Le fette di salame sugli occhi

Foto tratta da www.repubblica.it

Recentemente su “Repubblica” è stata pubblicata una foto (che qui riporto) a corredo di un articolo sulla recente decisione del Tribunale sul caso di Lodi, in cui molti bambini extracomunitari sono stati discriminati al momento della loro domanda di accesso alle mense scolastiche. Il Tribunale di Milano, appunto, ha ordinato al Comune di Lodi di “modificare il ‘Regolamento per l’accesso alle prestazioni sociali agevolate, in modo da permettere a tutti i bambini, senza nessuna esclusione, l’accesso ai servizi scolastici di refezione a parità di condizioni economiche.

Nella foto in questione si vede una bambina, chiaramente extracomunitaria (ma magari è nata in Italia, vai a sapere…) che mangia un panino fuori dai locali della mensa. Ha davanti a sé alcune copie di una vignetta che riporta la scritta: “Fino a quando non cambia la situazione troveranno pane per i loro denti”. Bello. Come dire “Lotta dura e senza paura”.

Ma quello che colpisce è che a pronunciare questa frase nella vignetta è un panino. AL SALAME (nel disegno).

Ora, lo sappiamo benissimo che molti dei bambini extracomunitari che frequentano le mense scolastiche sono di religione musulmana e non mangiano carne di maiale. Non si poteva rappresentare qualcosa con carne di manzo, che so, un hamburger? Non che i bambini costretti a mangiarsi un panino per strada possano permettersi il lusso di un caldo e succulento Big Mac, ma rappresentare i loro diritti sacrosanti con pane e salame mi sembra una ingenuità troppo evidente per non essere evidenziata.

E’ così, siamo la società degli svarioni, dei lapsus, della gaffes, degli inciampamenti lungo il cammino delle nostre conquiste democratiche più elementari. La lotta legale è stata vinta. Per fortuna. Quella culturale ha ancora le fette di salame sugli occhi. E nei panini.

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AGCOM: in vigore il regolamento sul copyright

Da oggi siamo tutti molto meno liberi.

Si sono levati scudi di incostituzionalità, proteste, obiezioni, ma il Regolamento AGCOM sul copyright è in pieno vigore.

E se lo scopo, pur nobile, quello di combattere la pirateria massiccia, può essere condivisibile, non è da condividere il metodo per cui il detentore dei diritti di un’opera qualsiasi possa chiederne la rimozione o possa fare istanza di sequestro del sito attraverso l’Authority. Per quello ci sono i giudici ordinari.

E non è che uno dice “io non ho mai fatto nulla, sicché…”. Alzi la mano chi non ha mai fatto l’upload di un video su YouTube, magari una scena del film preferito, o un brano musicale camuffato da video come ce ne sono tanti. O chi, semplicemente, ha messo in linea il filmato del proprio matrimonio con il sottofondo dell’Ave Maria di Schubert preso da qualche disco. O, ancora più terra-terra, chi non abbia preso una foto da una testata giornalistica e l’abbia messa a disposizione su Facebook ai suoi cosiddetti “amichi”.

Voi mi direte, “ma non è reato, lo fanno tutti! Quindi a me non può succesdere nulla.” Invece non è così. Cioè, è vero che lo fanno tutti, non è vero che non sia reato.

Quindi siamo tutti nel calderone, e chi pensa di non esserci è semplicemente uno che non ha capito un cazzo della rete e della politica.

E’ certo che se a occuparsi di diritto d’autore fosse solo la magistratura si intaserebbero i tribunali, molto di più che con la diffamazione o con i procedimenti che riguardano i politici. Ma chi dovrebbe occuparsene, allora? Perché l’AGCOM? Chi è? Cosa mi rappresenta??

Nell’attesa di dare risposta a queste domande aspettiamo il primo che cade nella rete. “Sempre accusando, sempre cercando il responsabile, non certo io.”

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