Io credo che chi mi governa debba essere migliore di me (ci vuol poco) e se ci sono riuscito io a conseguire uno straccio di laurea possono farlo tranquillamente anche loro. Ma è proprio così disdicevole augurarsi un titolo di studio per chi avrà delle responsabilità di governo? E pare proprio così brutto studiare per avviarsi alla carriera politica? Niente obiezioni. Sono solo elezioni.

E’ già tempo di elezioni e io ancora no

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scheda

Mancano tre giorni alle elezioni e chissà, col tempo che sta facendo, se non pioverà, come diceva Giorgio Gaber.

Fatto sta che io non sono per niente preparato all’evento e non so esattamente cosa fare. Le possibilità sono tre:

a) andare a votare e annullare la scheda;

b) non andare a votare del tutto;

c) andare a votare e in un impeto di antiqualunquismo mettere la croce sul simbolo di Liberi & Uguali, dopo essermi opportunamente turato il naso, e avere preso dosi massicce di Xamamina, farmaco antinausea contro il mal di mare e il mal d’auto (avevo visto alcune dichiarazioni della Boldrini che, a prescindere dal fatto di essere stata una Presidente della Camera più che criticabile, condividevo nella forma e nella sostanza. Mi sono stupito anch’io di me stesso e mi sono chiesto “com’è possibile? Io d’accordo con la Boldrini??” Ma poi, per fortuna, è venuto in mio soccorso un articolo di giornale letto stamattina sul “Corriere”: Grasso ha dichiarato che sarebbe favorevole a un governo di scopo per la riscrittura di una nuova legge elettorale, con Renzi e Berlusconi. Al di là di una improbabile “große Koalition”, con Berlusconi e Renzi non si governa nemmeno da impiccati, per cui Liberi & Uguali può correre da solo senza il mio voto.

Restano le opzioni a) e b). E se ne vanno i tempi in cui ci credevo davvero che il mio voto fosse importante per qualcuno. Erano quelle che il Poeta chiamava “i sogni senza tempo/le impressioni di un momento”. E io ho 54 anni, perdìo.

Diritto di metafora/delitto di metafora

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Lo so che è un (bel) po’ di tempo che difendo Marco Travaglio e il Fatto Quotidiano (che non hanno bisogno di essere difesi, doprattutto da me), ma questa volta mi esce proprio dal cuore.

Marco Travaglio ha scritto un paio di giorni addietro:

“La legislatura che sta per essere sciolta (si spera nell’acido) è stata una delle peggiori della storia repubblicana.”

Ora, appare evidente a tutti che quella dell’acido è una metafora. Per dire una cosa più o meno simile a “in un modo di cui si perda la memoria della presenza fisica”. Per carità, qualcuno può considerarla tranquillamente una metafora di pessimo gusto, non si può negare a nessuno il diritto di avere pessimo gusto o di rimanere schiufati davanti alle esternazioni altrui. Ma sempre metafora rimane. “La metafora è un paragone accorciato”, diceva la mia professoressa di lettere della prima liceo. Ed aveva ragione. Quindi, “sciogliere una legislatura nell’acido” (operazione impossibile nella sua praticità) significa “disfarsene al più presto e in modo da non lasciare tracce”.

Ma mal ne incolse al povero Travaglio che, immagino inaspettatamente, si è immediatamente visto rispondere con un tweet dell’avvocato Lucia Annibali che lo redarguiva ricordando anche la sua atroce sofferenza di vittima dell’acido che senza dubbio ha dovuto patire:

“Chi, come me, ha conosciuto gli effetti dell’acido, per sua sfortuna, si augura invece che questo non debba mai accadere a nessuno, nemmeno per scherzo.”

In breve, la parola “acido” è al centro dello scandalo. Ma di metafore è fatta la lingua, quindi il mondo. Non posso offendermi, io che clàudico, se qualcuno mi viene a dire che ‘Chi pratica lo zoppo impara a zoppicare’, o se un livornese mi rammenta la buonanima della Zoppa di Montenero non posso certamente offendermi. Non voglio star qui a disquisire se Lucia Annibali, nel commentare lo scritto di Travaglio, abbia o meno dimostrato di possedere sense of humor, ma certamente ha fatto un grossissimo errore: ha scambiato quello che è un luogo comune (“comune”, quindi “condiviso da una pluralità di persone”) per un attacco personale. Se io dico che la corruzione è il cancro di questa società, non offendo certo i malati di cancro. In conclusione, l’intervento di Lucia Annibali appare sproporzionato rispetto alla presunta offesa, proprio perché l’offesa non c’è mai stata. E, aggiungo, il delitto di metafora non è ancora previsto dal nostro Codice Penale.

E’ curioso, inoltre, che le critiche più feroci all’uscita di Travaglio vengano proprio dal PD. Non è ignoto ai più, infatti, che la stessa Lucia Annibali (che ha ricevuto la solidarietà di Renzi) è candidata alle candidature (gioco di parole) dem per le prossime elezioni del 4 marzo. E allora il cerchio si chiude. E a chiuderlo è la Serracchiani, con un tweet non molto ben riuscito in cui, tra le altre cose, afferma:

“L’acido è l’arma della mafia contro i collaboratori di giustizia, di uomini senza umanità contro donne innocenti.”

Orbene, la Serracchiani finge di non sapere, o non sa direttamente, che Martina Levato, la parte femminile della coppia dell’acido, è stata condannata a 20 anni per tre aggressioni (sempre con l’acido) e nientemeno che un tentativo di evirazione. Quindi l’accomunare le donne che sono sempre e solo vittime agli uomini che sono sempre e solo carnefici è un dio ch’è morto. Esistono donne capaci di crudeltà inenarrabili, soprattutto di usare l’acido per quello che è, non come una innocente metafora.

Piccole e inconsistenti armi di distrazione di massa.

Sulla sua cattiva scuola

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scuola

Mia moglie è un genio, l’ho sempre detto. E’ stata lei che mi ha fatto notare come l’attenzione dei media per l’assoluzione di Berlusconi in Cassazione abbia ovattato quella per lo sfacelo delle nostre istituzioni, a cominciare dall’approvazione alla Camera del DDL che porta il nome dell’illustre Costituzionalista Maria Elena Boschi, decreto che prevede la trasformazione del Senato da elemento del bicameralismo perfetto in zerbino della Camera dei Deputati. E, dato un colpo alla democrazia in senso puro (chi controllerà più il lavoro dei deputati impegnati ad approvare articoli, dispositivi ed emendamenti a spron battuto?), diamone uno anche alla scuola, via, così si minano le basi del Paese in maniera più efficace.

C’è da aver paura a sentire Renzi che dice:
Il merito (dei docenti) lo valuterà il preside, sentito il consiglio dei docenti, secondo modalità che sceglieranno. Decideranno loro.

A parte il fatto che i presidi si chiamano Dirigenti Scolastici e che non esiste il “consiglio dei docenti” (casomai esiste il “collegio dei docenti” o il “consiglio di classe”), si apprende da queste poche e agghiaccianti parole che il Dirigente Scolastico è quello che permetterà ad alcuni di prendere degli euro in più sulla busta paga, sulla base di quello che dice il collegio docenti, di cui, tra parentesi, il Dirigente Scolastico fa parte (può votare) e che presiede. Insomma, decide il tuo preside se sei bravo o no. Il lecchinismo portaborsistico della scuola italiana è dietro l’angolo: adesso tutti a sorridere al Dirigente, tutti a fare quello che dice lui, tutti a proporre progetti su progetti (tanto i soldi crescono ancora dalle monetine piantate da Pinocchio nel Campo dei Miracoli!), viaggi di istruzione (gite) con un posto di particolare prestigio già assegnato -nel caso al Dirigente venisse il ghiribizzo di farsi un viaggetto-. Tutto pur di entrare nelle sue grazie.

Quelli che prenderanno meno saranno, dunque, i docenti che fanno lezione in classe (quelli Renzi-compliant la faranno nelle aule multimediali, con le lavagne tecnologizzate, collegandosi a una connessione internet che non c’è) che si porteranno a casa i compiti da correggere (gli adepti avranno soltanto dei test a crocette!), che si rifiuteranno di accompagnare gli studenti in gita perché è l’unico modo per incanalare l’opinione pubblica sui problemi della scuola, meglio di uno sciopero (ma ci saranno sempre quelli -anzi, quelle- che diranno “Preside, se il collega non va vado io!!”), che presenteranno un fenomenale progetto sull’educazione alla riflessiologia del piede (da svolgersi con i soldi pubblici, si badi) perché ne hanno tratto tanto giovamento e devono diffondere il sacro e plantare Verbo!

Nell’articolato appare anche la “chiamata diretta” dei docenti da parte dei Dirigenti Scolastici che attingeranno da un Albo in cui saranno pubblicati i curricula degli aspiranti. Clientelismi e interessi parenteschi a tutto vapore.

Saranno in molti, al contrario di quanti si crede, a seguire Renzi in questo gioco al massacro. A seguirlo nell’istruzione che fa male al paese e ad accompagnarlo dove nessuno vorrebbe andare: sulla sua cattiva scuola.

Lettera aperta a William Di Marco per i lettori di Eidos

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Caro William,

seguo spesso i tuoi interventi su “Eidos”. Mi ripropongo altrettanto sovente di intervenire, ma i propositi restano tali grazie alla mia proverbiale pigrizia. Oggi mi sento più diligente.

Mi pare che il tuo paragone del governo Renzi con il teatro popolare pregoldoniano di fine ‘600 sia ingeneroso nei confronti di questa forma d’arte (il Barocco è soprattutto caricatura!). Mi sembra, piuttosto, che per modalità espressive, pose e vacuità di contenuti ci si possa più appropriatamente riferire alle televendite urlate da imbonitori pronti a vendere un set di pentole o una termocoperta con bicicletta in omaggio ai primi cinquanta che telefonano.

Renzi non è stato eletto, è stato imposto a tavolino come sostituto  di Enrico Letta. Non ha alcuna forma di legittimazione elettorale se non, probabilmente, quella che gli deriva dalla sua ex carica di sindaco di Firenze (e solo quella). E’ un signore che si vanta del fatto che il suo partito abbia conquistato il 41% alle europee, dimentico che in Italia si governa con le politiche. Ha chiamato “riforma” quella che è una vera e propria amputazione democratica, l’abolizione del Senato della Repubblica per come lo conosciamo, allo scopo di “risparmiare”. Ma sulla democrazia, così come sull’istruzione e sulla sanità, non si risparmia. Il bicameralismo perfetto è uno strumento vitale per garantire la legittimazione degli atti parlamentari, e come tale lo vollero i nostri padri costituenti.

L’abolizione dell’articolo 18 (portata a compimento dopo aver ascoltato sommariamente le parti sociali) ha coinciso con la stagione forse più oscura degli scontri tra polizia e operai. E a confrontare quello che guadagna un operaio con quello che guadagna un poliziotto, non è esagerato parlare di guerra tra poveri.

E poi la scuola. Gli insegnanti si sono visti di nuovo congelare per un anno gli scatti di anzianità (e, quindi, di esperienza) che permetterebbero loro di avere una maggiore retribuzione e, conseguentemente, uno stile di vita migliore. E’ stato uno dei primi annunci della preraffaellita ministro Madia, ma poi si è preferito parlare dei gelati che mangia, e anche questo è un indice di come i mezzi di distrazione di massa facciano dimenticare immediatamente le notizie più importanti preferendo loro valange di giornalismo-spazzatura.
E la scuola ha bisogno, certo, di basare la sua crescita sul merito. Ma nessun ministro, tra quelli che citi, ha mai saputo codificare -né si è azzardato a farlo- i criteri oggettivi per cui un insegnante “merita” più di un altro. Perché questo limiterebbe quella libertà di insegnamento sancita dalla Costituzione stessa, per cui un insegnante non può dirsi meno bravo se fa lezione in classe rispetto a quello che accompagna gli alunni ai viaggi d’istruzione.

Stiamo assistendo ad uno sfascio istituzionale senza precedenti nella storia della Repubblica. Dobbiamo sporcarci tutti un po’ le mani (possibilmente d’inchiostro) se vogliamo uscirne indenni. Questi spunti sono solo un piccolo contributo alla discussione con i tuoi lettori.

Un caro saluto

Valerio Di Stefano

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I furbetti della prescrizione

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Noi italiani abbiamo un retto senso della giustizia. Buon sangue non mente, giacché precede dalle ceneri del Verri e del Beccaria.

Per noi una persona è colpevole quando viene pronunciata la sentenza definitiva, ma se una donna muore siamo lieti di trattare da assassino il marito prima ancora della sentenza definitiva di cui sopra, perché tanto uno che ha quella faccia lì non ci piace. Per noi una circostanza non significa necessariamente responsabilità penale: uno che tradisce la moglie non è necessariamente il suo assassino, ma se lo fosse saremmo tanto, ma tanto più contenti.
Noi italiani, se veniamo raggiunti da un avviso di garanzia non facciamo altro che dichiararci “sereni”, dimentichi del fatto che la serenità è il vizio dei colpevoli e che quando hai un procedimento penale pendente sul capo sei tutto meno che sereno. Noi italiani abbiamo una cieca fiducia nell’operato della magistratura e siamo sicuri che in qualsivoglia frangent  saprà fare del proprio meglio per accertare la verità e ristabilire la giustizia. Ma ci incazziamo se alla fine di un processo qualcuno viene assolto.

Dunque il processo cosiddetto “Eternit” si è concluso con la prescrizione e, quindi, senza che gli imputati venissero condannati. Tuttavia è stata riconosciuta la loro responsabilità oggettiva rispetto ai fatti che venivano loro contestati.

La prescrizione è un istituto giuridico sacrosanto. Vuol dire che lo Stato rinuncia a perseguire un furto di una scatoletta di tonno in un supermercato dopo un certo lasso di tempo perché arivati a quel punto quel furto non interessa più, ce lo siamo dimenticati, e se non siamo stati capaci di perseguirlo per tempo, buon per l’imputato che la farà franca e che, nel frattempo, si spera abbia smesso di sgraffignarsi le scatolette.

Voi mi direte che nel caso del processo “Eternit” non si tratta di scatolette di tonno, lì è morta della gente. E’ vero. Ma allora com’è che sono stati indagati, rinviati a giudizio, condannati in primo e secondo grado e prescritti in cassazione gli imputati del procedimento per “disastro ambientale”? Siamo sicuri che questo capo di imputazione sia esattamente quello che si confà alla fattispecie di reato commessa? Cioè, non è che se io ammazzo (per colpa o dolo) una persona e poi do fuoco al cadavere mi indagato per incendio doloso, no, mi becco l’imputazione per omicidio e per distruzione di cadavere.

Senza contare che a rassicurare i parenti delle vittime è arrivato lo stesso Guariniello, comunicando che una successiva indagine porterebbe a un Eternit-bis, le cui contestazioni di addebito si trasformerebbero in omicidio volontario, reato che non ha prescrizione.

E farlo prima no, eh?

Perché la procura in tutti questi anni non ha trovato elementi a favore di ipotesi di reato più gravi? E dov’è, dove risiede lo spettro della prescrizione se non in una gestione quanto meno disattenta dell’interesse dei cittadini a veder assicurati alla giustizia gli imputati, alla fine di un giusto ed equo processo?

Renzi, da buon tennista della politica, ha colto subito la palla al balzo. Con la logica del “ghe pensi mi”, cara al suo alleato di sempre, Berlusconi, ha comunicato che il governo delle Illustri Costituzionaliste e delle mangiatrici di gelato riformerà la delicata materia della prescrizione in men che non si dica e che i maramaldi saranno assicurati alla giustizia. E’ solo uno show propagandistico, come è logico, perché se c’è una categoria a cui la prescrizione sta bene così com’è è proprio la classe politica.

Grasso e la Boldrini faranno in modo che si siano i tempi per la discussione, dimenticando che alcune proposte di legge in materia giacciono nei cassetti degli uffici delle due Camere in avanzato stato di decomposizione.

Il punto non è cambiare i tempi di prescrizione, quello sono buoni tutti a farlo. Il punto è fare in modo che i processi possano concludersi in tempi che garantiscano al Paese la certezza della pena.

E uno strumento potrebbe essere proprio quello di rinsaldare la responsabilità dei magistrati per negligenza, dimenticando che non è possibile che se le cose vanno bene il merito sia dei giudici, mentre se le cose vanno male il demerito non sia di nessuno.

Manganellate alla povertà

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C’è la retorica della “vulgata” di una certa sinistra d’antan, che vedeva la figura-tipo del rappresentante delle forze dell’ordine come un Rambo de noàntri, pronto a far vedere i muscoli, a sparare, a picchiare, e a dimostrare che la ragione stava sempre dalla parte sua e dei suoi consimili.

Poi c’era la retorica alla Pasolini, di sinistra anche quella, che voleva i poliziotti come figli del popolo, della gente comune, povera, messi lì a difendere un “potere” di cui non riuscivano a distinguere i contorni. E sono perfettamente convinto che a Pasolini il governo Renzi sarebbe piaciuto, e averebbe un bel po’ da lagrimarci.

Poi ci sono i fatti. Quelli che la retorica la ignorano. Perché le teste con venti punti di sutura le abbiamo viste tutti. E quelle parlano. Non cedono a interpretazioni. Se ne fregano se i poliziotti hanno il mito del supereroe oppure no. O se hanno dovuto lasciare una terra avara di frutti, la casa paterna, Maria, ‘o sole, ‘o mare e ‘o mandolino per andare a prestare servizio in una città del Nord, col nebiùn che ti si mangia. Le manganellate si vedono, il sangue che scorre lo stesso. Può essere anch’esso un luogo comune l’accostare il poliziotto che tira bastonate agli operai, figli entrambi della stessa miseria. Ma è successo esattamente questo. E quindi o gli operai che hanno ricevuto le manganellate hanno commesso qualche reato, per cui i poliziotti hanno sentito il dovere di mantenere la pubblica incolumità con le botte, e dunque devono essere processati e puniti, oppure, se non hanno fatto nulla (e io sono convinto che non abbiano fatto nulla) devono pagare i poliziotti, e duramente. Perché da un poliziotto io me lo aspetto che si comporti bene, che sia migliore di me e di voi messi insieme. Più che aspettarmelo lo pretendo. Ma se so che un poliziotti ha bastonato degli operai che protestavano senza un valido motivo allora m’incazzo.

Ed è vero che esistono le responsabilità individuali. Certo, si punisce il poliziotto che ha tempestato di legnate l’operaio, non quello che gli stava vicino ed era pietrificato dalla paura (e magari anche dallo schifo) e non ha mosso un ciglio. Quel poliziotto, dicevo, con tanto di nome e cognome. Processo penale e procedimento disciplinare, punto e basta.

Poi ci sono le responsabilità morali e politiche. Il governo, prima di tutto. Che mentre scrivo è già andato al Senato, nella persona del Ministro dell’Interno Alfano a esprimere solidarietà agli operai colpiti. Segno che qualcosa c’è. Questo governo fatto di macchine fotografiche digitali e IPhone, con ministri dall’aspetto preraffaellita che si permettono di guardare con sufficienza i giornalisti, rei di non essere “di rinnovamento”, al loro botticelliano ingresso alla Leopolda (fosse successo in Germania quella ministro si sarebbe dimessa due ore dopo). E Renzi ha poco da dire che saranno accertate le responsabilità, perché questo non è un regalo, una concessione. Non è neanche una elargizione pro bono pacis. E’ il minimo che ci si possa aspettare. Peccato che siano solo parole perché da che mondo è mondo i responsabili dei reati li individua la magistratura, non il governo. Bella forza, non c’è che dire.

Così ci dimenticheremo anche questa porcata (perché non sia mai che il Partito Democratico si schieri a favore degli operai, mi raccomando!), prima o poi. E le condanne dei responsabili saranno riportate su tutti i giornali in un trafiletto di cinque righe in corpo otto.

La Leopolda e la macchina fotografica

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Oh, la Leopolda! Quantai inadeguatezza e presunzione, rifinita con una pennellata di protagonismo!

Questo palcoscenico in stile finto-operaio che ha accolto un Renzi che ha rivendicato la modernità per sé e per i suoi, e ha riempito di metafore tecnologiche il suo discorso. Vivere con una legge datata, secondo lui, è come mettere il gettone telefonico nell’IPhone, come mettere il rullino nella macchina fotografica digitale.

La prima metafora non sta in piedi. Il gettone si metteva in un telefono pubblico (perché allora, quando eravamo scemi e poco moderni, i telefoni pubblici esistevano, e chiunque aveva accesso alla comunicazione, l’Iphone costa una barca di quattrini e ce l’ha chi se lo può permettere), il cellulare è un bene personale, come lo era il telefono di casa, quello grigio che ci si mettevano i diti nei buchi e si girava una decina di volte per fare il numero. E il gettone in quel telefono lì non lo mettevi, esisteva già la bolletta.

Poi c’è il paragone della macchina fotografica digitale a fronte di quella che utilizzava ancora la pellicola. E se la modernità del PD è quella paragonata alle macchine fotografiche digitali, al selfie e a quant’altro, c’è da avere paura. Io ho delle foto fatte addirittura con le lastre, non solo con la pellicola. Sono le foto del mi’ nonno Armando e della mi’ nonna Angiolina, quando si sposarono o quando erano ancora fidanzati. Posso vederle ancora. Sono stampate su carta, e sono arrivate fino a me dagli anni 20 del secolo scorso ad oggi. 90 anni. Se scatto una foto con il mio cellulare o con la macchina fotografica digitale sono sicuro che il file .jpg che ne deriva potrò ugualmente vederlo tra 90 anni?? Che tradotto in politichese significa che una legge, lungi dall’essere quel monolite immutabile che tutti i mmaginano, deve essere proiettata verso il futuro, e se una legge funziona, funziona e basta.

Il digitale è la nuova imbarazzante metafora di questo governo. Poi succede qualcosa al supporto magnetico e le fotografie si cancellano. Oppure non sono più accessibili. Una secchiata d’acqua diaccia in capo le ripristinerà.

…il resto è pioggia che ci bagna

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E continuavano a chiamarli “Angeli del fango“.

E’ una bruttissima definizione, che trova la sua radice nella storica alluvione di Firenze quando dei figli di papà con la puzzetta sotto il naso e con una carriera assicurata dopo un percorso universitario pagato dai loro genitori si diedero da fare per salvare libri e dipinti dall’aggressione melmosa che inondò la città.

Quelli di Genova non salvano nulla di prezioso o di culturalmente rilevante. Magari un mobile, uno scaffale, un letto non ancora divorati dalla fanghiglia, qualcosa che si possa sciacquare velocemente e tornare alla parvenza dello stato precedente all’aggressione della mòta. Ragazzi e ragazze che hanno a cuore strade, scuole, vicoli, ponti, ospedali.

Sembro Pasolini ma è vero. A Firenze c’era da salvare (anche) un’immagine, a Genova ci sono da salvare (soprattutto) viabilità, comunicazioni, servizi per la gente.

Non è che la cultura debba essere per forza sempre sottesa all’emergenza, è solo questione di scelte, di priorità e di modalità di porsi.

Mani nude, dunque. E una maglietta, o una felpa, che la sera porti a casa intrisa di fango, le fai fare due lavaggi in lavatrice, la tiri fuori e puzza di umidità come prima. Rabbia, rabbia ribelle, che ti vibra nelle ossa, mentre la gente già comincia a chiamarti “Angelo del fango”. Gli angeli sono quelle cose asessuate che ne hai uno custode (a chi piace!) e che li vedi sui santini della comunione o dei battesimi. Hanno un gusto zuccherino che contrasta con l’immagine di chi il fango ce l’ha perfino nel naso.

Hanno insegnato come si fa volontariato: si regala il proprio tempo, si fa quel che si può, ma soprattutto NON CI DEVONO ESSERE INTERMEDIARI tra l’azione gratuita e chi la riceve. Altrimenti è tutto finito. Se questi ragazzi avessero offerto la loro disponibilità alla Protezione Civile sarebbero stati fermi, avrebbero condiviso l’inerzia, avrebbero sperimentato la paralisi totale delle istituzioni. E invece sono stati efficaci perché nessuno ha detto loro cosa dovevano fare e come farlo, lo hanno fatto e basta.

Così, nessuno si è accorto, nel frattempo, che Renzi a Genova non è andato. Rischiava che gli mettessero una pala in mano, su via, non sta bene. Genova è un’idea come un’altra.

Sono sereno!

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Il babbo di Matteino il Renzi, indagato (il su’ babbo, no Matteino), ha detto ai giornalisti che lui, facendo fede ad un famoso hashtag del pargolo twittante, è “sereno”.

Oggi Denis Verdini è stato rinviato a giudizio con l’ipotesi di finanziamento illecito ma si è affrettato a dichiararsi “sereno” anche lui, nel mentre che la giustizia fa il suo corso.

Tutti sotto il giogo di pubblici ministeri, giudici per le indagini preliminari e magistratura giudicante di merito, tutti pronti ad affrontare, se serve, il giudizio fino alla Cassazione, eppure son tutti sereni come un cielo blu.

Ho sempre pensato che chi si ritrova addosso anche solo un avviso di garanzia dovrebbe essere tutto men che sereno. Può essere incredulo, stizzito, incazzato, impaurito, terrorizzato, ma sereno no. Soprattutto se è effettivamente innocente rispetto a ciò di cui lo si accusa. La risposta alla domanda dei giornalisti “Come si sente dopo questo atto della magistratura?” potrebbe essere “Eh, mi cào addosso!“, non “Sono sereno!” Cazzo c’entra la serenità? Con una pendenza giudiziaria una persona onesta non ci dorme la notte. “Ha fiducia nel lavoro della magistratura??” “Ma no di certo. E’ chiaro che se hanno inquisito una persona innocente del loro lavoro c’è solo di che aver paura. Sereno io? Sereno una bella sega!

E invece questa ostentata calma serafica, questo ridicoleggiare le accuse, questo mostrarsi al di sopra di ogni psicosomatico sciogliersi del corpo non fanno altro che alimentare la rabbia dell’opinione pubblica, la stessa che, come me, aveva lasciato l’aggettivo qualificativo “serena” attaccato a una canzone di Gilda Giuliani.

Se questo è un giornale

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Domani, se Dio vuole, chiude “l’Unità”.

Un quotidiano fondato nientemeno che da Antonio Gramsci nel 1924, anche se di questa circostanza c’è solo una breve menzione sulla testata della versione cartacea on line. Nel senso che dell’autorevolezza e del coraggio di Gramsci non è stato ereditato niente, e c’è di che esser convinti che le ceneri del grande intellettuale e pensatore ribollano all’idea di patrocinare un quotidiano la cui unica aspirazione, ultimamente, era quella di negare l’evidenza e di dare adosso ai grillini, visti come origine di ogni male.

Io l’Unità, quella vera, me la ricordo. Ero piccino e la domenica se volevi passava qualcuno a distribuirlo casa per casa. Lo comprava sempre il mi’ zio Piero, che allora veniva Ugo, detto Ughino, che saliva le scale due alla volta con le ginocchia un po’ dinoccolate, la boina calcata sulle 23 e la sigaretta (Nazionali Esportazione, plisss) in bocca, e incassava il prezzo del giornale. Magari si fermava a prendere un caffè, o a fare due chiacchiere, qualche commento sulla situazione politica della settimana e intanto si parlava, ci si confrontava, si discuteva, si litigava.
Se poi uno non voleva comprarselo, c’era pur sempre il circolino dell’ARCI (a Vada si chiamava “la Pista”) che lo acquistava per gli avventori e lo metteva lì a disposizione di tutti fin dalle sette di mattina. Era un po’ palloso dover aspettare che si liberasse, e, comunque, quando entrava la bonànima di Anchise e lo voleva era buona norma lasciarglielo.
Se no c’era un altro modo per leggerlo: nelle Sezioni (altro luogo di ritrovo) o nella bacheca che il Partito Comunista aveva a disposizione in Piazza. Così ti capitava di vedere tutti i vecchietti con il collo un po’ all’insù che commentavano le notizie sulle imprese del compagno Berlinguer dopo aver sputato per terra quanche burdigone da due etti e aspirato un paio di boccate di sigaro toscano.

L’Unità era questo. E adesso? Non si parla più, non ci si incontra più, non si commenta più, non si litica più, non ci si piglia a sacrosanti cazzotti, non si beve più il corretto al sassolino al circolo Arci. No, dicono che “I liquidatori di Nuova iniziativa editoriale spa in liquidazione, società editrice de l’Unità, a seguito dell’assemblea dei soci comunicano che il giornale sospenderà le pubblicazioni e l’aggiornamento del sito web a far data dal 1° agosto 2014.”

I liquidatori?? Ma chi sono mai questi liquidatori??? Ecco perché vi dicevo che le ceneri di Gramsci si sollevano nell’urna, perché chi saranno mai questi “padroni” che hanno (o, peggio a cui è stata delegata) la possibilità di decretare addirittura la fine del giornale. Gramsci direbbe retoricamente ma giustamente che l’Unità ha un solo proprietario, il popolo.
Sì, il popolo italiano. Quello che di tasca propria, solo nel 2011 ha versato 3.709.854,50 euro per il finanziamento pubblico al quotidiano. Dico, tre milioni e settecentomila e spiccioli euro. Ma cosa cavolo ci hanno fatto con i soldi della gente se hanno permesso a dei “liquidatori” di “liquidare” una testata storica?? Tre milioni e settecentomila euro per essere lo zerbino di Renzi e la stampella sinistra editoriale del Partito Democratico (la destra, si sa, E’ quella di “Europa”, che zitta zitta prende 2.343.678,28) e per sputare veleno su Grillo? Sono anche soldi miei, e pretenderei una maggiore oculatezza nella loro amministrazione. Ma se un quotidiano non sa essere abbastanza libero dai liquidatori per potere andare avanti con i soldi della gente allora è bene che chiuda.

E infatti domani l’Unità chiude. E speriamo di poter fare qualcosa di buono almeno con quei tre milioni e passa di euro che la Nuova Iniziativa Editoriale non potrà più pretendere con la scusa di ingrassare le rotative dell’organo ufficiale del Partito Democratico.

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559

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La notizia di questi ultimi giorni è che ogni italiano spende in media 559 euro ogni tre mesi nell’acquisto di “dispositivi”. Cioè 186,33 euro al mese, e 2236 euro l’anno.

Ogni italiano. Anche i neonati nelle incubatrici e i vecchietti ospitati dalle case di cura e di riposo.

Va detto, a scanso di equivoci, che i “dispositivi” sono quelli elettronici (TV, radio, telefonini, tablet, PC, triccheballàcche…). No, perché esistono anche i “dispositivi” intra-uterini e certo giornalismo da strilloni non ci dice che quelli stanno fuori dal computo. Ingrati.

Ho fatto il calcolo di quello che succede a casa mia: abbiamo un televisore vetusto che sta cominciando a dare cenni di cedimento perché ogni tanto l’immagine sembra passata attraverso i filtri di Instagram, ma la TV la guardiamo poco. Svariati apparecchi radio sparsi un po’ per tutto l’appartamento perché la radio, quella sì, ci piace e tanto. In camera radio e TV. La radio è un regalo di nozze, quindi ha più di 10 anni, mentre la TV era quella che usavo nel mio appartamentino da single in Veneto e di anni ne ha una dozzina. Sia io che mia moglie abbiamo da “mantenere” uno smartphone ciascuno, nel senso che una volta al mese lo ricarichiamo di 15-20 euro. Quello di mia moglie è nuovo, il mio ha già un paio d’anni. Anche il PC è vecchiotto. Almeno 5 anni. Ma con Linux riesce a funzionare ancora bene e in maniera accettabilmente veloce. Siamo lontani dai 186 euro al mese.

Siamo una famiglia anomala, non cambiamo il telefonino una volta ogni tre mesi come fa l’italiano medio, perché se no 559 euro di spesa ogni tre mesi non si spiegano. Così come non si spiega l’evidente contraddizione tra le gente cha piange miseria e si lamenta perché prende 1000 euro al mese e poi ne sputtana il 18,6% in cazzatine tecnologiche perché di comprare da mangiare, evidentemente, si può fare a meno, ma di avere l’ultimo modello con cui fotografarsi i piedi per spedire la foto su Facebook e con cui pavoneggiarsi con gli amici, mentre le bollette incalzano.

Ci meritiamo tutto quello che abbiamo, governo Renzi compreso, e molto di più.

2-1 = 40,8%

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Particolare da una foto di repubblica.it

Che, voglio dire, se avessimo tanti attenzione e amore per la Nazione quanti ne abbiamo per la Nazionale ci renderemmo conto tutti perfettamente di un paio di errorini tattici che quell’omino che ci governa ha commesso nel vano tentativo di farci credere di essere in vantaggio sugli avversari.

Il primo è il pensare o, peggio, il crederci sul serio, che la sua adorabile persona è legittimata a governare dal 40,8% dei voti. Il che è vero, ma solo per quello che riguarda i voti espressi, cioè ammesso che si faccia miracolosamente sparire la percentuale di persone che, per motivi i più disparati, non è andata a votare (tra cui io). Perché bisogna/bisognerebbe fare in modo di non far credere che il 40,8% dei voti validi corrispondano al 40,8% del paese. Perché questa è una plateale menzogna. Così come è una menzogna pensare che siccome abbiamo battuto l’Inghilterra 2-1 arriveremo in finale con il Brasile, sarà dura ma ce la possiamo fare e allora la notte magica del Maracanà sarà nostra e potremo andarcene in giro a strombazzare i clacson delle auto per rompere i coglioni a chi vuol dormire.

Ma torniamo al 40,8% dei voti. E’ vero, il PD li ha presi (il partito, dunque, non il suo capo personalmente di persona), ma li ha presi alle elezioni europee. E, fino a prova contraria, per quanto riguarda gli affari interni all’Italia (cioè quelli di cui il governo da Egli presieduto si occupa) si continua a fare riferimento sulla maggioranza presente nel Parlamento Italiano. Che NON vede il PD al 40,8 e partita chiusa.

Ci salverà Super Mario. Che era un giochino elettronico per il Commodore 64 che andava di moda tanti anni fa, e chi ha il registratore a cassetta invece del drive aspetterà un po’ di più per essere della partita e smanettare col joystick. Poi qualcuno spegnerà pietosamente la luce.

PS: Il titolo del post è tratto da un’idea di Rosa Polacco via Twitter.

Io domani non vado a votare

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L'attuale composizione del Parlamento Europeo - Questo file è licenziato in base ai termini della licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported

Io domani non voto. Né per le europee né per le regionali (qui in Abruzzo ci sono).

Quando votai alle ultime politiche era tutto un altro andazzo. Ero costretto su un letto di una clinica e mi rendevo conto che votare Movimento 5 Stelle era davvero un voto “contro”.

Ma ora non devo più votare contro qualcuno, devo votare a favore di qualcuno. Magari a favore dell’Europa di cui -si veda il caso- non parla nessuno. E, malauguratamente per loro, non c’è nessuno che mi rappresenti.  Non voglio dover passare la mia vita (come, tristemente, stanno facendo gli stessi Grillo e Casaleggio) a prendermela con Renzi. Per la verità Renzi è una persona contro cui non mi va di spendere neanche un millilitro della mia vis polemica, e poi il vetriolo costa.

Mentre voi sarete a fare un segno sul vostro segno o a pensare che la matita quasi quasi ve la sgraffignereste, io sarò a pensare a qualcos’altro (cazzate, solitamente), oppure a voi che avete votato il PD o la lista Tzatziki, lì, e siete anche convinti di aver fatto una bella cosa.

Picche & Ripicche

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Come sempre hanno tutti (e mi dispiace che ci sia anche Beppe Grillo in mezzo, ma ho votato il suo movimento, non l’hosposato!) un linguaggio prepotente e sfidante.

Quand’ero piccino, i compagnucci di classe più gradassetti usavano sfidarsi a “manate” provocandosi con il dito a pochissimi millimetri di distanza dal volto dell’avversario. Dicevano: “Ti tocco?… Ti tocco?? No, e allora??? Cosa vòi??”. Naturalmente l’altro non voleva nulla, era solo un modo per fiaccarne la pazienza psicologica (che che ne voleva, e tanta).

Ecco, Renzi fa così. Dice che ci mette la faccia. Ma cosa diàmine vuol dire “metterci la faccia”? Vuol dire “Quindi i parlamentari devono votare l’Italicum e l’abolizione del Senato”. Oddio, bisogna essere esperti di crittografia per leggere nella prima frase il significato della seconda. O, più semplicemente, sapere cosa passa per la mente di Renzi.

Perché la faccia ce la mettiamo tutta. Ce la mettono anche Rodotà e Zagrebelsky che ad abolire il Senato non ci pensano minimamente. Ce la metto io che scrivo un blog e dico quello che penso, ce la mette l’operaio che va a lavorare tutte le mattine, se gli tocca di lavorare.

E poi c’è quell’“altrimenti me ne vado” che ora basta, non se ne può più. Col pallone ci si gioca finché lo dice lui, e, come dice la mia amica Federica Barghini, se gli girano lo prende e se lo porta anche a casa, poi di chi è è.

Ormai non è più nemmeno una questione politica, è una questione di ripicca.

Il Senato si abolisce perché si deve, perché ormai è puntiglio, piglioleria, arcigna voglia di accanirsi coi puntini “sugli i” (come diceva un mio compagno di scuola che, poveraccio, è morto).
Il lavoro dei Padri Costituenti era stato meraviglioso, preciso fino al millimetro. Ma, soprattutto l’idea del bicameralismo perfetto era e continua ad essere rivoluzionaria. Ci sono due camere, elette con criteri di maggioranza e di redistribuzione dei seggi diversi. Perché mai sarà così? Per impedire a una Camera dei Deputati con un premio di maggioranza stratosferico di approvare a tavoletta le leggi che vuole, per dire che una legge è VERAMENTE espressione della volontà di chi la approva.
E ora tutto questo DEVE per forza essere smantellato. Perché se no si va a casa tutti.

Quella di Renzi è la classica logica del palazzinaro applicata alla politica. Quando vede uno spazio verde non pensa che ci possano andare a giocare i bambini. Quando vede una costruzione dell’ottocento non pensa che possa avere un valore storico. Quando vede la campagna non pensa che il contadino ci pianta i pomodori e gli olivi, no, lui spiana tutto e ci costruisce un affare di puro cemento armato con balconcini per i gerani (o per i suddetti pomodori) e aiuoletta verde per i vecchini che vanno a fare la giratina, tanto basta che non rompano i coglioni; quanto ai bimbi a pallone possono giocare nello spazio antistante in pura mattonella vergine e vada pure in culo il valore storico, tanto la storia non la studia più nessuno, sai cosa gliene frega alla gente?

Sicché, via il Senato dalla carta geografica costituzionale, chè, tanto, visto che ne hanno fatto decadere uno, val la pena di farli decadere tutti. Fila!

Pensierino all’imbrunire

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Io non gli voglio mica male a quell’omino lì. Per lui vorrei solo una bella botteghina da gelataio in centro a Firenze.

Scommetto che proporrà l’abolizione della stracciatella e allora sì che ci sarà una sollevazione popolare!

Dalla Turchia con livore

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A seguito del mio articolo sull’oscuramento di Twitter in Turchia, mi sono arrivati commenti pubblici e mail private di un signore italiano che vive lì. E che ha cercato notizie su Kati Hirschem. Lo rassicuro, è un personaggio letterario.

Definisce il mio articolo “ridicolo e superficiale“. E fin qui è un suo diritto, non è certo questa la sede adatta per discuterne.

Mi segnala, inoltre, di non vedere “in esso nessuna analisi o conoscenza dei reali accadimenti qui in Turchia” e mi fa notare che mentre io me ne sto al calduccio nella placida democrazia italiana che mi permette qualunque libertà di espressione, in Turchia alcuni giornalisti languono nelle galere del Paese senza neanche un processo sommario (l’espressione che ha usato è, letteralmente, “senza processo“, quindi si intende “senza NESSUN tipo di processo” neanche quello sommario alla Ceausescu, per intenderci).

Partiamo da una premessa necessaria e indispensabile: Twitter, Facebook, YouTube e anche Wikipedia NON sono risorse democratiche della rete.
Appartengono a dei gruppi di interesse che vi versano fior di quattrini (o, in altri casi, li fanno versare dai donatori) e, quindi, il loro contenuto può essere censurato, elaborato, oscurato o mantenuto secondo i parametri che questi gruppi di interesse stabiliscono volta per volta per il loro esclusivo e personale tornaconto.
E’ il caso, ad esempio, della foto della donna africana che allattava a seno nudo oscurata da Facebook.
Non si sa quanti account al giorno vengano chiusi di iniziativa di Twitter, ma sappiamo che, a torto o a ragione, ci sono.
YouTube è il più grande contenitore di filmati e musiche protetti da diritti d’autore. Questo non vuol dire che YouTube sia illegale (il contenitore non può essere responsabile di chi immette i contenuti) ma significa che se si procedesse contro TUTTI coloro che immettono contenuti illegali su YouTube, YouTube crollerebbe.
Sulla non-democrazia in Wikipedia (autentica terra di nessuno) ho scritto così tanto che vi rimando alla sezione relativa.

Cosa so della situazione in Turchia?
Vediamo, so che il Primo Ministro si chiama Erdogan, che non è un signore esattamente tollerante (come Berlusconi), ma che è andato al potere perché una maggioranza del suo paese lo ha votato in elezioni regolari e definite “democratiche” alla vigilia, che ha condanne penali (come Berlusconi) e che sotto il suo governo sono state varate leggi che permettono di bypassare la funzione della magistratura, come è accaduto nei governi Berlusconi, ma stavolta in materia di censura. L’editto bulgaro su Biagi, Santoro e Luttazzi, insomma, come l’editto di Ankara contro Twitter. Solo che di Enzo Biagi si sono dimenticati tutti, mentre di Twitter in Turchia ci si dimenticherà fra due giorni.

Beninteso, la colpa non è solo di Berlusconi, che ha vinto anche lui delle elezioni democratiche, a differenza di Renzi. Il 1 aprile prossimo, in Italia, entrerà in vigore il regolamento dell’AGCOM che toglie alla magistratura il potere di stabilire, attraverso un regolare dibattimento processuale, cosa è coperto da diritto d’autore e cosa no, e di oscurare, eventualmente, i siti che ospitano questi materiali.

Alla faccia della democrazia italiana!

 

Grafica da: http://it.wikipedia.org/wiki/Turchia

Il senso di Pippo Civati per la Privacy

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Screenshot da www.civati.it

Io Pippo Civati non lo capisco. E non capirò mai neanche il perché abbia un seguito femminile così acceso e caloroso. Ma parliamo d’altro.

Ha inserito un sondaggio nel suo sito personale. Scopo del sondaggio dovrebbe essere quello di raccogliere il maggior numero possibile di opinioni sull’opportunità di votare la fiducia o meno in Parlamento al neogoverno Renzi e a tutte le renzine e ai renzini che ne fanno parte con malcelato orgoglio. In breve, fiducia o abbandono delle fila del PD. Che, voglio dire, dovrebbe anche saperlo un gocciolino da se solo, invece di chiederlo agli altri.

Per fare una cosa di questo genere basterebbe un formulario a due risposte, visto che tertium non datur e che ubi maior minor cessat.

Macché, sono ben UNDICI domande quando ne sarebbe bastata una, la prima.

Già la seconda è particolarmente fastidiosa: “Indipendentemente dalla tua risposta alla domanda 1, quali ragioni reputi valide per votare la fiducia?” Ma come sarebbe a dire “Indipendentemente dalla mia risposta alla domanda 1”?? Se io dovessi dire che la fiducia a Renzi non va votata come faccio a reputare valide alcune ragioni per farlo? In effetti tra le risposte possibili (max. 3) ce n’è una che dice “Non ci sono ragioni valide che giustifichino il Si alla fiducia” e “Sì”, ovviamente, è scritto anche senza accento.

La terza domanda è in par condicio: “Indipendentemente dalla tua risposta alla domanda 1, quali ragioni reputi valide per non votare la fiducia?”, quindi rovesciate il ragionamento di cui sopra e avrete le risposta.

Dalla quinta scelta in poi si va sul personale. Ben 7 domande su 11, non c’è male.

Si inizia con il classico uomo-donna, per proseguire con l’indicazione delle fasce d’età (sono compreso nella penultima, “tra i 46 e i 60 anni“, appena scendo negli inferi dell’ultima fascia, “sopra i 60 anni” vado direttamente a Lourdes su un wagon-lit della Croce Rossa). “In quale provincia vive?” “Qual è il suo titolo di studio?” Chissà che cosa cambia nella legittimità dell’espressione di un’opinione tra un laureato di Trento e un contadino con la licenza media di Ragusa (come se a Trento non ci fossero persone con la licenza media e come se a Ragusa non ci fossero laureati!).

Splendido il parco-risposte alla domanda n. 9 “Qual è la sua attuale occupazione?” in cui è contemplata l’opzione “Non sa”. Ma chi è che NON SA quale sia la sua occupazione?? Voglio dire, chi è che esce la mattina di casa e va a esercitare una non-attività in un non-luogo? Giusto il protagonista di “Un giorno di ordinaria follia“!
E alla fine di tutto “Per favore, inserisca la sua mail.”

Ah, ecco cosa volevi, Civati, non volevi la mia opinione, volevi la mia mail. Non ti bastava il mio anonimato o registrare un semplice indirizzo IP di provenienza. Cos’è, vuoi scrivere a tutti quelli che non sanno quale occupazione hanno? Quelli che sono disoccupati a loro insaputa??

Meno male che c’è un pistolottino sulla Privacy da leggere. Dice così: “I dati personali, anche di natura sensibile, conferiti dall’Utente, saranno trattati esclusivamente per finalità di registrazione dell’Utente e per comunicare con l’Utente registrato.”

Ma è proprio quello che mi preoccupa. Che qualcuno “registri” me quando invece dovrebbe esclusivamente registrare le mie risposte. E anche che qualcuno desideri “comunicare” con me. Perché mai dovrebbe farlo? Vuole sapere se per caso non so che numero porto di scarpe? O se non so chi ho votato alle ultime elezioni?

Va bene, facciamo così: io rispondo e do il mio indirizzo di posta elettronica. Poi gliene chiedo la cancellazione. Se non rispondono o non ottemperano vado dal Garante della Privacy. Seguite il blog, è solo l’inizio.

 

Non gli rompete!

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Che poi uno si ritrova a ricordare Francesco di Giacomo in una Italia idiota e contraddittoria ipnotizzata dal Governo Renzi da una parte e dal Festival di Sanremo dall’altra.

Di Giacomo non apparteneva certo a questa kermesse di lustrini e di paillettes (sia essa malamente sfilante nei dintorni di Palazzo Kitsch o deambulante su tacchi a spillo e sui tappeti rossi microfonati) e lo dimostrava con la sua presenza massiccia e il volto accigliato di chi ha vissuto la musica per poi perderla in un incidente stradale, proprio nel momento più favorevole per dimenticarsi di lui.

Da piccolo qualcuno, non ricordo chi, mi diede una cassetta del Banco del Mutuo Soccorso per farmela ascoltare. Il disco era “Darwin” (e, per inciso, esisteva già la linea “Orizzonte” della Ricordi). Era un disco “difficile”, granitico, pieno di gorgeggi di una voce matura e tenorile. Poi venne “Io sono nato libero” e con quel disco la prima incisione di “Non mi rompete”. Ecco, di quel brano mi piacevano le liriche. “…lasciate che io dorma questo sonno/sia tranquillo da bambino/sia che puzzi del russare da ubriaco”. Chi è che non vorrebbe dormire di un sonno così profondo, come quello di un ubriaco che russa? Meraviglia.

E il Banco del Mutuo Soccorso era il “Banco”; la Premiata Forneria Marconi era la “Premiata”. A Milano, per esagerazione di apocope, il Perigeo era il “Peri”. Bastava poco per indicare proprio QUEL gruppo. E il “Banco”, la “Premiata” e il “Peri” avevano ognuno una identità. Bei tempi.

E se n’è andato così, Francesco Di Giacomo, trascinato dai cavalli del maestrale.

Wikipedia: Nicola Gratteri Ministro della Giustizia prima dell’annuncio

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Wikipedia è un’enciclopedia visionaria dalle mille risorse. Mentre scrivo il Segretario del Quirinale Marra non è ancora uscito per annunciare lo scioglimento della riserva da parte del Presidente del Consiglio Incaritato Renzi. Sono le 17:42. Ma alle 16:56 il magistrato Nicola Gratteri era già il nuovo Ministro della Giustizia.

La corsa all’inutile, alla cultura che non c’è, all’essere per forza i primini della classetta genera mostri di informazione. Attenzione, non è detto che Gratteri non sarà veramente il nuovo Ministro della Giustiza. Ma quanta tristezza a leggere il futuro anticipato nel nulla collettivo e, magari, la scusa che “Qualcuno ha scritto quell’informazione, la colpa non è nostra.”

Ancora una volta felice di non farne parte.

Amici miei

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Matteo Renzi è il primo Presidente del Consiglio Incaricato attualmente con riserva in multitasking che abbiamo mai avuto.

Mentre procede alle consultazioni trova il tempo e la voglia di sditeggiare qualcosa su Twitter. Non so voi, ma io mi sento piuttosto inquietato da questo atteggiamento. Non che non abbia diritto ad avere il suo sacrosanto account Twitter e a  scriverci quello che ritiene più opportuno (lo ha fatto Letta, lo fa la Boldrini), ma, cazzo, in quel momento sta svolgendo una delicata funzione istituzionale, che ci giochi più tardi con lo smartfonino. Se lo facesse un insegnante durante l’interrogazione perderebbe il posto subito.

Cosa aveva di tanto urgente da comunicare “Urbi et orbi”? Voleva solo dire: “Mi spiace per chi ha votato 5Stelle. Meritate di più, amici.”

Prima di tutto a me non è affatto dispiaciuto aver votato 5 Stelle, anzi, l’ho fatto ANCHE per non votare il partito da cui proviene e che non mi rappresenta. E poi “amici”? Ma “amici” di cosa? Io non sono affatto amico di Renzi e non voglio esserlo, ma, soprattutto, lui non è per nulla “amico” mio, mi dispiace (anzi, no).
E’ questo linguaggio piacione, falso amicone, sornione, da gatto che fa le fusa, insinuante, circuente, mellassoso, stucchevole -e ora basta perché ho finito il Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari- a infastidirmi.

“Meritiamo di più”? E chi sarebbe il “di più”? Lui? Il suo governo?? La riforma elettorale redatta a quattro mani con Berlusconi?? La promessa di una riforma al mese??? No, ce lo dica perché son curioso di saperlo.

“Ma vi prometto che cambieremo l’Italia. Anche per voi.” Ma cosa vuol dire questo? E’ il classico discorso che si faceva da piccini sul pezzettino della merendina: “Te lo do lo stesso anche se non sei mio amico”. Ma grazie. Cosa si deve fare anche l’inchino?? Miglioreranno la scuola e nella scuola migliorata potranno andarci ANCHE i figli di chi ha votato 5 Stelle? E’ solo l’inizio della confusione totale tra diritti e concessioni.

Così, tra quest’assurdità s’annega il pensier mio.

La Gauche-rosée!

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Matteo Renzi ha preso il treno, è andato alla stazione Termini di Roma con la macchina, si veda il caso la stessa con cui è arrivato per recarsi al Quirinale. Sta andando a Firenze da dove era venuto, ieri si è fermato a prendere un caffè, è andato dal suo barbiere a farsi dare una spuntatina, probabilmente ha salutato sua moglie e i suoi figli, forse ha rischiato anche di inciampare per la strada e sono convinto che si sia fatto una doccia e abbia usato uno shampoo come noi tutti mortali.

Sono azioni banali, quotidiane, assolutamente ininteressanti dal punto di vista della rilevanza delle notizie. Eppure i giornali radio e i telegiornali ne sono pieni.

La nausea ci prende e ci blocca, ci assale una sorta di infantile pudore. E’ possibile che quest’omino non abbia ancora iniziato il suo lavoro e la gente sia già assalita da questo feticismo giornalistico al limite della reliquia, per cui questa è la poltrona dove si è seduto, questa è la tazzina da cui ha bevuto, questo è il posto sul treno su cui ha viaggiato, e ci manca solo la tazza del water in cui ha soddifatto le sue necessità biologiche (oh, ne avrà anche lui, o sta sempre a farsi doccia, shampoo, capelli o a viaggiare sulla Smart, anzi, no, sulla Giulietta).

Non è nato un presidente del consiglio, non è ancora il tempo. Non è nemmeno cresciuto un eroe (beato il Paese che non ne ha bisogno). E allora qual è il valore di questo tipo di informazione? Quello di creare un modello, dopo la “gauche au caviar” la “gauche rosée”, descrivere una sinistra ormai annacquata dal disorientamento che deve per forza essere riempito da qualcosa. E allora si parla della Sora Agnese che ha deciso di restare a Firenze e di non seguire il marito a Roma e saranno anche sacrosante scelte sue. Allora si riempono gli spazi con la foto del carro con la testona di Renzi che dondola come quella dei cagnolini che si incollavano vicino al vetro posteriore delle macchine negli anni ’70, si riferisce del parroco che lo ricorda come un “leader” già da chierichetto (chissà a chi pensava per il Ministero del Turibolo, a quello delle Ampolle o al Dicastero per l’Asciugatura delle Mani), si parla delle sue imprescindibili partecipazioni a “La Ruota della Fortuna”. Acqua fresca per diluire il vino, cioè le notizie vere.

A mia moglie il vino rosé non è mai piaciuto e credo che potrei cominciare a darle ragione.

Noi siamo i giovani, i giovani più giovani

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Quando questo blog era pressappoco neonato e io ero più scemo e giovane, mi venne l’idea di lanciare una sorta di sondaggio d’opinione per la nomina di Umberto Eco a senatore a vita.

Nelle sue pochissime ore di vita fu un’iniziativa che riscosse anche un certo successo. Solo che alla fine mi scrisse Umberto Eco, quello vero (ci rimasi malissimo!) dicendomi che non ne aveva nessuna voglia. Tolsi la pagina dal blog e mi tricerai dietro un rassegnato ma intellettualmente vivacissimo broncio.

Oggi, nel giochino delle bisvalide, delle trisvalide e delle pentavalide dell’album delle figurine del Governo, si parla della visita dello scrittore Alessandro Baricco a Renzi per vedere la lista (Renzi la prima cosa che ha imparato è che “la lista è vita”). Baricco dovrebbe essere il nuovo Ministro della Cultura, se Franceschini non gli mette i bastoni fra le ruote. E’ per questo che mi è venuto in mente Umberto Eco senatore a vita, per antinomia.

Ridi e scherza, Baricco ha 56 anni, Emma Bonino (proposta -per usare un termine gentile e delicato- dal Quirinale) ne ha 68, Roberta Pinotti (caldeggiata alla Difesa), ne ha 53, Luca Cordero di Montezemolo (che si vocifera essere il prossimo titolare del dicastero dello Sviluppo Economico) naviga per i 66, Lupi, con 56 anni di età sarebbe uno dei ministri di Letta che, alla faccia delle rottamazioni, resterebbe attaccato alla cadrèga, Dario Franceschini, se non si accaparrerà la cultura potrebbe andare all’interno. E’ coetaneo di Baricco. Lucrezia Reichlin sfoggia 60 invidiabilissimi e leggiadri anni, guarda caso gli stessi di Michele Vietti che è praticamente sicuro alla Giustizia. 56 anni anche per Tito Boeri che forse va al Lavoro, mentre Graziano Delrio, quotatissimo per i rapporti con il Parlamento, ha 55 anni.

Alla faccia della carica dei 40enni e del “nuovo” che avanza!

Renzi (o, come dicevan tutti, Renzi)

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Insomma, hanno sfiduciato loro stessi, con 136 voti della direzione su 496 parlamentari nominati.

Si sono sottratti al passaggio parlamentare, attraverso cui qualsiasi crisi di governo si deve risolvere in una democrazia degna di questo nome (quindi non nel nostro caso) con registrazione di nomi e cognomi dei contrari e dei favorevoli.

Non è neanche l’alba di quanto di peggio il nostro Paese possa aspettarsi: è l’inizio del quarto governo Berlusconi.

A Livorno qualcuno era comunista

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A Livorno “Il Partito” era “il Partito” e “il Partito” non poteva che essere il Partito Comunista Italiano, che non solo ci era nato, ma ci aveva messo radici solidissime.

Finché ci bazzicavo io, a Livorno “Il Partito” non aveva mai perso un’elezione comunale. E guai a chiamare “il Partito”, che so, la Democrazia Cristiana. Esisteva, certo, svolgeva una onesta, caparbia, onorevole ma inutile opposizione.

Quelli che erano del “Partito” spesso amavano adornarsi il petto (non so se anche il crine) di catene a maglia assai doppia, in oro massiccio, che ciondolavano una falce e martello sulla canottiera riempita di patacche di unto e maleodorante di sudore. Qualcuno di supporto aveva anche l’immagine dorata della Beata Vergine di Montenero, anticipando un certo cerchiobottismo di maniera.

I comunisti a Livorno andavano alle feste de l’Unità (quando era ancora l’organo del PCI, ma, soprattutto, quando era ancora il giornale fondato da Antonio Gramsci, non questo quotidiano medioborghese che di gramsciano ha solo un vago sentore e un ricordo sempre più sbiadito), bevevano vino rosso nei fiaschi, o se lo mettevano nei bicchieri erano bicchieri con la falce e il martello anche quelli, parlavano di Togliatti, di Berlinguer, di “Terradioboiacini” e quando morivano si facevano portare al Cimitero dei Lupi, una bella falce e martello sulla lapide tanto per mettere subito le cose in chiaro.

Quelli giovani, quei comunisti che facevan parte della FGCI (che non era la Federazione Italiana Gioco Calcio per un improvviso inganno di acronimi), eran riccioluti e brufolosi, con gli eschimi addosso e una paccata di volantini tra le braccia, di prima mattina davanti alle scuole. Gli eroi son tutti giovani e belli.

E te (cioè io), livornese volgare in quanto studente inserito in un mondo assai più grande e complesso, non potevi dirti battezzato se prima non eri andato a studiare alla biblioteca dei Portuali, luogo di cultura alternativa che possedeva migliaia di volumi, un bar dove bere una spuma da cento e un silenzio sufficiente per poterci ruttare in mezzo gli effluvi della suddetta spuma.

Ora ho letto di una signora, tale Nicoletta Batini, 43 anni, che lavora al Fondo monetario internazionale, due gemelle, dottorato in Finanza Internazionale, PhD ad Oxford in Economia Monetaria, “sapeva fa’ ‘a sottrazione, ‘a divisione, ‘a moltiplicazione, sapeva ‘e capitali di tutt’o munn’ e sonàva pure ‘o pianoforte!” (1) che vorrebbe fare qualcosa per la sua città e si candiderà alla carica di sindaco.

Dopo aver trascorso un pezzetto del suo sentiero politico tra i Grillini, ha optato per il Partito Democratico. Dice che “Oggi, purtroppo, Livorno è depressa. Ha bisogno di una svolta, proprio come nella politica e nel governo dell’Italia che Matteo sta dando.” A giudicarla da questa esternazione la candidatura di Nicoletta Batini non appare avere molte chance, visto che Renzi sta perdendo già le elezioni con le regole scritte da lui stesso assieme a Berlusconi ora che Casini si è rinfilato nel centro-destra. E se arriva il corrispondente dell’Italicum a Livorno si sta ulteriormente benino, sì.

(1) Massimo Troisi in “Ricomincio da tre”