Alfie è morto

Alfie è morto, po’ero grillo, e questa è l’unica notizia che conta in questa vicenda dagli aspetti marcatamente britannici e squallidi (e non è detto che i due aggettivi debbano essere per forza sinonimi, ma vi lascio la libera interpretazione di quello che ho scritto).

Non metterò la solita sfilza di foto del bambino, che pure abbondano in rete, alla faccia della privacy e dell’oscuramento dell’espressione del viso per impedirne la riconoscibilità, per attirare visitatori e far leva così sulla pietà spicciola di poche persone.

Quello che colpisce è che in Europa (sia pure l’Europa del Brexit, le appartenenze geografiche non dipendono da un referendum, sia chiaro) si possa ancora morire per una miserevole ragion di Stato, che nell’emettere una sentenza, decreta di fatto la fine delle funzioni biologiche di una persona, e che non esista, in quei luoghi, nessuna possibilità di far valere il diritto alla libertà di cura, valido in Italia per ogni cittadino, esercitato dai genitori in caso di individui di minore età.

Lo so che muoiono tanti bambini nel mondo. Di fame, di guerra, di malattie. E lo so che Alfie è un bambino che i soliti cinici vorrebbero definire “fortunato” perché ha avuto dalla sua l’attenzione dei media e l’opinione pubblica di svariati paesi, almeno finché è vissuto, mentre degli altri non parla nessuno. Ma si dà il caso che qui a morire non sia stata solo la cara persona di Alfie, ma la vita del diritto e il diritto alla vita, là dove il diritto è solo ed esclusivamente generatore di morte e si trasforma inevitabilmente in bigottismo di Stato.

E non mi fate parlare oltre, chè oggi mi girano a volano.

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Perché NO

no

Domenica prossima andrò a votare e voterò NO. Sarà un NO convinto, come ti càpita raramente quando vai a votare.

Vorrei poter dire, come chi mi sta accanto ed è la persona in assoluto più intelligente che io conosca, che se voto NO è perché non mi fido di questa gente che sta al Governo del Paese, ma il fatto è che sono un inguaribile sentimentale e che sono rimasto affezionato al bicameralismo perfetto e non voglio che me lo tocchino. Oh!

La mi’ nonna Angiolina diceva sempre che “Quattr’occhi ci védano meglio di due” e ho sempre considerato il bicameralismo come una forma di garanzia di trasparenza e controllo reciproco da parte delle due Camere. C’è chi mi dice che abolendo il Senato si risparmia. Ma io non voglio che lo Stato risparmi, perché la democrazia costa, ed è un costo che dobbiamo sostenere tutti. Al limite si riducano i privilegi e gli stipendi dei parlamentari. Oppure se ne abbassi il numero, se proprio ci si tiene, ma è pericoloso mandare all’aria una funzione per mettere fuori uso i suoi funzionari.

E’ una riforma, quella di Renzi e dei suoi sodali, che puzza dalla testa e mettere le mani sulla Costituzione è un po’ come metterle sulla pressione sanguigna, si finisce sempre per combinare dei disastri e io voglio continuare a vivere in un paese in cui il bicameralismo sia l’ordinaria amministrazione, non un lusso.

Per questo domenica prossima voterò NO. Poi alle 22 mi siederò in poltrona e aspetterò la vittoria di quelli del SI’ (tanto, se piove di quel che tuona…)

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Laura Boldrini e il finanziamento pubblico ai partiti

Era un bel po’ di tempo che non parlavo più di Laura Boldrini.

Era diventata, per me, poco più di una passante che ti urta o ti pesta un piede. Ti fermi, le dici di stare più attentina la prossima volta perché guarda l’ il callo, poi riprendi la tua strada, mastichi qualche bestemmia e dopo altri tre o quattro passi ti sei già dimenticato del nome e del viso di chi si era posto impunemente in mezzo al tuo passaggio.

Invece rieccola, la Boldrini, con un tweet che denuncia la sua (personalissima, s’intende) preoccupazione per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. E lì ti càscano i diociliberi, perché la prima cosa che ti si stampa nella mente come un flash è che nel 1993 si è votato un referendum proprio sullo stesso tema e che la maggioranza degli italiani si espresse a favore della cancellazione dell’odioso prelievo politico dalle tasche dei cittadini. Successivamente l’infida consuetudine fu reintrodotta con vari nomi e nomignoli su cui è doveroso stendere un velo di pietà.

Quello su cui, no, non bisogna stendere alcun velo è il fatto che una persona che occupa un’altissima carica dello Stato  dimentichi questo dato fondamentale di democrazia diretta e non si voglia piegare a un elemento evidente che deriva dall’esercizio diretto di diritti sacrosanti sanciti dalla Costituzione.

Perché la Boldrini è così contraria all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti? Semplice, perché un “sistema democratico deve garantire a tutti l’accesso alle cariche pubbliche”. Oh!
Ma il sistema è democratico proprio perché chi viene votato maggiormente ha maggiore possibilità di accesso alle cariche pubbliche, chi viene votato di meno avrà una rappresentanza minore e di controbilanciamento (altri la chiamano “opposizione”), sono secoli che funziona così e nessuno ci vede niente di strano, a parte la Boldrini che è stata candidata alla Camera con un partito che da solo non sarebbe riuscito a vedersi rappresentato e che ha dovuto coalizzarsi con il PD, ma questo inciucio le ha permesso di essere eletta allo scranno più alto di Montecitorio.

La cosa che desta particolare meraviglia non è tanto il fatto che ci si limiti a manovrare la materia del finanziamento pubblico ai partiti dalle stanze buie e polverose del palazzo (ora lo so cosa mi risponderebbe la Boldrini: “Parli per sé, nel mio ufficio non c’è nemmeno un granello di polvere!”), ma che queste esternazioni vengano scritte, così, senza pensarci troppo, magari fidando nel fatto che su Twitter uno scritto ha, solitamente, vita breve.

Ma noi abbiamo la memoria lunga

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Venezia, la luna e tu…

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I veneti sono persone straordinarie.

Sono riuscito a vivere quattro anni in Veneto malgrado loro ammirandone estasiato l’arte di combinar pasticci e porvi rimedio in un battibaleno, magari un po’ impacciati perché alla fine tutti riconoscono che xé pegio el tacón del buso.

Se c’è qualcosa che caratterizza i veneti rispetto ai loro dirimpettai lombardi è la totale assenza di prepotenza. Senso di superiorità, sì, voglia di primeggiare senz’altro, spacconeria -quando serve- quanta ne vuoi, diffidenza nei confronti del prossimo a quintalate (de ti no che no me fido, ti xé massa un impostor). Ma prepotenza mai.

Così hanno tirato fuori questa storia dell’indipendenza e del referendum. Che è, se vogliamo vederla proprio fino in fondo, una coglionatura di quelle gigantesche, ma che rivelano come i veneti siano degli straordinari prestidigitatori con le parole, al punto da aver trasformato un sondaggio in un referendum, una raccolta di opinioni spontanee (e tutte legittime e rispettabili) in una delibera del popolo sovrano.

I veneti sono gli unici che credono che il 73% di loro abbia votato a questo sondaggio on line quando solo il 60% della popolazione può contare su una connessione Internet. A questo punto il sondaggio potevano farlo per alzata di mano.

Son così i veneti, scoprono di averla pestata, si incazzano, sbràitano, tiran giù due bestemmie, tracannano una tagliatella dal Nardini e non gliene frega niente, neanche dell’indipendenza alla “Marieta-monta-in-góndoea“. Chè domani c’è da alzarsi presto e da andare a lavorare, e i tosi xé stràchi, vardalà…

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Si’ alla responsabilita’ civile dei magistrati!

Alla Camera dei Deputati, su proposta della Lega Nord, è passato un emendamento sulla responsabilità civile dei magistrati.

Prevede che “chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento” (di un magistrato, s’intende) “in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni o per diniego di giustizia”possa rivalersi sullo Stato e sulla persona del magistrato.

E’ subito da dire che la Lega Nord non si è inventata nulla di nuovo. Il principio della responsabilità civile del magistrato era già stato sancito illo tempore con un referendum popolare che aveva raggiunto il quorum dei votanti.

Stupisce, per la verità, la contrarietà del Ministro per la Giustizia Severino che, sia pure con parole stemperate, auspica che “ci siano gli spazi per un’ulteriore riflessione sul tema, per riaprire il dialogo e verificare se vi siano soluzioni diverse” (della serie: ci si ripensi al Senato).

Bersani parla di “gesto di totale irresponsabilità perché una questione importante non può essere affrontata così: è una risposta sbagliata nel metodo e nel merito” ma si dimentica che alcuni franchi tiratori sul provvedimento, e, quindi, dei 261 favorevoli, fanno parte proprio del gruppo del Partito Democratico.
I soliti autogol della politica.

Di Pietro, dal canto suo, afferma: “Ho paura che questa volta, dopo vent’anni, non ci sarà solo una Mani Pulite giudiziaria, ma una nuova Mani Pulite del popolo che alzerà i forconi”. Evviva!

Nessuno che dica che la responsabilità civile dei giudici è un principio irrinunciabile perché stabilito dal popolo italiano con una regolare consultazione referendaria, e che i magistrati sono l’unica casta che in Italia non paga per i propri errori.

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Negata l’autorizzazione all’arresto per Cosentino. Referendum bocciati dalla Corte Costituzionale. Dio e Mammona

Sono queste le giornatine niente male che ti fanno scricchiolare le certezze, gli ideali, le speranze, e ti fanno rendere conto che stiamo vivendo in un Paese senza alcuna possibilità di riscatto, o, peggio ancora, di speranza.

La speranza di poter contare ancora su una oggettiva, effettiva e tangibile separazione dei poteri giudiziario e politico.

La Camera ha negato l’autorizzazione all’arresto nei confronti del Deputato Cosentino. Atto formalmente ineccepibile. Si discute, si dibatte, ci si rimette alla coscienza di ciascuno, si vota, la Camera respinge. Il massimo del rigore, del garantismo, della legalità e della democrazia. Non ci sono dubbi. Con la differenza che se ad essere accusato di quello stesso reato fosse stato un cittadino non eletto alla Camera dei Deputati, a quest’ora sarebbe già in galera da un bel pezzo.
E se è vero, come è vero, che la Camera non deve entrare nel merito dei fatti (per quello ci sono i processi) ma solo valutare se vi sia stato il cosiddetto "fumus persecutionis" da parte dei magistrati inquirenti nei confronti del Deputato Cosentino, ecco che la Camera ha risposto: "sì, quel fumus persecutionis c’è stato".
Perché non c’è altra questione su cui dibattere. Significa, quindi, che ci sarebbe stato un accanimento ingiustificato da parte della Procura di Napoli nei confronti della persona e dell’operato del Cosentino per motivi meramente politici. Questo voto non può essere interpretato in nessun altro modo.
Perché se fosse un voto sull’opportunità che Cosentino debba attendere il processo che lo riguarda da libero o in stato di detenzione non è materia che afferisce alla Camera, ma al Giudice.

Del resto, dall’altra parte la Corte Costituzionale ha detto "no" ai due quesiti referendari sulla legge elettorale definita "porcellum". I promotori si sono comprensibilmente risentiti, e Di Pietro se n’è uscito con la più infelice delle sue esternazioni. Avrebbe potuto dire, per esempio: "Prendiamo atto della sentenza della Consulta, la rispettiamo, e da domani raddoppieremo il nostro impegno affinché il Parlamento discuta una nuova legge elettorale." Mi sembra un discorso più che sensato. Voglio dire, oltre settecentomila cittadini, tra cui io, si sono visti bocciare un quesito referendario che avevano appoggiato, da parte dell’organo competente a dire "sì" o "no" a quei quesiti. Segno che bisogna trovare un’altra strada. Benissimo. Anzi, malissimo, ma così è stato. Invece Di Pietro ha dichiarato che «L’Italia si sta avviando, lentamente ma inesorabilmente verso una pericolosa deriva antidemocratica, ormai manca solo l’olio di ricino».
E chi l’avrebbe mandata questa Italia verso la deriva antidemocratica, di grazia? Gli stessi giudici che Di Pietro ha spesso invocato, da cui ha invitato gli inquisiti a correre per farsi giudicare e assolvere, se uno crede veramente nella propria innocenza, quell’ordine giudiziario di cui lui stesso ha fatto parte, quella mentalità da giustizialismo sommario che deve applicare la legge, ora che l’ha applicata a suo e a nostro sfavore, avrebbe effettuato una scelta politica e non giuridica.
I giudici che fanno politica è un concetto tipico del berlusconismo. Di Pietro l’ha fatto suo. Infatti ha dichiarato: «Quella della Corte non è una scelta giuridica ma politica per fare un piacere al capo dello Stato, alle forze politiche e alla maggioranza trasversale e inciucista che appoggia Monti, una volgarità che rischia di farci diventare un regime»


C’è solo da decidere da che parte stare. Se da quella dell’inquinamento tra politica e magistratura o quella della effettiva separazione e indipendenza dei poteri. Come disse quel Tale non si può servire Dio e Mammona.

Io sto da quella del sospetto.
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Renato Brunetta – “Sono stati quattro referendum emotivi”

“Gli italiani sono andati a votare per paura: la gente se la prende con i governi perché c’è la crisi, succede da tre anni in molti Paesi europei. E’ un segno di malessere, poi aggiungiamoci Fukushima, ed ecco il risultato. Il traino e’ stato il nucleare, sono stati 4 referendum emotivi”.

da: http://www.renatobrunetta.it/2011/06/15/intervento-del-ministro-renato-bruentta-a-otto-e-mezzo/
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Anch’io vado a votare per i referendum del 12 e 13 giugno

E va beh, ormai è quasi arrivato il momento di dirvi (se no dalla mezzanotte non posso farlo più) che anch’io vado a votare per i referendum del 12 e del 13 giugno, e che vi invito a fare altrettanto.

Al contrario di quanti parlano quotidianamente di cose assolutamente scontate e lapalissiane, come il no al nucleare (esprimibile con il SI’ al referendum), o come l’acqua pubblica io vado a votare essenzialmente per abrogare la legge sul legittimo impedimento.

E’ strano, ma è l’unico referendum dei quattro di cui non parla mai nessuno. Semplicemente mi preme assai che se il Presidente del Consiglio o i Ministri della Repubblica fossero coinvolti (ma è solo un’ipotesi, sia ben chiaro) in un procedimento (sempre ipoteticamente) penale (ma è solo un pourparler, naturalmente) debbano difendersi (sempre nel caso che debba accadere) con gli stessi strumenti a disposizione di ogni cittadino.

Ma stiamo tranquilli, non accadrà.
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Rai – 1974: la vittoria del NO al referendum abrogativo della legge sul divorzio

Era il 1974 e questo fu l’annuncio di una delle conquiste più civili della storia democratica, trasmesso in diretta dalla Radio di Stato.

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Parte il referendum di Antonio Di Pietro contro la legge salva-premier

Pronti, via. Oggi inizia il conto alla rovescia per sapere se la legge è uguale per tutti o per tutti meno alcuni.

Siamo in Corte di Cassazione, noi dell’Italia dei Valori, per depositare il quesito referendario. Mentre vi sto parlando, altri amici insieme a me stanno facendo la fila per sottoscrivere una richiesta di referendum di una sola riga: volete voi che sia abrogata la legge “salva Premier”, quella che Berlusconi si è fatto per non farsi processare? O volete che sia giusto che quattro persone e soprattutto chi è già sotto processo si faccia una legge all’ultimo momento in modo da non farci sapere se alla Presidenza del Consiglio abbiamo una brava persona o un poco di buono?
Questo è un quesito di democrazia che rispetta l’articolo 3 della Costituzione. Il concetto “la legge è uguale per tutti” deve essere riaffermato.

Siccome noi siamo di parola, e siamo determinati nella nostra azione, non ci limitiamo soltanto ad abbaiare. Ci impegniamo a raccogliere le firme per il referendum affinché voi cittadini, voi datori di lavoro di noi dipendenti al Parlamento, possiate decidere se noi siamo uguali a voi o siamo piuttosto persone al di sopra della legge.

Cosa succederà prossimamente? Ci sono delle ferree regole che dobbiamo rispettare, che rendono molto difficile questo cammino. Abbiamo bisogno del vostro aiuto.

Oggi abbiamo depositato il quesito. Nelle prossime settimane, mentre gli altri vanno in vacanza, prepareremo la macchina organizzativa. In ogni provincia faremo un centro di raccolta e di coordinamento, che risponderanno ad un coordinamento generale a Roma e a Milano in sedi che vi indicheremo su questo sito. Abbiamo bisogno di persone che ci aiutino a raccogliere le firme, a preparare banchetti, a firmare e a far firmare questo quesito referendario.

Abbiamo due mesi e mezzo, massimo tre mesi di tempo. Inizieremo la raccolta ufficiale delle firme il 12 settembre con il lancio dell’iniziativa a Vasto. Da adesso al 12 settembre prepareremo tutta la macchina organizzativa, vi faremo sapere nelle prossime settimane dove ci saranno i centri di raccolta e tutto il materiale a disposizione, e soprattutto dove sarà il centro informazioni di tutti gli eventi che si svolgeranno in tutte le province d’Italia.

Dal 12 settembre al 12 dicembre ci saranno tre mesi di fuoco in cui tutti i giorni, soprattutto nei fine settimana, faremo eventi in tutte le piazze d’Italia grazie a voi, grazie a tutti quelli che vogliono darci una mano. In questo sito troverete la mail (info@antoniodipietro.com) con la quale mettervi in contatto con l’organizzazione per dare la vostra disponibilità e allo stesso tempo per aiutarci anche nella raccolta delle firme.
In questi tre mesi raccoglieremo le firme, che non possiamo depositare prima del primo gennaio. Abbiamo già fissato la data di deposito delle firme in Cassazione l’8 gennaio dell’anno prossimo.

Come vedete vogliamo fare sul serio. Chiediamo il vostro aiuto, la vostra collaborazione, affinché questo atto di democrazia possa compiersi, affinché i cittadini possano essere messi in condizione di esprimersi liberamente ed essere giudici dell’operato del Parlamento e del governo, e non lasciare che dipendenti del Parlamento nominati da capi partito diano l’impunità a chi è sottoposto a processo.

Appuntamento tramite mail all’organizzazione nazionale, ed in seguito alle organizzazioni provinciali, per la raccolta delle firme. Si parte.

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Quei no che aiutano a crescere

Questo manifestino andava molto di moda ai miei tempi.

Era diventato quasi un ritornello scontato, ripetuto spesso non solo tra gli anarchici.

Il voto visto come delega, come sottoscrizione a fare in modo che altri pensino al nostro posto è stato da sempre uno dei punti cardine di un pensiero sano. Naturalmente i politici della sedicente sinistra e i sindacalisti della Triplice lo tacciano di qualunquismo.

E come potrebbero fare diversamente?

Sono abituati a prevedere con stupefacente precisione quello che accadrà. Sibille Cumane di loro stessi.

E ci cambiano i termini, le parole, le espressioni.

Fanno delle consultazioni e le chiamano referendum. Ma non sanno che i referendum in Italia sono abrogativi. Cancellano, non confermano.
Non parlano più di lavoro, parlano di Welfare (trovatemi un cittadino comune che sappia cosa cazzo sia il Welfare!), non fanno più gli accordi con il governo amico, fanno i protocolli.

Si affidano a regole che non esistono e la chiamano democrazia partecipativa. Nel luoghi di lavoro le assemblee della Santa Alleanza hanno democraticamente portato avanti le ragioni del sì ignorando totalmente quelle del no.
Così i lavoratori hanno potuto votare con maggiore cognizione di causa.
A nessun lavoratore è stata consegnata una copia dell’accordo così come è scritto per vedere che cosa ne pensa.

Angeletti ha dichiarato a Radio Anch’io che il testo dell’accordo è troppo complesso, scritto in burocratese, che nessuno si prenderebbe la briga di leggerlo, considerate anche le sue dimensioni.
Angeletti scambia l’accordo con il programma di governo. Siccome gli amici degli amici hanno stilato un documento di 246 pagine che nessuno ha letto e che ha permesso a Prodi & C. di fare il bello e il cattivo tempo, allora se lo può permettere anche lui.

Ci tratta da sprovveduti, da esseri incapaci di leggere e comprendere.
Quindi ce lo spiega lui, che invece, evidentemente, è stato capace di dare una risposta adeguata alle percentuali da parlamento bulgaro che lui e la casta della Santa Alleanza dei sindacati hanno ricevuto in negativo dalle fabbriche, dagli operai veri.

Non hanno dato nessuna certezza in merito alla correttezza delle operazioni di scrutinio.

Sempre a Radio Anch’io un operaio ha tranquillamente riferito di aver votato ben tre volte senza che nessuno controllasse alcunché.

Non si può parlare di brogli, perché ci sono i brogli quando si violano le regole. Ma qui le regole non ci sono.

Si fa quello che vogliono loro perché i lavoratori lo hanno deciso.

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